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Scienze criminali

Le scienze criminali studiano i fenomeni delittuosi. Il diritto penale, che studia, analizza e approfondisce il complesso delle norme giuridiche le quali divengono, in forza di legge, regole di condotta, è in stretta relazione con la criminologia. Il delitto, che è il campo di interesse della criminologia, viene definito dal diritto penale. Altre discipline che si occupano di fatti delittuosi sono la storia, la filosofia e la sociologia del diritto. Comprendono anche:

Diritto penitenziario

Il diritto penitenziario ha come oggetto di studio l’insieme delle disposizioni legislative e regolamentari che disciplinano la fase esecutiva del procedimento giudiziario penale. Attualmente, questa branca del diritto comprende anche l’aspetto risocializzativo, le misure penali in libertà e le alternative al carcere.

Psicologia giudiziaria

La psicologia giudiziaria studia gli attori, la persona umana quale attore.

Politica penale o criminale

La politica penale o criminale configura molteplici filoni di pensiero e studia ed elabora gli strumenti necessari per combattere la criminalità.

Criminalistica

La criminalistica si occupa delle molteplici tecnologie che vengono utilizzate per l’investigazione criminale.

Fatti delittuosi

Per ciò che attiene ai fatti delittuosi bisogna precisare che:

  • Reato: ha un significato meno stigmatizzante ed implica reazioni emotive meno forti della parola delitto.
  • Crimine: atti particolarmente efferati accompagnati da una intesa reazione sociale di sdegno e colpevolizzazione dell’autore.
  • Atto illegale o illegalità o illeciti penali: hanno un significato meno stigmatizzante e sono più neutri.
  • Comportamento disonesto: ancora minore reazione di censura.

La criminologia si occupa anche della reazione sociale al delitto. Per quanto riguarda i termini relativi all’attore del crimine:

  • Reo, delinquente, condannato: quando è stata pronunciata sentenza irrevocabile.
  • Indiziato, indagato, imputato, appellante, ricorrente: a seconda delle fasi del processo.

Il criminologo deve tendere, per quanto possibile, a spogliare le parole delinquente, criminale etc. da implicazioni emotive e da giudizi etici. In criminologia non si deve generalizzare.

Pensiero criminologo

Fin dalle sue origini la criminologia si è andata sviluppando secondo due filoni: sociologico e antropologico (incentrato sull'individuo). Solo dunque una visione integrata che tenga conto sia dei fattori sociali sia, contestualmente, del diverso modo di rispondere ai fattori ambientali sfavorenti e di effettuare le proprie scelte, può consentire una valutazione serena della condotta criminale e suggerire quegli interventi sociali e individuali idonei a contenere il suo continuo incremento.

La scuola classica

Alla base di tale scuola c’era il libero arbitrio; l’uomo veniva considerato assolutamente libero delle proprie azioni e si basava su tre principi fondamentali:

  • La volontà del colpevole ad effettuare l’azione delinquenziale.
  • L’imputabilità, cioè che il colpevole comprenda il valore delle proprie azioni e di determinarsi quindi a compierle.
  • Il senso retributivo della pena che doveva essere: afflittiva, proporzionata, determinata ed inderogabile.

Indubbiamente alla scuola classica si deve riconoscere di aver posto in essere alcuni principi giuridici che ancora oggi hanno la loro validità, quali:

  • Il principio di legalità, non si può punire un’azione se non prevista espressamente come reato.
  • Il principio della non punibilità per analogia, non è punibile un comportamento non espressamente previsto come reato solamente perché assimilabile a reati.
  • Il principio garantistico, con norme riguardanti il principio della difesa e di presunzione d’innocenza.
  • Il principio di certezza del diritto, che toglie totalmente la discrezionalità nell’irrogazione della pena.

Determinismo sociale

Fu proprio dai primi studi statistici che si giunse alla conclusione che il crimine non dipendeva solo dalla volontà del singolo, ma che su di lui agivano anche fattori legati alla società. Si studiarono gli autori di reati in relazione alla loro età, genere, professione, istruzione, condizione economica. Nasce così la visione deterministica della condotta criminosa. Importante è sottolineare che il determinismo sociale non giunse ad escludere totalmente il fattore «libertà di scelta» dell’individuo come fece successivamente il determinismo biologico. Il delitto iniziò ad essere inteso come fatto sociale.

