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Introduzione all'economia politica e alla sua evoluzione storica

L'economia è una scienza sociale che si occupa di dare una spiegazione scientifica ai fenomeni economici che si verificano nel mondo sociale ed è importante in quanto, attraverso i propri studi, è in grado di facilitare l'organizzazione della vita sociale. Prima di poter dare una definizione precisa e completa di economia politica, tuttavia, è importante osservare il percorso evolutivo, dal punto di vista storico, di questa disciplina. In ogni caso, per ora possiamo affermare che l'economia politica si occupa principalmente di analizzare il modo in cui la società si organizza per affrontare quattro questioni fondamentali:

  • Come produrre: quali sono gli strumenti e le tecniche migliori da utilizzare per la produzione di un determinato prodotto.
  • Cosa produrre: quali sono i beni che possono essere utili per la società e che i consumatori sono disposti ad acquistare.
  • Quanto produrre: quante unità di beni devono essere prodotti in base all'aspettativa di vendita.
  • Come distribuire il prodotto: a che prezzo devo vendere il prodotto in termini di profitto e di spese di produzione.

Ancora, prima di iniziare il percorso evolutivo della disciplina, è importante aggiungere che questo excursus è fondamentale in quanto i concetti e gli elementi tipici dell'economia politica, essendo una scienza sociale, non sono universali ma, anzi, dipendono dal contesto storico e sociale in cui si sviluppano e tendono ad evolversi e cambiare nel tempo.

Microeconomia e macroeconomia

Microeconomia: si occupa dei problemi economici e delle scelte individuali.

Macroeconomia: si occupa dell'analisi delle variabili aggregate (prodotto interno lordo, disoccupazione, problemi legati al debito pubblico e al deficit).

Il percorso evolutivo dell'economia politica: quando nasce l'economia politica

L'economia politica si distacca dalla branca delle filosofie sociali per diventare una scienza autonoma alla fine del Settecento come conseguenza degli enormi cambiamenti comportati dalla Rivoluzione Industriale che hanno dato il via allo sviluppo del nuovo mondo capitalista. Infatti, in questo periodo la vita sociale e economica, grazie alla rivoluzione, cambia radicalmente: prima la produzione era principalmente agricola ed era finalizzata soprattutto all'autoconsumo, di conseguenza, una volta tolti i prodotti necessari al produttore, erano pochi quelli in eccedenza che potevano essere destinati a eventuali scambi economici.

Tuttavia, questo tipo di organizzazione ha iniziato ad andare in crisi quando, a fine Settecento, iniziano a sorgere le prime innovazioni nel campo della produzione agricola che hanno come conseguenza un miglioramento della qualità della vita, ciò ha comportato un forte aumento della popolazione. In questa situazione, quindi, con la popolazione drasticamente aumentata, la produzione, pur essendosi velocizzata grazie alle innovazioni, non riusciva più a garantire il sostentamento di tutto il mondo agricolo in quanto si ritrovava a dover far fronte a una domanda sempre più abbondante.

Così coloro che non riuscivano a vivere dell'autoproduzione decisero di cercare fortuna spostandosi dalle campagne alle città, dove la diffusione delle innovazioni con i loro macchinari e le nuove tecniche produttive (es. macchine a vapore), avevano portato alla nascita delle industrie. In particolare, gli individui in possesso di importanti capitali (es. banchieri) iniziarono ad acquistare i nuovi mezzi di produzione arrivando a realizzare un sistema di produzione all'ingrosso, ossia, le industrie. Inizia a svilupparsi un nuovo tipo di organizzazione sociale, politica ed economica che è chiamato capitalismo proprio perché è incentrato sull'utilizzo del capitale.

Ancora, per comprendere in cosa consiste l'importante cambiamento apportato dall'avvento di questo nuovo sistema economico e sociale, possiamo affermare che, con la nascita delle industrie si viene a creare una marcata divisione in classi sociali in cui abbiamo:

  • Capitalisti, che sono i proprietari dei mezzi di produzione e dei mezzi di consumo prodotti che vengono utilizzati interamente per la distribuzione attraverso scambi economici (allargamento dei mercati).
  • Lavoratori, che possiedono solamente le loro capacità lavorative (sono detti anche proletari proprio perché possiedono solo la prole) che essi offrono ai capitalisti in cambio di un salario necessario per permettere loro di acquistare i beni volti al loro sostentamento.

