Karl Marx e il materialismo storico
Il materialismo storico di Marx si differenzia dal materialismo illuminista portandolo alle estreme conseguenze, muovendo da un'interpretazione non più su base naturalistica ma storico-sociale dell'idea dell'uomo come esistenza storica. L'essere umano con tutte le sue facoltà: coscienza, linguaggio, pensiero, è un prodotto sociale e i comportamenti, le tendenze e le inclinazioni dipendono strettamente dalla situazione economica in cui gli uomini vivono ed operano. Ciò che essi sono coincide dunque con ciò che producono e col modo come producono.
Già Marx aveva messo in evidenza che se nella società borghese capitalistica dominano relazioni sociali basate sull'isolamento reciproco, egoismo e antagonismo, ciò dipende dall'esistenza di condizioni economiche di questo tipo. Con la rivoluzione politica, che culmina nell'evento rivoluzionario francese del 1789, la società feudale, osserva Marx, portò all'uomo egoista, il presupposto dello stato politico. I diritti dell'uomo altro non sono che la consacrazione giuridica del dominio della classe borghese.
Proprio l'affermazione della costitutiva storicità della natura umana, per cui questa è un prodotto sociale, un fatto storico, consente di ipotizzare una situazione in cui il superamento di strutture basate sulla proprietà privata, sullo sfruttamento, sulla lotta di classe creerà uomini del tutto nuovi. Saranno uomini nei quali non incideranno più le contraddizioni, i limiti che sono per Marx l'effetto dei rapporti di produzione, diviene possibile l'instaurazione di un regno della fratellanza universale con l'abolizione di ogni male sociale.
Lenin annuncia una condizione futura in cui gli uomini arriveranno a obbedire spontaneamente e senza costrizione di alcun tipo alle regole della convivenza. E tutto ciò non è considerato un'utopia, perché la natura umana non ha caratteri propri già sempre definiti, ma è effetto del processo storico sociale e economico.
Il significato e la funzione della politica
Conseguenza di questa posizione di pensiero è un mutamento radicale circa il significato e la funzione della politica che non è più finalizzata all'attuazione della buona vita secondo quanto implica il modello aristotelico, né a garantire la semplice vita come con Hobbes, ma si trasforma piuttosto nel tramite per la totale e radicale ri-plasmazione dell'uomo attraverso un'azione che incida sulle condizioni della sua esistenza storico-sociale. Solo in questo modo è realmente possibile procedere alla realizzazione di una forma di convivenza giusta e razionale.
Fu Rousseau in parte a porre come obiettivo della politica "changer la nature humaine". Rispetto a Rousseau, la posizione di Marx è più complessa poiché egli fa affidamento più sulle trasformazioni economico-sociali che non sulle possibilità intrinseche alla politica come fattore di cambiamento. Marx ha ripetutamente insistito sul ruolo centrale che l'azione politica riveste nel passaggio verso il comunismo. Poiché il fine della politica è così alto e impegnativo, i detentori del potere devono essere necessariamente dotati di tutti gli strumenti atti a raggiungerlo perché non ha senso porre freni e condizionamenti alla loro azione.
È dunque sostanzialmente antiliberale poiché rigetta il principio del controllo e della limitazione del potere, ma anche antidemocratico perché presuppone la necessità di una guida che interpreti il vero interesse delle masse, considerate incapaci, senza un'illuminazione superiore di pervenire a un'adeguata coscienza dei loro compiti e degli obiettivi da raggiungere. Troviamo per Marx la figura del partito guida. Senza Marx non capiremmo lo strettissimo rapporto tra filosofia e politica del '900. È un allievo di Hegel, e ad un certo punto si rende conto che il suo pensiero filosofico deve interloquire soltanto con Hegel in quanto unico ad aver capito il problema, ovvero che la realtà aveva una struttura dialettica (ovvero che da tre momenti: tesi, antitesi e sintesi) anche se ha dato una soluzione sbagliata.
Il mutamento e la modernità
Il tema della modernità è quello del mutamento, la rivoluzione francese che fa fuori un ordine e tutto subisce un'accelerazione, è un movimento che riguarda tutto il genere umano. (Ricordiamo Hegel per cui il mutamento che non è caotico ma risponde a una logica dialettica, inoltre, spiega che il filosofico si concilia con l’universale ma l’uomo comune no.)
