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I promessi sposi

Capitolo 1

I Promessi Sposi inizia con la descrizione dettagliata e articolata dei luoghi in cui la vicenda è ambientata. È una vera e propria descrizione geografica della zona del lago di Como in cui l’autore procede dal generale, con l’illustrazione della conformazione del territorio: laghi, monti, corsi d’acqua, e restringendo mano a mano l’ottica passando ai borghi e ad altri luoghi che testimoniano la presenza dell’uomo. Secondo Gianfranco Contini la descrizione risulta “aritmetizzata”: la natura è dominata da un ordinamento superiore.

Aperta da un’indicazione che cala immediatamente il lettore in uno spazio definito, come cinepresa con le sue panoramiche, il tutto è scandito da un periodare lungo, lungi, quasi mimetico rispetto al paesaggio. Stratificazione della Lombardia spagnola del racconto e quella austriaca dell’enunciazione; fino all’improvvisa comparsa di un presente, nell’espressione “al giorno d’oggi”, la strepitosa apertura geografica del romanzo si trasforma dall’originario idillio in una dolorosa riflessione sulla storia e sulle sue leggi. La violenza dell’uomo mina l’innocenza della natura.

Fino ad arrivare al luogo in cui la vicenda vera e propria ha luogo, ovvero la stradina che Don Abbondio, curato di un piccolo paesino sulle rive del lago, vero protagonista di queste pagine, sta percorrendo (come sempre, movimenti prosaici e il breviario è il centro di questa “vita senza qualità”) ed in cui incontra due sgherri, i bravi (scagnozzi al servizio dei potenti). L’interpretazione dei dettagli del corpo si compie a rallentatore, con asindeto e attraverso pov personaggio. Modello: Ivanhoe di Walter Scott che scrive intere pagine per la descrizione dei personaggi e del loro aspetto.

Il curato capisce che i due stanno aspettando lui e si guarda intorno per vedere se può cambiare strada. Quando si accorge che è impossibile sfuggire, procede velocemente recitando le preghiere a voce alta, ma nel suo intimo è tormentato da mille pensieri, mentre gli uomini gli vanno incontro.

Primo dei tanti “squarci autentici” del testo: “l’Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don Carlo d’Aragon, Principe di Castelvetrano …”: per i critici questi interrompevano il filone narrativo e dissipavano la suspense del momento; ma costituiscono la parte più coraggiosa della narrazione manzoniana le gride (editti governatore): conferiscono quel carattere storiografico-saggistico che ne fa un unicum nella cultura europea. Doppio scopo: 1) realtà effettuale si mischia con la prosa d’invenzione 2) esprimono la sfiducia di Manzoni verso l’incapacità da parte degli strumenti umani di costruire un argine al male (tante parole e titoli vani= effetto comico di straniamento)

Don Abbondio si ferma, i due bravi gli si rivolgono con tono intimidatorio e imperativo, il primo bravo in forma più rispettosa mentre l’altro in versione apertamente sgarbata e violenta (e non si trattiene neppure dal bestemmiare di fronte al religioso), ordinandogli con tono minaccioso di non celebrare il matrimonio programmato per il giorno seguente. Questo tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, con la famosa frase “matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai”. Per entrambi i personaggi Manzoni opta per una designazione onomastica a metà fra il sociologico e il morale (Tramaglino: rete da pesca, Mondella: mondine; ma in T risuona “travaglio”, in M “munditia”: purezza).

Descrizione di Don Abbondio e della società dell'epoca

Durante la conversazione il curato ha un tono umile, servile, di esagerata arrendevolezza, e dichiara, nel sentire il nome di Don Rodrigo, quale Disposto, padrone dei bravi, la sua completa disponibilità ad obbedire: “disposto sempre all’obbedienza”. “Non era nato con un cuor di leone”, “vaso di terracotta”: immagini sempre concrete e modi di dire del parlato, attento così agli aspetti comunicativi della lingua parlata.

Rimasto solo, ancora frastornato dall’incontro, Don Abbondio riprende il suo cammino. La voce narrante, a questo punto, fa un’ampia digressione in cui delinea una sorta di biografia del curato, per informare il lettore su cosa abbia determinato la sua vocazione religiosa e quale sia la sua visione del mondo, e contestualmente delineare la realtà sociale che caratterizza la società dell’epoca in cui egli vive. Vivendo in una società spietata ed essendosi reso subito conto in quella società, come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro, non essendo nato nobile, né ricco e né tantomeno coraggioso, Don Abbondio aveva da giovane ubbidito di buon grado ai parenti, che lo volevano prete. La sua non era stata pertanto una vocazione, ma solo la necessità di entrare a far parte di una classe forte e riverita.

