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Storia istituzionale dell'Italia repubblicana

Libri sull'argomento

Libri: “Presidenti, storia e costumi della repubblica nell’epoca democratica” Maurizio; “Il Quirinale, storia politica e istituzionale da De Nicola e Napolitano”.

Contesto storico

La Seconda Guerra Mondiale è alle battute finali e l'Italia è spaccata in due, con gli alleati e il governo Badoglio al Sud e la Repubblica di Salò al Nord. Nel sud Italia si trovano al momento due poteri concomitanti e concorrenti: la monarchia, riconosciuta dagli alleati e ritenuta da loro l'interlocutore principale, e il potere dei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), che riunisce i 6 partiti ritrovatisi durante il ’44 (socialisti, comunisti, Democrazia del Lavoro, Democrazia Cristiana, Partito d’azione, Liberale).

I due poteri sono in continuo scontro, perché, come il CLN non riconosce né il potere del Re né il potere del governo monarchico, al contempo il re non vuole riconoscere il potere del CLN. Il partito liberale è appena rinato (alla fine del ’43) e le grandi personalità che vi si integrano pongono come quesito principale da affrontare dal CLN la questione istituzionale. È importante citare, tra gli esponenti del partito liberale, Benedetto Croce: colui che ci fa sapere, tramite i suoi numerosi diari, interessanti dettagli riguardanti le riunioni del partito liberale. Grazie a questi diari, per esempio, sappiamo che il conte Sforza, l'unico ambasciatore dimessosi quando Mussolini salì al potere, partecipava alle riunioni del partito liberale nonostante non lo fosse.

Croce, che a tutti gli effetti era nel ’43 il più grande esponente del partito liberale, sostiene, come soluzione al problema istituzionale, il principio della reggenza, che ovviamente è stata proposta ma mai accettata e da Vittorio Emanuele III. Ad essere scelta, infine, è la soluzione della luogotenenza, che ha inizio il 5 giugno 1944.

Il decreto luogotenenziale e il referendum

Diventato luogotenente, il principe Umberto emette un decreto firmato, il numero 151, che sancisce che, una volta finita la guerra, il popolo italiano avrà possibilità di scelta e avrebbe avuto diritto all’elezione di un’assemblea. Praticamente, si parla di una scelta tra monarchia e Repubblica. Lo scopo di questo decreto è quello di evitare accada ciò che è accaduto in Grecia, un’enorme guerra civile tra monarchici e comunisti, che ha portato ad un bagno di sangue.

L'art. 2 del decreto sancisce la norma secondo la quale l’assemblea eleggerà il nuovo capo dello stato (con la maggioranza dei 3/5): la prima carica dello stato, in caso vincesse la Repubblica, è dunque già prevista dal decreto luogotenenziale stesso. Un secondo decreto sarà poi emanato il 16 marzo ‘46, con il numero 98: nel caso vincesse la Repubblica al referendum di giugno, fino a quando non sarà entrata in vigore la nuova costituzione saranno da considerare ancora valide le norme dello Statuto Albertino. Si prevede anche che, in caso di sconfitta della monarchia, il luogotenente sia sostituito dal capo provvisorio dello stato.

L'abdicazione di Vittorio Emanuele III e la proclamazione della Repubblica

Improvvisamente, il 9 maggio del 1946, Re Vittorio Emanuele III abdica, lascia l’Italia e si rifugia ad Alessandria d’Egitto. Morirà il 27 dicembre del ’47, le sue spoglie verranno rimpatriate e sepolte non al Pantheon, come richiede la famiglia, ma in Piemonte, nella Basilica di Mondovì. La campagna elettorale dura un mese, il 2 giugno (si votò anche la mattina del 3/6/46) del 1946, gli italiani vanno alle urne. I risultati del referendum non arrivano in tempo reale, ma piano e gradualmente al ministero degli interni a Roma. I primi dati ad arrivare sono quelli della città di Napoli, motivo per il quale sembra stia trionfando la monarchia. La repubblica viene proclamata il 10 giugno, due giorni dopo, il 12 giugno, il Consiglio dei ministri si riunisce e proclama tramite decreto il capo del governo provvisorio: Alcide De Gasperi. Il Re Umberto I non accetterà quello che considera un colpo di forza e lascerà l’Italia, prima, però, scioglie i militari e i funzionari di Stato dal giuramento di fedeltà.

