1. DAVID BOWIE (1967)
When I Live My Dream
Si tratta di uno dei punti fermi del primo repertorio di Bowie, una canzone d'amore che rivela un
certo senso di sofferenza mentre la tendenza del cantante a drammatizzare le sue emozioni in forma
cinematografica prefigura le fantasie da grande schermo di numerosi testi successivi. Nel 1969
ricevette il riconoscimento per la miglior produzione al Festival Internazionale del Disco
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di Monsummano Terme, il primo passaggio ufficiale di David in Italia.
The London Boys
Il brano dimostra una raggiunta padronanza del ritmo e della dinamica da parte del cantante che con
voce catatonica si rivolge ad un diciassettenne arrivato a Londra dopo aver lasciato la famiglia.
Alcuni hanno suggerito che si tratti di una ragazza,[1] altri che si possa trattare dello stesso David,
che dopo essere entrato in contatto con i giovani disadattati della grande città si rende conto che la
scelta di una vita dissoluta lo sta lasciando più solo di quanto non fosse prima.
2. SPACE ODDITY (1969)
Nella carriera di David Bowie, Space Oddity può essere collocato a metà strada fra la
psichedelia vaudeville dei suoi inizi e le suggestioni glam rock dei primi anni settanta. Il disco
testimonia la maturazione musicale del cantante che mostra una sensibilità folk rock unita ad un
interesse per il nascente rock progressivo. Per la registrazione dell'album Bowie iniziò tra l'altro a
coinvolgere alcune figure chiave del prog rock britannico quali il compositore e arrangiatore Paul
Buckmaster, il batterista dei Pentangle Terry Cox e Rick Wakeman, turnista all'epoca e futuro
membro di Strawbs e Yes.
L'album è dominato dalla preoccupazione per l'andamento altalenante del suo idillio con il
movimento hippy (Cygnet Committee, Memory of a Free Festival) e dal fallimento della sua
relazione con Hermione Farthingale (Letter to Hermione, An Occasional Dream), compagna, musa
ispiratrice e collaboratrice che lo aveva lasciato nel febbraio 1969 dopo aver completato la sua parte
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nel video Love You Till Tuesday.
I riferimenti autobiografici dei testi sono più evidenti rispetto al disco precedente e mentre in futuro
si rivolgeranno ad aree più profonde e oscure della psiche di Bowie, i brani contenuti in Space
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Oddity appaiono più come una sincera confessione. Nonostante un'identità musicale ancora
embrionale, tracce come Unwashed and Somewhat Slightly Dazed, Wild Eyed Boy from
Freecloud e Cygnet Committee cominciano ad offrire la dimostrazione del suo talento di paroliere.
“Space Oddity” was released as a single on July 11, 1969, five days before the Apollo 11 launch,
and nine days before Neil Armstrong became the first man on the Moon. Bowie hadn’t intended the
release to coincide that way; he’d recorded a demo of the song in January of that year, and the
song’s pun of a title couldn’t have made it more clear that his main inspiration was all those nights
in the cinema spent rewatching 2001: A Space Odyssey. But Bowie’s record label rushed the release
of “Space Oddity” so that it might capitalize on the Apollo craze.
Il testo si apre con il dialogo tra l’astronauta e il centro di controllo, accompagnato in sottofondo
dal countdown della partenza fino all’esplosione musicale del brano che ci comunica la buona
riuscita del volo e l’inizio dell’avventura, che non avrà un lieto fine. Un viaggio di non ritorno!
Infatti, la canzone non è una celebrazione dei viaggi nello spazio e il suo reale significato è stato e
può essere travisato, come del resto è già successo con altri brani nella storia della musica e del
rock.
“Space Oddity” rimanda a temi molto più profondi e sui quali lo stesso Bowie avrebbe, poi, basato
la sua intera poetica. Tuttavia, non ha mai voluto chiarire nello specifico il senso delle parole del
brano. Un colpo di genio rimasto tale anche dopo tutti questi anni.
