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Economia politica II semestre

Globalizzazione, sviluppo, cooperazione internazionale

(Azzurra Rinaldi & Enrico Verga)

Capitolo I - Crescita e sviluppo

1.1 Definizioni

Spesso utilizziamo “crescita” e “sviluppo” come se indicassero il medesimo processo, ma non è così. “Crescita” si riferisce all’incremento di ricchezza di un paese, misurata attraverso il PIL. Se il PIL aumenta, possiamo dire che è in corso un processo di crescita. Questo approccio nasce con il capitalismo. Le teorie si basano sull’accumulazione del capitale, in particolare del capitale fisico (i macchinari per la produzione). Se aumenta il numero dei macchinari utilizzati dalle imprese del paese, aumenterà la produzione e quindi aumenterà il consumo. Le teorie si concentrano non solo sul capitale fisico ma anche su capitale umano e sociale.

“Sviluppo” è il processo di trasformazione del paese che prevede un miglioramento del livello di benessere della popolazione. Il benessere ovviamente include anche il reddito, quindi il concetto di sviluppo include quello di crescita: se un paese è interessato da un processo di sviluppo, significa che sta crescendo e il suo PIL sta aumentando. Ma lo sviluppo comprende anche un incremento generale del livello di dotazione sociale e culturale del paese.

La competenza di crescita e sviluppo divide i paesi in due categorie:

  • Paesi avanzati: in cui è avvenuto il processo di crescita (e quasi sempre anche quello di sviluppo)
  • Paesi emergenti

Data la complessità del fenomeno dello sviluppo, non basta un unico indicatore come nel caso della crescita. A tal fine possiamo isolare i principali fattori di sviluppo:

  • Capitale fisico
  • Tecnologia
  • Fattore demografico e capitale umano
  • Istituzioni

Capitale fisico

Il capitale fisico sono i macchinari utilizzati nel processo produttivo. Se il capitale fisico aumenta, significa che le imprese stanno investendo per nuove attività produttive. Quindi migliorerà la capacità produttiva e si renderà necessario un numero maggiore di lavoratori. Questa nuova forza lavoro beneficerà di un reddito che destinerà in parte al consumo e l’aumento della domanda farà incrementare il livello di produzione alle imprese. Si tratta quindi di un processo virtuoso che si autoalimenta. Il capitale fisico quindi determina la crescita economica ma è solo una delle componenti dello sviluppo.

Tecnologia

Il fattore tecnologico è uno dei cardini di crescita e sviluppo. Infatti, il volume delle esportazioni ad alto contenuto tecnologico è uno degli elementi associati ad un paese sviluppato. Ci sono due elementi da considerare:

  • Il tipo di tecnologia utilizzata: se osserviamo il progresso tecnologico dei paesi avanzati a partire dalla rivoluzione industriale vediamo quello che Schumpeter chiamava “innovazione incrementale”, ovvero il progresso tecnologico si è basato su innovazioni ulteriori sviluppate a partire dalla prima innovazione radicale. Le tecnologie utilizzate dai paesi in via di sviluppo hanno minore capacità produttiva e minore sostenibilità ambientale.
  • Trasferimento di tecnologia: alcuni dei progetti più riusciti di cooperazione internazionale si basano sul trasferimento di tecnologia, oltre che di capitale monetario. Tuttavia in alcuni paesi emergenti non ci sono le infrastrutture necessarie per supportare la tecnologia (es. fornitura elettrica o idrica). È necessario anche il trasferimento di conoscenze e competenze per l’utilizzo e la manutenzione della tecnologia. Il principale ostacolo è comunque economico: i paesi emergenti non riescono ad acquistare le tecnologie che renderebbero più efficiente il sistema produttivo. Anche quando avviene il trasferimento di tecnologia da un paese avanzato ad uno emergente, spesso si tratta di tecnologia desueta con ripercussioni su produttività ed emissioni ambientali.

La tecnologia è un fattore di sviluppo in quanto migliora la vita dei cittadini e contribuisce al loro benessere e alla trasformazione strutturale del paese.

Fattore demografico

In passato il fattore demografico è stato considerato un elemento di crescita perché la popolazione numerosa si traduceva in un elevato volume di manodopera. Oggi non è più così perché da un lato nei paesi avanzati sta calando il tasso di natalità e dall’altro sta cambiando il modello di produzione. Nelle società preindustriali (e ancora oggi in alcuni paesi emergenti) il modello di produzione è labour intensive, cioè basato su un massiccio utilizzo di forza lavoro. Nei paesi avanzati invece il processo è capital intensive, cioè ad alta intensità di capitale fisico e umano, e si produce ricchezza grazie alla produzione di servizi.