Durante tutta la sua vita aveva quindi cercato di tenersi fuori da ogni contesa, di cedere in quelle che doveva inevitabilmente affrontare, di non prendere mai posizione, se non al limite, quella del più forte, senza però esporsi troppo.

Parallelamente alla vicenda dei singoli, il romanzo manzoniano sviluppa la storia delle grandi organizzazioni sociali; il mondo aggrovigliato nel quale si muovono Renzo e Lucia è anche il mondo in cui si svolge il contrasto tra potenze del mondo feudale, ordini religiosi, corporazioni cittadine e masse di diseredati. A questo proposito Calvino disse “quel che veramente sta a cuore a Manzoni non sono i personaggi, quanto le forze, in atto nella società e nell'esistenza, e i loro condizionamenti e contrasti. I rapporti di forze sono il vero motore della sua narrazione e il nodo cruciale delle sue preoccupazioni sociali e storiche”.

Don Abbondio, scosso dall’incontro con i bravi e dall’intimidazione ricevuta, si perde meditabondo in pensieri agitati fino al rientro alla canonica dove c’è ad attenderlo la Perpetua (In origine “Vittoria”). Nome: “l’anima” nel gergo milanese. Perpetua zitella, Santa Perpetua è la protettrice delle donne maritate: scelta onomastica che si basa sull’ironia. La donna si accorge subito che qualcosa lo turba ed egli si confida con lei. La serva, pettegola ma di animo pratico, gli consiglia di denunciare le prepotenze di Don Rodrigo rivolgendosi al Cardinal Borromeo; ma il curato, codardo e terrorizzato, non accetta il consiglio e anzi le raccomanda di mantenere il silenzio.

Capitolo 4

Temi:

  • La giustizia
  • Nobiltà e potere
  • Chiesa e religione

Trama: Padre Cristoforo lascia il convento e si reca alla casa di Agnese e Lucia. Durante il tragitto, vede i segni della carestia che affligge il paese. Con un flashback, viene raccontata la sua storia: Lodovico, figlio di un ricco mercante, uccide in un duello un nobile e si rifugia in un convento, dove matura la decisione di farsi frate. Chiede e ottiene il perdono del fratello dell'ucciso, che gli dona un pezzo di pane come pegno dell'avvenuta riconciliazione.

Alle prime luci dell'alba, dopo le tenebre dell’ingiustizia e paura, finalmente assistiamo al ritorno della luce, fra Cristoforo lascia il convento di Pescarenico (un piccolo paese sulle rive del lago, non lontano dal ponte di Lecco e abitato per lo più da pescatori) per recarsi alla casa di Agnese e Lucia. Il cielo è sereno e il sole illumina il paesaggio, in cui si vedono le foglie di gelso che cadono a terra e quelle della vite ancora rosseggianti, mentre nei campi biancheggiano le stoppie dopo la mietitura. Lo spettacolo sembra lieto, ma in realtà è rattristato dalla presenza di mendicanti lungo la strada che riveriscono il frate, mentre i contadini spargono i semi nei campi con parsimonia e lavorano svogliatamente con la zappa; anche stavolta (come nel primo capitolo) alla bellezza della natura si contrappone il dolore dell’uomo per periodo di carestia (nel “Fermo” la descrizione era ancora più cruda).

Manzoni risponde alla domanda di uno dei venticinque lettori: Ma per quale motivo il frate cappuccino ha risposto con tanta sollecitudine alla chiamata di Agnese e Lucia? E, soprattutto, chi è padre Cristoforo?

