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Leviatano (1651) di Thomas Hobbes

Introduzione di Arrigo Pacchi

La principale differenza strutturale che il Leviathan presenta rispetto alle opere precedenti dell'autore è l'enorme risalto attribuito alle questioni di politica ecclesiastica e culturale; l'attenzione per la dimensione teologico-ecclesiastica si accompagna poi, come ha notato Mario Corsi, a una rielaborazione della concezione dell'uomo, che non nasce più dotato di senso, passioni e ragione ma è il risultato di un processo la cui condizione originaria si evolve fino alla costituzione di inclinazioni, virtù e capacità che lo qualificano, appunto, come uomo.

Quanto più si segue un comportamento strettamente naturale (i.e. homo homini lupus) tanto più si è esposti a perdere la propria essenza naturale, cioè la vita, motivo per cui il timore della morte, legato all'istinto di sopravvivenza, è alla radice delle forme embrionali di socievolezza, che si tramutano in dettami pratici della legge di natura; la crisi creata dallo scontro tra coloro che ottemperano alla legge naturale e coloro che seguono la naturalità può essere risolta solo uscendo dallo stato di natura, e cioè istituendo, mediante una convenzione, lo Stato, che essendo una struttura totalmente artificiale è esente da contraddizioni.

Secondo la tesi di McNeilly, ciò che differenzia il Leviathan dalle opere precedenti è che ivi le conclusioni politiche non sono fondate da peculiarità della natura degli esseri umani presi individualmente ma dalla struttura formale delle relazioni tra gli individui, e quindi dalla dimensione collettiva; secondo D.P. Gauthier, invece, si tratta dell'affermarsi del concetto di autorizzazione del suo correlato, cioè il concetto di persona giuridica, motivo per cui il sovrano è sovrano in quanto attore della sovranità del popolo e non in quanto alieno alle volontà dei sudditi.

Il Leviatano del titolo è la Repubblica o Stato (in latino Civitas), un uomo artificiale creato dall'arte dell'essere umano la cui anima è la sovranità e le cui articolazioni sono i magistrati e i funzionari con compiti giudiziari; la ricompensa e la punizione ne sono i nervi, la prosperità e la ricchezza ne sono la forza e l'equità e le leggi ne sono la ragione e la volontà, mentre i patti e le convenzioni ne sono il “sia fatto l'uomo” pronunciato da Dio.

Le passioni si oppongono alla vita sociale poiché ognuno è istintivamente interessato solo alla propria conservazione, a eccezione però della paura, che è l'unica passione che unisce a causa del timore di perdere la propria vita o i propri beni, portando così, attraverso l'intervento della ragione, che è calcolo prudenziale, all'accordo esplicito da cui nasce la società, cioè l'istituzione di un patto artificiale attraverso cui gli individui trasferiscono il loro potere a un solo uomo (o assemblea) sottomettendosi alla sua volontà e al suo giudizio e ottenendo così una garanzia di pace e protezione in cambio dell'obbedienza; l'istituzione dello Stato è il fondamento della distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto; Hobbes ritiene l'impossibilità della separazione dei poteri, poiché si tratterebbe di avere più di un sovrano, e l'inevitabilità dell'unione nelle stesse mani (del sovrano) del potere temporale con quello spirituale, essendo secondo lui solo una distinzione nominale; è una difesa dell'assolutismo, che cerca nella terza parte (Lo Stato cristiano, capp. XXXII-XLIII) delle conferme nella materia biblica.

Capitolo XXXI: Il regno di Dio per natura

La condizione di mera natura, cioè di assoluta libertà, cioè quella di chi non è né sovrano né suddito, è anarchia e stato di guerra e può essere superata grazie ai precetti delle leggi di natura; uno Stato senza potere sovrano è solo una parola vana e non può sussistere, e i sudditi devono obbedienza assoluta al sovrano a meno che ciò non vada contro le leggi di Dio.

Al fine di non offendere Dio per un eccesso di obbedienza civile e di non trasgredire i comandi dello Stato per timore di offendere Dio bisogna delineare il Regno di Dio e le sue leggi; gli uomini sono sempre soggetti al potere divino.