Notiamo quindi che il proprietario dei mezzi di produzione non è più il produttore che produce per l'autoconsumo, ma proprietario e produttore rappresentano due figure sociali differenti (capitalista e proletario) e il produttore (lavoratore) non ha più accesso diretto ai beni che produce ma può goderne soltanto acquistandoli con il salario che guadagna dal capitalista in cambio del proprio lavoro. Inoltre, questo nuovo contesto comporta anche altri cambiamenti sul piano sociale e politico:

  • Sociale: abbiamo il declino della classe aristocratica che si ritrova sempre più esclusa da questo nuovo mondo interamente incentrato sull'economia e sull'industria in cui primeggia la nuova classe sociale borghese e, in particolar modo, i capitalisti.
  • Politico: con l'ascesa sempre più imponente del capitalismo, il compito dello Stato non può più essere quello di salvaguardare gli interessi dell'aristocrazia, la quale sta finendo progressivamente sempre più ai margini della società, ma deve iniziare a salvaguardare gli interessi della nuova classe emergente.

In questo contesto, il ruolo sempre più centrale dell'economia nella vita sociale si inizia a rispecchiare anche nella produzione letteraria e negli studi scientifici in quanto gli studiosi cominciano ad interessarsi ad essa e al suo funzionamento. In particolare, tra i padri fondatori dell'economia politica come disciplina autonoma troviamo sicuramente due figure principali:

  • Lo scozzese Adam Smith che, nel 1776, scrive Ricchezza delle nazioni.
  • L'inglese David Ricardo che, nel 1817, scrive Principi di economia politica e della tassazione.

In particolare, questi due studiosi sono considerati i padri fondatori di quella che viene chiamata "economia classica" la quale si fonda sul sistema economico del liberismo detto anche "laissez faire", ovvero, sull'esaltazione del libero mercato, vale a dire, quell'idea secondo cui lo Stato non deve intromettersi in nessun modo nel mercato e negli scambi economici in quanto il capitalismo è in grado di gestire il mercato autonomamente. Più nello specifico, gli autori dell'economia classica e ideatori del liberismo nelle loro opere tentano di spiegare e illustrare perché il capitalismo sia in grado di gestirsi da solo senza il bisogno di un intervento da parte dello Stato.

A questo proposito nasce il teorema della mano invisibile ideato da Smith nel quale egli afferma che gli individui, pur agendo spinti dai propri interessi e dalle proprie pulsioni egoistiche, sono in grado di garantire il benessere di tutti, come se fossero condotti da una mano invisibile, che guidandoli, governa il mercato. Inoltre, Smith, parlando dell'efficacia di questo sistema, fa anche riferimento al ruolo centrale della concorrenza affermando che i capitalisti, essendo in concorrenza tra loro, cercano continuamente di prevalere sugli altri e, per farlo, tentano continuamente di produrre dei prodotti che siano di una qualità migliore ad un prezzo che sia il più conveniente possibile in modo da indurre il consumatore a preferire il loro prodotto.

Questi stessi discorsi sono trattati, qualche anno più tardi, anche da Ricardo, il quale parla dell'efficacia di questo sistema economico, non solo nel piccolo di un solo Paese ma anche sul piano internazionale parlando della concorrenza tra stati, ed è proprio per questa sua caratteristica che egli viene considerato non solo un liberista (come Smith) ma anche un liberoscambista. In particolare, Ricardo, parlando del libero mercato sul piano internazionale, arriva a elaborare la teoria dei vantaggi comparati secondo cui il libero scambio tra i Paesi è sempre vantaggioso per tutti, quindi sempre conveniente per i Paesi che si concentrano sulla produzione di un bene, per importare il resto. In più, Ricardo, attraverso questa teoria, invitava il suo Paese, l'Inghilterra, ad abbandonare il protezionismo commerciale e la chiamava a eliminare i dazi e ad aprirsi al mercato internazionale. Parlando sempre di Ricardo bisogna affermare che a lui dobbiamo l'introduzione del concetto di surplus che possiamo definire come l'effettivo guadagno dei capitalisti, ovvero, quel capitale residuo che rimane una volta tolti, dal capitale ottenuto dalla vendita dei beni, i compensi che spettano ai proprietari terrieri (sotto forma di rendita) e ai lavoratori (sotto forma di salario). Il concetto del surplus è importante in quanto costituisce l'elemento principale per il quale si distinguono le classi sociali all'interno della società. Infatti, è importante tenere a mente che gli economisti classici, nonostante ritenessero che il sistema economico capitalista fosse in grado di gestirsi da solo, riconoscevano comunque l'esistenza di una divisione sociale in classi (proprietari terrieri, capitalisti e lavoratori). Sulla concezione del profitto come residuo, farà leva Marx alla forte critica del sistema capitalista che conduce all'interno del Capitale.

