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Definizioni e stereotipi

Violenza di genere

Violenza di genere: violazione dei diritti umani e le forme di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata. Si intende NON il sesso, ma il genere e quindi non ha a che fare con il sesso biologicamente determinato, ma deriva da una costruzione sociale verso cui vengono educati tutti i bambini. Il genere sono tutti quei ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società impone in quanto donne e in quanto uomini.

Stereotipi

Stereotipi: lo stereotipo è un’opinione comune ritenuta valida relativa a caratteristiche e credenze di gruppi e istituzioni, spesso semplificata e rigida, che non tiene conto delle differenze individuali. Gli stereotipi, quindi, sono effetto di generalizzazione e sono ineliminabili, perché incasellare determinate persone all’interno di certe categorie ci permette di fare delle anticipazioni rispetto a cosa ci possiamo aspettare da una certa persona e a guidare il nostro comportamento. L’aspetto negativo però è che quando questi diventano troppo rigidi e si cristallizzano ci guidano nel fenomeno della profezia che si autoavvera e quindi andare alla ricerca di aspetti e segnali che ci vadano a confermare le nostre aspettative e laddove quella persona violi gli stereotipi attesi, diventa oggetto di pressioni affinché ritorni ad assumere un certo ruolo e atteggiamento che è in linea con le aspettative sociali.

Sessismo

Sessismo: discriminazione secondo il sesso biologico di appartenenza, cioè qualsiasi arbitraria stereotipizzazione di maschi e femmine secondo il sesso. Il termine viene spesso mal interpretato e mal utilizzato perché bisogna considerare discriminazioni contro il sesso (sia femminile che maschile).

Analisi di Irene Biemmi

Irene Biemmi ha fatto un’analisi quali-quantitativa dei testi di lettura della classe quarta delle maggiori case editrici italiane (aderenti al progetto Pari Opportunità nei Libri di Testo). Alcuni risultati sono stati:

  • Ogni 10 protagoniste femmine ci sono 16 protagonisti maschi.
  • Ai protagonisti maschili delle storie sono attribuite 50 diverse tipologie professionali (re, cavaliere, maestro, ferroviere, marinaio, mago, scrittore, dottore, poeta, giornalista, ingegnere, geologo, esploratore, scultore, architetto, scienziato, medico, direttore d’orchestra, etc.).
  • Alle protagoniste femminili soltanto 15 tipologie professionali, tra le quali: “maestra” (in assoluto la più frequente), seguita da strega, maga, fata, principessa, casalinga, etc.

Irene Biemmi parla sia della discriminazione di genere all’interno dei libri scolastici (presente nel suo studio) sia della segregazione formativa vede una suddivisione sessista, insita nel nostro ordinamento scolastico, che conduce gli alunni dei due sessi a convogliare verso indirizzi etichettati come maschili e altri etichettati come femminili. Il fenomeno emerge già nella scelta delle superiori ma il fenomeno è più evidente nelle scelte universitarie. Se si va oltre l’aspetto universitario e si prende in considerazione tutto l’aspetto del mondo del lavoro si vede come le posizioni apicali siano ricoperte principalmente dagli uomini quindi si crea il fenomeno del soffitto di cristallo che non permette alle donne di raggiungere le posizioni apicali, anche negli ambiti principalmente femminili.

Conseguenze degli stereotipi di genere

Gli stereotipi di genere hanno un’evoluzione potenziale negativa arrivando alla violenza, perché questi modelli hanno una valenza normativa che poi ricade sulla definizione di sé e dell’altro e guida il nostro modo di rapportarci all’altro.

