Teoria e tecnica del colloquio e dell’intervista
Ciò che vediamo è il riflesso del modo di funzionare di una persona (MOI).
Il semplice sviluppo (crescita) di un bambino è un apprendimento delle “modalità di funzionare”. L’interazione con un adulto è dipendente fino a quando siamo bambini. Quando invece diventiamo adolescenti, l’interazione diminuisce e sparisce man mano quella dipendenza e quell’attaccamento che abbiamo nei confronti dei genitori (degli adulti). Questa è chiamata, in psicologia, la teoria dell’attaccamento.
In adolescenza, l’attaccamento si radica in una forma di rappresentazione della realtà chiamata modello operativo interno, che è una rappresentazione che le persone si fanno della realtà crescendo (ovvero quando diventano dipendenti).
Es: inizio a pensare che, se piango in pubblico, l’altro penserà che io sia uno stupido e un fallito. Questa è una mia rappresentazione della realtà, non dell’altro (magari l’altro non lo pensa).
Questo modello va a controllare il funzionamento del soggetto. Quindi, a questo punto dell’adolescenza in poi, possiamo rilevare che noi funzioniamo nello stesso identico modo. La dinamica delle nostre azioni è sempre la stessa. C’è ripetizione nei comportamenti perché continuiamo a seguire lo stesso modello anche in situazioni diverse. Non arriviamo più a chiederci se l’altro mi giudicherà in seguito al mio pianto; smettiamo di aprirci all’esperienza anticipandola col pensiero evitando di compiere l’azione, ovvero in questo caso di piangere. Smetto quindi di fare esperienza.
Questo è il funzionamento del soggetto. Ecco perché lo psicologo, nelle prime sedute, deve capire e analizzare il funzionamento del paziente, che non è lo stesso per tutti. Questo si capisce dal comportamento che il paziente ha col terapeuta e con gli altri. Capire il funzionamento del paziente è fondamentale per non arrivare a colludere, che significa che il terapeuta, inconsapevolmente, alla fine gli va dietro su delle cose disfunzionali. Questo è sbagliato.
Rievocazione mnestica
Quando un paziente racconta un fatto, compie una rievocazione mnestica, che è l’attività che faccio nel ricordare un episodio del passato e raccontarlo nel presente. Quindi le informazioni sono memorizzate nella nostra testa.
Il terapeuta può far scegliere al paziente di raccontare un episodio che vuole, oppure un episodio specifico compresi i particolari, il tempo, le ore ecc. Si parla di rievocazione della memoria episodica.
Quando invece il paziente racconta un episodio mettendoci le sue emozioni e attribuendo una sua interpretazione all’accaduto, si parla di stati mentali contenuti nella memoria semantica/rappresentativa.
Tipi di domande
Lo psicologo si può trovare davanti due tipi di domande:
Domanda ego-distonica quando una persona soffre e a causa di questa sofferenza viene influenzata tutta la sua vita. Di fronte a questo la persona si rivolge a qualcuno (psicologo) per chiedere aiuto e per cercare di risolvere questa sofferenza. Il paziente chiede di passare da A a B. Negli ego-distonici le domande riguardano sempre una condizione generale di sintomi (ansia, depressione, dipendenza...).
Domande ego-sintonica non è diretta, non chiediamo aiuto per il nostro funzionamento perché non siamo consapevoli di come sia il nostro funzionamento soggettivo. Dunque, ci rivolgiamo allo psicologo per le conseguenze di questo funzionamento.
Le fasi del colloquio clinico
Il colloquio clinico è lo strumento utilizzato per comprendere i disturbi del comportamento di una persona e motivarla al cambiamento.
Il colloquio è inteso come una serie di colloqui che vengono prima di un percorso di “trattamento” (psicoterapia/riabilitazione).
I colloqui vanno dai 7 ai 10 e hanno l’obiettivo di arrivare a concordare, attraverso un approccio cooperativo, un percorso di trattamento.
Le fasi del colloquio clinico sono 6:
1. Avviare/sviluppare una relazione o un’alleanza terapeutica
(Autenticità, assertività, apertura, ascolto, accettazione, empatia, processi di modeling). Assertività è un modello per il cliente e per il terapeuta. Significa agire secondo il principio di reciprocità, nel rispetto di sé e degli altri in modo tale da realizzarsi pienamente attraverso un processo graduale secondo la “mappa dell’assertività”, permette di perfezionare le abilità comunicative, svolgendo un ruolo importante nel colloquio clinico, rendendo più autentico il terapeuta. Assertivo è colui che ascolta con interesse; pone domande per verificare la comprensione dell’altro; se viene interrotto, chiede con cortesia di terminare; è aperto al dialogo e al confronto; non svaluta l’altro ed è leale e comprensivo.