Cesare Lombroso, la criminologia dell'individuo e il determinismo biologico

Cesare Lombroso, nell’epoca del positivismo scientifico e dell’evoluzionismo darwiniano, iniziò i suoi studi sulla persona del delinquente legando le caratteristiche fisiche anatomiche dell’individuo a quelle «morbose» che lui riteneva fossero alla base del comportamento criminoso. Capisaldi dei principi lombrosiani fu quello della teoria dell’Atavismo: si riteneva che il delinquente fosse un individuo primitivo, succube di una regressione primordiale. Un selvaggio ipoevoluto che scaricava i suoi istinti e le sue pulsioni nel delitto.

Questa teoria si scontrava con un principio dell’epoca che considerava le donne ad un gradino inferiore della scala evolutiva rispetto all’uomo. Non sapendo come giustificare l’anomalia che le donne, ad un gradino più basso di tale scala, in realtà commettevano percentualmente meno reati, Lombroso si imbarcò in una spiegazione di come la donna fosse in effetti meno evoluta, ma la loro minor propensione al crimine era dovuta al loro immobilismo, visto che l’ovulo era meno mobile dello spermatozoo. Successivamente cambiò la sua teoria affermando che la delinquenza femminile sfocia nella prostituzione, appareggiando finalmente i conti.

Teoria del delinquente nato

Un’altissima percentuale dei più gravi e recidivi delinquenti possiede disposizioni congenite, presenti fin dalla nascita, che li renderebbero inevitabilmente antisociali indipendentemente dalle condizioni ambientali. Alcune delle particolari caratteristiche, sia anatomiche che fisiologiche e psicologiche, che permettevano di identificare il delinquente nato erano:

  • Scarsezza dei peli.
  • Poca capacità cranica.
  • Frontalmente sfuggente.
  • Precocità ai piaceri venerei ed al vino.
  • Accidia.
  • Superstizione.

Lombroso applicò per primo i metodi di ricerca biologica per lo studio del singolo autore del reato e diede il via ad un indirizzo organico e sistematico nello studio della delinquenza (Scuola di antropologia criminale), così che la criminologia come scienza si impose. Lombroso riconobbe anche l’esistenza dei delinquenti occasionali. I suoi studi furono criticati per la poca scientificità con cui furono portati avanti.

Scuola positiva

La scuola positiva usa un metodo basato sull'osservazione sistematica e l'accumulazione di prove e di fatti obiettivi, all'interno di una cornice deduttiva. I principali postulati della Scuola Positiva erano:

  • Il delinquente è un individuo anormale.
  • Il delitto è la risultante di tre fattori: antropologici, psichici e sociali.
  • La delinquenza non è la conseguenza di scelte individuali ma è condizionata da tali fattori.
  • La sanzione non deve avere finalità punitive ma deve mirare alla neutralizzazione e alla risocializzazione.

In questo approccio veniva considerata più la personalità del criminale che il reato commesso. La pena doveva essere sostituita da una misura di difesa sociale. Fondamentale era considerata la pericolosità sociale del criminale. Le misure di difesa dovevano perdurare fino alla cessata pericolosità dell’individuo. Si generò il sistema del doppio binario: a fianco delle pene tradizionali commisurate alla gravità del reato, venivano affiancate misure di sicurezza per i delinquenti ritenuti pericolosi, mentre in altri paesi l’influenza positiva generò l’introduzione della pena indeterminata. Nel primo sistema, oltre alla pena detentiva veniva e viene comminata una misura di sicurezza che può essere rimossa a venir meno della pericolosità sociale, nel secondo caso è proprio la pena detentiva che diventa indeterminata, il giudice determina solo un tempo minimo, terminando con la cessazione della pericolosità sociale.

Il contributo positivo di questa Scuola risiede nell’aver promosso l’introduzione nel diritto penale della valutazione delle caratteristiche della persona (individualizzazione della sanzione e del trattamento individualizzato del delinquente).

Primi indirizzi marxisti in criminologia

Questi si preoccupano di dare una interpretazione al crimine. Marx ed Engels si erano occupati della criminalità, affermando che il delitto era una conseguenza della Società Capitalistica con i suoi squilibri e le sue sperequazioni. I delinquenti venivano percepiti come facenti parte, non il proletariato, ma il sottoproletariato che non aveva acquistato coscienza di classe. È importante però sottolineare che Marx ed Engels non ebbero però un pensiero esclusivamente deterministico ma affermarono che «le circostanze fanno gli uomini non meno di quanto gli uomini facciano le circostanze».

