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Introduzione all'etnolinguistica

La lingua è l’elemento primario della vita di una comunità; la lingua parlata è surrogata in due modi principali, attraverso la lingua scritta e attraverso il linguaggio delle immagini (modo simbolico). I bambini vengono educati tramite la lingua, poiché imparano i criteri organizzativi, le regole del comportamento e la differenza tra status sociali con l’apprendimento della lingua, che veicola perciò la cultura. Gli strutturalisti, come Bloomsfield e Martinet, sono i più disinteressati dell’aspetto antropologico della lingua, mentre la filosofia del linguaggio è la più avanzata comprensione dell’evento linguistico (es. Wittegenstein, Austin, Black) anche se ha pochi scambi con gli studi antropologici, e oggigiorno è affermato il principio dello scavalcamento degli spartiacque tra un metodo e l’altro.

Lo scopo dell'etnolinguistica è studiare e interpretare ogni manifestazione linguistica in rapporto alla particolare cultura che l'ha prodotta mediante una serie di categorie universalmente valide.

Storia e prospettive dell'etnolinguistica

L'atteggiamento etnocentrico di ciascun popolo, la difficoltà di raccontare un'altra lingua senza un riferimento concreto e altre variabili storiche hanno causato un ritardo nella nascita dell'interesse per le lingue altrui. I greci furono molto poco sensibili alla diversità linguistica, definendo gli altri popoli aglossos ("privi di parola") e studiando poco o nulla gli altri idiomi. La prima ambasciata cinese che giunse in Occidente fu nel 138-126 a.C., sotto la dinastia Han, a cui seguirono altri sporadici viaggi di scoperta. Per i musulmani, come per i greci, le altre lingue non avevano nulla di umano, anche se tra IX e X secolo fiorì la letteratura geografica scientifica musulmana dando un forte impulso alla conoscenza delle altre culture. A seguito dell'epoca delle scoperte geografiche e della colonizzazione europea aumentò l'interesse per le altre popolazioni (es. il resoconto di Antonio Pigafetta, che partecipò alla prima circumnavigazione del globo con l'entourage di Ferdinando Magellano tra 1519 e 1522 e compì un'operazione di rielaborazione del materiale linguistico raccolto dai vari informatori, collegando i termini ai corrispettivi referenti nel mondo e traducendoli così nella propria lingua; egli diede la più antica attestazione fedele del malese moderno). Nel 1585 Sassetti raccolse in modo "dinamico" la lingua sanscrita accennando alle differenze tra la variante antica e quella corrente. Padre Matteo Ricci (1552 – 1610) imparò a fondo la lingua cinese e vi compose numerose opere di matematica, apologia e astronomia.

Nel corso del Seicento si impose l'uso di raccogliere liste di vocaboli "stranieri" da pubblicare in appendice alle relazioni di viaggio, mentre si ebbe una svolta nella conoscenza di lingue altre con le figure dei missionari religiosi, che spesso risiedevano fino alla morte in altri paesi compiendo opere di mediazione linguistica. La descrizione grammaticale delle altre lingue fu uno scoglio teorico superato solo dopo l'assunzione di uno schema fisso tratto dalla grammatica greco-latina (scelta che fu successivamente criticata, in quanto non tutte le lingue hanno la medesima struttura), mentre la mancanza di uno schema di riferimento fonetico universale costrinse i protolinguisti a partire da una lingua nota e a procedere per comparazione per ricostruire una lingua straniera. Dalla letteratura missionaria seicentesca si passò alla letteratura filosofica settecentesca, con una netta differenza di conoscenze linguistiche e una totale assenza di nozioni basilari riguardanti le cosiddette lingue primitive (es. si diffuse lo stereotipo per cui le lingue nordiche sono povere di vocali al fine di non dover aprire la bocca per il freddo e quello per cui le lingue primitive sono prive di grammatica, composte da suoni indistinti e da un lessico fluido e impreciso e incapaci di astrazione).

Non tutti i filosofi settecenteschi si dimostrarono però insensibili all'aspetto empirico dell'osservazione del linguaggio (es. il viaggiatore C.F. De Volney, vissuto tra 1757 e 1820, che accentuò l'importanza dell'apprendimento delle lingue dei luoghi che si visitavano) (es. il filosofo del linguaggio Wilhelm von Humboldt, vissuto tra 1767 e 1835, che applicò il pensiero filosofico dell'epoca, tra cui Schiller, Kant e Leibniz, allo studio della lingua basca, di quella cinese, di quella giavanese e di quelle amerindie e sostenne che l'analisi linguistica andasse inserita nell'ambito antropologico in quanto studio delle varie manifestazioni dell'uomo).