I capisaldi del comportamento assertivo sono dieci:
- Essere trattato con rispetto
- Esprimere le proprie opinioni e sentimenti
- Fissare i propri scopi ed i propri obiettivi, ognuno ne ha il diritto
- Chiedere ciò che si desidera, ognuno ha il diritto di esprimere i propri bisogni
- Commettere degli errori, essenziali per l’apprendimento
- Per i giudici del proprio comportamento, ognuno ha il diritto di giudicarsi
- Cambiare la propria opinione
- Decidere se far valere o no i propri diritti
- Decidere se dare spiegazioni e scuse per il proprio comportamento
La relazione terapeutica, che poi si sviluppa in un’alleanza terapeutica, richiede delle modalità di intervento da parte dello psicologo.
L’alleanza terapeutica è composta da tre fattori:
- Il senso di fiducia, ovvero quanto il paziente sente di potersi fidare del proprio psicologo. Nella relazione il paziente porta il suo sistema di credenze e valori, il quale deve sempre essere compreso e accolto dal terapeuta, che deve mantenere un sistema di riferimento aperto, con l’obiettivo di condurre il paziente verso un’apertura e accettazione di sistemi altrui e ampliamento del proprio.
- Quanto il paziente è d’accordo rispetto agli obiettivi della seduta e del percorso che si sta facendo insieme.
- Quanto il paziente è d’accordo rispetto alle modalità con cui vengono condotti i colloqui.
Questi tre elementi sono presenti nella mente del paziente in forma consapevole e sono le basi per il successo della terapia.
Siccome sono accessibili al paziente, agiscono sul suo comportamento anche quando lui non ne è consapevole. Se il paziente sente che non si fida del proprio psicologo e non è consapevole, si comporterà di conseguenza, dunque non dirà qualcosa perché ha paura oppure potrebbe arrivare in ritardo alle sedute, dimenticarsene oppure ancora abbandonare la terapia. Tutto questo in modo inconsapevole. Questo implica che, di fronte a queste difficoltà, lo psicologo è costretto a chiedere al paziente quanto si fida di lui o se è concorde rispetto agli obiettivi imposti.
Chiedere al paziente non significa adattarsi a ciò che vuole il paziente, bensì avere informazioni, serve allo psicologo per poter personalizzare il suo lavoro con quel paziente. Al termine di ogni visita bisogna chiedere al paziente come si è sentito, al fine di acquisire la fiducia. Questa domanda deve attivare un processo di ascolto interno. Poi chiederò lui dia quello che ha sentito dentro di sé a seguito del colloquio, in modo tale da attivarsi un processo di riflessione/di ascolto verso l’interno e verso sé stesso.
Oppure, una domanda da fare in casi particolari è: “Come si sta sentendo adesso?”, che è una domanda da porre solamente quando il paziente sta sperimentando particolari sensazioni emotive e noi ne siamo consapevoli.
2. Mantenere una relazione o un’alleanza terapeutica
Tecnica dell’annebbiamento: il terapeuta utilizza espressioni come “forse ha ragione” “può darsi”.
Consente di rispondere in modo adeguato non prendendo posizione e soffermandosi sul sentimento che anima la critica. Spesso questa tecnica viene insegnata al cliente in caso di manipolazioni subite da terze persone.
Colloquio rogersiano è una tecnica non direttiva centrata sul paziente. Il terapeuta limita le domande e ascolta solamente fino a ottenere una visione più chiara degli obiettivi e comprendere l'unicità del paziente.
3. Raccogliere le informazioni necessarie per formulare ipotesi sulla natura dei disturbi presentati dal cliente
Modalità sperimentale attraverso la spirale induttivo-ipotetico-deduttiva:
- Fase induttiva: vengono fatte domande che riguardano aspetti generali, osservazioni riguardo gli atteggiamenti generali dell’individuo e riguardo i cambiamenti avvenuti nel tempo, riferibili all’insorgenza del disturbo. Si fa un’analisi funzionale, utile per la comprensione della natura del problema. Consiste nell’analisi della relazione tra situazioni stimolo, comportamenti emessi in funzione dell’adattamento e risultati conseguiti. Il terapeuta pone domande che presuppongano che il cliente sia una persona capace di cambiamenti.
- Fase ipotetica: volta a formulare un’ipotesi sulla natura disfunzionale di alcune variabili. Si tratta di un processo a spirale cui i momenti diagnostici e terapeutici sono costantemente confrontati.
- Fase deduttiva: il confronto tra l’ipotesi iniziale e le nuove informazioni emerse. Tutte le informazioni devono essere semplici, senza altri costrutti se non quelli necessari a spiegare un evento, un fenomeno.
4. Motivare al
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Appunti di Teoria e tecnica del colloquio e dell'intervista
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Appunti dettagliati delle lezioni - Teoria e tecnica del colloquio ad orientamento psicoanalitico
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