Appunti costrutti psicologici
Memoria
La memorizzazione è composta da quattro fasi: codifica, consolidamento, immagazzinamento e recupero.
Può essere:
- Implicita (memoria procedurale, condizionamenti, priming): il recupero è inconscio;
- Esplicita o dichiarativa (semantica, episodica o prospettica): ha un richiamo volontario e consapevole.
L’ippocampo è implicato nella formazione di nuove memorie in generale e l’amigdala più specificatamente in quelle emotive; poi le memorie migrano in varie zone cerebrali.
Secondo Atkinson & Shiffrin il meccanismo alla base della memorizzazione è la ripetizione, mentre per Craik & Lockhart è la profondità di elaborazione.
Atkinson & Shiffrin
Modello di tipo cibernetico basato sullo “Human Information Processing” (HIP) in cui la memoria è basata su tre componenti:
- Registro sensoriale: riceve le informazioni dagli organi di senso e le trattiene per un tempo brevissimo;
- Memoria a breve termine (working memory o memoria a breve termine in generale – corteccia prefrontale e corteccia parietale per il loop fonologico e il magazzino visuospaziale): ha una capienza ridotta (7 più o meno due item) e una permanenza breve dell’informazione (ca. 30 secondi) a meno che non vengano attuate delle strategie per mantenere attivo lo stimolo mnemonico;
- Memoria a lungo termine (semantica e episodica – lobo temporale oppure cervelletto per la memoria procedurale): se non giungono nuove informazioni o se non sono presenti disturbi, l'informazione può essere trasferita e consolidata, diventando una traccia mnestica permanente.
- La memoria a lungo termine si divide in memoria episodica (le memorie legate agli aspetti autobiografici), memoria semantica (conoscenze di carattere generale) e memoria procedurale.
Craik & Lockhart
Craik & Lockhart presuppongono due livelli di elaborazione guidati da un elaboratore centrale:
- Codifica superficiale (“Montagna fa rima con castagna?”);
- Codifica profonda (“C’è una relazione tra montagna e castagna?”).
La memorizzazione è migliore se la codifica è profonda.
È dunque un modello basato maggiormente sulle componenti elaborative rispetto a quelle unicamente strutturali del modello di Atkinson & Shiffrin; tuttavia anche questo modello non spiega perché a volte un’elaborazione superficiale può determinare un ricordo a lungo termine.
Modello tripartito di Baddeley
Modello tripartito della memoria di lavoro suddiviso in:
- Esecutivo centrale (corteccia prefrontale): sistema attenzionale supervisore con funzioni di coordinazione e controllo, suddiviso in varie zone cerebrali relative alle diverse funzioni esecutive;
- Loop fonologico (lobo parietale sinistro): codifica e mantiene l’informazione fonetica;
- Taccuino visuo-spaziale (lobo parietale destro): codifica e mantiene l'informazione visiva e spaziale.
Ad essi Baddeley ha successivamente aggiunto il:
- Buffer episodico, sistema di memoria separato, di capacità limitata e multimodale, ovvero capace di mantenere informazioni integrate e provenienti sia dalla working memory sia dalla memoria a lungo termine (per esempio scene ed episodi).
Inoltre hanno definito due tipi di codifica delle informazioni: bottom-up, generata dagli attributi percettivi, e top-down, guidata da elaborazioni basate su precedenti esperienze.
Strumenti
Digit span
Test di Corsi
WAIS (Wechsler Adulti Intelligence Scale): scala Memoria di cifre
Paradigma del doppio compito: test in cui i partecipanti devono eseguire due compiti diversi; se le prestazioni ai singoli compiti non sono inferiori rispetto al fatto di eseguirli isolatamente (per esempio recitare una poesia e guidare la bicicletta), vuol dire che i due compiti fanno affidamento a risorse cognitive (e quindi presumibilmente anche aree cerebrali) differenti, mentre in caso contrario (per esempio recitare una poesia e scrivere una lettera) significa che le medesime risorse attentive (che sono limitate) si distribuiscono tra compiti diversi.
Percezione
Sensazione: forma elementare di input afferente agli organi sensoriali.
Percezione: funzione psichica complessa che organizza le sensazioni provenienti dagli organi sensoriali.
La Gestalt
Le prime scuole psicologiche (Wundt) si focalizzarono sullo studio della percezione, intendendola come somma di sensazioni elementari.
