Economia dell'innovazione
Innovazione
L'innovazione rappresenta l'atto, l'opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione. In senso concreto, ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica, ecc.
In questo corso ci occuperemo solo di innovazione tecnologica, ossia ogni attività deliberata delle imprese e delle istituzioni tesa a introdurre nuovi prodotti e servizi, nonché nuovi metodi per produrli, distribuirli e usarli. Dunque l'innovazione non riguarda solo un prodotto o un servizio, ma può riguardare anche il processo produttivo che porta un prodotto ad un servizio.
Caratteri della conoscenza che dà origine alle innovazioni
La conoscenza che serve ad innovare ha le caratteristiche di un bene pubblico, ovvero:
- Non rivalità: Il fatto che un soggetto ne fruisca non ne compromette la godibilità da parte di altri soggetti.
- Non escludibilità: Gli altri non possono essere esclusi dall'uso della conoscenza, salvo i casi in cui sussistano meccanismi istituzionali come i diritti di monopolio sulla conoscenza stessa dati dal rilascio di brevetti.
Non solo la conoscenza non è rivale nel consumo, ma la condivisione della conoscenza è un fattore migliorativo che può portare ad aumentare la conoscenza a vantaggio di tutti. Se i privati sono liberi di decidere quanta conoscenza produrre, produrranno una quantità sub-ottimale da un punto di vista della società. Quindi queste due caratteristiche implicano che la conoscenza prodotta in un'economia di mercato libero è subottimale in quanto esiste un problema di appropriabilità dei profitti che possono essere generati da quella conoscenza.
L'impresa che sostiene i costi della conoscenza, se sa che quella conoscenza prodotta può essere prontamente copiata/imitata da altre imprese che non hanno sostenuto quei costi, non sarà incentivata a fare quell'investimento (problema del free riding, ovvero in presenza di un bene pubblico, un agente economico razionale ha incentivo a non pagare per la produzione di quel bene pubblico). Quindi le due caratteristiche che abbiamo descritto indicano un problema di appropriazione, cioè le imprese non riescono ad appropriarsi dei profitti generati dai loro processi, prodotti e innovazioni e quindi tendono ad investire una quantità subottimale nella generazione della conoscenza.
Un brevetto è il diritto di appropriarsi in esclusiva dei benefici/profitti generati da un nuovo prodotto o processo produttivo per un determinato periodo di tempo. Quindi è un diritto di monopolio sull'utilizzo o sullo sfruttamento di una certa conoscenza per un certo periodo di tempo. Questo per risolvere il problema dell'appropriabilità, perché in questo modo le imprese hanno incentivo ad investire per innovare.
Ma siccome il brevetto impedisce ad altre persone di usare quella conoscenza, automaticamente si impedisce la diffusione della conoscenza. Quindi il brevetto può rappresentare un ostacolo alla diffusione della conoscenza e del progresso tecnologico.
Tipologia delle innovazioni tecnologiche
- Incrementali: Derivano da piccoli miglioramenti a processi o beni già esistenti. Caratterizzate da una certa continuità temporale, traggono principalmente origine dallo stimolo della domanda di mercato e da suggerimenti degli stessi utilizzatori del prodotto. Sono frequenti anche i casi in cui tali innovazioni nascono da suggerimenti del personale tecnico e dei lavoratori coinvolti nel processo produttivo (es: televisore a colori). Normalmente non sono il risultato di R&S dedicata e si verificano di continuo nelle industrie, benché con frequenza variabile.
- Radicali o di sfondamento: Consistono in processi o prodotti completamente nuovi (es: radio). Esse sono frutto di R&S pubblica o privata, determinano una forte discontinuità rispetto ai prodotti/processi standard, si manifestano in modo irregolare nel tempo e non si distribuiscono uniformemente nei settori industriali.
- A grappolo: Quando da un'innovazione radicale si sviluppano altre innovazioni dello stesso tipo, in modo da essere una collegata all'altra, si ha un cosiddetto "cluster innovativo". Il loro impatto nell'economia è potenzialmente molto forte. Da esse, infatti, possono scaturire nuovi settori produttivi o linee di prodotto, così come è accaduto, ad esempio, nel caso dell'industria dei materiali sintetici, dei semi-conduttori o dei prodotti petrolchimici.