Una data fondamentale negli studi linguistici è il 1784, quando il magistrato inglese William Jones (che fu il primo a intuire in maniera sistematica la parentela tra il sanscrito e le lingue indoeuropee, da cui prese avvio la linguistica comparata indoeuropea) fondò a Calcutta l'Asiatic Society. La figura del viaggiatore etnologo con interessi linguistici apparve solo nell'Ottocento, mentre uno dei crismi del pensiero linguistico ottocentesco fu il connubio tra lingua e razza, poiché si venne a creare una scala di competenza crescente (lingua superiore = razza superiore) con all'apice le lingue indoeuropee, seguite da quelle semitiche e poi da tutte le altre.

L. Hervás y Panduno catalogò tutte le lingue conosciute in Europa alla fine del Settecento, aprendo alla classificazione genetica degli idiomi.

All'inizio dell'Ottocento R. Rask ipotizzò l'esistenza di un gruppo linguistico "scita" (detto poi anche "turanico" e corrispondente all'odierno uraloaltaico).

La linguistica africana ebbe tra i suoi fondatori M.H.K. Lichtenstein (1780 – 1857), che pubblicò i primi vocabolari di lingue del Sud Africa, e W.H.I. Bleek (1827 – 1875), il primo studioso ad occuparsi scientificamente del problema delle lingue a classi e a raggruppare insieme le lingue africane nella cosiddetta Great African Family, confondendo però i concetti di lingua e razza e separando così la razza africana da tutte le altre.

Nel 1836 A. Gallatin fu il primo a tentare di classificare le lingue americane indigene.

L'ultima classificazione linguistico-razziale fu quella di Friedrich Müller (1834 – 1898), che nel 1876 individuò 78 gruppi linguistici in base a dei criteri sia antropologici che geografici.

Un altro metodo di classificazione linguistica in uso dell'Ottocento era quello tipologico, introdotto dai fratelli Friedrich e August Wilhelm Schlegel tra 1808 e 1818, i quali divisero tutte le lingue umane in tre gruppi (quelle senza struttura grammaticale, quelle a affissi e quelle con flessione), a cui si rifanno anche le classificazioni morfologiche di F. Bopp e A.F. Pott tra lingue isolanti (es. cinese), quelle agglutinanti (es. turco), quelle flessive (es. indoeuropee) e quelle incorporanti (es. amerindie), e le classificazioni di H. Steinthal tra lingue prive di forma e dotate di forma e di F.N. Finck (1867 – 1911) in sette gruppi linguistici caratterizzati dal grado di equilibrio tra percezione e sentimento dei parlanti; il rischio della classificazione tipologica è quello di individuare una teleologia dello sviluppo dall'idioma più regredito a quello più evoluto (come fa Humboldt, distinguendo tra lingue "più complete" e "meno complete").

In un clima accademico di generalizzazioni linguistiche basate su bias e dati insufficienti e/o erronei (es. il viaggiatore che raccoglieva le informazioni linguistiche che gli convenivano per uno specifico scopo) emerse la figura di Franz Boas, il cui metodo di lavoro utilizzava solo dati raccolti personalmente; egli operò con le lingue americane poiché sosteneva che erano condannate a una rapida estinzione (la cosiddetta "antropologia del salvataggio"), non venendo per questo riconosciuto come linguista (in quanto all'epoca il campo linguistico si occupava solo di lingue indoeuropee), e pubblicò nel 1911 il primo di tre volumi e mezzo del Handbook of American Indian Languages, nella cui introduzione diede varie indicazioni tecniche su come trascrivere i suoni delle altre lingue e prese posizione riguardo a questioni dibattute quali la tematica razza-lingua e le categorie grammaticali.

Uno dei suoi allievi, E. Sapir (1884 – 1939), curò il secondo volume del Handbook (1922).

