Stato liberale
Processo di costituzionalizzazione degli stati assoluti
Per limitare il potere del re che prima era assoluto vengono inseriti dei limiti e delle regole per limitare il potere del re. Nasce così una nuova forma di Stato, quella liberale, nell’800.
Comincia a cambiare l’economia che diventa un’economia di scambio di produzione di artigianato, industria e commercio. Nasce così una nuova classe sociale, la borghesia. Con il cambiamento dell’economia questa classe si accresce sempre più, diventando anche più ricca delle vecchie classi dominanti.
Se lo Stato necessitava di denaro, questa classe sociale riusciva a soddisfare questa esigenza e nasce il principio di “no taxation without representation” (ti presto il denaro, ma lo usi come voglio io). Con questo si può dedurre che sul piano sociale lo stato liberale nasce sotto la pressione della classe sociale borghese.
Questa classe richiede delle regole che garantiscano libertà a ciascuno (libertà personale, d’impresa, di circolazione), che permettano un’eguaglianza in senso formale tra cittadini e che ci sia una tutela massima del singolo. L’obiettivo della borghesia è la libertà, più precisamente uguali sfere di libertà per ciascuno, quindi attraverso la legge vogliono garantire a ciascuno un eguale spazio di libertà entro cui autodeterminarsi (personale, di circolazione, di soggiorno: difensive).
Gli stati liberali dell’800 possono essere definiti individualisti, nel senso che la tutela massima del singolo individuo fa sì che lo stato liberale guardi con un certo sospetto verso forme associative che limitano le libertà individuali.
Il passaggio tra stato assoluto e liberale è individuabile nel tempo e lo ritroviamo nel momento in cui sono state create delle Costituzioni, in un processo denominato “ottenimento delle Costituzioni”, in Italia nel 1848 con lo Statuto Albertino.
Le costituzioni dell’800 sono il risultato di un patto tra due blocchi sociali e non sono scritte. Questi due blocchi sono la classe sociale dominante, l’aristocrazia, e il nuovo gruppo sociale, la borghesia. Queste due classi sono incommensurabili l’una con l’altra, e si legittimano in maniera diversa.
Nelle nuove Costituzioni la borghesia ha una sua legittimazione, che nel piano costituzionale si trova nei Parlamenti, quindi si instaura una rappresentatività dal basso. Così una parte ha una legittimazione preesistente, mentre l’altra arriva dal basso, la borghesia (impronta dualistica).
Lo Stato liberale è rappresentativo, perché il Parlamento è, almeno in parte, eletto. All’epoca la rappresentatività non si avvicinava alla nostra democrazia in quanto il Parlamento veniva eletto e votato, ma da pochissime persone (solo da quelle che sapevano leggere e scrivere e possedevano un certo reddito).
Il principio rappresentativo ha un aspetto virale, persino il re cerca di qualificarsi come rappresentativo della Nazione. È una società monoclasse perché solo una classe trova rappresentanza, quella che può votare.
Dal punto di vista economico gli stati sono astensionisti, ovvero vengono lasciate libere richieste e offerte in modo da non imporre limitazioni, ma soltanto garantendo al singolo la sfera di libertà.
Principi dello Stato liberale
Sul piano istituzionale (organizzazione del potere), perché uno stato possa essere definito liberale deve seguire i seguenti principi:
- Il principio della divisione dei poteri: il re è titolare del potere esecutivo e garantisce insieme al Parlamento il potere legislativo.
- Principio dello Stato di diritto: principio di legalità, lo strumento di decisione è la legge, approvata dal Parlamento e ratificata dal Re, che quindi obbliga sé stesso e tutti coloro che da lui dipendono a rispettare quella legge. Il potere è dunque subordinato alla legge. Se in certi ambiti non c’è una legge il re mantiene inalterati i suoi poteri.
Queste Costituzioni sono flessibili perché l’ideologia di quel tempo riteneva la legge come un accordo tra il potere del re e del Parlamento, che unitamente rappresentano la Nazione, quindi se tutti sono d’accordo si può modificare persino la Costituzione.