Sarà la Gestalt (Wertheimer, Koffka, Köhler) a spostare lo studio della percezione dall’ambito fisiologico a quello psicologico e ad affermare che la percezione è il risultato dell’interazione e dell’organizzazione delle percezioni, ovvero “il tutto è più della somma delle parti”. La realtà fisica è diversa da quella fenomenica (psicologica e percettiva del soggetto).
Alcune “leggi” di organizzazione della percezione sono innate: un tipico esempio di questa concezione è quello del rapporto tra figura e sfondo, in cui le diverse percezioni vengono unificate in una figura che si stacca dallo sfondo. Le parti vanno dunque a determinare una forma (Gestalt).
A volte le leggi percettive possono interpretare le sensazioni anche in modo erroneo (per esempio come avviene nel “fenomeno phi”, in cui luci che si accendono alternativamente vengono percepite come un’unica luce che si muove).
Il limite della Gestalt è di non considerare l’influenza delle motivazioni e degli stati affettivi.
Köhler si è occupato anche dell’insight con i famosi esperimenti con lo scimpanzé che per raggiungere delle banane aveva capito che poteva utilizzare delle casse di legno impilate (utilizzandole dunque in modo diverso rispetto al loro uso tipico).
In ambito psicoterapico la Gestalt si basa sull’aiutare il paziente a comprendere come percepisce il mondo e a farne esperienza per costruire i propri significati. Dato che il tutto è più della somma delle parti, è importante che il paziente analizzi il comportamento ma ne abbia anche una visione d’insieme.
Attenzione
L'attenzione può essere volontaria o endogena (top-down) o automatica o esogena (bottom-up).
Teoria del filtro precoce (Broadbent)
Broadbent ipotizza che nel passaggio tra dato sensoriale e produzione di una risposta comportamentale esista un “filtro precoce” che seleziona l’informazione prima della sua elaborazione percettiva: il materiale selezionato verrebbe elaborato approfonditamente, mentre quello scartato solo superficialmente.
Teoria del filtro attenuato (Treisman)
Treisman notò che anche il materiale “di sfondo” veniva in parte elaborato e ipotizzò l’esistenza di un “filtro tardivo” o “filtro attenuato”: tutti gli stimoli percettivi arriverebbero alla fase di codifica e solo in quel momento verrebbero filtrati in base alla loro importanza e quindi elaborati.
In un esperimento di ascolto dicotico un soggetto è in grado di isolare uno solo dei canali (effetto cocktail party) ma allo stesso tempo rimane sensibile se nell’altro canale appaiono stimoli significativi (ad esempio il proprio nome).
Teoria del filtro tardivo (Deutsch & Deutsch)
Anche Deutsch & Deutsch criticarono l’esistenza di un filtro tardivo perché sarebbe eccessivamente dispendioso di capacità cognitive e perché dovrebbe attuare una selezione che potrebbe avvenire al momento dell’elaborazione percettiva.
Secondo loro non esiste alcun filtro ma tutti gli stimoli raggiungono i sistemi percettivi, l’elaborazione viene effettuata in parallelo indipendentemente dall’attenzione; la selezione avverrebbe successivamente in base a coefficienti di importanza dell’informazione in ingresso.
Questa teoria tuttavia non spiega perché in un paradigma di ascolto dicotico il canale ignorato viene elaborato così poco.
Strumenti
Test di Stroop
Test go-nogo (CPT)
Intelligenza
Approccio unitario – Teoria bifattoriale (Spearman)
Secondo Spearman l’intelligenza è costituita da un fattore generale – il “fattore g” – che interviene in tutte le prestazioni cognitive e che determina globalmente le potenzialità dell’individuo e da intelligenze secondarie (“fattori s”) coinvolte in compiti specifici.
Approccio multifattoriale (Thurstone) – Teoria delle intelligenze multiple (Gardner)
Già Thurstone aveva teorizzato l’esistenza di sette fattori relativi ad abilità mentali diverse; recentemente Gardner ha proposto un modello di intelligenza multipla.