Un esempio di applicazione della teoria dei vantaggi comparati di Ricardo

Prima di procedere con il percorso di evoluzione storica ci soffermiamo a studiare la teoria dei vantaggi comparati di Ricardo. Innanzitutto supponiamo che il mercato internazionale sia composto da due paesi: Portogallo e Inghilterra che producono soltanto due beni: il vino e le stoffe. Inoltre, supponendo anche che valga la teoria delle ore di lavoro per definire il valore del prodotto, rappresentiamo la capacità produttiva dei due paesi in questo modo:

Ore necessarie per produrre un’unità di prodotto. Come prima cosa, possiamo notare che l'Inghilterra ha il vantaggio assoluto nella produzione di entrambi i prodotti in quanto è il Paese che impiega meno ore per la produzione di un'unità di prodotto sia per quanto riguarda il vino che per quanto riguarda la stoffa. Quindi, considerando soltanto il vantaggio assoluto, sembrerebbe che l'Inghilterra non possa ottenere alcun vantaggio nell'aprirsi agli scambi internazionali; tuttavia, se va a verificare anche il vantaggio comparato questa osservazione viene smentita in quanto, se nella produzione di stoffa l'Inghilterra detiene un notevole vantaggio in quanto impiega (12-4=) 8 ore in meno rispetto al Portogallo mentre nella produzione di vino l'Inghilterra non ha molto vantaggio in quanto impiega solo (3-2=) 1 ora in meno rispetto al Portogallo.

È proprio a partire da questa comparazione che Ricardo affermerebbe che per l'Inghilterra sarebbe più vantaggioso focalizzarsi sulla produzione di stoffe, limitandosi ad importare il vino dal Portogallo. In particolare, possiamo dimostrare questa affermazione andando a vedere quali sono le ragioni di scambio tra i due prodotti all'interno dei singoli paesi supponendo che questi siano in condizioni di autarchia, ovvero, non siano aperti agli scambi internazionali:

  • Inghilterra 1S = 2V
  • Portogallo 1S = 4V

Ricardo mostra che la condizione sufficiente affinché lo scambio convenga in entrambi i paesi (ossia quella che si impone al momento dell'apertura dei due paesi agli scambi) sia compresa tra le due ragioni di scambio in autarchia. Dimostrando la teoria dei vantaggi comparati di Ricardo, supponiamo che la ragione di scambio internazionale sia:

  • 1S = 3V

La tabella indica il costo delle merci in base alle tecniche prevalenti all'interno di ogni nazione. Si vede che se i due paesi si specializzano e si aprono agli scambi, ottengono entrambi un guadagno in termini di lavoro risparmiato (ultima colonna della tabella). Ricardo inoltre dimostra che il guadagno derivante dall'apertura internazionale è tanto minore quanto più la ragione di scambio internazionale si avvicina a quella di autarchia. Se la ragione di scambio che si impone a livello internazionale è uguale a quella dell'Inghilterra in autarchia (cioè 1S = 2V) allora tutto il vantaggio dell'apertura agli scambi va al Portogallo e l'Inghilterra non ottiene nessun guadagno. Dimostriamolo, se la ragione di scambio internazionale è 1S = 2V (uguale a quella dell'Inghilterra in autarchia) allora:

In tal caso guadagna solo il Portogallo, l'Inghilterra non ottiene alcun beneficio dall'apertura. L'esercizio chiarisce perché la condizione sufficiente per lo scambio è che la ragione internazionale sia compresa tra quelle interne. Il motivo è semplice: se la ragione di scambio fosse uguale a quella di uno dei due paesi, questo paese non avrebbe alcun interesse ad aprirsi allo scambio internazionale. Ricardo dunque dimostra la sua tesi liberista e liberoscambista: in generale ai paesi conviene aprirsi agli scambi internazionali e specializzarsi nella produzione in cui godono di un vantaggio comparato.

