Globalizzazione e imprese multinazionali
Introduzione al business internazionale
Studiare international business significa studiare attività e transazioni che avvengono tra Paesi diversi, quindi attività a livello sovranazionale. Si studiano imprese la cui attività non si esaurisce solamente nel suo Paese d'origine ma che interagiscono anche con l'estero.
Tipi di transazioni e attività
Tali transazioni e attività sono essenzialmente due:
- Operazioni commerciali [trade] nei casi di import ed export;
- Investimenti diretti all'estero [FDI o IDE], nel caso in cui le imprese costituiscano (o acquisiscano) e gestiscano attività in Paesi esteri. Essi sono investimenti effettuati per acquisire un interesse durevole in un’impresa che opera in un Paese diverso da quello in cui risiede l’investitore; sono volti a stabilire un legame di lungo termine con l’impresa estera e rispondono alla finalità (strategica) di gestire un’attività all’estero.
Quindi, sono diversi dalle operazioni finanziarie speculative, ovvero gli investimenti di portafoglio. Si definisce un FDI nel momento in cui un’impresa detiene una partecipazione al capitale di un’altra impresa estera superiore al 10%.
Impresa multinazionale vs impresa internazionale
Un’impresa multinazionale ha l’headquarter (sede principale) in un paese, ma gestisce direttamente attività (non necessariamente produttive) anche in altri paesi (almeno uno), quindi ha diverse filiali. Perciò, un’impresa per essere multinazionale non deve necessariamente produrre all’estero; infatti, un’impresa made in Italy può comunque essere una multinazionale.
L’internazionalità è, invece, un concetto più ampio e generico. Un’impresa è internazionale nel momento in cui ha rapporti con l’estero ma non gestisce direttamente alcuna attività all’estero, magari ha semplicemente dei clienti internazionali o fa degli approvvigionamenti all’estero. Tipicamente è un’impresa che ha export indiretto, ovvero un’attività indiretta di vendita all’estero in quanto si avvalgono di agenti e distributori.
Grado di internazionalizzazione
Per misurare il grado di internazionalizzazione delle imprese si deve analizzare:
- Il numero di paesi in cui l’impresa vende i suoi prodotti (ampiezza geografica);
- La percentuale di vendite estere [vendite estere/vendite totali], quindi, la percentuale di export. Questo valore di trova nella nota integrativa del bilancio che analizza la voce dei ricavi presente nel CE;
- Il numero di filiali estere e dove si trovano;
- Il numero di dipendenti all’estero.
Triade e paesi emergenti
Negli anni Ottanta fu introdotto il concetto della “Triade”, infatti si divideva il mondo tra i paesi sviluppati e quelli no; il mondo sviluppato era costituito da tre blocchi fondamentali di commercio e investimento nel contesto mondiale: Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone. Erano proprio questi i paesi che storicamente realizzavano la maggior parte degli scambi e degli FDI. Invece, negli ultimi 15-20 anni è cresciuto sempre più il peso dei paesi emergenti. Infatti, una parte dei paesi in via di sviluppo sono diventati emergenti: Cina, Brasile, Russia e India. Il mondo è diventato più variegato.
Globalizzazione
Globalizzazione è il fenomeno in base al quale l’economia mondiale è sempre più integrata e interdipendente, e in base a ciò, quello che accade in un paese ha sempre più ripercussioni anche sul resto del mondo [esempio: crisi 2008 da Usa a Europa]. Questa interdipendenza tra paesi si può osservare su due livelli:
- Globalizzazione della produzione;
- Globalizzazione dei mercati.
Globalizzazione della produzione
Si riferisce all’approvvigionamento di beni e servizi da località in tutto il mondo le imprese ridefiniscono la loro catena del valore su base globale per trarre vantaggio dalle differenze nel costo o nella qualità dei fattori di produzione. Si parla, infatti di delocalizzazione della produzione, detta offshoring. Reshoring = imprese che inizialmente avevano delocalizzato decidono di tornare a produrre nel paese domestico in quanto i vantaggi di questo fenomeno sono, in questo caso, più che compensati dagli svantaggi.