Dio rende conoscibili le sue leggi in tre modi: sotto forma di ragione naturale, di rivelazione o di voce di qualche uomo; ne deriva una triplice parola di Dio (razionale, sensibile e profetica) a cui corrisponde un triplice organo d'udito (retta ragione, senso soprannaturale e fede); la rivelazione o ispirazione non è fonte di leggi universali, poiché è il tramite con cui Dio parla ai singoli individui, motivo per cui non si attribuisce a Dio un triplice ma un duplice regno, sia razionale che profetico → nel regno naturale Dio governa per mezzo dei dettami della retta ragione e della provvidenza, mentre nel regno profetico, avendo scelto come suoi sudditi una sola nazione (i.e. gli ebrei), governa solo costoro, mediante non solo leggi naturali ma anche leggi positive, che ha dato ai suoi santi profeti → la fonte del diritto divino di sovranità non è la richiesta di obbedienza degli esseri umani a titolo di gratitudine per averli creati ma la sua onnipotenza (o "potere irresistibile"), e cioè è un diritto che scaturisce dalla natura; dato che tutti gli uomini avevano per natura diritto a tutte le cose ognuno di essi aveva il diritto di regnare su tutti gli altri, ma poiché non c'era forza che potesse garantire il possesso di tale diritto era essenziale rinunciarvi per la salvezza di ognuno, stabilendo di comune accordo degli uomini (dotati di autorità sovrana) un patto che li governasse e li difendesse → il potere di Dio non risiede dunque nel suo essere Creatore o Misericordioso, ma Onnipotente; nonostante la punizione risieda solo nel peccato degli uomini, il diritto di affliggere non deriva da lì ma dal potere di Dio; il peccato non è però la causa di ogni afflizione, poiché anche le creature buone e innocenti vengono afflitte mentre ci sono esseri umani malvagi che prosperano.

Le leggi divine, o dettami della ragione naturale, sono di due tipi:

  • I doveri naturali che ognuno ha verso il prossimo, cioè l'equità, la giustizia, la misericordia, l'umiltà e tutte le altre virtù morali.
  • L'onore e il culto che sono naturalmente dovuti al Sovrano Divino; l'onore è l'intima convinzione e persuasione del potere e della bontà di un altro, mentre i suoi segni esteriori, che si manifestano nelle parole e nelle azioni degli uomini, consistono nel culto; corrisponde solo parzialmente al termine latino cultus, che indicava il lavoro che si dedica a qualcosa con l'intento di trarne beneficio; dall'onorare, che è un atto interiore, sorgono tre passioni (l'amore, che fa riferimento alla bontà, e la speranza col timore, che invece fanno riferimento al potere), mentre del culto esteriore esistono tre aspetti (la lode, il cui oggetto è la bontà, e la magnificazione e la benedizione, i cui oggetti sono il potere e la felicità che se ne può trarre) → il culto nazionale si differenzia dal culto convenzionale in quanto il primo è costituito di segni d'onore che sono tali naturalmente (preghiere, ringraziamenti, obbedienza) mentre nel secondo rientrano i segni d'onore che sono tali in certi luoghi e tempi; il culto convenzionale è poi suddiviso in culto prescritto, dovuto all'obbedienza, e culto libero o volontario, dovuto all'opinione di coloro che lo osservano; vi è inoltre la differenziazione tra culto privato e culto pubblico, che sarebbe il culto praticato da uno Stato e ha come peculiarità l'uniformità → il fine del culto fra gli uomini è il potere, poiché, nel momento in cui si fa oggetto di culto, un essere umano è potente e merita quindi onore.

Gli attributi con cui si onora Dio sono molteplici:

  • Egli esiste, perché altrimenti non lo si potrebbe onorare;
  • Egli è la causa del mondo, e non il mondo stesso, perché se mondo e Dio corrispondessero non vi sarebbe una causa e quindi non vi sarebbe nessun Dio;
  • Dire che il mondo è eterno significa dire che non è stato creato, e quindi che Dio non esiste;
  • Togliere a Dio le cure della specie umana affibbiandogli caratteristiche quali la tranquillità significa togliergli anche l'onore, in quanto l'amore degli uomini e il timore di lui sono la radice dell'onore per lui;
  • Dire che Dio è "finito" nelle cose che significano grandezza e potere non è onorarlo, in quanto non è un segno di volontà di onorare Dio attribuirgli meno di quanto possiamo e al "finito" è facile aggiungere qualcosa in più.

Le azioni che sono segni dell'onore prestato a Dio sono le preghiere, i ringraziamenti, i doni (i.e. i sacrifici e le oblazioni), il non giurare su nient'altro che su Dio, parlare con rispetto di Dio e non nominarlo invano, l'onorarlo in pubblico e il seguire le sue leggi naturali.

Dato che le punizioni sono conseguenze delle leggi, le punizioni naturali sono le conseguenze naturali della violazione delle leggi di natura, e sono quindi effetti naturali e non convenzionali.

Sarà impossibile porre termine alle crisi politiche e alle guerre civili finché i sovrani non diventeranno filosofi e conoscitori della scienza della giustizia naturale.

Capitolo XXXII: I principi della «politica cristiana»

Il principio fondamentale della politica cristiana è la parola di Dio comunicata dai profeti, coi quali le rilevazioni soprannaturali della volontà divina riescono a delineare i diritti di uno Stato cristiano (che non deve però rinunciare ai sensi e alla ragione naturale) grazie alla resa dell'intelletto, che è la sottomissione alla volontà dell'obbedienza (e non a quella di altri esseri umani).

Dio può parlare con gli uomini in modalità diverse; per capire se la parola di uno di loro è profetica (i.e. per riconoscere un profeta) bisogna considerare due aspetti:

  • Deve compiere dei miracoli;
  • Non deve insegnare nessun'altra religione se non quella già istituita, rimanendo fedele alla dottrina conforme alla legge.