Scuola di Chicago (teoria delle aree criminali)

Si considera l'ambiente sociale e fisico come prima causa dei comportamenti delle persone. La teoria indica come «Aree criminali» quelle zone della città con particolari caratteristiche ambientali dalle quali proviene e in cui risiede la maggior parte della criminalità comune. L’ambiente di vita è per la teoria il fattore più importante nella genesi della criminalità. Due principali tecniche di indagine:

  • La raccolta dei dati ufficiali statistici, attraverso i quali si individuano le zone con alti tassi di devianza.
  • La storia di vita, attraverso il quale si segue una determinata persona deviante studiandola, nella sua vita da deviante naturale.

Teorie della disorganizzazione sociale

Non è una vera e propria teoria ma un insieme di studi sociologici che hanno posto l’accento sulle profonde trasformazioni sociali avvenute nella prima metà del XX secolo. Tali teorie sottolineano l’importanza del mutamento e instabilità delle moderne società provocata dall’industrializzazione e dai fenomeni collegati. Per disorganizzazione va intesa la mancanza da parte della società di fornire valori stabili. Il deviante è un soggetto psicologicamente normale, che vivendo in una società disorganizzata, tende a disorganizzare la propria condotta.

Teoria dei conflitti culturali

Questa teoria dà conto del fatto che in un medesimo individuo si contrappongano diversi sistemi culturali e questa sarebbe una delle principali cause del venir meno degli abituali parametri regolatori della condotta sociale. La teoria prende spunto dal grande flusso migratorio che interessò gli Stati Uniti. Sellin ritenne che il neo immigrato non aveva condotte particolarmente criminali avendo ancora dentro di sé i principi ed i valori della cultura d’appartenenza. L’immigrato di seconda generazione invece non aveva i valori dei propri genitori e non riusciva ad assimilare quelli del nuovo paese rendendosi molto più vulnerabile ad una condotta criminale.

  • Conflitti culturali primari: disagio del singolo individuo per l’attrito di due sistemi culturali.
  • Conflitti secondari: discriminazione e rigetto da parte della società.

Struttural-funzionalismo e teoria della devianza

La scuola sorta nel 1930 negli USA, il struttural-funzionalismo, studiò la Devianza. Il comportamento sociale può andare dalla conformità alla devianza.

  • Conformità: è lo stile di vita orientato e coerente con l’insieme delle norme. L’essere conformi è il frutto di una socializzazione ben riuscita. All’interno del comportamento conforme si possono distinguere:
    • Il momento dell’apprendimento delle norme (processi di socializzazione).
    • Mantenimento e rinforzo dell’apprendimento normativo.
  • Devianza: comprende le condotte che violano le norme penali, sia le regole sociali generalmente accettate che conservino ancora credibilità e che vengano ritenute importanti dalla società. Si ha devianza solo quando la violazione è frutto di una precisa scelta. La devianza presuppone nell’attore un atteggiamento di ambivalenza: da un lato riconosce la norma come imperativa, dall’altro non ne accetta l’autorità normativa.

Anomia come causa di devianza

Il termine anomia è stato introdotto all’inizio del novecento da Durkheim con il significato di frattura delle regole sociali. L’anomia si realizza dunque quando le regole, che in altri momenti si mostravano idonee ad assicurare la condotta socializzata dei membri, perdono la loro efficacia cosicché gli attori sociali si trovano in una condizione di particolare difficoltà, dovuta proprio alla carenza dei necessari parametri di riferimento normativo: si genera quindi disagio se le regole non sono più adeguate, se hanno perso di credito, se pur essendo formalmente ancora presenti sono nella sostanza divenute prive di significato. Per Durkheim, la causa dell’anomia era essenzialmente la iperstimolazione delle aspirazioni che la società industriale ha indotto, e quindi nell’insofferenza verso i sistemi di controllo che tendono a limitare le aspirazioni stesse.