Una sola cosa non può essere cambiata, il modo di produrre la legge, ovvero che sia necessario un accordo tra il re e il Parlamento. Questo qualifica la legge come il vero perno delle società 800esche, che diventa onnipotente, in quanto segna l’incontro tra le due parti.
Stato liberale
Processo di costituzionalizzazione degli stati assoluti
Per limitare il potere del re che prima era assoluto vengono inseriti dei limiti e delle regole per limitare il potere del re. Nasce così una nuova forma di Stato, quella liberale, nell’800.
Comincia a cambiare l’economia che diventa un’economia di scambio di produzione di artigianato, industria e commercio. Nasce così una nuova classe sociale, la borghesia. Con il cambiamento dell’economia questa classe si accresce sempre più, diventando anche più ricca delle vecchie classi dominanti.
Se lo Stato necessitava di denaro, questa classe sociale riusciva a soddisfare questa esigenza e nasce il principio di “no taxation without representation” (ti presto il denaro, ma lo usi come voglio io). Con questo si può dedurre che sul piano sociale lo stato liberale nasce sotto la pressione della classe sociale borghese.
Questa classe richiede delle regole che garantiscano libertà a ciascuno (libertà personale, d’impresa, di circolazione), che permettano un’eguaglianza in senso formale tra cittadini e che ci sia una tutela massima del singolo. L’obiettivo della borghesia è la libertà, più precisamente eguali sfere di libertà per ciascuno, quindi attraverso la legge vogliono garantire a ciascuno un eguale spazio di libertà entro cui autodeterminarsi (personale, di circolazione, di soggiorno: difensive).
Gli stati liberali dell’800 possono essere definiti individualisti, nel senso che la tutela massima del singolo individuo fa sì che lo stato liberale guardi con un certo sospetto verso forme associative che limitano le libertà individuali.
Il passaggio tra stato assoluto e liberale è individuabile nel tempo e lo ritroviamo nel momento in cui sono state create delle Costituzioni, in un processo denominato “ottenimento delle Costituzioni”, in Italia nel 1848 con lo Statuto Albertino.
Le costituzioni dell’800 sono il risultato di un patto tra due blocchi sociali e non sono scritte. Questi due blocchi sono la classe sociale dominante, l’aristocrazia, e il nuovo gruppo sociale, la borghesia. Queste due classi sono incommensurabili l’una con l’altra, e si legittimano in maniera diversa.
Nelle nuove Costituzioni la borghesia ha una sua legittimazione, che nel piano costituzionale si trova nei Parlamenti, quindi si instaura una rappresentatività dal basso. Così una parte ha una legittimazione preesistente, mentre l’altra arriva dal basso, la borghesia (impronta dualistica).
Lo Stato liberale è rappresentativo, perché il Parlamento è, almeno in parte, eletto. All’epoca la rappresentatività non si avvicinava alla nostra democrazia in quanto il Parlamento veniva eletto e votato, ma da pochissime persone (solo da quelle che sapevano leggere e scrivere e possedevano un certo reddito).
Il principio rappresentativo ha un aspetto virale, persino il re cerca di qualificarsi come rappresentativo della Nazione. È una società monoclasse perché solo una classe trova rappresentanza, quella che può votare. Dal punto di vista economico gli stati sono astensionisti, ovvero vengono lasciate libere richieste e offerte in modo da non imporre limitazioni, ma soltanto garantendo al singolo la sfera di libertà.
Principi dello Stato liberale
Sul piano istituzionale (organizzazione del potere), perché uno stato possa essere definito liberale deve seguire i seguenti principi:
- Il principio della divisione dei poteri: il re è titolare del potere esecutivo e garantisce insieme al Parlamento il potere legislativo.
- Principio dello Stato di diritto: principio di legalità, lo strumento di decisione è la legge, approvata dal Parlamento e ratificata dal Re, che quindi obbliga sé stesso e tutti coloro che da lui dipendono a rispettare quella legge. Il potere è dunque subordinato alla legge. Se in certi ambiti non c’è una legge il re mantiene inalterati i suoi poteri.