La presidenza provvisoria di Alcide De Gasperi

La presidenza provvisoria di Alcide De Gasperi è, nonostante la sua breve durata, abbastanza importante. In 15 giorni (12/6-28/6), De Gasperi si occupò di decisioni importanti. L’11 giugno egli nomina un commissario provvisorio per la gestione del Quirinale, nonostante questo però, dato il periodo di transizione abbastanza complicato, tutto l’archivio dei Savoia sparisce, per ricomparire solo nel 2018, quando, in cambio dell’autorizzazione al ritorno delle spoglie di Re Vittorio Emanuele III in Italia, la famiglia Savoia le ha donate alla Repubblica. Questi si occupa di fare l’inventario.

Il 20 giugno del ’46, De Gasperi inizia a pubblicare dei decreti leggi presidenziali e a compiere una serie di decisioni simboliche. La repubblica compie immediatamente un’amnistia e un indulto, sceglie una bandiera, un inno e un simbolo. Per la bandiera, si opta per il tricolore privato dello stemma dei savoia; per l’inno, in quanto in occasione della visita di De Nicola al Vaticano fu suonato l’inno di Mameli, la scelta ricade su quest’ultimo (in realtà, l’inno di Mameli è un inno antipapale, per questo fece storcere il naso a molti, ma alla fine venne confermato); per quanto riguarda l’emblema della Repubblica, a vincere il concorso imbandito per gli artisti italiani, è Paolo Paschetto, che disegna il simbolo con la stella, la ruota, il ramo di ulivo e la quercia, che ancora oggi è simbolo della repubblica.

Una decisione più di sostanza è presa da De Gasperi il 24 giugno ’46, quando il senato regio viene soppresso e sostituito da un’assemblea costituente. Proprio in questo giorno si decide che l’Assemblea costituente sarà unica e dunque monocamerale.

Assemblea costituente

L’Assemblea costituente ha il compito di scrivere la costituzione e non avrà perciò poteri legislativi (6 mesi + 6 mesi), non potrà discutere alcuna decisione del governo (che quindi deterrà sia potere legislativo che esecutivo e dovrà solo assicurarsi di avere la fiducia dell’ass.), eccezion fatta per:

  • Firma trattati di pace
  • Voto sull’amnistia
  • Disposizioni di tipo fiscali

Le assemblee della costituente si svolgeranno in due momenti: al mattino, quando si discuterà dei temi del giorno e di attualità e al pomeriggio, quando si scriverà la costituzione. Il decano, Vittorio Emanuele Orlando, pronuncia un discorso per il ritorno di Trieste all’Italia e si dimostra il grande costituzionalista che è; sarà spesso presente nell’assemblea della costituente spesso per criticarne la scrittura. Il segretario scelto è Giulio Andreotti, il primo presidente della costituente è Saragat (Il primo partito vincente alle elezioni per la costituente è la democrazia cristiana, seguita da socialisti e comunisti, con 32%, 21% e 20% rispettivamente e proprio per questo è logico che ad essere eletto come presidente dal blocco delle sinistre sia Saragat). Saragat dovrà dare le dimissioni e al suo posto verrà eletto Terracini, che sarà colui che firmerà la costituzione. Come capo provvisorio dello stato verrà eletto Enrico De Nicola.

L’assemblea inizia ufficialmente i lavori il 1° luglio, ma per i primi mesi ad occuparsi della prima bozza è una commissione di 75 personalità, presieduta da Meuccio Ruini, che si divide a sua volta in 3 sottocommissioni:

  • Diritti e doveri dei cittadini; ne fanno parte sia Togliatti che Moro
  • Organizzazione istituzionale dello Stato; capo dello Stato
  • Questioni economiche e sociali

La seconda sottocommissione si occupa innanzitutto del dibattito sul capo dello stato:

  • Da una parte, chi sostiene il regime monocamerale, crede non serva un capo dello stato, bensì, crede che tutti i rappresentanti vadano scelti dal popolo
  • Dall’altra parte è forte la tendenza al presidenzialismo, teoria sostenuta fortemente soprattutto da Calamandrei e dal suo Partito d’azione. Il modello di tipo americano affascina il partito d’azione, oltre che De Gasperi, Einaudi e Vittorio Emanuele Orlando, ma non può realizzarsi: si sta gradualmente uscendo dal fascismo e la paura di ricascare negli errori del passato è troppa

La seconda sottocommissione sceglierà per una via di mezzo, si avrà un capo dello stato ma non di tipo presidenzialista (Costantino Mortati difende un’opzione che prevede un’elezione di capo di stato non eletto a suffragio universale né eletto dalle camere, che non abbia dunque né troppa importanza né troppo poca). Il 5 settembre ’46, con un emendamento la seconda commissione fa sì che vengano esclusi sia il modello presidenziale che quello direttoriale, la scelta finale ricade quindi sulla Repubblica Parlamentare.