Non si tratta più solo della presenza di forza lavoro sul territorio nazionale ma della qualità di lavoratori e lavoratrici, ovvero si tratta del capitale umano. Il capitale umano è lo stock di conoscenze, competenze e abilità di cui un individuo è in possesso. Vi è una relazione diretta tra il livello di istruzione medio di una popolazione e il capitale umano del paese. Sono quindi le istituzioni a svolgere il ruolo centrale investendo sull’istruzione. L'istruzione è un fattore sia di crescita che di sviluppo. Un esempio è quello dell’India: il governo ha investito nell’istruzione universitaria di tipo scientifico e, grazie anche al fattore linguistico, numerose aziende anglofone hanno iniziato a delocalizzarvi i propri processi produttivi. Una volta verificato che il modello funzionava e riduceva la disoccupazione, il governo indiano ha deciso di investire anche sull'istruzione in materia economica. Questo è un esempio di strategia di crescita e di sviluppo.

Istituzioni

Sotto il profilo economico, le istituzioni rispondono dell'esiguità delle risorse. In ogni sistema economico le risorse non sono infinite ma scarse, quindi è obiettivo dell’economia politica quello di capire come massimizzare l’efficacia nell’utilizzo delle risorse. Le istituzioni hanno lo scopo di garantire che le risorse siano adeguatamente allocate e utilizzate e che vengano rispettati principi capitalistici fondamentali come il diritto di proprietà. Tutto ciò consente di ridurre i cosiddetti “costi di transazione” che sono legati alla necessità per gli agenti economici di reperire informazioni. Facciamo un esempio: quando le istituzioni sono efficienti, i cittadini sanno a quali uffici rivolgersi per avviare un'impresa, come pagare le tasse ecc. In caso contrario, dovranno rivolgersi a molti uffici sprecando tempo che avrebbero potuto utilizzare per produrre reddito. Se le istituzioni sono efficienti, i costi di transazione si riducono o minimizzano. Su questi costi si basano anche gli investitori internazionali che scommettono sulle performance di un paese. Il ruolo delle istituzioni è fondamentale per la trasformazione strutturale del paese e quindi per lo sviluppo.

1.2 Gli indicatori

Sinora, per quantificare lo sviluppo sono state utilizzate variabili in grado di mostrare la ricchezza prodotta all’interno del paese. Negli ultimi decenni l’attenzione si sta spostando verso indici meno quantitativi e in grado di fornire valutazioni generali sul livello di benessere della popolazione.

PIL: prodotto interno lordo

Il PIL viene calcolato come la somma del valore dei beni prodotti in un paese in un determinato anno, rappresenta quindi la ricchezza prodotta in un anno espressa in valuta. I beni e i servizi inclusi nel PIL seguono la legge della domanda e dell’offerta. Tutti gli scambi che non danno luogo a scambio di denaro sono esclusi. Nella misurazione del PIL includiamo unicamente i beni e i servizi finali (pane), ovvero quei beni che non vengono ulteriormente lavorati, escludendo le materie prime (farina, elettricità ecc.) per evitare le duplicazioni contabili. I beni che compongono il PIL sono tutti beni e i servizi prodotti nel paese, sia i beni di consumo, sia i beni d’investimento, sia le esportazioni. Le importazioni invece rappresentano una fuoriuscita.

Il PIL si esprime in valuta e non in quantità fisiche per avere un’unica unità di misura che renda le due grandezze omogenee, viene definito “interno” perché tratta beni all’interno dei confini di un paese e “lordo” perché è al lordo dell’ammortamento, ovvero include la perdita di valore delle attrezzature produttive.

Il PIL può essere stimato a prezzi correnti e a prezzi costanti. Nel primo caso il PIL subisce l’inflazione, quindi potrebbe salire per il solo innalzamento dei prezzi e non per un reale incremento di produzione e viene definito nominale. Se invece si calcola il PIL in rapporto ai prezzi di un certo anno si elimina l’inflazione e si ottiene il PIL reale. In generale, il PIL rappresenta una misura approssimativa del benessere, in quanto non informa sulla distribuzione effettiva del reddito, né sull’effettiva capacità in termini di potere d’acquisto della popolazione.

