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Letteratura inglese II

Prof. Bertinetti

  • Prima e seconda domanda di esame completo manuali sulla storia della letteratura (dal romanticismo compreso fino ai giorni nostri)
  • Manuale "English Literature. A Short History" in INGLESE (più corto, quello in italiano è più ampio) + "Il Romanzo Inglese" (che nasce nel 700)

Introduzione

Esistono diversi manuali di storia della letteratura, uno in particolare è English Literature: A Very Short Introduction di Jonathan Bate, che è solamente un’introduzione. L’autore del libro ha scelto solo alcuni momenti e autori della letteratura inglese, quelli che secondo lui erano i più importanti, facendo un’attenta selezione. Questo è un po’ quello che fanno tutti gli autori di manuali di storia della letteratura: selezionano i fenomeni letterari e gli autori più importanti, e, di quest’ultimi, scelgono le opere più significative. In quest’opera, nonostante l’autore si sia documentato e si interessi a seguire tutti i vari filoni, i pareri sono comunque soggettivi. Più si va indietro nel tempo, meno sono le differenze tra quello che pensa un autore rispetto ad un altro, mentre più ci si avvicina al presente, maggiori sono le possibilità di differenziazione nelle valutazioni che uno dà (ancora maggiori quando si arriva alla prima metà del ‘900, grandissime quando si arriva alla seconda metà del ‘900).

Mentre uno dei due manuali va dal romanticismo ai giorni nostri, l’altro volume riguarda solo il romanzo inglese, che nasce nel ‘700.

Il romanzo inglese - Paolo Bertinetti

Il Romanzo Inglese parte proprio dall’inizio, dalla nascita del romanzo. Prima di parlare di quello che si può considerare l’inizio del romanzo inglese, bisogna prima parlare di un altro scritto: La Grande Tradizione del Romanzo Inglese di Frank Raymond Leavis. Il Dr. Leavis fu uno dei protagonisti della critica letteraria di cultura inglese del dopoguerra (anni ‘40/’50 fino agli inizi degli anni ’60) e scrisse questo libro con un’intenzione lodevole. Infatti, nel periodo vittoriano vennero scritti molti romanzi che continuavano ad essere letti negli anni ‘40 e ‘50 del ‘900 con entusiasmo critico, mentre Leavis riteneva questa produzione ottocentesca di scarso valore.

Secondo la sua idea, bisognava delineare le colonne portanti per poter capire qual è la grande tradizione del romanzo inglese. Leavis individua una serie di autori che vanno a formare la grande tradizione del romanzo inglese, partendo da Jane Austen. L’autrice, se non fosse per tutte le riduzioni cinematografiche/televisive che da almeno 40 anni sono state realizzate, quando Leavis scrive il suo trattato, è stata appena da poco riscoperta da Virginia Woolf, la quale la reputa una grande scrittrice (in realtà, i suoi romanzi, essendo un po’ lunghi, venivano accorciati e poi trasformati in libri "per fanciulle").

Subito dopo, Leavis parla di George Eliot, che in realtà è una donna (Mary Anne Evans) e definisce queste due come due grandi scrittrici, una di inizio ‘800 e l’altra di metà ‘800, indipendentemente dal sesso. L’altro grande autore che lui individua è Henry James, il quale non è inglese, ma un americano naturalizzato britannico, ritenuto a quei tempi uno scrittore inglese a tutti gli effetti. Poi Leavis individua Joseph Conrad, scrittore polacco, il quale era ritenuto un autore secondario in quanto scriveva romanzi di avventura; al contrario, Leavis nel suo trattato spiega perché Conrad sia un grande scrittore.

Successivamente, in un’appendice egli scrive di come Herbert Lawrence fosse lo scrittore di primo novecento su cui più valeva la pena soffermarsi, cosa scandalosa a quell’epoca, in quanto i suoi libri, soprattutto Lady Chatterley's Lover, erano banditi, ne era vietata la stampa e la pubblicazione in Inghilterra. Era quindi un libro critico molto coraggioso, perché considerava autori che prima non venivano quasi mai nominati. Questo saggio però ha un problema, infatti cosa vuol dire che c’è questa grande tradizione?