Il passato di Cristoforo: Lodovico

L'autore apre a questo punto un ampio flashback in cui racconta il passato di padre Cristoforo, che prima di diventare frate si chiamava Lodovico (il nome della città in cui è nato non viene menzionato). Lodovico è figlio di un ricco mercante, che alla fine della sua vita lascia gli affari e inizia a vivere come un nobile, vergognandosi delle proprie origini che tenta in ogni modo di celare: al punto che un giorno, durante un banchetto, un commensale dice senza malizia che fa "orecchio da mercante", il che è sufficiente a fare incupire il padrone di casa e a spegnere l'allegria della brigata (da quel giorno l'incauto ospite non verrà più invitato). Lodovico viene educato come un aristocratico e acquista abitudini signorili, trovandosi assai ricco alla morte del padre, ma quando tenta di mescolarsi agli altri nobili della sua città viene trattato con disprezzo e si allontana da loro indispettito. In seguito tenta di competere con loro in sfarzo e spese futili, attirandosi inimicizie e critiche, per poi diventare una specie di difensore dei deboli e degli oppressi che subiscono angherie proprio da parte di quei nobili. La sua indole è onesta ma incline alla violenza, per cui Lodovico si circonda di sgherri e bravi ed è spesso costretto a compiere atti moralmente discutibili per amore della giustizia, il che gli provoca rimorsi di coscienza (tanto che, a volte, è tentato dall'idea di abbandonare il mondo e farsi frate per sottrarsi ai meccanismi della società). L’inquietudine del giovane che non sa adeguarsi all’etichetta del mondo si trasforma, dopo la conversione, in una religiosità incapace di riposo, sempre attiva nel porgere sostegno ed aiuto a chi ne ha bisogno. Religione: no rifugio dai mali ma posizione privilegiata per combatterli.

Lodovico uccide un nobile in un duello

Un giorno Lodovico cammina per strada insieme a due bravi e un fedele servitore di nome Cristoforo, già dipendente del padre e ora suo maestro di casa, un uomo di cinquant'anni con una numerosa famiglia. Il giovane incontra un nobile della sua città, noto per la sua arroganza, che procede circondato anch'egli da quattro bravi: entrambi camminano rasente un muro, e poiché Lodovico lo sfiora con il fianco destro avrebbe diritto che l'altro gli cedesse il passo, mentre il nobile potrebbe esigere la stessa cosa in quanto aristocratico (dunque entrambi, stando ai codici cavallereschi del tempo, il “diritto di strada”, avrebbero ragione). Quando i due si trovano di fronte, il nobile intima imperiosamente a Lodovico di farlo passare e il giovane rifiuta in modo sdegnoso; segue un breve scambio di battute in cui i contendenti si scambiano tipici insulti cavallereschi (il nobile dà a Lodovico del "meccanico" e gli rinfaccia le sue origini borghesi, l'altro lo accusa di viltà), poi nasce un duello cui prendono parte anche i bravi di entrambe le parti. Lo scontro è molto violento e Lodovico viene ferito, quando il suo avversario gli piomba addosso con la spada: il servo Cristoforo protegge il suo padrone e viene colpito a morte, quindi Lodovico uccide a sua volta il nobile trafiggendolo con la sua lama. A questo punto i bravi di entrambi si danno alla fuga, mentre Lodovico rimane steso in strada, malconcio, accanto ai corpi di Cristoforo e del suo rivale.

Lodovico si rifugia in convento

Attorno ai tre uomini si raccoglie una piccola folla di spettatori, i quali conoscono Lodovico come giovane dabbene e il nobile ucciso come un noto prepotente, per cui non vogliono che il primo finisca nelle mani della giustizia o dei parenti del morto: lo conducono allora a un vicino convento di cappuccini, dove potrà essere curato e sarà al riparo da possibili ritorsioni (i luoghi sacri offrono asilo a chi vi si rifugia). Lodovico è rimasto profondamente turbato dalla morte di Cristoforo che si è sacrificato per lui, e soprattutto dalla vista dell'uomo che lui stesso ha assassinato; più tardi un padre del convento gli riferisce che il nobile, prima di spirare, lo ha perdonato e ha chiesto a sua volta perdono per il male commesso, il che accresce il suo scoramento e il rimorso per quanto ha fatto. Frattanto i parenti del nobile ucciso, armati di tutto punto, giungono nei pressi del convento per reclamare la consegna di Lodovico. Il romanzo intreccia di continuo le esistenze degli individui con le grandi corporazioni sociali.

Il giovane prega i cappuccini di riferire alla vedova di Cristoforo che provvederà lui alle necessità della famiglia, quindi matura la decisione di indossare la tonaca come espiazione del male commesso: annuncia la sua decisione al padre guardiano, il quale lo ammonisce dal prendere risoluzioni affrettate ma si dichiara disposto ad accoglierlo. Lodovico in seguito fa donazione di tutti i suoi averi alla vedova di Cristoforo, mentre la sua scelta di farsi frate toglie i cappuccini dall'imbarazzo di decidere cosa fare di lui, poiché la famiglia dell'uomo ucciso pretende vendetta e i frati non possono certo consegnar loro Lodovico senza rinunciare ai loro privilegi: tuttavia la monacazione del giovane può sembrare un'espiazione sufficiente per l'omicidio commesso, dunque la cosa potrà soddisfare i parenti del nobile ucciso (che, del resto, non piangono la sua morte ma si sentono offesi nell'onore nobiliare).