Per Hegel, a proposito dello stato, una parziale riconciliazione tra universale e particolare si aveva nello stato, la società civile è il mondo del bisogno una realtà che Hegel vede sorgere in Inghilterra, borghese, conflittuale, le contraddizioni create nelle società civile vengono superate nello stato dove si annullano le separazioni tra di noi, ci riscopriamo come cittadini e si riesce a sperimentare una libertà sostanziale, non libertà negativa.
Inizia qui la polemica di Marx: perché dopo la morte di Hegel, Marx è esponente della sinistra hegeliana cioè interpreta la filosofia in chiave rivoluzionaria, Marx ritiene che Hegel ha compreso la formula che ci spiega ciò che accade, ovvero la dialettica, il problema è che Hegel è un idealista e Marx sostiene che la dialettica deve parlare un discorso materialista.
Per Marx lo stato è il principale fattore che mantiene le contraddizioni, risponde al bisogno di mantenerle in vita, non rappresenta gli interessi di tutto il popolo ma quelli della borghesia. Per Marx infatti non esiste il popolo ma le classi che occupano una posizione nel sistema produttivo e hanno interessi diversi, ecco perché Hegel in fondo è un conservatore con una filosofia contemplativa, lascia il mondo così com’è. Ora si tratta di cambiarlo, per Marx la filosofia si fa azione politica e prassi.
La storia umana procede sulla base delle contraddizioni e questo Hegel lo aveva colto, ma Marx spiega che non va creata la storia come creazione dello spirito ma come lotta di classe, lotta tra interessi economici divergenti all’interno della società. Inoltre, ogni struttura corrisponde a una sovrastruttura, cioè un impianto culturale, che dipende dall’economia. La dialettica deve camminare su basi materialiste ciò che conta è il lavoro, l’uomo è lavoro.
Ecco perché Marx viene definito maestro del sospetto, insieme a Freud e Nietzsche, perché ci hanno insegnato che la realtà dell’uomo non è quella che appare. I socialisti utopisti erano disprezzati da Marx perché non avendo capito Hegel non avevano capito niente, infatti li chiama utopisti.
Il manifesto del 1848
Nel manifesto del 1848, nella prima parte si parla della borghesia e dell’importanza che ha avuto nello sviluppo del genere umano, perché la borghesia ha creato un mercato globale ed è uscita dallo schema dell’economia nazionale, quindi il sistema economico borghese è diventato globale. Chiaramente abbiamo detto che ogni fenomeno genera una contraddizione, allora il sistema globale deve generare un contrario globale ovvero il proletariato, la funzione che il proletariato svolge la svolge per tutto il genere umano, ecco perché il marxismo è nella sua essenza internazionalista.
Il proletariato non diventa più una classe portatrice di un interesse particolare, ma universale perché il sistema è mondiale, dunque la lotta di liberazione del proletariato diventa lotta di liberazione dell’essere umano.
La teoria del plus valore per il capitalista: salario per mantenere in vita il proletario ma del plus valore se ne appropria il capitalista. Marx introduce l’idea che a poco a poco i capitalisti per aumentare i propri profitti tenderanno ad abbassare i costi generando indebolimento crescente delle masse operaie, a questo punto la rivoluzione sarà quasi automatica. Marx non è un riformista, è rivoluzionario, creare un ordine nuovo che metta fine alle contraddizioni che hanno sempre caratterizzato la storia umana, è possibile farlo ora perché c’è una contraddizione globale il proletariato.
Tocqueville e la rivoluzione
Ne "L'antico regime e la rivoluzione" Alexis de Tocqueville osserva che tre verità sono caratteristiche del tempo rivoluzionario e post-rivoluzionario: La prima consiste nel fatto che tutti gli uomini del nostro tempo sono preda di una forza ignota che li porta verso la distruzione dell'aristocrazia. La seconda è che l'abolizione di questo ceto sociale crea la massima difficoltà di sottrarsi ai governi assoluti. La terza è che il dispotismo nascente favorirà sempre di più il rigoglio di tutti i vizi. Ciò perché la lotta spietata contro l'aristocrazia è stata condotta senza la minima preoccupazione di ricostruirla su basi diverse dal passato, in assenza della quale è inevitabile lo sviluppo di una collettività fondata solamente su un individualismo dove ogni virtù pubblica è destinata a perire.
