CAP 18 - LA DISTIBUZIONE AL DETTAGLIO
OBIETTIVI DI APPRENDIMENTO
Ruolo e utilità della distribuzione al dettaglio
classificazione dei distributori al dettaglio
tipologie di non-store retailing
mappa di posizionamento imprese di distribuzione
strategie di retailing mix
18.1 - VALORE DELLA VENDITA AL DETTAGLIO
Alla luce delle recenti dinamiche evolutive dei mercati, popolati da una sempre più numerosa e
pervasiva offerta e in crescente digitalizzazione, le attività di distribuzione al dettaglio
costituiscono un'opportunità centrale per la creazione di un legame "più profondo" con il
consumatore finale grazie alla possibilità di avere con quest'ultimo un contatto diretto, fisico o
virtuale.
Ne discende che l'attività di distribuzione non deve essere intesa alla stregua di un mero raccordo
tra domanda e offerta ma come uno strumento capace di fornire importanti vantaggi sia per
l'azienda che per il consumatore finale.
18.1.1 - UTILITÀ PER IL CONSUMATORE
Le imprese di distribuzione attraverso la loro attività svolgono nei confronti del consumatore
tipicamente 4 tipi di utilità (CAP 16):
Di tempo: fare in modo che il consumatore abbia il prodotto quando il bisogno sorge→ i
1. supermercati 7-eleven offrono il grande vantaggio di essere aperti 24/24
2. Di luogo: fare in modo che il consumatore abbia il prodotto dove lo vuole→ numerosi istituti di
credito installano bancomat nei supermercati affinché le persone abbiano la possibilità di
prelevare denaro contante nel momento in cui ne hanno necessità
3. Di forma: la possibilità di ottenere un prodotto manipolato sulla base delle proprie esigenze. →
Nike e Ralph Lauren offrono la possibilità di personalizzare in autonomia i prodotti nei rispettivi
store digitali.
Di possesso: fa riferimento a quanto viene fatto dall'azienda per agevolare il passaggio di
4. proprietà del prodotto → Alcuni distributori come Media world offrono ai propri clienti la
gestione delle pratiche di finanziamento per l'acquisto di televisori e elettrodomestici
18.1.2 - STRUTTURA DEL SETTORE COMMERCIALE
Il settore commerciale si articola in due macro-comparti.
Il commercio all'ingrosso ricomprende le attività di acquisto di beni presso i produttori e la
loro rivendita ad altri operatori commerciali (dettaglianti, imprese, enti);
il commercio al dettaglio ricomprende invece le attività di vendita di beni e servizi al
consumatore finale per uso personale, familiare o domestico. Il dettagliante costituisce
dunque l'ultimo anello della filiera distributiva, l'unico che entra in contatto diretto — fisico o
virtuale — con il consumatore finale, e rappresenta il momento in cui l'intera catena del
valore si converte in ricavo.
18.2 - CLASSIFICAZIONE DELLE IMPRESE DI DISTRIBUZIONE
La classificazione delle imprese di distribuzione si articola attorno a 3 principali criteri
1) FORMA PROPRIETARIA
Con forma proprietaria si designa la tipologia di legame giuridico-aziendale del quale gode
l'unità distributiva nella gestione della propria attività
In base a tale criterio è possibile distinguere:
1. Distributori indipendenti
DEF: Piccole imprese di distribuzione che operano con un sinoglo punto vendita o
con un numero molto limitato di unità
Rappresentano la maggioranza degli operatori del settore nel mercato italiano
Tale tipologia si caratterizza per una gestione "tradizionale" dell'impresa sovente a
conduzione familiare, dimensioni limitate dei punti vendita, una politica commerciale
imperniata essenzialmente sul ricarico al prezzo d'acquisto, assortimenti specializzati
ma con un'offerta non molto profonda (sono cioè focalizzati su un numero ristretto di
categorie merceologiche (specializzazione) ma trattano poche referenze per ciascuna
categoria (bassa profondità).