Secondo Gardner gli esseri umani si sono evoluti sviluppando competenze intellettive diverse utilizzabili in ambiti diversi piuttosto che un’intelligenza generale aspecifica (il fattore g di Spearman): tra i vari tipi di intelligenza troviamo quelli più tradizionalmente intesi e relativi all’intelligenza linguistica e logico-matematica, ma anche l’intelligenza interpersonale, quella intrapersonale, musicale, spaziale, somato-cinestetica, naturalistica ed esistenziale.
Per questo motivo l’intelligenza non si potrebbe misurare con strumenti standardizzati che si focalizzano sull’intelligenza linguistica o su quella logico-matematica.
Tuttavia va detto che alcuni tipi di intelligenza (per esempio quello musicale) non hanno un valore adattivo e quindi potrebbero essere considerate qualità specifiche di un individuo più che intelligenze vere e proprie.
Intelligenza fluida (Cattell)
Intelligenza fluida: capacità di risolvere i problemi indipendentemente dalle conoscenze acquisite.
Intelligenza cristallizzata: capacità di utilizzare competenze acquisite per risolvere i problemi.
Intelligenza emotiva (Salovey e Meyer / Goleman)
L’intelligenza emotiva è la capacità di generare, comprendere e orientare le emozioni al fine dello sviluppo personale e sociale.
Questo concetto è stato ripreso e sviluppato da Goleman che lo inquadra principalmente in ambito lavorativo e di leadership.
Strumenti
I primi test per l’intelligenza nacquero in seno ai programmi di scolarizzazione di massa del Ministero dell’istruzione francese; Binet e Simon (1905-1908) furono incaricati di creare delle prove per individuare i bambini bisognosi di particolare assistenza educativa; nacque quindi il test metrico di intelligenza Binet-Simon (che permetteva di determinare l’“età mentale” di un soggetto), poi adattato nella forma Stanford-Binet (1916).
Sarà Stern (1912) a introdurre il concetto di “quoziente intellettivo” dato dal rapporto tra età mentale ed età cronologica, in modo da poter confrontare i risultati di persone di età e capacità diverse.
Infine sarà Wechsler (1939) a determinare le deviazioni standard (ovvero quanto il risultato di un soggetto si distanzia dalla media della popolazione).
WAIS (Wechsler Adulti Intelligence Scale) e WISC (Wechsler Intelligence Scale for Children): fornisce un punteggio totale del quoziente intellettivo e quattro punteggi composti che misurano la comprensione verbale, il ragionamento visuo-percettivo, la memoria di lavoro e la velocità di elaborazione.
Matrici progressive di Raven: test culture free che misura l’intelligenza fluida.
Oggi in ambito scolastico la valutazione si concentra sugli aspetti linguistici e logico-matematici che tende ad escludere gli studenti che invece possono avere tipi diversi di intelligenza.
Famoso l’esperimento di Bandura che dimostrò quando l’etichettatura di un alunno possa innescare le attese degli insegnanti, dei genitori e dei bambini stessi.
Pensiero
Il pensiero è l’aspetto funzionale dell’intelligenza, caratterizzata da capacità creative, intuitive e di sintesi, quali quelle di categorizzazione, astrazione, generalizzazione.
Le funzioni principali del pensiero sono dunque quelle di ragionamento, di problem solving e di decision making.
In particolare la Gestalt ha posto l’accento sul fatto che l’intelligenza non ha solo funzioni logico-analitiche, ma anche creative e intuitive, fondamentali per la capacità di insight nel risolvere i problemi.
In ambito clinico il pensiero di una persona con un disturbo psichico spesso è rigido, distorto e tendente a mettere in atto meccanismi volti alla rassicurazione; il pensiero è spesso tutto o nulla, focalizzato su aspetti specifici.
Il pensiero psicotico è invece caratterizzato da mancanza di identità, disorganizzazione e aderenza alla realtà; i criteri sono illogici se non per l’individuo che li mette in atto.
In ambito scolastico Guildford parla di pensiero convergente, di tipo logico e finalizzato ad applicare soluzioni note a problemi noti, e di pensiero divergente, di tipo creativo e che utilizziamo di fronte a problemi nuovi o che richiedono soluzioni nuove.
Identità e conflitto
Il conflitto non è negativo in sé, ma rappresenta una normale manifestazione della vita di relazione e può generare nuove idee e svelare le aspettative dei vari membri.
In ambito scolastico una metodologia che si basa sulla cooperazione è il “cooperative learning” in cui vengono formati piccoli gruppi che condividono uno scopo comune che può essere raggiunto solo attraverso l’impegno di tutti i componenti.
