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Canto I

Lo stile, la lingua, la scrittura denota la complessità del Paradiso.

Il primo canto contiene il prologo, caratterizzato dai tre elementi che caratterizzano i prologhi: un argumentum che occupa uno spazio superiore rispetto a quello delle due cantiche precedenti e tocca degli argomenti sostanziali che sono del Paradiso. Fin dalla prima battuta Dante apre il Paradiso parlando della gloria di Dio, la gloria di colui che tutto move (perifrasi per riferirsi a Dio) e attribuendogli quell’immanenza di Dio.

L’immanenza è il credere che Dio esista ovunque e che ogni cosa creata da Dio abbia in sé una parte di Dio stesso. Quindi colui che tutto move allude all’immanenza di Dio che è motore primo dell’universo: è colui che ha creato l’universo, colui che lo fa andare avanti, colui che porrà fine all’universo al momento della fine del mondo.

Dovendo parlare di Dio usando la perifrasi chiarisce che non può esserci nulla al di fuori di Dio, perché anche un’infinitesima piccola parte al di fuori di Dio negherebbe l’infinito che è Dio. Se Dio è infinito, contiene tutto, nulla può concepirsi al di fuori di Dio. Quindi in quel “che tutto move” c’è assolutamente la natura del Dio cristiano.

Ma di questo Dio si esalta la gloria, una gloria che “per l’universo penetra e risplende in una parte più e meno altrove”. Questa terzina sembrerebbe contraddire quel “tutto” di cui parlava prima (prima parla di interezza), parlando di “più e meno”. Ciò indicherebbe che ci sono delle parti di universo in cui Dio è meno presente, una sorta di gradualità.

Com’è possibile, se Dio è colui che tutto move, che ci siano delle parti in cui Dio è meno?

Vv. 2/3

La gloria di Dio che nell’universo penetra e risplende. Il verso 3 non si riferisce alla gloria di Dio che in alcune parti penetra di più e in altre meno ma si riferisce al verbo “risplende”.

Infatti non dobbiamo dimenticare che nell’ottica del Cristianesimo, la gloria di Dio fa i conti con l’agire umano. Cioè: la gloria di Dio penetra ovunque ma chi è che la fa risplendere?

Far risplendere la gloria di Dio sarebbe l’agire e operare facendo vedere fuori di noi che noi siamo permeati dalla gloria di Dio. Quindi il nostro agire e operare deve far risplendere quel Dio che è dentro di noi perché il corpo degli uomini battezzati è tempio dello Spirito Santo (nel momento in cui riceviamo il battesimo e poi rafforzato con la cresima, noi siamo custodi dello Spirito Santo).

Nel nostro custodire lo Spirito Santo dobbiamo farlo vedere al di fuori, nelle nostre azioni, con la nostra vita: la vita del cristiano ha l’unico fine di mostrare quello Spirito Santo che abbiamo dentro.

Ciò potrebbe sembrare facile, se non fosse che l’uomo ha ricevuto da Dio il libero arbitrio, per cui cos’è il peccato? Il peccato è non far risplendere la gloria di Dio o farla risplendere meno.

La terzina di apertura anticipa con chiarezza tutta la seconda metà di questo canto in cui è presente il discorso teologico di Beatrice che parla proprio del rapporto tra la gloria di Dio, l’amore di Dio per gli uomini e il libero arbitrio.

Rapporto tra Provvidenza e libero arbitrio è una cosa che viene anticipata sin da subito nel primo canto e anticipata nella prima terzina. Questa prima terzina che fa parte dell’argumentum e apre la cantica sul tema della gloria di Dio, anche perché il regno del Paradiso è il regno, proprio perché risiedono i beati, dove la gloria di Dio risplende al massimo grado. C’è una gradualità tra Inferno, Purgatorio e Paradiso nel far risplendere la gloria di Dio e il Paradiso è il regno in cui la gloria di Dio penetra e risplende in egual misura.

Dante mette subito in chiaro che questo è il regno della gloria di Dio e anche il regno della beatitudine, quindi è il regno in cui la gloria di Dio non ha ombre.

Al vv. 4 vi è l’argumentum vero e proprio: Dante che dice dove è arrivato e cosa accadrà adesso.

Dante anticipa che lui è stato nel cielo che risplende maggiormente della luce di Dio, questo cielo è l’Empireo; perciò Dante fin dall’inizio del Paradiso ci anticipa che lui arriverà a contemplare Dio nell’Empireo, ma lo dice usando il verbo al passato (fui) perché è il Dante narratore che scrive questi versi sulla scia del ricordo dopo aver già compiuto questo viaggio.

Anticipandoci che ha raggiunto l’Empireo ci rassicura, ci dice che l’uomo se vuole può partecipare della grazia di Dio e della beatitudine e aggiunge “io fui lì e vidi cose che ne sa…. laggiù”. Qui abbiamo una delle dichiarazioni del limite della ragione umana: chi riesce ad arrivare lì e poi ha la fortuna di tornare (ma questa è una cosa fatta solo da Dante nella sua fantasia poetica) non sa e non riesce a raccontare tutto quello che ha visto.

Dante sta perciò dicendo: sappiate che tutto quello che vi dirò fino all’ultimo verso del XXXIII canto non è tutto quello che io ho visto ma una minima parte, perché chi da lassù discende non sa e non può dire quello che ha visto perché accostando se stesso al desiderio di Dio, il nostro intelletto si fonde a tal punto con la gloria di Dio che la memoria non riesce a stargli dietro, perché a quel punto non è più la ragione umana che si serve della memoria, diventa quell’intelletto (capacità di leggere nella mente di Dio) che diventa sapienza.

La conoscenza si serve della memoria, la sapienza no perché non è più sul piano della memoria. Ecco perché quando l’intelletto umano penetra in Dio a quel punto la memoria rimane indietro, perché ci muoviamo dal piano della ragione al piano della sapienza, dal piano della conoscenza al piano della sapienza.

Quindi quando recupera la somiglianza sapienziale che aveva perso al momento del peccato universale la memoria non riesce a stargli dietro e quindi chi di lassù discende né sa né può ridire ciò che ha visto.

Al vv. 10 siamo ancora in presenza dell’argumentum e qui per la prima volta aggiunge “materia del mio canto” specificando che siamo in presenza dell’argumentum.

Poi, sempre sul discorso della memoria, dice che racconterà di quanto ha potuto conservare nella mente di quel regno santo, quindi sta ancora sottolineando che quello dirà non è tutto ma solo ciò che la sua mente ha potuto custodire.

A questo punto questa dichiarazione di Dante poeta e della sua consapevolezza di essere poeta (mio canto) è un’espressione della consapevolezza dell’io poetico che permetterà di avere la richiesta di eternità poetica, che non c’era stata nemmeno nel Purgatorio.

Al vv. 13 abbiamo l’invocazione che non è alle muse ma, proprio perché ci ritroviamo in un regno più impegnativo e perché c’è bisogno di un aiuto più grande, ad Apollo (padre delle muse). A lui è rivolta perciò l’invocazione del Paradiso e con la tecnica del sincretismo (così

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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