Estratto del documento

Introduzione

Cos’è un gruppo

Che cos’è un gruppo? Nel linguaggio comune, per gruppo si intende entità anche molto diverse tra loro. In che cosa consiste questa diversità? Esse sono diverse in:

  • Numero membri
  • Obiettivi dello stare insieme
  • Stabilità di forme di aggregazione
  • Primarietà o secondarietà dei legami
  • Qualità delle relazioni (cooperazione, conflitto..)

Ecco che possiamo avere: un gruppo di amici, un gruppo di lavoro (conferenza), un’equipe di meccanici che fa il cambio gomme durante la F1. Sono tutte situazioni molto diverse che testimoniano quanto i gruppi siano pervasivi nella nostra vita.

Dunbar, the social brain hypothesis

Ma come mai ci sono così tanti gruppi? È molto interessante quello che ci dice la psicologia dell’evoluzione, in particolare c’è un articolo di Dunbar del 2003 intitolato “The social brain hypothesis”. In questo articolo lui sostiene che il gruppo dà un vantaggio evolutivo in termini di sopravvivenza. Questa non è una caratteristica solo della specie umana ma anche di altri animali (soprattutto mammiferi).

Egli parte dall’evidenziare una correlazione tra il fatto che i primati abbiano un cervello piuttosto grande rispetto al corpo. Questa caratteristica era collegata al fatto che essi possedevano abilità sociali, abilità di problem solving in maniera cooperativa al fine di sopravvivere (cervello grande -> queste caratteristiche).

In particolare si tratta di una correlazione tra l’ampiezza della neocorteccia cerebrale e le abilità sociali, quali:

  1. L’ampiezza del gruppo sociale (numero dei membri).
  2. Le dimensioni del gruppo di grooming. Per “grooming” si intende l’azione dello spulciare il pelo (s’intende il pettinare, pulire e accarezzare il pelo, ad esempio), che però per i primati è un’attività finalizzata al mantenere i legami sociali.
  3. Le strategie di accoppiamento.
  4. La frequenza di inganni tattici e del gioco sociale.

Dunbar dice che stare insieme dà dei vantaggi ma anche dei costi. Pensiamo a questi primati (homo sapiens): aumentando le dimensioni del gruppo, cosa può succedere?

  • Si creano dei conflitti, nel senso che i partner sociali che sono partner di grooming fungono come alleati nei conflitti.
  • Inoltre, all’aumentare della numerosità, il tempo da dedicare al social grooming aumenta linearmente e va a concentrarsi su alcuni “core social partners”. Ecco che diventa un’attività che prende molto tempo. Con la numerosità del gruppo aumenta anche il tempo da dedicare alla caccia e aumentano le occasioni di contestazioni e conflitti che rendono cruciali il fare alleanze. Ecco che il grooming diventa poco efficiente. Nasce così il linguaggio (forse partendo da una forma di canto, dunque senza parole inizialmente).

In questo suo articolo, Dunbar collega la nascita primitiva del linguaggio ad un’esigenza di una maggiore efficienza nella gestione del tempo dedicato a coltivare questi legami sociali.

  • Il limite di tempo massimo speso dai primati per il grooming è il 20% del tempo giornaliero. Questo 20% è lo stesso tempo che attualmente gli uomini moderni spendono per interazioni sociali. 1
  • Se gli uomini moderni (che hanno un network sociale calcolato in 150 persone, includendo anche relazioni formali e impersonali) utilizzassero il grooming come forma di legame sociale, impiegherebbero il 43% del tempo quotidiano).

Dunbar suggerisce che il linguaggio si è evoluto per colmare questo gap nel tempo necessario per curare i legami sociali.