Lodovico diventa fra Cristoforo

Il padre guardiano si reca dal fratello dell'ucciso e gli comunica la decisione di Lodovico, indicando la monacazione del giovane come risarcimento sufficiente per l'onore della famiglia, al che il gentiluomo protesta il proprio sdegno ma, alla fine, pone come unica condizione che il novizio lasci immediatamente la città. Il padre acconsente e lascia credere che si tratti di un gesto d'obbedienza (in realtà ha già preso questa decisione), per cui la questione viene risolta con soddisfazione di tutti. Fra Cristoforo è il personaggio della rottura degli schemi, è il cappuccino che sa essere forte con i forti e umile con gli umili, è soprattutto il personaggio cui è affidata la missione etica del romanzo, che poggia sull'esercizio della pazienza e sulla pratica del perdono. Ma se fra Cristoforo è il portatore ostinato dell'etica nel romanzo, l'ordine dei Cappuccini è trattato da Manzoni con lo stesso distacco che egli riserva ad altre forze sociali.

Ad appena trent'anni diventa dunque frate e assume il nome di Cristoforo, in modo da ricordarsi sempre del male commesso e accrescere così l'espiazione di quella morte causata indirettamente da lui. Fra Cristoforo dovrà compiere il noviziato in un paese distante, ma il giovane chiede al padre guardiano di potersi prima recare dal fratello dell'ucciso a implorare il suo perdono per il gesto compiuto. Il padre approva l'intenzione e si reca dal gentiluomo a rivolgere tale richiesta, al che il nobile pensa che questa sarà l'occasione di una pubblica soddisfazione della famiglia e risponde che Cristoforo potrà venire il giorno dopo. Il gentiluomo l'indomani fa raccogliere tutti i parenti nel suo palazzo e attende il novizio circondato da aristocratici in abito da cerimonia e le spade al fianco, in uno scenario di pompa e magnificenza tipica dell'aristocrazia di quei tempi.

Fra Cristoforo ottiene il perdono del fratello dell'ucciso

Fra Cristoforo giunge al palazzo e prova subito un certo imbarazzo al vedere tanti nobili riuniti, ma poi pensa che ciò sarà parte della sua espiazione per il delitto commesso. Il frate parla con voce sincera e chiede con contrizione perdono per il male commesso, suscitando un mormorio di approvazione da parte di tutti i presenti. Anche il gentiluomo padrone di casa è toccato e invita Cristoforo ad alzarsi, aggiungendo parole di conforto e riconoscendo i torti del fratello defunto; quindi concede il proprio perdono al frate.

Tutti si felicitano con il novizio, al quale i servitori di casa offrono delicate vivande; il frate rifiuta con cortesia, limitandosi a chiedere solo un pezzo di pane con cui potrà rifocillarsi durante il viaggio che lo attende. Il padrone di casa lo accontenta e un cameriere gli porge su un piatto d'argento un pane, che il novizio mette nella sporta e di cui conserverà un pezzo come ricordo di quel memorabile giorno (il cosiddetto "pane del perdono").

La scena in cui il giovane fra Cristoforo chiede perdono al fratello dell'uomo che ha ucciso è costruita con arte raffinata: Manzoni tratteggia un quadro impietoso della vuota vanagloria della nobiltà secentesca, che trasforma un momento toccante di contrizione in un'occasione per sfoggiare pompa e magnificenza, che possa diventare "una bella pagina nella storia della famiglia" (dunque una sorta di pubblica cerimonia, in cui il perdono concesso a Cristoforo si tramuti in un gesto solenne con cui riaffermare la propria superiorità sociale). L'autore sottolinea il fatto che il fratello dell'ucciso agisce non per affetto verso il defunto, bensì per difendere l'onore del casato che sente offeso dal gesto di Lodovico. Il "pane del perdono" verrà donato da padre Cristoforo a Renzo e Lucia nel lazzaretto (cap. XXXVI), come ricordo della sua persona e della terribile esperienza vissuta.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elisabeetta di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof Del Castello Antonio.
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