Queste Costituzioni sono flessibili perché l’ideologia di quel tempo riteneva la legge come un accordo tra il potere del re e del Parlamento, che unitamente rappresentano la Nazione, quindi se tutti sono d’accordo si può modificare persino la Costituzione. Una sola cosa non può essere cambiata, il modo di produrre la legge, ovvero che sia necessario un accordo tra il re e il Parlamento. Questo qualifica la legge come il vero perno delle società 800esche, che diventa onnipotente, in quanto segna l’incontro tra le due parti.
Monarchia costituzionale
Questa forma di Stato si attiene al tipo di forma di governo caratteristica dello stato di diritto, nella sua prima versione, lo Stato liberale di diritto dell'800. Si tratta di un sistema basato su una rigorosa divisione dei poteri:
- Potere esecutivo: art. 5 Statuto Albertino → appartiene al re. Si serve di una serie di funzionari, nominati da egli stesso. Essi sono dei ministri, scelti ed eventualmente allontanati dal re: il loro aiuto serve a coprire la sacertà e l'inviolabilità del re. Gli atti del re vengono controfirmati da un ministro, che se ne assume le responsabilità.
- Potere legislativo: art. 3 Statuto Albertino. Collettivamente esercitato dal re, dal Senato e dalla Camera dei deputati. Il parlamento era bicamerale, ma il senato era una camera di nomina regia, mentre la Camera dei deputati era una camera eletta dal basso.
Tra il re e il Parlamento vi è un rapporto di nettissima separazione in quanto i due poteri sono incommensurabili. Il Parlamento non può mandare via il re, il re può convocare le Camere e scioglierle ma deve per forza riconvocarle entro un certo termine, deve garantire la rappresentanza parlamentare.
Nel corso dell'esperienza dello Statuto Albertino si ebbe un'evoluzione di questa forma di governo, che prende il nome di parlamentarizzazione della monarchia costituzionale. Esso comporta uno spostamento di potere dal re al Parlamento.
Con ciò i ministri cominciano a strutturarsi come un terzo organo costituzionale, con un capo dei ministri. Il governo inizia ad agire basandosi sul gradimento o meno del Parlamento, perciò il re nomina una serie di ministri graditi al Parlamento.
Il re vede ristrette le sue funzioni, che ora vengono esercitate in accordo con il Parlamento (embrione del rapporto di fiducia tra il potere esecutivo e quello legislativo). Si passa quindi ora a un governo a tre motori: re, Parlamento, ministri (Governo).
Dallo Stato liberale allo Stato sociale (democrazia pluralista)
Lo stato liberale era uno stato astensionista e monoclasse, in sede di rappresentanza trovavano spazio solo alcuni strati della società per la limitatezza della sovranità popolare.
I protagonisti della transizione erano gli strati sociali che non avevano rappresentanza in Parlamento (obiettivo che constava nell'allargamento complessivo del suffragio) e si organizzavano in:
- Sindacati: raccogliendo lavoratori alberano l'eguale libertà dei soggetti;
- Partiti politici: erano presenti anche nello stato liberale, ma erano molto deboli ed omogenei, perché erano innanzitutto comitati elettorali, si riunivano per favorire l'elezione di determinati candidati, ed erano gruppi composti da parlamentari che la pensavano tutti allo stesso modo, non vi erano infatti rilevanti differenze ideologiche.
Nacquero così nuovi partiti fuori dal Parlamento, che perciò avevano come obiettivo quello di entrare nella rappresentanza, di ottenere il diritto di voto. Essi nascevano su una concezione ideologica, avevano infatti delle ideologie molto strutturate (ti insegnavano come pensarla).
Questi partiti erano stabili all'interno della società, avevano una gerarchia, un capo partito, delle assemblee... Quando questi partiti riuscirono ad allargare il suffragio ottennero un grandissimo potere di azione sull'orientamento di voto dei singoli parlamentari.
Il nome che prendono questi partiti fortemente ideologici è quello di: partiti di massa (nella Costituzione art. 49: riconoscimento ai partiti e libera associazione).