Ci sono almeno 3 aspetti che distinguono il grooming dal linguaggio:

  1. Con il grooming si può contattare un individuo alla volta mentre il linguaggio raggiunge più individui contemporaneamente.
  2. Il grooming permette un’attività alla volta, mentre si può parlare e contemporaneamente si può fare altro (mangiare, cacciare ecc.). Ecco che così il tempo viene condiviso fra più attività.
  3. Il linguaggio infine permette di scambiare nel social network informazioni su eventi avvenuti durante la nostra assenza (aumentando la conoscenza). I primati non umani hanno invece accesso solo a quello che vedono e a eventi a cui sono presenti, quindi il linguaggio ci permette di trasformare il tempo in un artefatto e dunque possiamo muoverci avanti e indietro, abbiamo accesso al passato e possiamo proiettarci in un futuro attraverso dei discorsi progettuali, ad esempio.

Ricordiamo che il linguaggio è apparso con l’Homo sapiens, ma ancora non era presente nell’Homo erectus.

Tutto questo ci dà le fondamenta di un vantaggio culturale che in qualche modo gli uomini come specie hanno avuto. 2

Psicologia culturale

Questa è la prospettiva teorica generale con cui guarderemo i gruppi durante il corso. Che cosa condivide questa prospettiva teorica della psicologia culturale da un punto di vista di concezione della psicologia umana e di alcuni fenomeni ???

Alcuni punti fondamentali:

  1. Assunzione del fatto che l’azione è prioritaria rispetto alla cognizione. Si tratta di una sorta di psicologia del comportamento.
  2. Considerazione del linguaggio come mediatore importante tra azione e cognizione. Si tratta di una psicologia dell’interazione.
  3. Assunzione del fatto che l’interpsichico, l’interpersonale e il discorso con gli altri ha priorità rispetto a tutti i fenomeni individuali. È una psicologia sociale.
  4. Considerazione che le pratiche discorsive sono sempre collocate in uno specifico contesto storico-culturale. Enorme importanza data alla storia e alla cultura. Per questo motivo si parla di una psicologia situata.

Le origini

Andiamo ora ad evidenziare gli autori di riferimento, che sono alle origini della psicologia sociale.

Mead (1934)

Interazionismo simbolico.

Mead affermava che il sé nasce nelle interazioni sociali, dunque non lo concepisce come un costrutto individuale ma come qualcosa che viene costruito nell’interazione sociale e poi interiorizzato. In particolare, Mead formula la nozione di “Altro generalizzato”, che di base è un gruppo o la società, che orienta la condotta individuale anche quando gli altri sono fisicamente assenti.

Wundt (1896)

Wundt è molto noto per il metodo sperimentale, ma nelle sue ultime opere affermava come fosse necessario l’uso di due metodi:

  1. Sperimentazione per i processi psichici inferiori.
  2. Osservazione per i processi psichici superiori (che considerava inaccessibili alla sperimentazione perché non individuali ma che supponevano l’azione reciproca di coscienze).

Egli verteva il suo pensiero su questi due punti perché convinto che la sperimentazione studia la mente come un’insieme di strutture e funzioni statiche e universali. L’osservazione invece studia la mente nella dinamicità e storicità delle relazioni interpersonali e sociali.

Lev Vygotskij

A questo autore si riconduce la nascita della psicologia culturale. Egli ha avuto due grandi intuizioni:

  1. Considerazione della prassi come progetto di trasformazione del mondo e come postulato teorico del primato dell’azione rispetto alla cognizione.
  2. Considerazione dell’aspetto sociale delle funzioni psichiche. Egli riteneva che i processi psichici si danno per la prima volta nell’interazione. Solo successivamente vengono interiorizzati e diventano delle funzioni individuali. Ciò che viene assunto come parte della struttura mentale è quindi sociale e culturale in origine. S’intende che segni, modalità di comunicazione, tecniche e posture sono tutti aspetti sociali che vengono poi 3 interiorizzati e successivamente diventano individuali. Diciamo che individuale è proprio il modo con cui ciascuno interiorizza, fa diventare parte della propria storia.

Quali sono i contributi della psicologia culturale di Vygotskij?