Situazioni critiche nei centri antiviolenza

Violenza domestica e assistita

Una delle situazioni più critiche all’interno di un centro antiviolenza è per esempio una donna con figli minori che non è convinta di procedere a denunciare e nemmeno a interrompere la relazione, con situazioni di violenza domestica e violenza assistita (o anche violenza sui minori). Bisogna considerare che però l’utenza è la donna e non nei minori, quindi è una situazione critica perché da un lato si ha l’obbligo di segnalazione ma dall’altro l’utente diretto è la donna con cui si sta cercando di instaurare un rapporto di fiducia ma la donna pone una prospettiva che può essere in contrasto con i propri obiettivi. È importante non nascondere queste necessità di tutela alla donna, perché la donna sta cercando un rapporto di fiducia e quindi può avere già avuto questo tipo di paura ed è utile, a seconda della gravità della situazione, accompagnare la donna a far sì che sia lei che denunci. Il rischio che queste mamme vengano valutate in maniera negativa in quanto non protettive per il bambino (per esempio anche opprimendo la libertà dei bambini) ma bisogna eliminare lo stereotipo che i servizi sociali portano via i bambini. Il fatto che le mamme possono essere valutate come non protettive può avvenire soprattutto se sono le stesse mamme a non voler denunciare i maltrattamenti sul bambino, in quanto non sta proteggendo il suo bambino, soprattutto questo avviene se le segnalazioni non avvengono da lei in prima persona, ma se avvengono dalla psicologa del centro antiviolenza oppure dall’insegnante.

Altre situazioni critiche sono situazioni ad altissimo rischio ma in cui la donna non è ancora pronta ad uscire dalla situazione, anche rischio di omicidio e quindi si ha un forte senso di impotenza davanti a questa situazione.

Forme di violenza

Violenza domestica: designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima.

Intimate Partner Violence: atti di violenza agiti da un partner o da un ex-partner della vittima.

Femmicidio e femminicidio: "femmicidio" è un termine criminologico utilizzato per indicare l’uccisione delle donne per il fatto di essere donne, mentre "femminicidio" indica la forma estrema della violenza di genere contro le donne, prodotto dalla violazione dei suoi diritti umani che può culminare con l’uccisione della donna stessa.

Conflitto: riguarda soggetti prioritariamente coinvolti nelle dinamiche conflittuali, la responsabilità è condivisa e può essere mediato.

Violenza: si basa su una disparità di potere e di opportunità all’interno della relazione, la responsabilità è di chi agisce comportamenti violenti, a prescindere dal genere e la mediazione familiare è vietata.

Tipologie di violenza

  • Violenza fisica: uso di qualsiasi atto violento volto a far male o a spaventare la vittima.
  • Violenza sessuale: molestie sessuali, aggressione sessuale agita con costrizione e minaccia, costrizione alla prostituzione.
  • Violenza psicologica: atteggiamenti intimidatori, minacciosi, vessatori e denigratori, gaslighting.
  • Stalking/Cyberstalking: comportamenti volti a controllare e limitare la libertà della persona, molestie assillanti, minacce, molestie online, postare foto filmati senza il consenso, creazioni profili social falsi.
  • Violenza economica: comportamenti tesi ad impedire che la partner diventi economicamente indipendente, divieto di lavorare, privazione, controllo dello stipendio, mancato assolvimento degli impegni economici assunti.
  • Violenza culturale o da pratiche tradizionali: violenza contro le donne considerata normale componente del tessuto culturale di riferimento, fanno parte i crimini d’onore, pratiche rituali quali le mutilazioni genitali femminili, matrimoni forzati.
  • Vittimizzazione secondaria: complesso delle ripercussioni negative che possono derivare alla vittima di violenza dal contatto con le strutture socio-sanitarie, polizia, magistratura.

La violenza assistita è l’esperire da parte della bambina qualsiasi forma di maltrattamento compiuto su figure affettivamente significative, il bambino o l’adolescente può farne esperienza direttamente (quando la violenza avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il/la minorenne è o viene a conoscenza della violenza/omicidio), e/o percependone gli effetti acuti e cronici, fisici e psicologici. Questo fenomeno è molto trasversale, non c’è un identikit tipico, si possono individuare alcuni fattori di rischio (che hanno un rapporto di probabilità) ma non sono dei fattori causali necessari e sufficienti.

Statistiche sulla violenza

Le indagini ISTAT sono:

  • Il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale.
  • Le donne straniere hanno subito violenza fisica o sessuale in misura simile alle italiane nel corso della vita (31,3% e 31,5%).
  • Le donne separate o divorziate hanno subìto violenze fisiche o sessuali in misura maggiore rispetto alle altre (51,4% contro 31,5%).
  • Critica anche la situazione delle donne con problemi di salute o disabilità: ha subìto violenze fisiche o sessuali il 36% di chi è in cattive condizioni di salute e il 36,6% di chi ha limitazioni gravi.
  • Il rischio di subire stupri o tentati stupri è doppio (10% contro il 4,7% delle donne senza problemi).
  • Il 23,5% delle donne non parla con nessuno della violenza subìta dai partner precedenti, quota che aumenta al 39,9% nelle violenze da partner attuale.