2. Distributori succursalisti
DEF: Si tratta di grandi imprese commerciali, tipicamente identificate con il termine di
grande distribuzione, che hanno la proprietà e il controllo di una rete estesa di punti
vendita operanti con la stessa insegna
Dispongono, grazie alla centralizzazione delle principali funzioni gestionali tra cui quelle
d'acquisto e marketing, di un forte potere contrattuale nei confronti dei produttori,
che rende possibile l'acquisto e dunque la vendita a prezzi inferiori rispetto a quelli
offerti dai distributori indipendenti.
I maggiori volumi di vendita permettono di sfruttare in modo più efficace le economie
di scala e dunque di praticare margini ulteriormente più bassi
Per questa tipologia di distributori la tecnologia costituisce una componente strategica
fondamentale il cui impiego ha permesso negli ultimi anni una gestione sempre più
efficiente e strategica dei prodotti, delle scorte e delle informazioni
esempio: i codici EAN (che identificano i prodotti) e le carte fedeltà hanno permesso
una raccolta capillare e centralizzata di informazioni sui consumatori finali, che ha
permesso di implementare strategie di vendita sempre più accurate e personalizzate
sulla base delle caratteristiche e abitudini d'acquisto registrate (CRM ecc)
3. Distributori affiliati
I distributori indipendenti possono affiliarsi a sistemi verticali di marketing (SVM→
cap. 16) sulla base di accordi formalmente costituiti attraverso cui poter sfruttare i
vantaggi derivanti dall'operare come parte di una più ampia rete distributiva senza
tuttavia rinunciare integralmente alla propria indipendenza.
La forma più diffusa di affiliazione a sistemi verticali di marketing (SVM) è il
franchising: contratto in base al quale un'impresa, cd. Franchisor (o affiliante),
avendo acquisito o sperimentato con successo un patrimonio di conoscenze in uno
specifico mercato, concede ad altre imprese, cd. Franchisee (o affiliate), il diritto di
sfruttare tale patrimonio facendo uso dell'insegna, del marchio e dei metodi
gestionali della propria organizzazione, in cambio di un corrispettivo annuale
(Royality)
il franchisee dunque rinuncia a una parte della propria autonomia imprenditoriale in
cambio dell'inserimento in una rete organizzativa promossa dal franchisor, che gli
garantisce un percorso strategico definito, la riduzione del rischio commerciale e
prospettive di reddito più stabili nel medio-lungo periodo.
A seconda dell'oggetto del rapporto contrattuale e della natura di ciò che l'affiliante
trasferisce all'affiliato, la dottrina individua tre distinte tipologie di franchising.
1. Franchising di distribuzione:
presuppone che il franchisor abbia preventivamente messo a punto e sperimentato
tecniche e metodi commerciali che costituiscono il know-how del sistema.
Oggetto del contratto è la cessione all'affiliato del diritto di distribuire i prodotti
dell'affiliante secondo modalità operative predefinite: assortimento, layout del
punto vendita, politiche di prezzo, standard di servizio e comunicazione.
L'affiliato opera quindi come dettagliante di beni ideati, selezionati o realizzati dal
franchisor, beneficiando della notorietà dell'insegna e dell'esperienza commerciale
del capofila della rete.
Esempi tipici: OVS, Coin, numerose insegne della grande distribuzione organizzata
2. Franchising di servizi
il franchisee non commercializza un prodotto materiale, bensì eroga al consumatore
finale un servizio ideato, standardizzato e collaudato dal franchisor.
L'oggetto del trasferimento è dunque un modello operativo e una metodologia di
erogazione, non un bene fisico.
Esempio paradigmatico: McDonald's, dove il franchisor trasferisce all'affiliato un intero
format di servizio – procedure di preparazione, standard igienici, tempi di erogazione,
protocolli di accoglienza – che l'affiliato è tenuto a replicare fedelmente.
Franchising industriale
3. Nel franchising industriale entrambe le parti del rapporto sono imprese industriali.
Il franchisor concede al franchisee la licenza dei brevetti di fabbricazione e l'uso
dei propri marchi, trasferendogli inoltre la tecnologia produttiva e assicurando
un'assistenza tecnica continuativa.