L'allargamento del suffragio porta a un passaggio da uno stato monoclasse ad uno stato pluriclasse, nel Parlamento vengono rappresentate diverse classi sociali.
La complicazione della rappresentanza parlamentare agisce sulle vecchie strutture liberali, alcune classi liberali resistono, mentre altre collassano, come avviene in Germania con Hitler o in Italia con Mussolini.
Sul piano dell'organizzazione costituzionale avvengono dei cambiamenti che portano alla nascita di nuove Costituzioni, ispirate comunque a quelle dell'800.
Il primo principio che si afferma in Italia è quello democratico che ritroviamo nel primo articolo: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Il potere per essere legittimo deve essere ricondotto alla sovranità popolare, che opera attraverso canali disegnati dalla Costituzione. I regimi democratici sono monistici (c’è un'unica legittimazione del potere: il popolo) a differenza dello Stato liberale che invece era dualista.
Quelli che ottengono rappresentanza nel Parlamento, non sono indifferenti ai vecchi diritti, ma se ne aggiungono di nuovi a quelli preesistenti (di seconda generazione: all'istruzione, alla salute, alla sicurezza sociale, l’art. 36) e hanno degli effetti redistributivi, entra nei compiti dello stato quello di garantire un'eguaglianza sostanziale.
Ritroviamo una divisione dei poteri più articolata rispetto allo stato liberale: un Presidente della Repubblica, un governo, il parlamento, una magistratura e la corte costituzionale.
Tutti i poteri sono fondati sulla legge, anche quelli più lontani dalla legittimazione democratica.
L’organo più rappresentativo della sovranità popolare è il Parlamento, all'interno del quale sono presenti interessi diversi. La legge non è più lo strumento principe per garantire i diritti, ma è necessario il principio della rigidità costituzionale.
La separazione dei poteri
Il modello liberale
Il principio della separazione dei poteri è stato elaborato con l'obiettivo di limitare il potere politico per tutelare libertà degli individui. La sua iniziale teorizzazione è legata soprattutto a Montesquieu che, nel suo libro Lo spirito delle leggi del 1748, scriveva che, se fine dello Stato è quello di assicurare la libertà politica, è necessario che i poteri pubblici siano tre e siano tra di loro distinti.
I tre poteri sono: il potere legislativo, che consiste nel porre in essere le leggi, ossia norme giuridiche astratte e generali; il potere esecutivo, che consiste nell'applicare le leggi all'interno dello Stato e nel tutelare lo Stato medesimo dalle minacce esterne; il potere giudiziario, che consiste nell'applicare la legge per risolvere una lite.
Gli aspetti caratterizzanti la dottrina della separazione dei poteri possono essere sintetizzati nel modo seguente: in primo luogo, c'è l'attribuzione ad ogni potere in senso soggettivo, costituito da un complesso unitario di organi, di una funzione pubblica ben individuata e distinta dalle funzioni attribuite agli altri poteri (ciascun potere viene attribuito dalla funzione che esercita), la funzione legislativa ha il potere legislativo, quella esecutiva il potere esecutivo, quella giudiziaria il potere giudiziario.
In secondo luogo, ciascuna funzione si attribuisce a poteri distinti (funzioni in mano al medesimo soggetto si ha l'arbitrio). In terzo luogo, i poteri, seppur distinti e separati devono potersi condizionare reciprocamente, in modo tale che ciascun potere può frenare gli eccessi degli altri.
Poiché il potere lasciato a sé stesso tende ad abusare, si crea tra i diversi poteri un sistema di controlli reciproci, dando luogo ad un sistema di pesi e contrappesi.
Nella forma di governo presidenziale (USA) il potere legislativo e quello esecutivo sono eletti separatamente dal corpo elettorale ed esercitano funzioni distinte. Nelle forme di governo parlamentari, quelle europee, il Governo e il Parlamento sono strettamente collegati dalla maggioranza, poiché chi siede al Governo ha la maggioranza in Parlamento così facendo, li rende politicamente omogenei.