Chi sono gli autori davvero grandi? "I grandi scrittori sono quelli che non solo cambiano le possibilità che l’arte ha, per chi la scrive e per chi la legge, non solo stabiliscono un passo avanti nello sviluppo della forma della scrittura narrativa, ma sono significant (importanti, decisivi), in quanto promuovono la consapevolezza umana, la consapevolezza delle possibilità della vita. Sono grandi autori perché aprono nuovi orizzonti sia nel campo letterario che nel campo della conoscenza della vita e degli uomini". Infatti, la grande letteratura, quando è tale, è sempre comunicazione dell’esperienza: una poesia, un romanzo, un racconto può comunicare un’esperienza che magari si ha già vissuto, ma l’autore ce la fa conoscere meglio, negli aspetti che ci erano sfuggiti, perché ce la racconta in maniera più profonda e intensa, oppure racconta di esperienze che non abbiamo mai vissuto e che probabilmente non vivremo mai. Ma, chi è che stabilisce chi apre nuovi orizzonti nel campo letterario? Lo stabilisce l’autore, il critico, in questo caso Leavis.

Per esempio, Laurence Sterne (seconda metà del ‘700) e James Joyce (inizio del ‘900), che venivano considerati grandissimi scrittori da tutta la critica, nel saggio di Leavis non compaiono nemmeno. Questo perché nessuno scrittore partirà dai loro romanzi per scrivere il proprio, la storia del romanzo continua da sola, non parte da loro. Quando Leavis scrive che "loro scrivono il massimo concepibile per la loro epoca", bisogna comunque capire se è il massimo per la forma. Rispetto a questa impostazione di Leavis, anche Charles Dickens, se non fosse per una pagina dedicata ad Hard Times, non verrebbe nemmeno citato. Questo perché, secondo Leavis, "non è uno scrittore serio: ci sono situazioni avventurose, melodrammatiche il più delle volte, ma non c'è una serietà profonda, non c’è una intense moral preoccupation", e quindi non può essere considerato un grande scrittore. In Leavis è presente il fondo puritano, protestante (componente importante della cultura britannica e fondamentale per quella americana, nata dall’impronta puritana dei padri pellegrini, dei fondatori degli Stati Uniti, in particolare degli stati del sud) quando lui insiste sul "intenso interesse/preoccupazione morale"; lui in qualche modo è debitore di un’impostazione, di una visione della vita di tipo protestante.

Jane Austen è il punto di partenza, secondo Leavis lei è importante, lei ha letto di tutto. Ci sono stati altri scrittori prima di lei che hanno costituito la sua base di partenza, ma quegli elementi, che per lei sono stati solo una base, assumono interesse perché quest’ultimo non è dato dal loro lavoro in sé, ma dal fatto che Jane Austen li ha utilizzati. Jane Austen è grande per la costruzione dei suoi romanzi, ma soprattutto per la sua intensità morale. Leavis dice questo anche di George Eliot: il suo insight psychological, ovvero il merito che l’autore attribuisce a George Eliot, è un passo avanti rispetto a Jane Austen.

Infatti, se per quanto riguarda la costruzione, Jane Austen è un punto di partenza fondamentale, per quanto riguarda l’approfondimento psicologico, George Eliot è un passo avanti, è una cosa in più. Anche di Conrad, Leavis delinea un profondo interesse per la vita e il suo senso morale, mentre Dickens lo definisce un "entertainer" (intrattenitore). Secondo Leavis, infatti, Dickens è un autore che va bene per i bambini, perché gli adulti che leggono un suo romanzo non ne ricavano uno stimolo nei confronti della serietà della vita. Nonostante questo, l’eccezione la trova in Hard Times per l’importanza dei temi trattati, per la minor presenza di divagazioni e per il fatto che la vicenda proceda in modo diretto verso la sua logica conclusione.

Per quanto riguarda Herbert Lawrence, nonostante fosse stato accusato di oscenità, Leavis lo definisce un grande scrittore, non solo dal punto di vista della forma innovativa sul piano narrativo, non solo per il tipo di approfondimento psicologico, ma anche per il suo interesse morale. Secondo Leavis bisogna cogliere questa sua intensità. In altri punti del saggio, Leavis definisce che cosa debba avere un romanzo, cioè una bella storia interessante, con dei personaggi ben delineati, con grandi emozioni, ovviamente raccontati da un autore con un grande senso morale.