Infatti in ogni società in cui sono assenti dei corpi intermedi atti a circoscrivere e a controllare il potere pubblico, consentendo la partecipazione ad esso, sono destinate a perdere la libertà. La libertà nell'accezione in cui intende Tocqueville non è solo né soprattutto garanzia dei diritti individuali connessi allo spazio privato, ma è l'agire di concerto nei comuni affari che sottrae i cittadini all’isolamento. Il rischio della rivoluzione francese: è sviluppo di società democratiche ma non libere. Esse sono attirate, e alla fine disgregate dalla ricerca senza sosta della ricchezza, la massa vi domina e impedisce la nascita e il successo dei grandi cittadini.
Afferma infatti che fra tutti i principi e sentimenti che prepararono la rivoluzione, l'idea e il desiderio della libertà politica sono affiorati per ultimi e sono stati i primi a sparire. Questa forma particolare di tirannia è appunto il dispotismo democratico composto da un popolo di individui estremamente simili e uguali, privati di tutte le facoltà che potrebbero metterli in grado di sorvegliare i congegni del governo. Torna il tema concernente la crisi del concetto di natura umana secondo cui i governanti possono e devono plasmare gli uomini secondo i loro progetti pseudo-razionali, in modo da trasformarli in oggetti passivi della volontà dei capi.
Il popolo è sovrano, ma soltanto astrattamente. In realtà, il principio della sovranità popolare è in questo caso solo un modo per legittimare il dominio di chi sa qual è la vera volontà dei cittadini: sia esso il legislatore per Rousseau, o il partito guida per Marx e Lenin. La conclusione è chiara: il movimento verso l'uguaglianza, che appare a Tocqueville il vero destino della modernità, porta con sé il suo esatto contrario, cioè il livellamento imposto agli individui, ormai senza più legami organici fra loro e tutti indistintamente protesi alla ricerca del benessere materiale.
- Però esiste una società in cui il rapporto tra uguaglianza e libertà è stato risolto facilmente. Tocqueville aveva ottenuto l'incarico dal governo francese di redigere un rapporto sulla condizione delle carceri negli Stati Uniti, e al ritorno inizia la stesura di uno dei suoi libri più rinomati. "Democrazia in America" solo in parte riguarda l'inchiesta sulle prigioni, infatti mentre fissa con attenzione la realtà di questo paese in cui la grande rivoluzione dell'uguaglianza, sembra quasi aver raggiunto i suoi limiti naturali prevede che, prima o poi, anche la Francia arriverà all'uguaglianza.
- La riflessione toquevilliana: l'uguaglianza è ambivalente nel senso che può conciliarsi con la libertà, come negli Stati Uniti, oppure può soffocarla come avvenne nel periodo giacobino della rivoluzione francese. La questione è quindi imparare a saper percorrere questo difficile cammino.
- I popoli di antica tradizione cristiana sono quelli in cui l'avanzamento dell'uguaglianza appare come un destino, che è ancora nelle loro mani, ma ben presto sfuggirà. Il compito che attende i governanti è educare alla democrazia, e a questo fine è necessaria una scienza politica nuova che si ricava dall'osservazione e critica delle istituzioni degli Stati Uniti.
- La chiave di volta in America è innanzitutto il decentramento del potere, che ha impedito il formarsi di un potere unico e dispotico, troviamo anche la struttura federale dello stato e l'organizzazione di poteri intermedi. Allo stato compete di garantire l'unità della società attraverso la deliberazione sulle leggi, mentre la funzione dei corpi intermedi è di operare rispettando la legge. Il principio del decentramento è che ognuno è il miglior giudice di quello che lo riguarda direttamente.
- L'autore individua nella nascente democrazia statunitense, il rischio dello strozzamento che la burocrazia può imporre alle attività sociali e alla libera iniziativa dei cittadini ma tale rischio è evitabile, c'è da dire innanzitutto che l'esistenza di due camere costituisce un modo per raggiungere deliberazioni maggiormente ponderate e per creare un equilibrio.