Il monocamerismo è escluso, dato l’insuccesso della Francia e non servirà un referendum per confermare la Costituzione. Il 27 dicembre del ’47 la Costituzione è approvata e firmata (a palazzo Giustiniani); essa entrerà in vigore il 1° gennaio ’48.

Costituzione

Nella nostra Costituzione, l’ordinamento della repubblica è raccolto in un’unica sezione. Un dettaglio interessante da notare è l’esplicarsi dei vari organi (legislativo, giudiziario ed esecutivo), che sono definiti in quest’ordine non per caso, ma a sottolineare la maggiore importanza del legislativo dinanzi all’esecutivo e a loro volta dinanzi al giudiziario. La prima sezione, dedicata al Parlamento, definisce l’elezione, la struttura e i poteri a lui affidati. La seconda sezione è dedicata al ruolo del presidente della Repubblica, mentre la terza a quello del governo.

Dato che questo corso si concentra sui presidenti della Repubblica, è bene sapere che poteri gli sono attribuiti dalla Costituzione stessa. Tra tutti gli articoli riguardanti il capo dello stato, il più importante è l’art. 87, quello nel quale vengono elencati i suoi diritti e i suoi doveri, quello nel quale lo si definisce l’emblema dell’unità nazionale, quello nel quale gli si concede il potere di autorizzare o meno la presentazione dei disegni di legge governativi al Parlamento. Tra i tanti dibattiti sugli articoli della costituzione, ci si è anche chiesti se il potere di capo delle forze armate concesso al PDR fosse solo formale o anche sostanziale, a dare risposta a questo quesito fu Cossiga che, nominando una commissione, arrivò ad una definizione di tale potere come solo formale e attribuì quello sostanziale al governo.

Il PDR presiede il consiglio supremo della magistratura, ma lo fa soltanto in particolari casi, nella maggior parte dei casi egli delega un vicepresidente. Il PDR può concedere grazia e commutare le pene, oltre che concedere le onorificenze. Particolarmente importante e per questo distaccato dall’art. 87, è l’art. 88, quello che conferisce al PDR il potere di sciogliere le camere anche solo una di esse.

L’art. 90, definito in gergo ‘l’irresponsabilità del PDR’, è particolare perché riprende la prassi monarchica secondo il quale un errore commesso dal Re non è responsabilità del Re, ma di chi lo ha controfirmato e appoggiato, un ministro, nel nostro ordinamento; la possibilità di giudicare il PDR in seduta comune in caso di attentato alla Costituzione o di alto tradimento non è impeachment, ma tutela la carica del capo dello stato attraverso la funzione legislativa. Nella terza sezione, quella governativa, si ha già dal primo articolo (art. 92) un richiamo al presidente della repubblica, che ha il compito di formarlo in tutte le sue parti, previe consultazioni che non sono previste nella costituzione ma sono suggerite dalla dicitura ‘sotto consiglio del PDC’.

Un dettaglio da notare, nello stesso articolo, è che il PDR non nomina i sottosegretari, che sono nominati dal PDC. Il governo entra in carica al momento stesso del giuramento e non dopo il voto di fiducia, motivo per il quale anche governi poco duraturi o che non hanno mai ottenuto fiducia dalle camere vengono conteggiati nella storia dei governi della repubblica (il fatto che il PDR dia effettivo potere al governo nel momento del giuramento è un segnale di tendenza al presidenzialismo).

Enrico De Nicola

Sarà capo provvisorio dello Stato durante la stesura della costituzione e poi il primo presidente della Repubblica, a partire dal giugno ’46. Come Presidente, egli non si trasferì e stabilì mai al Quirinale e in parte a causa di questo la documentazione su di lui, ad oggi, è ancora molto scarsa e incompleta. La documentazione disponibile è per lo più costituita da appunti a mano da lui stesso scritti e difficilmente interpretabili, data la sua calligrafia incomprensibile.

Enrico De Nicola nasce a Napoli il 9/11/1877 e ha una proficua carriera da avvocato penalista, i suoi clienti furono sempre di classe bassa ed egli, per principio, non chiedeva mai di essere pagato prima del processo; probabilmente furono queste sue caratteristiche quelle che contribuirono, conciliate alla sua bravura, a formare la sua popolarità nella sua città natale. Entra in politica nel 1907 come liberale, nel collegio di Afragola, vincendo a discapito del candidato Giolittiano. Nel 1909 è eletto per la prima volta alla Camera dei deputati, nel 1913 diventa sottosegretario alle colonie.