Secondo Foster, uno degli autori più importanti del primo novecento, il romanzo deve raccontare una storia. Un altro studioso e teorico della letteratura del novecento, Bachtin, definisce il romanzo quella cosa per cui il lettore vuole sapere come va a finire: l’autore deve aver interessato il lettore alla vicenda, per cui quest’ultimo vuole sapere come va a finire. Da questo punto di vista, diverse delle maggiori opere narrative che da un certo periodo in avanti sono andate per la maggiore, in realtà non raccontano una bella storia, quasi non c’è una storia da raccontare, o se c’è, è quasi nascosta. Raccontare una storia è un’arte che vale sia parlando che scrivendo. Da sempre c’è la tradizione della letteratura orale in tantissime culture, come in quella africana o indiana, così come la tradizione del racconto scritto.

Bachtin parla del romanzo greco, usando la parola "romanzo" in senso improprio, ovvero di una narrazione che in un certo periodo della storia della cultura classica ebbe un’importante diffusione. Non c’erano solo testi teatrali o poemi e odi, ma anche opere di narrativa. In particolare c’è il romanzo di prova, dove il protagonista deve superare una o più prove per raggiungere un obiettivo. In questo caso il personaggio non c’è, perché l’eroe è uguale dall’inizio alla fine, le esperienze terribili attraverso le quali è passato non l’hanno modificato. Questo personaggio non subisce un cambiamento interiore, deve solo superare delle prove per raggiungere un obiettivo.

Si sono sviluppate poi narrazioni di altro tipo in epoche successive: quei testi scritti in una lingua incomprensibile anche ad un inglese colto come il Beowulf (è una narrazione, anche se l’elemento mitologico, leggendario, religioso ha un’enorme importanza); delle narrazioni più vicine alla nostra idea di racconto, dove si prende come esempio le opere degli italiani Boccaccio e Calderone. Queste però erano delle narrazioni, cioè scritti che assomigliano a quello che generalmente chiamiamo racconto.

In ambito inglese ci sono delle narrazioni, dovute a dei raffinatissimi letterati, ovvero i cosiddetti romances. Il romance, al di là di quello che vuol dire adesso, è un poema che racconta una storia, generalmente una storia d’amore che poteva avere o no un lieto fine. Comunque, almeno un paio di questi raffinatissimi scrittori di romances, che erano anche scrittori di testi teatrali (University Wits), scrivevano anche delle storie della malavita. Questi autori scrivevano degli opuscoli dove si inventavano che volevano mettere in guardia l’onesto cittadino, soprattutto se proviene dalla provincia e diretto verso Londra, metropoli tentacolare, da tutte le truffe, gli inganni di cui poteva essere vittima.

In realtà, con questa scusa, essi raccontavano delle storie di malavita, ovvero di ladri, briganti, truffatori ecc., inventandosi anche un linguaggio. Uno di questi, Thomas Dekker, autore teatrale, scrisse una serie di Cony-Catchers (acchiappa babbioni), e per questi egli inventa un vocabolario, ovvero parole usate specificatamente dai delinquenti, sia utilizzando parole quotidiane ma con un significato diverso, sia inventandosi parole completamente nuove. Queste parole servivano ai delinquenti per ingannare l’onesto cittadino che viene successivamente truffato.

Comunque, il romance non era solo quello degli University Wits, perché loro si rifacevano a qualcosa di precedente, ovvero al "poema cavalleresco". Nella tradizione inglese ci sono due fondamentali ambiti di romance: il Matter of France (ambientato in Francia, il cui argomento principale era la battaglia contro gli Arabi dell’Orlando); il Matter of Britain (che si basava sulle storie di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda). Dopo la pubblicazione di tantissimi volumi, Thomas Malory iniziò a raccogliere tutto il materiale che riguardava Re Artù in un grande volume, scritto in un inglese antico, che ordinava le vicende del re e dei cavalieri della tavola rotonda (c’erano versioni diverse delle stesse vicende).

Il volume venne dimenticato, ma poi riscoperto e riproposto da Alfred Tennyson, poeta vittoriano per eccellenza (anche grazie a lui risorge la questione britannica e le storie di Re Artù nel mondo contemporaneo). Quindi, esistevano queste narrazioni che comunque avevano una caratteristica comune: i protagonisti delle storie erano infatti re, principi, cavalieri, regine, contesse, damigelle della corte. Erano delle storie in cui si voleva trovare una continuità con la realtà storica (Enrico II, che ebbe delle difficoltà a farsi accettare come re, suggerì lui stesso a un prelato di mettere insieme una storia di Re Artù, sancendo così una continuità tra il leggendario re sul suolo inglese e se stesso).