Il PNL: prodotto nazionale lordo

Anche il PNL misura i beni e i servizi finali prodotti, ma si ricava partendo dal PIL e aggiungendovi imposte e tasse che gravano sui prodotti, al netto dei sussidi governativi. Inoltre, vengono aggiunti i redditi netti ottenuti all’estero da cittadini del paese e sottratti i redditi pagati a cittadini stranieri che si trovano nel paese. Anche il PNL può essere stimato a prezzi correnti e a prezzi costanti. Il PNL riesce a misurare la ricchezza che i cittadini di un certo stato sono in grado di produrre sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali (PIL solo interno).

Tasso di crescita del PIL

Per stimare il tasso di crescita del PIL nel 2021 rispetto al 2020 dividiamo il valore del PIL 2021 per il valore del PIL 2020. L’utilizzo del tasso di crescita del PIL fornisce una misura del dinamismo di un’economia nazionale. Il PIL, secondo il sistema di produzione capitalistico, deve sempre crescere: se il tasso di crescita è pari a zero il paese si troverà in una situazione di stagnazione, se negativo in una fase di recessione (a livello mondiale, a partire dal 1970, l’unico segno negativo è stato nel 2009).

PIL pro capite

Il PIL pro capite è l’indicatore che più si avvicina a una misurazione del livello di benessere della popolazione del paese, seppur meramente teorico in quanto si basa su un ideale di perfetta equità distributiva. Rappresenta una stima della ricchezza potenziale dei cittadini che si ottiene dividendo il PIL di un paese per il volume della sua popolazione. Questo indicatore dà pertanto una misura ipotetica della ricchezza generale che si avrebbe nel caso in cui l’intero reddito del paese venisse equamente retribuito tra tutti i cittadini.

Negli ultimi decenni un tentativo di trovare un indicatore in grado di misurare lo sviluppo e il benessere degli individui e delle nazioni è stato fatto con un tipo di indicatore che ha utilizzato come base di partenza il PIL, innestandosi la metodologia della parità del potere d’acquisto (PPP). Per comparare i dati a livello internazionale viene usato il dollaro statunitense come valuta unica di riferimento, ma il potere d'acquisto di 1 dollaro varia da paese a paese. Il PPP cerca di risolvere questo problema. Si compone un paniere di circa 300 beni che rappresentano le abitudini di acquisto del consumatore standard di un certo paese e si verifica quanta parte di esso sia acquistabile con un dollaro. Rapportando un dollaro alle abitudini di acquisto, si stima il reale potere d’acquisto.

Il PIL pro capite a parità di potere d’acquisto mostra una tendenza più stabile rispetto al PIL pro capite, subendo in maniera minore le fluttuazioni e i picchi negativi, mostrando una leggera flessione solo nel 2009.

1.4 Non solo PIL

Nel corso degli ultimi anni, i critici nei confronti del PIL stanno aumentando. Al PIL si rimprovera il fatto di nascondere le disuguaglianze. Quando osserviamo il PIL di un paese non sappiamo come quella ricchezza venga distribuita al suo interno, né se ci siano sacche persistenti di povertà. Il PIL include nel calcolo anche beni che in realtà non conducono ad un incremento di benessere, ad esempio se vi è una catastrofe naturale vi sarà un aumento del PIL legato alle attività di ricostruzione. Alcuni criticano l'identificazione stessa tra ricchezza materiale e l’effettivo livello di benessere degli individui. Il benessere di un individuo, infatti, dipende in parte da fattori extra-materiali: amicizia, fede ecc.

Quando misuriamo la produzione nazionale attraverso il PIL teniamo conto solamente delle transazioni ufficiali che vengono registrate nella contabilità nazionale. Le attività che non vengono contabilizzate sono definite informali e possono dividersi in attività per la sopravvivenza, come quelle dei paesi più poveri legate all’autoconsumo e attività irregolari. Queste a loro volta si dividono in settore sommerso e settore illegale. Le attività sommerse sono attività legali che però non vengono sottoposte ad alcun adempimento normativo e fiscale (nero) mentre le attività illegali sono ad esempio la vendita di stupefacenti, che non può essere contabilizzata in quanto per definizione avvengono al di fuori della legge. Se il PIL venisse stimato correttamente, bisognerebbe includere tutte queste attività.