Globalizzazione dei mercati
Si riferisce all’unione dei singoli mercati nazionali separati in un unico mercato globale in quanto:
- La caduta delle barriere al commercio internazionale ha reso più semplice vendere a livello internazionale;
- Tesi di Levitt:
- I bisogni diventano sempre più omogenei e i gusti e le preferenze convergono verso uno standard globale;
- Le imprese offrono prodotti standardizzati in tutto il mondo (dall’impresa “multinazionale”, che si adatta ai mercati locali, a quella “globale”, che concepisce il mondo come un’unica arena competitiva e vende ovunque gli stessi prodotti).
Creazione di un “villaggio globale”. Il settore dell’elettronica di consumo effettivamente rappresenta un’impresa globale (quella che considera tutto il mondo come un unico grande mercato globale).
Critiche alla tesi di Levitt
Però, ci sono alcune critiche evidenti alla tesi di Levitt:
- Ci sono sempre più nuove tecnologie che permettono di incrementare la varietà e le possibilità di differenziazione dei prodotti, che quindi non sono standardizzati;
- Inoltre, i bisogni e i comportamenti dei consumatori sono, in realtà, sempre più complessi e variegati (segmentazione sempre più spinta, bisogni sempre più sofisticati);
Le imprese tendono, quindi a differenziare molto di più per tenere in conto i fattori country-specific che hanno ancora un peso molto rilevante nella formazione delle aspettative dei consumatori.
Importanza del paese d'origine
Quanto conta il paese d’origine dell’impresa ai fini del suo successo e la sua competitività a livello internazionale? Ci sono due teorie a riguardo:
- The Competitive Advantage of the Nation (Porter, 1990) secondo Porter il ruolo del paese d’origine è molto importante, infatti, più un’impresa si trova a dover affrontare già una grande competitività a livello domestico più sarà preparata alla competitività a livello internazionale. Quindi, paesi con un mercato interno più grande e sofisticato sono avvantaggiati e più competitivi anche all’estero.
- I vantaggi di liberarsi della geografia (Doz-Santos-Williamson, 2004) secondo questa teoria in un mondo globale le imprese devono dipendere sempre meno dal mercato domestico; l’impresa deve considerare il mondo intero come un mercato.
Effetto "Made in"
La globalizzazione da un lato ha indotto a pensare che il mercato dei paesi da cui provengono le imprese è sempre meno importante, ma dall’altro, però, ci sono tanti dati che portano a pensare l’esatto opposto, infatti diverse ricerche si sono proposte di analizzare se e in che misura il comportamento del consumatore sia influenzato dal country of origin effect e il cosiddetto effetto “made in”.
L’identità di un paese e la sua tradizione produttiva possono rafforzare un marchio e qualificare positivamente l’immagine di un prodotto qualora al paese sia riconosciuta una certa superiorità in aspetti quali: design, innovatività, prestigio, qualità e maggiori capacità nella lavorazione dei prodotti. Così il paese di origine del prodotto può essere usato dal consumatore come “sostituto dell’informazione”, cioè come indicatore delle caratteristiche qualitative del prodotto. L’impatto della provenienza geografica sembra maggiore per prodotti realizzati in paesi che hanno una grande tradizione produttiva (caffè brasiliano, cioccolato svizzero, profumo francese, moda italiana). Perciò, in un mondo globalizzato, le differenze tra i paesi sono ancora più significative.
Strategia "Glocal"
Valorizzare la relazione tra marchio e paese è un modo per realizzare una strategia “glocal” (global + local) poiché:
- Si vendono prodotti globali con una differenziazione più difficile da imitare; il che permette di raggiungere un vantaggio competitivo sostenibile che per l’appunto si basa principalmente su risorse immateriali;
- Il legame con il paese d’origine può essere utilizzato con successo nelle strategie di comunicazione (pubblicità).
Problemi legati all’effetto made in
Spesso è difficile individuare con certezza (per il consumatore) il paese d’origine del bene:
- Immagine legittima = prodotto effettivamente realizzato nel paese che il consumatore ritiene quello d’origine del prodotto;
- Immagine parzialmente legittima = il consumatore attribuisce al prodotto un’origine diversa, in quanto fa riferimento alla nazionalità dell’impresa;
- Immagine prestata = il prodotto evoca un’origine del tutto diversa da quella reale.