Questa caratteristica della continuità con la storia non era però decisiva, soprattutto per il fruitore, in quanto per lui era importante la storia raccontata. Tutto quello che veniva raccontato non doveva avere per forza una continuità con la realtà storica, perché tutto avveniva in una dimensione di fantasia, come per i grandi personaggi della mitologia classica, dove i protagonisti dei poemi epici vivevano nel passato assoluto (ab-solutos, ovvero slegato, separato). Questa realtà avviene "prima", ma non c’è nessuna continuità tra quel "prima" e il dopo. Questi romances erano delle avventure con maghi, streghe, draghi, situazioni lontane dalla realtà quotidiana. Romance è quindi la narrazione di storie fantastiche e di personaggi fantastici slegati dalla realtà quotidiana.

Don Chisciotte era un poveretto, fuori dal suo tempo, che leggendo tanti poemi cavallereschi si era convinto che quelle cose di fantasia, presenti solo in un mondo fantastico, appartenessero alla realtà. Il formidabile capolavoro di Cervantes è in qualche modo la dichiarazione della falsità del mondo dell’epopea cavalleresca, dell’assoluta mancanza di rapporto con il presente e con la realtà. Cervantes è dichiaratamente l’autore a cui tutti gli scrittori inglesi del 700, i padri del romanzo inglese, fanno riferimento. Egli è il punto di partenza riconosciuto non solo per certe modalità narrative, non solo per ciò che inventa, ma perché Don Chisciotte non capisce che il mondo del romance non esiste.

William Congreve

Ne Il Romanzo Inglese viene citato un libro di William Congreve, il maggior drammaturgo della seconda metà del 600, ovvero Incognita, che ha una presentazione in cui egli dice "questo è un novel", perché la parola inglese che corrisponde all’italiano "romanzo" è novel. Secondo Congreve, "i romances sono costituiti in genere dagli amori costanti e dal coraggio invincibile di eroi, eroine, re, regine, persone d’alto rango e così via; e in essi il linguaggio elevato, gli eventi miracolosi e le imprese impossibili sorprendono il lettore e lo sollevano a vertiginose altezze di delizia", ma che, appena si chiude il libro, cadono a terra. A questo punto, il lettore "è costretto a convincersi" di essersi divertito o di essersi addolorato al racconto di vicende che altro non sono che menzogne.

Invece i novels, cioè i romanzi, «sono di natura più familiare, stanno vicino a noi e ci mostrano vicende concrete, ci dilettano con casi e avvenimenti singolari ma non del tutto insoliti o senza precedenti e non essendo molto lontani da quanto crediamo sia vero, rendono il piacere della lettura più vicino a noi". Questa è la distinzione: il novel è una narrazione in cui i personaggi e i protagonisti non sono figure altolocate come re e regine, ma sono persone come noi che ci somigliano. Inoltre, le vicende in cui loro sono coinvolti, e quindi le avventure raccontate, sono singolari e fuori dal comune, anche straordinarie (sennò non ci si appassionerebbe alla lettura), ma appartengono comunque alla vita di tutti i giorni, alla nostra realtà. In più, non c’è più il linguaggio elevato, ma un linguaggio quotidiano (Incognita non è proprio un romanzo, ma è piuttosto una novella «esotica», ambientata in una Firenze di fantasia).

Aphra Behn

Successivamente, quello che si può definire il primo romanzo in lingua inglese è di nuovo stato scritto da una scrittrice di testi teatrali, una drammaturga, Aphra Behn. Oroonoko è un romanzo che ha la forma di un mémoire, ovvero il ricordo di ciò che è capitato. La narratrice, una donna, parla di una vicenda di quella che ora è il Suriname, ovvero la ex Guyana Olandese, una colonia. Aphra Behn visse lì da ragazza, da adolescente, e racconta la storia di un principe, un nobile-selvaggio che si ribella ai colonizzatori e difende i poveri schiavi. Dato che Oroonoko riesce a costituire una forza antagonistica seria, egli viene convocato ad un tavolo di pace e proprio in quell’occasione viene ucciso. In questo caso il racconto è straordinario, perché...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/10 Letteratura inglese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AlessandraPassarino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura inglese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Deandrea Pietro.
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