Human Development Index

Misurare lo sviluppo è più complesso che misurare la crescita economica. Lo United Nations Development Programme ha adottato a partire dal 1993 lo Human Development Index (HDI). Si tratta di un indicatore sviluppato nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq. Pur partendo dal PIL, questo indice amplia le dimensioni analizzate aggiungendo due variabili. Nel dettaglio, questo è una media aritmetica ponderata di tre indicatori: l'aspettativa di vita alla nascita, il livello di istruzione della popolazione e il PIL pro calore a parità di potere d'acquisto. Il livello di istruzione è la somma ponderata dell'indice di alfabetizzazione degli adulti (che pesa per 2/3) e l’indice di scolarità lorda (che invece pesa 1/3) ossia l'analfabetismo e le iscrizioni alle scuole di ogni ordine e grado. I tre indicatori hanno tutti il medesimo peso (0,333) e l’indice assume valore tra 0 e 1, con 1 che coincide con il valore massimo del benessere possibile.

Nella prima colonna del ranking 2019 dell’HDI, che corrisponde ai primi 20 paesi per HDI, troviamo esclusivamente paesi avanzati, con reddito elevato. Infatti, se paragoniamo i paesi che compongono il ranking basato sul PIL pro capite con quelli che troviamo in questo ranking, osserviamo che sono gli stessi e prevalentemente del nord del mondo. Nella seconda colonna invece, quella dei paesi con minore livello di sviluppo umano, ci sono quasi esclusivamente paesi africani, così come per il PIL pro capite. I paesi più ricchi però sono anche quelli i cui governi gestiscono un ammontare di bilancio pubblico più elevato, in grado di fornire servizi migliori e più numerosi. La coincidenza appare quindi prevedibile.

Capitolo II - Teorie dello sviluppo in prospettiva storica

2.1 Introduzione

Le teorie della crescita sono incentrate principalmente sull’individuazione dei fattori che possono agevolare il processo di accumulazione di ricchezza all'interno di un paese. In molti casi il percorso effettuato da un paese avanzato era stato preso come modello per il paese in via di sviluppo. Questa concezione ha tre limiti:

  • Non si considerano le specificità del paese emergente che possono essere diverse da quelle del paese avanzato.
  • Si parte dal presupposto che il paese avanzato rappresenti un successo dal quale imparare.
  • Non si tiene conto del fatto che i paesi in via di sviluppo hanno più tecnologie a disposizione rispetto a quando si è compiuto lo sviluppo dei paesi già avanzati.

Le teorie della crescita poggiano sul principio dell’accumulazione: un paese può crescere se accumula capitale, che sia fisico (macchinari), umano (competenze) o sociale (sistema relazionale e fiducia).

Le teorie dello sviluppo, invece, nascono nel secondo dopoguerra. In questo periodo diventa importante comprendere i processi dello sviluppo sia per i territori neo indipendenti, sia per alcuni paesi avanzati in condizione di fragilità. In più, in quegli anni si aggiunge la nascita della moderna contabilità nazionale, che rende possibile la comparazione della ricchezza tra paesi diversi. Si consolida così una visione di crescita del PIL potenzialmente illimitata.

2.2 Teorie classiche della crescita

Della crescita discutono già i primi autori del 1800, mentre possiamo parlare di vere e proprie teorie dello sviluppo solo dal secondo dopoguerra in poi quando i paesi avanzati sconfitti dovettero affrontare la ricostruzione. In questo momento nascono organizzazioni sovranazionali come la BM e il FMI che inizialmente si concentrano sulla ricostruzione dei paesi avanzati e poi sulla crescita e lo sviluppo dei paesi più poveri. L’elemento che accomuna le teorie classiche della crescita è un atteggiamento fiducioso verso il mercato, che accoglie tutte e cinque le ipotesi del mercato perfettamente concorrenziale (numerosità di consumatori e produttori; prodotto perfettamente omogeneo; prezzo dato; perfetta circolazione delle informazioni; assenza di barriere sia in ingresso che in uscita dal mercato), secondo cui l’agente economico è razionale, onnisciente e preveggente e che l’equilibrio sia garantito da meccanismi di stabilizzazione automatica.

Adam Smith e la divisione del lavoro

Per Adam Smith la divisione del lavoro rappresenta l’unico fattore di progresso economico. La divisione del lavoro secondo lui infatti prod... (continua)

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