Egli ha affermato la specificità dei costrutti teorici. Questi costrutti teorici vengono ricondotti ad un lavoro che viene fatto all’interno delle comunità scientifiche, anche perché si afferma che la scienza non scopre qualcosa che esiste oggettivamente, un qualcosa di universale, ma sempre qualcosa che può essere messo in discussione. Allo stesso modo, anche i costrutti psicologici non possono essere generalizzati ma vanno sempre considerati come scoperte locali che possono essere rivisitati. Ad esempio, l’emozione: non solo forse non esistono emozioni universali, ma il concetto stesso di emozione è anche “locale” e “storico”.

Ecco che dunque la psicologia culturale ritiene la caratterizzazione locale e storica di qualsiasi costrutto.

Caratteristiche psicologia culturale

Gli strumenti

Un altro contributo importante alla psicologia culturale è dato dagli strumenti. In qualche modo, la psicologia culturale ritiene che quel che rende le menti umani più potenti non è tanto le loro proprietà cognitive ma la possibilità di utilizzare mezzi/strumenti per andare al di là dei limiti della cognizione del cervello, e quindi accedere e costruire una cultura.

Da questo punto di vista, Vygotskij (ma anche Bruner) considera gli strumenti come parte della mente, una sorta di protesi attraverso cui la mente umana può estendersi e realizzarsi oltre i confini del cervello. Ad esempio, la scrittura.

Le differenze

C’è attenzione nel capire la specificità del gruppo, della comunità, del contesto per vedere come questo gruppo ha trovato una sua riorganizzazione funzionale ad esempio di alcuni fenomeni.

La pratica

La prassi/pratica è un elemento centrale nella teoria della psicologia culturale. Per pratica si intende un’attività – azione.

Questo concetto è stato ripreso e sviluppato all’interno di diverse linee di ricerca e ambiti disciplinari, tra cui:

  • Teoria dell’attività, etnometodologia e altre.
  • Linea di ricerca che ha approfondito gli studi sull’acquisizione di competenze esperte, soprattutto all’interno di contesti di lavoro, che sono stati poi ampliati e hanno trovato applicazione nell’ambito dell’education, business e nell’ambito delle interazioni virtuali.

Quando parliamo di pratica parliamo di attività, ma non come mera esecuzione di compiti, ma è un’idea di pratica forte, la concezione di praxis, cioè non solo una realizzazione esecutiva, fisica di un compito ma un qualcosa che unisce l’aspetto concreto e materiale con l’aspetto intellettuale. Dentro la pratica ci sono diversi sistemi di classificazione, concetti scientifici, ruoli, strumenti, relazioni, equipe, routines… Queste cose sono considerate necessarie per lo svolgimento di una pratica competente.

  • Ad esempio, nella pratica di misurare la pressione è richiesto di saper maneggiare ed integrare le conoscenze sul funzionamento del cuore, sui valori della pressione arteriosa, sapere cosa è patologico e cosa è normale, c’è una competenza uditiva sul riconoscere i tipi di battiti, le pause ed è necessario saper usare gli strumenti per la misurazione. Allo stesso tempo è importante considerare il paziente, l’età, le altre 4 malattie che può avere, è importante gestire l’interazione con lui ecc. Ecco che dunque la pratica di misurare la pressione riassume tutte queste cose in sé.
  • Un altro esempio è la pratica della scrittura. A noi tutti è successo di imparare la pratica della scrittura insieme all’uso della penna, insieme al codice alfabetico. Tutto questo ha richiesto l’acquisizione di un’abilità manuale e di una modalità narrativa di pensare le cose da scrivere insieme. Sono elementi integrati, non separati e il concetto di pratica li riassume in sé.

Linee di ricerca sui gruppi sociali

La letteratura sui gruppi in psicologia sociale si divide in due grandi aree: gli studi che si occupano delle interazioni fra i gruppi e gli studi che si occupano delle interazioni dentro i gruppi.

Interazioni fra i gruppi

Quest’area di interazione fra i gruppi è interessata a descrivere i modi in cui i membri tendono a percepirsi e a definirsi come un gruppo. Questo vale a dire condividere qualche forma di identità comune che li porta anche a differenziarsi da altri gruppi sociali.