Teoria dell’identità sociale (Tajfel)
Secondo la teoria dell’identità sociale di Tajfel l’individuo deriva una buona parte dell’immagine di sé dai gruppi a cui appartiene; per questo motivo l’individuo tenderà a istituire un confronto tra il proprio in-group e il proprio out-group, sopravvalutando il primo e sottovalutando il secondo. L’out-group inoltre viene percepito in modo eccessivamente omogeneo, eliminando eventuali differenze specifiche.
Questo fa sì che una persona si possa comportare più nei termini della propria identità sociale piuttosto che in quelli della propria identità personale.
Nell’esperimento dei “gruppi minimali” Tajfel divise i soggetti sperimentali in due gruppi in base a differenze superficiali (la preferenza di un quadro di Klee rispetto a uno di Kandinskij) osservando come successivamente i soggetti iniziassero a percepire il proprio in-group come migliore dell’altro.
Allport
Gli stereotipi (come anche descritti da Tajfel) possono trasformarsi in un atteggiamento negativo e diventare pregiudizi, definiti da Allport come un “sentimento di antipatia basato su una generalizzazione falsa e inflessibile”.
I pregiudizi si basano su due processi semplificatori: categorizzazione e generalizzazione.
Teoria del conflitto realistico di Sherif
La teoria del conflitto di Sherif ritiene che il conflitto tra i gruppi sia causato da una situazione di competizione provocata dal bisogno di accedere a risorse limitate (interdipendenza negativa).
Per limitare il conflitto è utile introdurre uno scopo sovraordinato che i gruppi possono raggiungere solo se collaborano, massimizzando le loro risorse (interdipendenza positiva).
Per prevenire stereotipi e pregiudizi un buon mezzo è quello di favorire il contatto tra i gruppi diversi, contatto che però deve essere prolungato, caratterizzato da interazioni cooperative e avvenire tra persone di status simile.
Inoltre si deve operare cognitivamente per favorire una “decategorizzazione”, facendo emergere le unicità individuali piuttosto che l’appartenenza a un out-group, e la “ricategorizzazione”, ovvero fare in modo che i soggetti si sentano parte di una unica categoria sovraordinata.
Il limite di questo approccio è che l’introduzione di scopi sovraordinati può non essere sufficiente per ridurre il conflitto tra gruppi che hanno una precedente storia di conflitto.
Strumenti
Sociogramma di Moreno: strumento di osservazione indiretta che consente di visualizzare graficamente la centralità di ciascun membro all’interno del gruppo.
Linguaggio
Approccio comportamentista – Skinner
Secondo l’approccio comportamentista di Skinner il bambino impara a parlare grazie ai meccanismi di imitazione e di rinforzo da parte degli adulti.
Il bambino è sostanzialmente passivo e il suo funzionamento cognitivo non viene preso in considerazione.
Questo modello non riesce a spiegare la rapidità dell’apprendimento del linguaggio nel bambino e la sua capacità di creare sequenze verbali anche mai ascoltate.
Approccio innatista – Chomsky
Chomsky ha un approccio innatista secondo il quale esisterebbe un apparato innato – il LAD, Language Acquisition Device – che fornisce la “grammatica universale” comune a tutte le lingue e che consente al bambino di imparare la propria lingua madre.
Grazie ad esso il bambino impara le regole di base della lingua attraverso ipotesi che verifica e che poi applica alla produzione di frasi nuove; via via che apprende nuove regole con esse può poi costruire un numero infinito di frasi.
Secondo Chomsky l’apprendimento non avviene per imitazione e dunque critica l’approccio comportamentista di Skinner. Chomsky nota infatti che i bambini sono capaci di produrre espressioni mai ascoltate prima e inoltre il linguaggio che il bambino produce è più ricco di quello che ascolta, in quanto gli adulti usano spesso forme incomplete o semplificate.
Il processo non è dunque passivo e imitativo, ma attivo e creativo.
Il limite di questo approccio è di non considerare l’influenza dell’ambiente sociale, in quanto i discorsi che il bambino ascolta sono considerati irrilevanti per l’acquisizione della lingua materna.
Approccio interazionista – Bruner
L’approccio interazionista condivide l’assunto innatista (LAD) ma ritiene che le competenze i
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