- Epocali: cambiamenti tecnologici di grandissima portata, tali da stravolgere l'intero modo di essere dell'economia. Le innovazioni epocali sono portatrici di mutamenti nella struttura, nell'organizzazione, nei modi di produzione e di distribuzione di quasi tutti i settori dell'economia. Esempio: internet.
Secondo l'economista Dosi (1988) le innovazioni epocali rivoluzionano il cosiddetto "paradigma tecnologico". Esso è un punto di riferimento per tutti coloro che lavorano per sviluppare e mantenere una determinata tecnologia. Dunque il paradigma è l'insieme dei principi che derivano dalle scienze naturali e che guida l'operato degli addetti ai lavori (ingegneri, tecnici, scienziati ecc.).
Il paradigma tecnologico determina i confini generali di sviluppo di una tecnologia in un dato ambito e in un dato periodo. All'interno di questi confini diverse possibili traiettorie. Per dirla meglio, il paradigma tecnologico è l'insieme di conoscenze, sia tacite sia codificate (nozioni scientifiche, procedure di ricerca e di operazionalizzazione) connesse alla nascita e allo sviluppo di una determinata tecnologia.
Un primo esempio di paradigma tecnologico è il motore a combustione interna, che si distingue dal motore elettrico e dal motore a vapore. Essi si basano su principi completamente diversi, utilizzano sistemi di propulsione molto diversi sia nelle proprietà sia nel funzionamento, a cui possono corrispondere diversi problemi tecnologici riguardanti le caratteristiche dell'automobile.
Quando un paradigma emerge, le basi di conoscenza si consolidano, gli obiettivi vengono stabiliti, si forma una comunità di pratica (di ingegneri, scienziati ecc) che segue quel paradigma e tenta anche di migliorare quella tecnologia seguendo delle traiettorie tecnologiche.
Il modo in cui il paradigma evolve nel tempo dipende da tanti fattori come ad esempio fattori legati alla condizione in cui gli addetti ai lavori operano, ma anche fattori estranei al contesto tecnologico. All'interno di un paradigma tecnologico ci si muove lungo le cosiddette traiettorie tecnologiche che definiscono la direzione lungo la quale una tecnologia effettivamente evolve e che sono caratterizzati da tre fattori: località, cumulatività e irreversibilità.
L'attività innovativa generalmente si focalizza su porzioni molto limitate dello spazio tecnologico (località) ed esplora nuove soluzioni nelle vicinanze di quelle già esistenti e implementate (cumulatività). Inoltre, poiché è costoso deviare dalla traiettoria esistente, revisioni radicali delle soluzioni in auge diventano relativamente rare e poco frequenti (irreversibilità).
Il concetto di traiettoria tecnologica presenta analogie con quello di innovazione incrementale, poiché entrambi si riferiscono all'evoluzione normale di una tecnologia. Un esempio tipico di traiettoria tecnologica è la cosiddetta legge di Moore (formulata da G. Moore), valida in elettronica e informatica, secondo cui le prestazioni dei processori dei computer raddoppiano ogni 18 mesi.
Disruptive Technologies (innovazioni disgreganti)
Esempio: Netflix vs Blockbuster
Blockbuster era una catena di negozi in cui era possibile affittare le videocassette dei film. Netflix propose invece ad un certo punto un servizio di noleggio di film via posta, non garantendo le nuove uscite a differenza di Blockbuster, quindi si rivolgeva agli appassionati di cinema a cui non importa delle nuove uscite. Decolla col passaggio dai DVD allo streaming. Con l'avanzare dello streaming, si sposta verso l'alto per raggiungere clienti più redditizi mentre Blockbuster fallisce.
Questo esempio è tipico del processo di disgregazione dovuto all'innovazione tecnologica, che disgrega il mercato spiazzandone i leader e favorendo coloro i quali hanno la lungimiranza di cambiare il focus delle proprie strategie di mercato. Questo tipo di innovazione è stata portata all'attenzione degli studiosi (ma anche dei manager). I leader di mercato non hanno saputo cogliere i segnali che provenivano dalle fasce più basse e meno redditizie del mercato, ovvero quelle persone che non erano interessate alle nuove uscite, ma volevano pagare poco e avere un servizio comodo e fruibile a casa. Inoltre, essi non hanno capito l'esistenza di nuovi mercati che potevano essere sfruttati. Essi hanno preferito concentrarsi sulla clientela già esistente, cercando di accontentarla e di migliorare il servizio con innovazioni incrementali ma che non si spostano più di tanto dall'offerta originaria.