Lo fanno prevalentemente con amici (35%), familiari (33,7%) o altri parenti (11,2%) ma anche con carabinieri, polizia, avvocati o magistrati (6,7%), colleghi o superiori (1,5%), medici o infermieri (1,4%), operatori del pronto soccorso (1,2%), assistenti sociali (1,1%).

Il 3,7% si è rivolta a un centro antiviolenza o a un servizio per il supporto delle donne e il 12,3% ha denunciato la violenza alle forze dell’ordine. Tra le donne che hanno subìto violenza, tuttavia, il 12,8% non sapeva dell’esistenza dei centri antiviolenza o dei servizi o sportelli di supporto per le vittime.

Soltanto il 35,4% delle donne che hanno subìto violenza fisica o sessuale nel corso della vita ritiene di essere vittima di un reato, il 44% sostiene che si è trattato di qualcosa di sbagliato ma non di un reato, mentre il 19,4% considera la violenza solo qualcosa che è accaduto.

Segnali positivi

  • È in calo sia la violenza fisica sia la sessuale, dai partner e ex partner (dal 5,1% al 4% la fisica, dal 2,8% al 2% la sessuale) come dai non partner (dal 9% al 7,7%).
  • In forte calo anche la violenza psicologica dal partner attuale (dal 42,3% al 26,4%), soprattutto se non affiancata da violenza fisica e sessuale.
  • Più spesso considerano la violenza subita un reato (dal 14,3% al 29,6% per la violenza da partner) e la denunciano di più alle forze dell’ordine (dal 6,7% all’11,8%).
  • Più spesso ne parlano con qualcuno (dal 67,8% al 75,9%) e cercano aiuto presso i servizi specializzati, centri antiviolenza, sportelli (dal 2,4% al 4,9%). La stessa situazione si riscontra per le violenze da parte dei non partner.

Segnali negativi

  • Non si intacca lo zoccolo duro della violenza, gli stupri e i tentati stupri (1,2% sia per il 2006 sia per il 2014).
  • Le violenze sono più gravi: aumentano quelle che hanno causato ferite (dal 26,3% al 40,2% da partner) e il numero di donne che hanno temuto per la propria vita (dal 18,8% del 2006 al 34,5% del 2014).

Reazioni che favoriscono la persistenza dell'abuso

  • Movimento centrifugo: distacco indifferente fondato sull’idea che non ci si debba intromettere tra i partner e vi è un allontanamento progressivo dalla coppia.
  • Movimento centripeto: tentativi di forzare i confini della coppia, assumendo una posizione di aperto contrasto nei confronti del maltrattante e tentando di spingere la donna alla separazione, ma in una modalità che anche se guidata dalla buona fede non va a sostenere la donna nel suo percorso di fuoriuscita dalla violenza e va a riproporre lo stesso schema relazionale che la donna già subisce nella sua relazione di coppia, quindi non viene supportata nella sua autodeterminazione e libertà di scelta.
  • Invischiamento connivente: posizione di complicità con il maltrattante e di partecipazione all’abuso (coperture dell’abuso, omissioni di soccorso, contributo attivo).

È importante dare informazioni, perché fino a pochi anni fa in cui non vi era tante informazioni sul tema e quindi il fenomeno non era riconosciuto come tale non tutti sapevano dell’esistenza dei centri antiviolenza. All’interno dei diversi territori (e soprattutto dove le province sono molto ampie) si possono individuare anche più reti territoriali antiviolenza, in cui rientrato all’interno diverse realtà:

  • Comune, che è il capofila e che favorisce una presa in carico multidisciplinare di queste donne.
  • Centri antiviolenza e case rifugio.
  • Forze dell’ordine.
  • Presidi sanitari.
  • Servizio sociale.
  • Servizi per i maltrattanti.