Merton notò che all’interno della società certe mete vengono messe in risalto più di altre (ad esempio il successo economico) e che la società ritiene legittimi certi mezzi per raggiungere quelle mete (come il lavoro duro, l’istruzione, l’ascesa sociale). Quando le mete vengono enfatizzate in maniera pressante, si creano le condizioni per l’anomia: non tutti gli individui infatti hanno uguale possibilità di successo economico con mezzi legittimi, di conseguenza tenteranno di raggiungere la stessa meta con altri mezzi, anche illegittimi. Abbiamo:

  • Comportamento di conformità: che risulta tanto più agevole e tanto meno ansiogeno e frustrante quanto maggiori sono le opportunità di successo offerte dal proprio status.
  • Comportamento deviante: che, a seconda di come viene risolta l’antinomia fra le mete poste dalla cultura e i mezzi impiegato per conseguirle, può essere manifestato con Innovazione; Ritualismo; Rinunzia; Ribellione.

A causa della discrepanza esistente tra le mete culturali e i mezzi per il loro raggiungimento, le classi inferiori saranno maggiormente portate a comportamenti devianti disapprovati e adattativi.

Teoria delle associazioni differenziali

Sutherland afferma che il comportamento delinquenziale è appreso, non dalla semplice imitazione, ma mediante l’associazione interpersonale con altri individui delinquenti. Non tutti i gruppi hanno la medesima capacità di influenzare la condotta degli individui, dunque sono quelli frequentati con maggiore intensità, durata e anteriorità. Tarde parlò di imitazione sociale.

Criminologia del consenso

Negli anni ’50 e ’60, oltre ai filoni della criminologia più connotati politicamente (criminologia di destra e criminologia di sinistra), un nutrito gruppo di teorie sociologiche, pur sottolineando gli inconvenienti delle sperequazioni sociali del capitalismo, non assunse posizioni ideologiche radicali. Questi filoni, rappresentati dalla sociologia strutturale-funzionalistica, si fondano sull’assunto che le norme sono suffragate dal consenso della maggioranza dei consociati, in una visione della società in cui valori e interessi trovano il supporto di una larga accettazione: solo i devianti e i delinquenti, con la loro condotta inosservante delle norme, sono intesi come una sorta di elemento patologico che devia appunto da un sistema nel suo complesso accettato. La sua prospettiva è di ricondurre i devianti e i delinquenti alla conformità e quindi al consenso.

Teorie multifattoriali dell'integrazione psico-ambientale

Queste teorie considerano contestualmente individuo e ambiente. L’opportunità di considerare congiuntamente l’individuo e il suo contesto sociale caratterizza l’indirizzo dell’integrazione individuo/ambiente tipico delle teorie multifattoriali che sono state formulate negli anni ’50 e ’60. Obiettivo: fornire una spiegazione alla constatazione che non tutti gli individui reagiscono con analoghe risposte comportamentali ai fattori criminogenetici legati al loro ambiente e alle loro condizioni socio-economiche e, viceversa, individui con uguali caratteristiche abnormi di personalità non divengono per ciò solo delinquenti.

Teoria non-direzionale dei Glueck

Volta all’identificazione dei fattori familiari più frequenti tra i giovani criminali. Furono posti a confronto due gruppi di giovani, uno con precedenti penali e l’altro con condotta normale (stessa età, sesso, razza e provenienza sociale e geografica), per scoprire quale fattore incidesse affinché un gruppo fosse incline alla delinquenza e l’altro no. Emerse che fondamentale era il fattore relativo alle diverse caratteristiche di personalità e dell’ambiente familiare di ogni soggetto.

Teoria dei contenitori di Reckless

Mira a spiegare il comportamento sociale identificando quei fattori che favoriscono il contenimento della condotta nell’ambito della legalità. Distingue tra:

  • Contenitori interni: aspetti della struttura psicologica (buon autocontrollo, stima di sé).
  • Contenitori esterni: insieme delle caratteristiche dell’ambiente.

Teorie della sottocultura giovanile

Al concetto di cultura si associa quello di gruppo e quest'ultimo si associa a quello di cultura di gruppo. L’appartenenza al gruppo è un fatto dinamico. La teoria della cultura delle bande criminali: la sottocultura delinquenziale nasce dal conflitto con l'ambiente sociale e fisico circostante.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Marti17__ di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e scienze forensi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica "e-Campus" di Novedrate (CO) o del prof Palmegiani Armando.
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