Essendo entrambi prerequisiti imprescindibili ed essendosi ormai chiusa l'epoca dei miracoli, quindi, l'unica fonte di diritto per gli Stati cristiani è rappresentata dalle Sacre Scritture e dalle interpretazioni che ne estrapolano i dotti.

Capitolo XXXIII: Numero, antichità, scopo, autorità e interpreti dei libri della Sacra Scrittura

La questione posta con la Bibbia è la determinazione della legge, sia naturale che civile, di tutta la Cristianità, riguardo alla quale:

  • I libri dell'Antico Testamento da ritenere canonici e quindi utili a tale fine sono selezionati dall'autorità del sovrano, poiché i sudditi privi di ogni rivelazione soprannaturale possono capire quali sono solo in base alla ragione naturale, la quale li ha condotti a obbedire all'autorità dei rispettivi Stati.
  • L'antichità dei singoli libri, quando non supportata da evidenze, dev'essere vagliata mediante l'uso della ragione naturale, per cui il Pentateuco non è stato scritto da Mosè, il libro di Giosuè fu scritto dopo il suo tempo, il libro dei Giudici, di Rut e i libri di Samuele furono scritti dopo la cattività etc.
  • L'attuale enumerazione di tutti i libri è avvenuta solo nel 364, col concilio di Laodicea.
  • Lo scopo delle Sacre Scritture è proclamare i diritti del regno di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.
  • I dubbi sull'origine dell'autorità dei testi biblici vanno formulati nella prospettiva giusta, e cioè “da quale autorità le Sacre Scritture sono rese legge?”, a cui si può rispondere che, finché le leggi divine non differiscono dalle leggi di natura, la loro autorità è leggibile da tutti gli esseri umani che hanno l'uso della ragione naturale, e altrimenti la loro autorità deriva dall'autorità di chi le impone, che può essere lo Stato o la Chiesa (che coincide con uno Stato composto da cristiani, poiché essi sono uniti in una sola persona, il sovrano cristiano); le Sacre Scritture hanno quindi autorità come leggi se i re cristiani e le assemblee degli Stati cristiani detengono un potere assoluto sui propri territori o se sono sottomessi a un unico vicario di Cristo, costituito dalla Chiesa, e sono soggetti a esserne giudicati, condannati e deposti.

Chiunque abbia il potere legittimo di rendere legge uno scritto ha anche il potere di approvare o respingere una sua interpretazione.

[ripassa la materia biblica ebraica]

Capitolo XXXIV: Il significato di «spirito, angelo e ispirazione» nei libri della Sacra Scrittura

La parola corpo significa ciò che riempie o occupa un certo spazio o luogo immaginario ed è una porzione reale di ciò che è chiamato “universo”, il quale è appunto composto da una moltitudine di corpi; esso è sostanza in quanto soggetto a vari accidenti e movimenti, ed è per definizione corporeo → al contrario, lo spirito è ciò che è incorporeo e non è in nessun luogo, ed è quindi diverso dallo spirito vitale o animale, che è una sostanza aerea che risiede nel corpo di ogni creatura vivente e che le dà vita;

Il termine spirito, poi, può avere anche l'accezione di inclinazione della mente (e.g. spirito di intraprendenza), in relazione a Dio può avere diversi significati (come vento o soffio, come doti intellettuali o affezioni straordinarie, come dono di predizione mediante sogni o visioni, come vita, come subordinazione all'autorità e come corpo aereo) e può far riferimento ai “corpi sottili” (l'aria, il vento o, appunto, gli spiriti vitali e animali), mentre i fantasmi e gli spettri sono delle illusioni della mente.

La parola angelo indica un messaggero di Dio, cioè ogni cosa che rivela una sua presenza straordinaria o una manifestazione del suo potere, soprattutto attraverso sogni e visioni; gli angeli sono definiti permanenti ma non incorporei, e possono essere chiamati tali anche degli uomini resi ministri dell'opera e della parola di Dio.

La parola ispirazione significa o soffiare in un uomo un'aria o corpo sottile o soffiargli dentro un fantasma, il che è impossibile in quanto il fantasma non è ma sembra essere; è quindi un termine usato nella Bibbia in modo metaforico, e quando viene detto che qualcuno “prende ispirazione” non è da intendersi in senso letterale, cioè che vi è entrato uno spirito buono o malvagio, ma che vi è subentrato il potere di Dio, che opera per cause ignote agli esseri umani; quando si dice che Dio è pieno di Spirito Santo, dunque, la sua pienezza non va intesa come infusione di sostanza ma come somma dei suoi doni.

Capitolo XXXV: Il significato di «regno di Dio», di «santo», di «sacro» e di «sacramento» nella Scrittura

Nei trattati di devozione, negli scritti e nei sermoni, i teologi concepiscono il regno di Dio in senso metaforico.

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Scienze politiche e sociali SPS/01 Filosofia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trydimi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof D'Andrea Dimitri.
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