Sherif è un autore di riferimento per questa linea di ricerca (1966).

All’interno di questa linea di studio troviamo, ad esempio, la teoria dell’identità sociale di Tajfel (1981). Il concetto principale è che una parte della concezione di sé deriva dall’appartenenza ad un gruppo sociale specifico.

Un altro contributo importante è l’aver visto come c’è una tendenza a valorizzare positivamente l’ingroup piuttosto che l’outgroup (Capozza, Brown, 2000), in modo da sostenere anche proprio questa identità sociale.

Molti di questi studi sulle relazioni fra gli intergruppi sono studi che avvengono fra ampie categorie sociali (nazioni, etnie) e hanno focus sulle dimensioni cognitive di tali relazioni, trascurando le relazioni intragruppi (non guardano ciò che succede dentro un gruppo specifico).

Interazioni dentro i gruppi

Quest’area si occupa di studiare piccoli gruppi definiti come gruppi in cui ci sono interazioni frequenti o regolari fra i membri, organizzate intorno ad un progetto unificante e finalizzate a raggiungere uno scopo.

Ecco che noi ci collochiamo dentro questa area di studio e vedremo autori di riferimento come Kurt Lewin e Solomon Asch.

Altre linee di ricerca che si collocano in questa area di ricerca:

  • Comunità di pratiche (Lave e Wenger)
  • Workplace studies (studia gruppi di lavoro) (Heath, Hindmarsh e Luff)
  • Teoria dell’attività (Engestrom)
  • Psicologia discorsiva (Middleton)
  • Cognizione distribuita (Hutchins)

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L’esperimento di Asch

L’esperimento di Asch è noto perché ha mostrato come all’interno di un gruppo, gli individui si facciano influenzare dalle posizioni dominanti, dalle posizioni della maggioranza.

L’esperimento si basa su questa asserzione: Essere membro di un gruppo è una condizione sufficiente a modificare le azioni e, in una certa misura, anche i giudizi e le percezioni visive di una persona.

Si tratta di un protocollo sperimentale, che prevedeva che 8 soggetti, di cui 7 collaboratori/complici dello sperimentatore all’insaputa dell’ottavo (soggetto sperimentale), si incontrassero in un laboratorio, per quello che veniva presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva.

Lo sperimentatore presentava loro delle schede con tre linee di diversa lunghezza in ordine decrescente mentre su un’altra scheda vi era disegnata un’altra linea, di lunghezza uguale alla prima linea della prima scheda.

Chiedeva a quel punto ai soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente nelle due schede. Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente errata.

Il vero soggetto sperimentale, che doveva rispondere per ultimo o penultimo, in un'ampia serie di casi iniziava regolarmente a rispondere anche lui in maniera scorretta, conformandosi alla risposta sbagliata data dalla maggioranza di persone che aveva risposto prima di lui. In sintesi, pur sapendo soggettivamente quale fosse la "vera" risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva, consapevolmente e pur sulla base di un dato oggettivo, di assumere la posizione esplicitata dalla maggioranza. Solo una piccola percentuale si sottraeva alla pressione del gruppo, dichiarando ciò che vedeva realmente e non ciò che sentiva di "dover" dire.

  • Nell'esperimento originale di Asch, il 25% dei partecipanti non si conformò alla maggioranza.
  • Il 76% si conformò almeno una volta alla pressione del gruppo.
  • Il 5% dei soggetti si adeguò ad ogni singola ripetizione della prova).

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Comunità di pratiche come gruppi “in azione”

Quando parliamo di comunità di pratiche, parliamo di gruppi “naturali”, quindi non gruppi di laboratorio o artificialmente predisposti ad una situazione sperimentale, ma di gruppi che spontaneamente sono presenti nella vita quotidiana, quindi ad esempio nelle organizzazioni, nelle scuole ecc.

Possiamo definire una comunità di pratiche come un gruppo di persone che condivide un interesse in un campo dell’attività umana e che è coinvolto in un processo di apprendimento collettivo che gene

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuliapanaginii di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Giacomantonio Mauro.
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