Il franchisee, dal canto suo, provvede a fabbricare e commercializzare le merci nel
proprio stabilimento, applicando il know-how produttivo e le tecniche di vendita
dell'affiliante.
Esempio: gli accordi di franchising stipulati da Coca-Cola con gli imbottigliatori
(bottlers), soggetti che ricevono il concentrato e la licenza di produzione, imbottigliano
il prodotto secondo gli standard imposti dalla casa madre e ne curano la distribuzione
nei rispettivi territori.
Accanto alla forma proprietaria, la dottrina individua altri due criteri fondamentali per la
classificazione delle imprese di distribuzione al dettaglio: il livello di servizio offerto al
consumatore nel processo d'acquisto e le caratteristiche dell'assortimento proposto.
Entrambi i criteri assumono rilievo strategico in quanto concorrono a definire il
posizionamento competitivo del punto vendita e la sua identità agli occhi della clientela.
2) LIVELLO DEL SERVIZIO OFFERTO
Il criterio del livello di servizio si fonda sul grado di assistenza che il personale di vendita
fornisce al cliente durante il processo d'acquisto, ovvero sulla misura in cui le operazioni di
individuazione, confronto, selezione e pagamento del prodotto sono demandate al consumatore
stesso o, viceversa, supportate dal personale del punto vendita.
Sulla base di tale criterio si individuano tre tipologie di negozi:
Negozi a libero servizio (self-service):
1. In questa configurazione il consumatore svolge autonomamente tutte le funzioni
necessarie per individuare, confrontare e scegliere i prodotti da acquistare.
Il personale di vendita si limita al rifornimento degli scaffali e alle operazioni di cassa, senza
intervenire nella fase decisionale del cliente.
Il vantaggio per il consumatore risiede in un risparmio sul prezzo dei beni, giustificato
dalla riduzione degli oneri di personale sostenuti dal distributore.
esempio: Formato paradigmatico è il supermercato, cui si affiancano gli ipermercati, i
discount e la maggior parte delle formule della grande distribuzione alimentare.
2. Servizio limitato:
I punti vendita a servizio limitato rappresentano una configurazione intermedia, nella quale i
clienti restano responsabili della maggior parte delle attività d'acquisto ma il personale è
disponibile a intervenire a loro supporto su richiesta o in fasi specifiche del processo.
Tale formula interessa soprattutto le categorie merceologiche che richiedono un'adeguata
informazione all'acquirente per orientarne la scelta: rientrano in questa tipologia i reparti
di gastronomia dei supermercati, i reparti di elettronica di consumo, le librerie e i punti
vendita di beni per i quali la consulenza pre-vendita rappresenta un fattore rilevante ma non
esclusivo dell'atto d'acquisto.
3. Servizio completo:
Nei negozi a servizio completo il personale di vendita assiste la clientela in tutte le fasi
del processo d'acquisto, dalla presentazione del prodotto alla dimostrazione, dalla
consulenza sulla scelta, all'assistenza post-vendita.
Questa formula interessa in via prevalente i beni caratterizzati da elevato costo unitario ed
elevato coinvolgimento del consumatore, i cd. beni problematici
beni problematici: prodotti durevoli o semi-durevoli ad alto valore unitario, acquistati di
rado, che richiedono un processo di scelta lungo e complesso a causa della complessità
tecnica e della scarsità di informazioni iniziali del consumatore.
Proprio in ragione del ruolo centrale del servizio, l'offerta non si esaurisce nel prodotto in
senso stretto ma si estende a prestazioni accessorie di rilievo — sistemi di pagamento
dilazionato, consegne a domicilio, riparazioni, garanzie estese — che elevano i costi del
servizio commerciale ma qualificano contestualmente il valore percepito dell'esperienza
d'acquisto.
3) ASSORTIMENTO
L'assortimento è definito come l'insieme dei prodotti venduti all'interno di un punto
vendita e costituisce l'espressione della str