Bronislaw Malinowski (1884 – 1942) compì varie ricerche sulle lingue dei popoli da lui studiati soffermandosi sul problema della traducibilità e sul nesso tra lingua e cultura e affermando che ogni comunità è fática (cioè basata sul contatto linguistico tra i suoi membri), che ogni enunciato formulato dalla comunità acquista un significato solo a partire dal "contesto della situazione" (ad esclusione delle lingue morte, che esistono solo in forma scritta) e che quindi una traduzione completa equivale non alla scelta di possibili termini equivalenti ma alla spiegazione di tutti i fatti che concorrono a formare il significato di una proposizione.

Dopo il 1940 non si possono passare in rassegna le intersezioni tra linguistica e antropologia mediante singoli personaggi; tra gli anni '30 e gli anni '70 si sono distinti tre temi fondamentali:

  • Il livello tecnico, che vede la linguistica come sussidio dell'etnologia e la conoscenza della lingua come accesso alla conoscenza della cultura mediante procedimenti tecnici ed euristici.
  • Il livello pragmatico, che riguarda i rapporti pragmatici tra lingua e cultura; a questo proposito E. Sapir afferma che la lingua è più che un mero strumento per penetrare in una cultura, poiché il mondo stesso non è dato in modo obiettivo ma costruito a partire dalle abitudini linguistiche di un gruppo umano, e Whorf afferma che la lingua che si parla modifica e modella il comportamento (es. gli atti della quotidianità).
  • Il livello esplicativo, che contempla l'applicazione di modelli di tipo linguistico ai fenomeni culturali; lingua e cultura hanno varie analogie (sono entrambe selettive poiché utilizzano solo una parte dell'infinito insieme di possibilità, sono organizzate secondo patterns, cioè modelli e strutture perlopiù inconsce, sono ciascuna a modo suo una configurazione unica, ambedue mutano secondo un "drift" ecc.); a questo proposito Claude Lévi-Strauss riconosce il valore della linguistica come disciplina guida e sottolinea alcune implicazioni generali della fonologia, tra cui lo spostamento dello studio dai fenomeni direttamente osservabili alla loro struttura e l'esaminazione non di singoli dati come entità dipendenti ma delle relazioni tra i termini di un sistema, tentando di applicarli all'analisi dei legami di parentela.

Dagli anni '60 la tendenza generale degli studi linguistici è quella di trattare in modo integrato il comportamento verbale e quello non verbale, e uno degli ostacoli alla loro completa unione con l'antropologia è il preferire di occuparsi della competenza invece che dell'esecuzione. Nel 1962 Hymes propose un primo tentativo di teoria integrata, che battezzò ethnography of speaking, con l'obiettivo di ottenere un metodo etnografico in linguistica al posto del metodo linguistico in etnografia.

Lingua e società

Spesso si definisce la comunità linguistica facendo riferimento alla lingua e si dice che essa è circoscritta e delimitata dall’uso di una stessa lingua, ove ogni parlante sa di essere il nodo di un certo numero di reti e la somma delle reti non incompatibili tra loro dà l’estensione della comunità; la comunicazione non avviene in modo linguisticamente omogeneo, cioè attraverso una stessa varietà, poiché proprio come la società è articolata in gruppi, strati e classi d’età, così il repertorio complessivo delle varietà usate nella comunità è articolato, rendendo l’ordine linguistico il presupposto di ogni stabilità sociale. All’interno della comunità ogni suddivisione è segnata dal suo peculiare uso linguistico (es. baby talk per comunicare coi bambini), e visto che ciascun parlante appartiene a più reti può essere coinvolto in più suddivisioni (es. a Mangalore ogni scelta linguistica identifica immediatamente mestiere, casta, sesso, religione e appartenenza etnica del parlante).

L’esistenza di lingue femminili è stata osservata già dagli autori classici (es. Erodoto racconta come gli Sciti non riuscirono mai a imparare la lingua delle Amazzoni che avevano preso per mogli, mentre le Amazzoni appresero lo scita) (es. il caso dei Caribe di Santo Domingo, dove gli uomini parlavano caribe e le donne arawak fin dal 1654; non si tratta di lingue distinte ma di una stessa lingua di base in due varietà diverse). Nello studiare la questione di genere in linguistica, si è sempre considerata la lingua delle donne l’eccezione rispetto alla lingua "normale", anche se esistono dei casi particolari (es. per i Dogon il sígi sòò è la lingua segreta della società degli uomini, a cui i ragazzi sono iniziati al momento della circoncisione, rito di passaggio tra condizione di bambino e quella di uomo pienamente integrato). Le differenze delle lingue femminili da quelle maschili si basano soprattutto sulle tre variabili della linguistica descrittiva:

  • Fonologia, cioè i moduli di intonazione femminili e alcune realizzazioni tipiche di fonemi.
  • Morfologia, cioè l'uso di una serie di pronomi personali distinti o di diminutivi.
  • Lessico, cioè forme affettive, non virili e abbondanti di esclamazioni.