Resta tuttavia aperto un problema, il teorema dei vantaggi comparati dimostra che l'apertura internazionale conviene poiché implica un guadagno in termini di lavoro risparmiato. In generale questo risparmio di lavoro è un indice di maggiore efficienza. Quanto è realmente importante il risparmio di lavoro quando c'è disoccupazione? Quando un paese presenta un grande numero di disoccupazione il problema principale diventa impiegare e non risparmiare lavoro. Allora la teoria dei vantaggi comparati ha senso solo se si assume che non vi siano problemi di disoccupazione. Se questi problemi vi sono non è detto che la soluzione del libero scambio e dell'apertura internazionale sia quella preferibile.

La critica di Marx al capitalismo: il Capitale

Come abbiamo già anticipato, qualche anno dopo il contributo di Smith e Ricardo, lo studioso Karl Marx ha condotto, all'interno della sua opera Capitale del 1867, una pesante critica al capitalismo volta a proporre un'alternativa all'economia politica di stampo liberista. In particolare, a proposito del capitalismo, Marx afferma che questo:

  • Non è affatto stabile e armonioso e lo spiega attraverso la tesi della caduta tendenziale del saggio di profitto.
  • Non è un sistema economico che può valere in maniera universale e che può mantenersi permanentemente nel tempo in quanto, secondo lui, ogni sistema economico è dotato di storicità.

La caduta tendenziale del saggio di profitto: per comprendere questa tesi proposta da Marx è necessario, innanzitutto, definire cosa intendiamo per saggio di profitto e, in particolare, possiamo affermare che si tratta del rapporto tra il surplus (guadagno del capitalista) e il capitale investito. Sulla base di ciò, possiamo affermare che, a causa delle continue innovazioni tecniche che si verificano in campo industriale, il capitalista è costretto continuamente ad investire e, quindi, a spendere capitale per tenersi tecnologicamente aggiornato e in grado di tenere testa alla concorrenza.

Come conseguenza all'aumento del capitale investito, tuttavia, si verifica una diminuzione del saggio del profitto, ovvero, del profitto effettivo che il capitalista ottiene. Quindi, il capitalista, per poter continuare ad assicurarsi un saggio del profitto sufficientemente positivo è costretto a ridurre le spese e, più nello specifico, egli ricorre alla diminuzione dei lavoratori pagando meno salari. Tuttavia, diminuendo i lavoratori, diminuiscono anche i consumatori che hanno denaro sufficiente per potersi permettere di acquistare i beni tra i quali troviamo lo stesso bene venduto dal capitalista che li ha licenziati. Il capitalista, quindi, pur continuando a produrre la stessa quantità di beni grazie anche al contributo delle nuove macchine acquistate, si ritrova con una minore domanda finendo in una crisi di sovrapproduzione.

È proprio in questa catena di eventi che risiede il carattere instabile del sistema capitalista il quale, oltre ad essere destinato ad implodere, secondo Marx è anche un sistema dalla natura conflittuale in quanto, con questa contrapposizione di ruoli tra capitalista e lavoratore, in cui il lavoratore è il principale artefice del profitto del capitalista ma anche la sua prima vittima, i rapporti non possono che essere in tensione e caratterizzati da scontri e malcontento.

Storicità: Marx critica le affermazioni dei sostenitori dell'economia liberista, perché egli sostiene che i sistemi economici non sono eterni ma dipendono dal periodo storico e dal contesto in cui sono stati elaborati. Marx afferma, quindi, che molto probabilmente, anche a causa del carattere instabile e conflittuale del capitalismo, in futuro si instaurerà un nuovo sistema economico, ed è proprio lui a proporre un sistema economico alternativo, che si sarebbe venuto a creare dopo una reazione rivoluzionaria da parte dei lavoratori e che sarebbe stato basato non più sulla proprietà privata dei mezzi di produzione ma sulla proprietà collettiva ed una pianificazione sociale ed egualitaria del lavoro.

Proprio per questo suo carattere sociale, questo nuovo sistema economico elaborato da Marx è stato denominato sistema socialista il quale doveva realizzarsi in due fasi:

  • In una prima fase, Marx prevedeva l'intervento dello Stato, che doveva occuparsi dell'organizzazione equa dei mezzi di produzione.
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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cappe2003 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Tilli Riccardo.
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