Dunque Disruption è un processo per cui imprese più piccole sono in grado di sfidare le imprese dominanti in un certo settore. Tali imprese tendono a concentrarsi su come migliorare i propri prodotti e servizi per i clienti più esigenti (e più redditizi), trascurando le esigenze dei segmenti più bassi o ignorando la possibilità di creare nuovi mercati. I nuovi entranti iniziano a soddisfare con successo i segmenti trascurati, fornendo le funzionalità richieste dai quei segmenti, spesso a un prezzo inferiore.
Un grafico spiega questo processo nel tempo. Sull'asse delle ascisse c'è il tempo mentre sull'asse delle ordinate c'è la performance del prodotto. Le linee in blu rappresentano la disponibilità a pagare dei vari segmenti di mercato. La linea in blu più bassa rappresenta la disponibilità a pagare del segmento più basso del mercato mentre la linea in blu più alta rappresenta la disponibilità a pagare dei segmenti più profittevoli. L'incumbent, ovvero il leader di mercato, segue la traiettoria rossa più in alto, cioè cerca di aumentare le prestazioni del proprio prodotto per soddisfare il mercato più alto. Nel muoversi verso la freccia rossa essi stanno trascurando l'entrata dei nuovi entranti che partono dalla fascia più bassa del mercato e che all'inizio introducono un prodotto di più bassa qualità ma più semplice e più fruibile da parte della fascia più bassa, ma nel tempo essi migliorano le prestazioni del proprio prodotto e si muovono lungo una traiettoria volta a puntare direttamente alle fasce più alte del mercato perché nel tempo quel prodotto diventerà sempre migliore e attirerà l'attenzione anche dei consumatori con una più alta propensione a spendere. In questo modo col tempo i nuovi entranti prendono il posto dei leader.
Esistono due casi: l'entrante si infila nei mercati o attraverso le fasce più basse (come abbiamo appena visto) oppure scorge l'esistenza di nuovi mercati e di consumatori potenziali che l'incumbent non ha preso in considerazione. Un esempio di questo secondo caso: quando cominciarono ad essere commercializzate le macchine fotocopiatrici, la Xerox, che era leader di mercato, vendeva macchine fotocopiatrici a prezzi molto alti a clienti con un'alta disponibilità a pagare e i piccoli utenti che non avevano tante possibilità si dovevano accontentare della carta carbone. Dopodiché nuovi produttori introdussero nuove fotocopiatrici più piccole e di bassa qualità che costavano meno e quindi sono state acquistate dai consumatori che avevano meno possibilità economiche (quindi i potenziali consumatori sono diventati consumatori) e quindi la Xerox non fu più leader di mercato.
Come si misura l’innovazione?
È possibile distinguere due tipologie di indicatori:
Indicatori di input innovativo
- Gli addetti R&S: riguardano l'impiego di risorse umane profuse nell'attività di R&S. Un indicatore molto utilizzato è il numero dei ricercatori per paese sul totale degli occupati.
- Le spese in R&S (risorse finanziarie): un indicatore molto utilizzato è il GERD (Gross Domestic Expenditure on Research & Development come percentuale del PIL), quindi ci concentriamo sulla percentuale della spesa in R&S sul PIL. In Italia nel 2012 è l'1,27% e nel 2016 l'1,4%. Ugo Amaldi, uno dei massimi esponenti di fisica, ha sottolineato come da sempre l'Italia investa nella ricerca di base molto meno dei competitors.