Oltre a delle reti antiviolenza territoriale a livello nazionale è stato istituito un servizio di call center e primissima assistenza ovvero il numero di antiviolenza e stalking, 1522, attivo 24/24 e multilingue. L’obiettivo è garantire un aiuto immediato, assicurando loro l’anonimato, un sostegno psicologico e giuridico nonché l’indicazione di strutture pubbliche e private presenti sul territorio a cui rivolgersi.

Rete antiviolenza

Oltre a questa rete nazionale, c’è anche una Rete antiviolenza (La prima rete dei Centri Antiviolenza italiani) che è la rete D.i.Re (donne in rete contro la violenza), sono nati nel 2008 ed è una associazione italiana a carattere nazionale di Centri Antiviolenza non istituzionale e gestiti da associazioni di donne, che affronta il tema della violenza maschile sulle donne secondo l’ottica della differenza di genere, collocando le radici di tale violenza nella storica, ma ancora attuale, disparità di potere tra uomini e donne nei diversi ambiti sociali. Quindi questa rete è nata allo scopo di costruire un’azione politica nazionale che, partendo dall’esperienza maturata nelle diverse realtà locali, promuova azioni volte ad innescare un cambiamento culturale di trasformazione della società italiana nei riguardi del fenomeno della violenza maschile sulle donne. Per poter essere garantito l’accreditamento regionale i centri antiviolenza devono avere determinati criteri principali:

  • I centri antiviolenza sono strutture che offrono servizi di ascolto e di sostegno alle donne, sole o con figli minori, gratuiti ai sensi dell’Intesa Stato-Regioni del 27/11/2014 e del Piano quadriennale per le politiche di parità e di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne che hanno subito violenza o che si trovano esposte alla minaccia di ogni forma di violenza e per le quali viene definito un progetto personalizzato per la fuoriuscita dalla violenza.
  • Queste strutture devono, all’interno dei criteri generali di funzionamento:
    • Adottare strumenti che illustrino chiaramente la mission della struttura, i servizi offerti e le prestazioni erogate.
    • Assicurare la reperibilità 365 giorni, anche attraverso la sottoscrizione di protocolli con altri enti che gestiscono sportelli nei territori di riferimento o limitrofi.
  • Queste strutture devono assicurare un insieme di prestazioni sociali, legali e psicosociali finalizzate all’accoglienza, alla valutazione del rischio e alla valutazione multidimensionale per la definizione del progetto individualizzato e all’orientamento all’accesso ai servizi, attraverso personale qualificato e volontari, adeguatamente formati. Il progetto personalizzato deve comprendere anche il percorso di inclusione lavorativa volta a favorire l’autonomia economica ed abitativa.
  • Aderire al numero telefonico nazionale di pubblica utilità 1522.
  • Garantire un numero telefonico dedicato e attivo 24 ore su 24. Il telefono deve essere dotato di segreteria telefonica. In caso di messaggio lasciato in segreteria, il Centro deve garantire l’ascolto del messaggio e la risposta entro le 24 ore successive.
  • Garantire la reperibilità in caso di emergenza alle Forze dell’Ordine, ai Pronto Soccorsi e ai Servizi Sociali dei Comuni.
  • Nei Centri Antiviolenza è espressamente vietato l’ingresso dei maltrattanti ed è vietato, altresì, fare ricorso alla mediazione familiare nell’ambito delle attività di protezione delle vittime.

Tendenzialmente si ha prima un colloquio telefonico, seguito da un colloquio con due operatrici e da qui si fa partire un progetto, che garantisce un sostegno psicologico e un’assistenza legale e giuridico. Vi è il gratuito patrocinio che permette di avere un servizio legale a spese dello Stato. Inoltre, ci sono diversi servizi che possono essere gestiti dal Centro Antiviolenza oppure garantiti in partnership con altri servizi. All’interno dei servizi antiviolenza vi è una carta che comunica tutti i servizi che fanno parte del Centro antiviolenza, come per esempio attività e progetti sul territorio ad esempio di sensibilizzazione oppure interventi di gruppo, laboratori di vario tipo, anche sull'autostima, e percorsi di educazione alla non violenza nelle scuole.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cristinacf di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Interventi di sostegno alle vittime di violenza domestica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Grumo Marco.
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