Le lingue speciali, dette anche gerghi, hanno una componente di artificialità, sono peculiari di un gruppo ben definito e hanno una funzione prevalentemente sociale, poiché includono o escludono dalla comunicazione chi non rientra nel gruppo di riferimento rafforzandone il senso di identificazione; alcuni gerghi sono riservati non tanto a determinati parlanti quanto a determinate occasioni (es. lingue di guerra e scorreria o quelle di caccia). Le lingue sacre sono lingue speciali usate in occasione di cerimonie da un gruppo particolare (sacerdoti, sciamani ecc.); alcune lingue speciali sono segrete e vengono tramandate senza che nulla ne trapeli ai non iniziati, mentre altre sono note almeno in parte agli esterni; spesso una lingua speciale deve una parte del proprio lessico a una lingua straniera o a una fase più antica della lingua base, e sono frequentissime le operazioni di deformazione della lingua (tra cui l'inversione, che inverte l’ordine delle sillabe, la sostituzione o aggiunta di suffissi e l'inserzione di singoli fonemi o sillabe, la quale è un meccanismo che ricorre anche nelle lingue private dei bambini).

Esistono varietà linguistiche completamente inventate, di cui la prima dotata di una funzione comunicativa che si conosca è il balaibalan, inventata nell’ambito della setta hurufi (XIV – XV secolo), in Anatolia, con la funzione di trasmettere in forma esoterica i contenuti religiosi e mistici della religiosità hurufi e di imitare l’Artista Assoluto. Un altro esempio di lingua inventata è la glossolalia, un tipo di produzione linguistica legata a stati emotivi molto forti in cui il parlante usa uno specifico repertorio di fonemi (non si limita a produrre dei suoni a caso).

La storia è una delle conseguenze della rivoluzione della scrittura, mentre nelle culture dell’oralità il mezzo è la memoria, la quale è accessibile attraverso la sua esposizione verbale (es. nell’Africa occidentale islamizzata il griot, depositario di tutte le tradizioni storiche e genealogiche, è una figura che funge da archivio vivente il cui fine è la conservazione della struttura sociale in cui vive) (es. tra i Gonja in Ghana settentrionale la trasmissione orale modifica il passato in funzione del presente, il quale è decodificato dal narratore).

Secondo Claude Lévi-Strauss il mito ha una veste linguistica in quanto è conoscibile solo attraverso la lingua e, come ogni unità linguistica, anch'esso è formato da unità costitutive, che egli definisce mitemi, superiori per livello alle unità interne alla frase (fonemi e morfemi); il mito ha valore di “schema dotato di efficacia permanente” e viene percepito come tale da ogni lettore.

Per l'apprendimento della lingua la sola acquisizione passiva non è sufficiente, poiché in società fortemente stratificate in cui le diversità linguistiche sono funzionali alla conservazione dei dislivelli interni i gruppi devono necessariamente esercitare un controllo sull’apprendimento delle loro prerogative linguistiche mentre nelle comunità piccole e non stratificate un uso inappropriato del linguaggio può portare a scompensi di ordine sociale; il principale ruolo dell’insegnamento spetta alla madre, motivo per cui si parla di madrelingua e lingua materna, anche se buona parte dell’insegnamento linguistico non avviene in forma diretta (es. l’indovinello, che è al tempo stesso un esercizio di memoria e un concentrato di conoscenze simboliche e linguistiche), mentre nell’uso quotidiano il parlante continua a essere sottoposto ad un controllo linguistico, che determina un conformismo grammaticale.

Strutture linguistiche e sistemi culturali

Una tradizione deterministica di studi stabilisce una correlazione tra il clima e il tipo di lingua, poiché il clima condiziona l’aspetto acustico, la produzione fisica e la qualità estetica, cioè il “genio” della lingua, mentre un'altra tradizione stabilisce una correlazione tra lingua e razza e tra lingua e tipo di tecnologia. Il pensiero moderno os...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trydimi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etnolinguistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Murano Francesca.
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