Finora abbiamo parlato del totale di spesa in R&S ma se noi ci concentriamo solo su un tipo di ricerca che è quella di base che non viene condotta dalle imprese ma dalle università, centri di ricerca ecc, notiamo che essa ammonta allo 0,5% del PIL contro lo 0,8% della Francia, mentre Danimarca, Finlandia e Germania spendono in media l'1%. È necessario dunque un investimento più importante in ricerca di base. Lo stesso futuro della ricerca italiana è in pericolo: negli ultimi dieci anni il numero dei dottorandi di ricerca, malpagati, è diminuito nel tempo: meno di 9.000 completano ogni anno gli studi, mentre in Francia e in Germania sono, rispettivamente, 15.000 e 28.000. Inoltre, scarsi finanziamenti e bassi stipendi fanno sì che molti di questi (pochi) dottori di ricerca si trasferiscano all'estero non per una specializzazione temporanea, ma per stabilirvisi definitivamente. Eppure, ogni ricercatore italiano è in media del 20% più produttivo di un collega tedesco e del 30% rispetto a un francese. Inoltre, le donne rappresentano il 47% dei ricercatori pubblici, da confrontare con il 35% di Francia e Germania. La proposta di Amaldi è dunque quella di accrescere dallo 0,5% all'1% la frazione del PIL dedicata alla ricerca. «Il dopo-pandemia è il tempo opportuno per cambiare questo stato di cose investendo per il lungo termine una piccolissima frazione dei fondi che saranno spesi per il necessario rilancio a breve termine dell'economia»
Indicatori di output innovativo
- I brevetti: Il brevetto è un diritto riconosciuto dagli stati ad un inventore in cambio della pubblicazione della sua invenzione; esso conferisce all'inventore, per un periodo definito e sotto alcune condizioni, il diritto di esclusiva sull'utilizzazione commerciale dell'invenzione.
L'uso dei brevetti come misura dell'output dell'attività di R&D pone alcuni problemi:
- I requisiti e l'esame per ottenere un brevetto cambiano da paese e paese: è possibile che si brevetti meno non perché si è meno innovativi ma perché ad esempio la legislazione è più stringente.
- La propensione a brevettare varia a seconda del tipo di industria: le imprese manifatturiere ad esempio sono più propense a brevettare rispetto alle imprese di servizi.
- Non si conosce quante invenzioni non vengono brevettate (es. invenzioni di tipo software): alcuni tipi di innovazione non vengono brevettate.
- La "qualità" dei brevetti è estremamente variabile (vale solo la documentazione tecnica).
- Non si conosce l'ampiezza e la lunghezza di sfruttamento dei brevetti.
- Una forte quota di brevetti è di tipo strategico, depositata per difendersi da possibili concorrenti.
Tutte queste ragioni rendono i brevetti un indicatore di output innovativo problematico. Nonostante ciò, sono uno degli indicatori più usati al mondo, in quanto sono pubblici e prontamente disponibili ai ricercatori.
Repubblica, marzo 2018 «Brevetti: aumento record per l'Italia nel 2017, leader in Europa»
«In Italia, le richieste sono aumentate del 4,3% rispetto all'anno precedente, a fronte di una media dei 28 stati Ue di un aumento del 2,6%. I dati hanno così evidenziato una tendenza positiva che si conferma per il terzo anno consecutivo, invertendo il calo che si era manifestato nel periodo 2011-2014. La crescita più accentuata tra tutti i settori tecnologici italiani è quella proveniente dai cosiddetti sistemi di misurazione (+31%), seguita da macchine tessili e della carta (+23%) e dal farmaceutico (+18%). La Lombardia si posiziona al dodicesimo posto in Europa e insieme all'Emilia Romagna e Veneto è leader. Il maggior incremento annuale delle richieste è stato registrato in Basilicata (+600%) seguita dalla Calabria (+100%) e dalla Sardegna (+50%) seppure partendo da una base davvero ridotta e dalla Toscana (+47,1%)»
Quello che si nota è che l'Italia aveva registrato un incremento del numero di brevetti soprattutto nel settore dei trasporti e delle macchine utensili. In realtà, continuando a leggere l'articolo, ci rendiamo conto che il titolo di questo articolo non è veritiero, e che l'Italia non è dunque leader in Europa. Questo perché, a livello globale, le compagnie che hanno richiesto più brevetti sono Huawei, Samsung e LG e che i primi 5 Paesi per numero di richieste sono gli Stati Uniti, Germania, Giappone, Cina e Francia. In realtà, il dato che emerge è che il numero dei brevetti sta crescendo a livello mondiale nella sezione della Comunicazione digitale e della Computer Technology. Quindi per in...
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Economia dell'innovazione
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Riassunto esame Economia dell'innovazione