Italian Sounding: attribuzione ad un prodotto di un’origine italiana che in realtà non ha, per effetto di una comunicazione ingannevole per il consumatore (soprattutto nel settore agroalimentare).
Discussioni sulla globalizzazione
C’è un vero e proprio dibattito intorno al fenomeno della globalizzazione:
In conclusione, si può dire che non è vero che la globalizzazione ha annullato l’importanza del paese d’origine e le differenze tra i paesi, tant’è vero che a volte le imprese lo valorizzano tramite le loro strategie di marketing.
Dopodiché, alcuni studiosi di international business sostengono che la globalizzazione sia un concetto astratto, che effettivamente non esista, affermando invece che il fenomeno vissuto finora sia quello della regionalizzazione. Quest’ultimo deriva dalla nascita di aree geografiche ‘sovranazionali’ formate da più paesi che perseguono una maggiore integrazione economica (e, nel caso dell’UE, anche politico-istituzionale), ovvero i cosiddetti “regional blocs” [EU, Nafta, Mercosur]. È proprio la crescente importanza di queste regioni che porta alla nascita di questa teoria che sostiene una effettiva riduzione delle distanze “intra-regionali”; mentre permangono restando rilevanti le distanze “inter-regionali”.
Infatti, sono diventati sempre più simili e integrati tra loro i paesi appartenenti alle stesse regioni, mentre resta difficile svilupparsi al di fuori di esse. Questa tesi è sostenuta dal fatto che analizzando i dati di bilancio delle grandi multinazionali del mondo esiste ancora una certa asimmetria nelle loro vendite (non vendono in tutto il mondo come invece ci si aspetterebbe in base alla globalizzazione, svilupparsi a livello globale non è così semplice come sostiene il fenomeno della globalizzazione).
“The world is regional, not global” cit. Rugman
Prospettive d'analisi sulle imprese multinazionali
Le prime teorie e modelli economici
Esse analizzano l’internazionalizzazione per quanto riguarda una prospettiva macro: il focus è sui paesi piuttosto che sui comportamenti e le strategie delle singole imprese. Perciò, analizzano i flussi internazionali (import/export) tra i paesi.
In questo contesto le principali teorie sono:
- Modello dei vantaggi assoluti (Smith) ogni paese si specializza nella produzione di beni e servizi per cui detiene dei vantaggi di costo;
- Modello dei vantaggi comparati (Ricardo) ogni paese si specializza nella produzione in cui ha il costo opportunità più basso;
- Modello basato sulla dotazione dei fondamentali fattori di produzione (Heckscher – Ohlin) ogni paese si specializza nella produzione per cui possiede abbondanza di fattori produttivi.
Il contributo di Hymer
Secondo Hymer le variabili “macroeconomiche” non bastano a spiegare commercio internazionale ed investimenti esteri; infatti, il fatto che esistano gli IDE in un paese, quindi dei flussi commerciali tra paesi, non dipende solo dalle caratteristiche macroeconomiche ma anche da fattori aziendali (caratteristiche delle imprese stesse). Perciò, l’importanza del contributo di Hymer sta nell’aver spostato il focus dal Paese all’impresa ossia dai vantaggi comparati ai vantaggi dell’impresa, gettando le basi per le successive teorie dell’impresa internazionale.
Innanzitutto, secondo Hymer tutte le imprese che si espandono nei mercati esteri affrontano la liability of foreignness, ovvero una serie di svantaggi rispetto alle imprese nazionali dovuti alla minore familiarità con la cultura e il mercato locale, l’ambiente istituzionale-normativo, la lingua, il modo di ‘fare business’ nel paese, ecc. In base a ciò, un’impresa sceglierà di internazionalizzarsi quando i vantaggi che essa possiede rispetto ai concorrenti ‘locali’ (ossia le imprese di quel paese) sono in grado di compensare la liability of foreignness.
Perché esistono le imprese multinazionali e gli investimenti diretti esteri?