Si parla di ossessione nella continua ricerca della fama; di isolamento e alienazione per la perdita di
controllo e soprattutto privazione del contatto con i rapporti affettivi più importanti e stretti. Il
mondo appare a Major Tom immenso, triste e indifferente ( si pensi quando guarda la Terra e le
stelle da una prospettiva diversa, da un’enorme distanza); sono aspetti che lo fanno sentire
impotente e sui quali lui stesso non può incidere ( “non c’è niente che io possa fare “) e questo porta
inevitabilmente alla tragedia, oltre a sottolineare il tema dell’inquietudine del dramma umano ( il
rapporto tra l’uomo e il mondo, l’io e la realtà).
Non manca anche il riferimento ad un contesto psichedelico da leggere tra le righe della canzone,
ovvero la metafora del viaggio (spaziale) vista come uno smarrimento narcotico, un naufragio
stupefacente che culmina con la perdita di sé ( la terra perde i contatti con Tom, il circuito va in
avaria e lui è condannato a galleggiare nello spazio da solo in quanto resosi conto di non poter
cambiare le cose). Inoltre, questo messaggio (a tratti subliminale) sarebbe stato confermato undici
anni dopo in “Ashes to ashes”, dove Bowie ci confessa la deviazione tossica dell’astronauta e
ovviamente anche di se stesso.
Space Oddity
Pubblicata l'11 luglio 1969 come primo singolo estratto dall'album, Space Oddity rimane a distanza
di anni una delle canzoni più famose di David Bowie tanto da essere ormai entrata nella cultura di
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massa, oltre a risultare il 45 giri del cantante inglese più venduto nel Regno Unito. Alla sua uscita
ebbe ottime recensioni da parte della stampa specializzata e rappresentò il primo vero e proprio
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successo di Bowie raggiungendo la 5ª posizione nella classifica inglese.
3. THE MAN WHO SOLD THE WORLD (1970)
Il protagonista della storia ha perso il controllo verso la realtà. Questo individuo può essere
chiunque di noi; noi che travolti dal frenetico andare dei tempi moderni celiamo, nascondiamo e
trasformiamo il nostro essere, il nostro apparire e il nostro pensare. Chiunque abbia mentito a sé
stesso, chiunque abbia tratto vantaggio dall’essere scambiato per qualcun altro, chiunque si sia
creato un personaggio, un mondo a parte per ottenere successo, può essere considerato “the man
who sold the world”.
A perdere il controllo con la realtà si rischia seriamente di dimenticare chi siamo, di adattarci al
costume che indossiamo solo perché la società ci conosce così e crediamo che solo vendendo il
nostro mondo, il nostro modo di essere, potremmo essere accettati. Pensiamo sia questo l’unico
modo per far parte della società che ci circonda.
Ecco di chi parla Bowie: di tutte le persone che, con lo scopo di ottenere qualcosa trasformano la
propria verità e la propria vita nel teatrino di maschere che giornalmente vivono, minimizzando il
proprio “io”, come una flebile fiamma da spegnere, un fastidio da eliminare. Ma è come nascondere
la polvere sotto il tappeto: non esiste una via per cancellare quello che siamo, chi siamo, senza che
prima o poi quello stesso tappeto cominci a gonfiarsi. Molti, però, preferiscono non vedere e
continuano a vendere il mondo per conquistare l’amore, per avere successo nel lavoro, per essere
sempre al top in una comunità che ci spinge ad essere e a fare sempre di più.
Forse la canzone fu scritta per se stesso anche se, come abbiamo visto all’inizio, Bowie cerca in
tutti i modi di prendere le distanze da questa tipologia di individui… cerca di sottolineare che lui
non è come tutti gli altri. Percepisce dentro di sé un Bowie diverso dalla maschera che tutti
conoscono, diverso dalla rock star. Sotto la maschera che si è creato c’è il suo “io”, il suo mondo,
quello vero. Nella canzone ci racconta proprio l’incontro con la parte di sé stesso che pensava
essere morta da anni ma che fortunatamente non si è mai sopita del tutto.
Nel 1997, in un’intervista rilasciata a BBC, ha rivelato: “Penso di averla scritta perché c’era una
parte di me che stavo ancora cercando… Per me quella canzone ha sempre esemplificato lo stato
d’animo