Anche in ambito politico e diplomatico si afferma subito come grande uomo, ricco di buon senso; proprio per questo gli viene proposto, almeno 4 volte prima del fascismo, di assumere la carica di presidente del consiglio (non accetterà mai e si mostrerà sempre disinteressato). Assume la sua prima grande carica nel 1920, quando diviene presidente della Camera dei deputati. Agli albori del fascismo e in particolare durante la marcia su Roma del 1922, De Nicola sarà promotore del patto di pacificazione tra socialisti e fascisti, che cercava di istituzionalizzare (e tramite questo in qualche modo contenere) il fascismo; di fatto, si trova a Montecitorio come presidente della camera quando Mussolini è proclamato presidente del consiglio dal Re e pronuncia il suo discorso, proprio la sua non risposta al discorso di Mussolini sarà una delle piccole (e quasi insignificanti) macchie della sua carriera.

Terminato il suo incarico come presidente della camera, nel 1924, a De Nicola verrà chiesto di prender parte al partito fascista: inizialmente il suo nome sarà anche inserito nel “listone” di candidati fascisti, salvo poi essere cancellato in seguito alla sua ritirata. Durante gli anni del fascismo sceglierà di mettere da parte la politica, sparendo dai suoi scenari. Nonostante nel 1929 fosse stato nominato senatore dal Re (Statuto Albertino: senatori di nomina regia) di fatto non fu praticamente mai a Roma e continuò a lavorare come avvocato a Napoli.

Il ruolo di De Nicola nel dopoguerra

Alla fine del 1943, il Paese era spaccato in due: da un lato la Monarchia di Vittorio Emanuele III, forte del sostegno degli alleati, voleva in tutti i modi restare tale, dall’altro, i partiti componenti il Comitato di Liberazione Nazionale si rifiutavano di appoggiarla entrando nel governo Badoglio e anzi, chiedevano l’abdicazione del Re. La situazione del Re risultava essere molto complicata, a lui venivano addossate le colpe delle compromissioni con il fascismo e a causa della sua figura la monarchia vacillava; pur di salvare l’istituzione monarchica, anche i più fervidi sostenitori della Corona, primo fra tutti Croce, consigliavano al Re l’abdicazione o l’istituzione della reggenza (Istituto giuridico che prevede l'assunzione da parte di una o più persone delle funzioni del Capo dello stato). La reggenza non è una soluzione accettabile per Vittorio Emanuele III a causa di due ragioni: 1) non era chiaro a chi sarebbe stata affidata e 2) sembrava uno stratagemma escogitato per liberarsi della monarchia.

È proprio in questo momento che entra in gioco De Nicola. Sorprendendo tutti, De Nicola chiede al CLN la possibilità di parlare con Vittorio Emanuele III in totale libertà e schiettezza. Croce, il portavoce del partito liberale e dunque del CLN, acconsente, e De Nicola impiega due giorni a raggiungere Ravello, dove il Re si era stabilito da appena cinque giorni. Nel discorso che De Nicola fa al Re non c’è traccia di accusa per lo scoppio della guerra o della sua fine, bensì, De Nicola riconosce le ‘responsabilità obbiettive’ che Vittorio Emanuele III ha sulla guerra e imposta il suo discorso sul ricordo storico e le numerose volte nelle quali, una volta persa una guerra, il Re aveva abdicato (“da Napoleone I a Napoleone III” -cit.).

Seppur sia considerato il più forte dei monarchici, il suo obiettivo non è quello di far accettare al Re la reggenza, bensì la luogotenenza (un istituto di affidamento del potere regio a un luogotenente che esercita l'autorità reale in caso di assenza o impedimento del re legittimo), in favore del principe Umberto. Questa proposta convince maggiormente Vittorio Emanuele III, tant’è vero che la accetta, seppur a condizione di poterla ufficializzare a Roma una volta liberata.

Interessante è notare che, durante il loro incontro, in vece del Re, il ministro della Real casa, il Duca Acquarone, propone a De Nicola l’incarico di presidente del consiglio del regno. Se il Re accetta la luogotenenza, in gran parte è perché De Nicola rifiuta la sua proposta (perché sostiene andrebbe contro tutto ciò che gli ha detto a favore della luogotenenza), dimostrandogli i suoi nobili fini e completo disinteressamento.

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Scienze politiche e sociali SPS/03 Storia delle istituzioni politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher P48 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia istituzionale dell'Italia repubblicana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Giacone Alessandro.
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