La figura dell’architetto: responsabilità,
cultura e ruolo sociale
La figura dell’architetto non può essere considerata semplicemente quella di una persona
che, una volta conseguita la laurea, può progettare ciò che vuole. L’architetto deve
certamente sviluppare la propria creatività e progettare secondo le proprie idee, ma
possiede anche una grande responsabilità sociale e professionale, non soltanto critica, ma
anche etica e deontologica.
L’architettura, infatti, non riguarda esclusivamente il singolo edificio. Essa si confronta
continuamente con le esigenze delle persone, degli abitanti delle città e delle diverse
categorie che vivono lo spazio: bambini, anziani, lavoratori, famiglie. Per questo la
professione dell’architetto implica una responsabilità nei confronti della collettività.
Noi siamo anche il risultato dei luoghi che abbiamo abitato e dei paesaggi, compresi quelli
urbani, che l’uomo ha modificato nel corso del tempo. L’ambiente costruito condiziona il
nostro modo di vivere e di rapportarci agli altri. L’architettura disegna e definisce il nostro
ambiente di vita, orienta i nostri spostamenti e modifica il nostro rapporto con lo spazio.
Anche gli assi viari, per esempio, non sono semplicemente linee astratte: diventano strade
concrete, inserite nella struttura delle città e condizionate dall’architettura e dall’urbanistica.
Allo stesso modo, l’architettura condiziona i rapporti tra le persone. Se viviamo in una città o
in un quartiere piacevole, ordinato e vivibile, siamo più portati a uscire e a vivere gli spazi
comuni; al contrario, un ambiente degradato o poco accogliente può favorire la tendenza a
rimanere negli spazi privati.
Da questo deriva una responsabilità fondamentale dell’architetto: progettare significa
intervenire concretamente sulla vita delle persone.
Creatività e vincoli economici
Un’importante sfida dell’architetto contemporaneo consiste nello sviluppare la propria
creatività all’interno di un universo sottoposto a numerosi vincoli, tra i quali quelli economici.
Nella realtà professionale, infatti, il progetto è inevitabilmente condizionato dalle risorse
disponibili. Quando si lavora per un’amministrazione pubblica, entrano in gioco i
finanziamenti e le esigenze della collettività; nel settore privato, il fattore economico assume
ugualmente un peso rilevante.
Il rischio è quello di applicare sempre un principio di precauzione, scegliendo ciò che è già
conosciuto, economicamente conveniente e facilmente accettabile. Se l’architetto seguisse
sempre questa strada, però, la progettazione finirebbe per produrre continuamente le stesse
soluzioni omologate — con il rischio ulteriore di produrre un'architettura completamente
formattata, destinata a essere sostituita da processi automatizzati o dall'intelligenza
artificiale.
Il principio di precauzione non deve quindi significare rinunciare a ogni idea innovativa.
Quando un architetto possiede un’idea nella quale crede, deve avere il coraggio di proporla,
sostenerla e cercare di renderla realizzabile.
Questo non significa, naturalmente, cercare l’originalità a tutti i costi. L’architetto deve
lavorare in maniera seria, produttiva e concreta, rispettando i vincoli reali del progetto. Ma se
una soluzione convincente richiede di uscire dagli schemi abituali, non bisogna rinunciarvi
semplicemente perché è più difficile da accettare.
La storia dell’architettura dimostra infatti che molte opere importanti non sarebbero mai state
realizzate se si fosse sempre seguito esclusivamente ciò che era già conosciuto e accettato.
Vitruvio e la formazione dell’architetto
Per comprendere quale debba essere la figura dell’architetto, possiamo partire dall’antichità
e in particolare da Vitruvio (Marco Vitruvio Pollione), architetto e teorico romano vissuto nel I
secolo a.C.
Vitruvio è l’autore del trattato De architectura, composto probabilmente tra il 30 e il 20 a.C. e
costituito da dieci libri. Nel primo libro affronta proprio