- La sovranità esiste negli Stati Uniti ma è divisa tra l'unione e gli stati, mentre in Francia è una e intera. Se sovranità è il diritto di fare leggi, allora il presidente americano non è neppure lontanamente paragonabile a un sovrano, perché non concorre a farle. Gli Stati Uniti sono dunque il modello di una sovranità limitata, il limite maggiore sta nella superiorità del potere giudiziario, cioè della corte suprema, su tutti gli altri poteri.
- L’influenza della religione sulla quale si sofferma Tocqueville è quella indiretta, la caratteristica delle religioni è di costituire un vantaggio contro la tendenza negativa dell’uguaglianza (ambivalente), infatti pur nella varietà dei culti pongono tutte il fine del desiderio umano oltre i beni materiali terreni e inoltre impongono sempre a ciascuno un qualche dovere verso la specie umana. Tocqueville parla del tipico esempio di religione civile, inoltre la religione è quindi separata dalla politica, nel senso che i sacerdoti non devono intromettersi nel governo. Questa efficacia va invece persa, quando le chiese si immischiano negli affari terreni e tendono a dominare con l'appoggio variabile del potere temporale. La religione si presenta, così non solo come un elemento di unità ma anche di stabilità, mentre lo spazio politico è quello degli esperimenti che la ragionevolezza suggerisce.
Mill e l'utilitarismo
Appunti: punto di riferimento per il partito radicale in Italia nel II dopoguerra. Appartiene all’utilitarismo, un paradigma che si afferma nel corso del '800, con Bentham, gli utilitaristi sostenevano che le questioni di giustizia coincidono con quelle di utilità. Infatti, l’uomo è un essere che cerca il piacere e fugge dal dolore. I governanti si devono chiedere: quali dei provvedimenti che voglio mettere in campo genera più utilità/benessere in società? Il governante deve creare un ordine politico in cui si massimizza l’utilità individuale e collettiva.
Mill è anche influenzato dalla lettura di Tocqueville che lo spinge nel fare entrare nel suo schema anche alcune istanze del socialismo e prende le distanze dal liberalismo tipico anglosassone. Mill fa propria la diagnosi di Tocqueville sulla tirannide della democrazia, dalla società di massa, osservando i processi in atto nella società moderna osserva il potere del popolo.
Fa un discorso che riguarda il campo economico, studia l’economia classica, e si rende conto che c’è un problema legato alla produzione e alla distribuzione della ricchezza, infatti le leggi di produzione della ricchezza sono naturali mentre i criteri di distribuzione sono culturali, ecco il socialismo. Chiaramente ogni società si dà propri criteri di distribuzione delle risorse.
Opta per un’organizzazione liberal democratica dello stato, una prospettiva come quella di Locke. Con il liberalismo condivide l’idea di libero mercato e la difesa dei diritti civili e politici ma diversamente si pone il problema di una più giusta distribuzione delle risorse.
Dal punto di vista culturale introduce il voto plurimo, ci sono persone destinate ad avere influenza politica maggiore di altri, per esempio gli studiosi ecc. Dice questo per introdurre delle istanze qualitative nel dibattito pubblico, si tratta di non appiattire tutto, perché altrimenti non ci sarebbe progresso morale.
Mill dice che lo stato non deve intervenire, perché se lo facesse noi non saremmo mai garantiti, chi è lo stato per dire che una certa azione fa il bene dell’individuo? Quindi ha una concezione di libertà negativa di non interferenza: la mia libertà ha come limite non intaccare la libertà dell’altro.
Legato a Tocqueville da amicizia, oltre che dalla condivisione di ideali, pubblica nel 1859 un testo molto importante per il liberalismo moderno e contemporaneo, "On Liberty". Anche in questo caso lo spunto saliente è dato dalla riflessione critica sulla nazione francese: l'errore fatale della linea che va almeno da Rousseau a Robespierre è, a parere di Mill, aver creduto che affidare la sovranità al popolo consentisse di eliminare quei limiti e quei controlli del potere. L'errore maggiore è stato quello di credere che la nazione non avesse bisogno di essere protetta dalla sua stessa volontà in quanto non c'era da temere che potesse esercitare un potere tirannico su se stessa. Per Mill, infatti, la totalità dei cittadini, cioè il popolo, è solo un'ingannevole astrazione.
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