Gli investimenti diretti esteri (IDE o FDI – Foreign Direct Investments) sono costosi, le imprese devono sostenere i costi legati alla creazione di una filiale estera o all’acquisizione di un’impresa già esistente. Inoltre, come appena detto, gli IDE sono rischiosi liability of foreignness. Nonostante questo, le imprese multinazionali esistono. Perché? Ci sono molteplici motivi.
Monopolistic advantage theory
Spiegazione degli FDI basata sulla monopolistic advantage theory. Gli FDI sono motivati dalla volontà delle imprese di difendere e valorizzare i propri vantaggi competitivi (‘monopolistici’), i propri asset e risorse fondamentali. Gli FDI sono scelti dalle imprese perché permettono loro di avere pieno controllo sulle risorse e competenze (alla base del vantaggio competitivo) impiegate nel mercato estero (e così un certo livello di potere “monopolistico“ nei confronti dei concorrenti). Si tratta di vantaggi competitivi che consentono di superare le difficoltà legate alla liability of foreignness (posizione di svantaggio che le imprese internazionali hanno per definizione rispetto alle imprese nazionali). Esempi di vantaggio monopolistico (competitivo): tecnologia, know how, brevetti.
Alternativa agli IDE
Ossia altri modi attraverso cui le imprese possono sfruttare i propri vantaggi competitivi su scala internazionale senza effettuare FDI. Ad esempio, un’impresa potrebbe decidere di fare degli accordi di licensing, ovvero contratti con imprese estere per realizzare e vendere suoi prodotti all’estero. È un accordo di collaborazione. Però, i contratti di licensing sono sempre più difficili da fare a livello internazionale per una serie di barriere culturali e commerciali di stipula dei contratti.
Theory of internalization
Spiegazione degli FDI basata sulla ‘teoria dell’internalizzazione’ (internalization theory). La teoria dell’internalizzazione applica concetti sviluppati dalla transaction cost economics (economia dei costi di transazione) alle imprese multinazionali. Questa teoria parte dal presupposto secondo cui ci sono due modalità di governo di un’attività economica [scelta make or buy]:
- MERCATO = ci si rivolge ai fornitori, quindi si compra sul mercato un servizio (contratto);
- IMPRESA = l’attività viene internalizzata nella gerarchia, quindi nell’organizzazione aziendale.
I costi di transazione sono proprio i costi legati al ricorso al mercato: ad esempio, i costi per la ricerca dei fornitori, per la stipula del contratto, per i controlli periodici ed eventualmente per azioni giuridiche, ecc. Quanto maggiori saranno le imperfezioni del mercato, quindi quanto più il mercato è inefficiente (i rischi di comportamenti opportunistici, le asimmetrie informative) tanto più i “costi” del ricorso al mercato (costi di transazione o transaction costs) saranno elevati e tanto più crescerà l’incentivo per l’impresa ad internalizzare le transazioni di mercato. Questi problemi sono più elevati se l’oggetto della transazione è rappresentato da conoscenza, quindi know how o tecnologie.
L’impresa multinazionale è un’impresa che “internalizza”, cioè gestisce al proprio interno interdipendenze tra attività svolte in paesi diversi. Gli investimenti diretti all’estero possono essere una modalità più efficiente e vantaggiosa rispetto all’uso del mercato (soprattutto nel caso di transazioni che riguardano asset basati sulla conoscenza), a causa degli elevati costi di transazione dovuti alla distanza geografica, le differenze culturali, sociali, nel modo di fare business ecc.
Altre prospettive d’analisi sulle imprese multinazionali
L’impresa multinazionale può essere vista come una rete, un network differenziato: perciò, una rete di filiali con attività, ruoli e autonomia diversi [The ‘Networking’ MNE]. In questo senso vi è un focus sullo sviluppo e il trasferimento di conoscenze, competenze, risorse e ‘best practices’, vantaggi competitivi tra headquarters (HQ) e le filiali dell’impresa [The ‘Knowing’ MNE]. Considerando la multinazionale come una rete, il focus è sulle relazioni in cui ciascuna filiale è inserita:
- Relazioni interne = ossia tra una filiale con l’HQ e le altre filiali;
- Relazioni esterne = ossia tra la filiale e i diversi stakeholder (fornitori, clienti, pubbliche amministrazioni e altri attori locali) presenti nel paese in cui la filiale è localizzata.
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