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Psicologia dello sviluppo

Non è la psicologia dello studio dei bambini bensì studia il funzionamento dei processi cognitivi e cosa ne impedisce il loro funzionamento! (capitolo 1 + integrazione libro)

Definire la psicologia dello sviluppo

La psicologia dello sviluppo studia i cambiamenti sistematici che caratterizzano l’evoluzione psicologica di ciascun individuo nel corso dell’intera esistenza. La definizione non è così ovvia come sembra poiché in primo luogo afferma che la disciplina si occupa non già dei bambini ma appunto dello sviluppo, vale a dire la sequenza di cambiamenti che marcano lo scorrere della vita psicologica nel tempo. In secondo luogo, sollecita a studiare gli eventi dello sviluppo non come fatti in sé conclusi ma come esiti temporanei di un percorso storico avviato prima che l’evento emerga e che continua dopo in modo dipendente da come l’evento si è realizzato.

→ Psicologia dello sviluppo studia i processi.

Visione dello sviluppo

  • Dinamica perché tiene conto del tempo in cui il fenomeno si manifesta. (tutto il ciclo di vita)
  • Situata perché riguarda il tempo della vita individuale, costituito dalle esperienze vissute da ogni specifico individuo nel proprio contesto di crescita.
  • Probabilistica perché si fa dipendere l’esito dei processi evolutivi dal modo in cui essi si realizzano nel qui e ora della vita personale, invece che da un piano prefissato dalle caratteristiche individuali o da quelle dell’ambiente.

Lo studio dei cambiamenti si estende oltre i confini classici dell’età evolutiva (infanzia e adolescenza), per comprendere tutto il ciclo di vita, in particolare i periodi avanzati come quelli di invecchiamento e i periodi iniziali come l’età neonatale, caratterizzati da cambiamenti anch’essi evidenti e critici.

Ciò che interessa la psicologia dello sviluppo non è tanto il progresso di una data abilità ma il suo cambiamento.

Lo sviluppo non è un processo determinato, è il frutto di relazioni continue tra natura e cultura, il nostro genotipo interagisce con l’ambiente e dà vita al fenotipo. Lo sviluppo è un processo costruttivo, si parla di fattori di rischio (es. nascita pretermine) e di protezione (es. genitori).

Il repertorio biologico di cui è dotato l’organismo umano produce in modo automatico un’esperienza relazionale (intersoggettività primaria) che alimenta la crescita psicologica verso una direzione specie-specifica (intersoggettività secondaria) dove lo scambio interpersonale è centrato non più sull’altro ma su un oggetto esterno.

Intersoggettività

È una funzione ritenuta distintiva della specie umana, in cui si evidenzia la capacità di condivisione interpersonale di un’esperienza interna.

La ricerca sull’interazione madre-bambino nei primi mesi di vita ha individuato nelle prime forme dell’interazione diadica un gioco reciproco di espressioni facciali, atti motori e muti sguardi che nel loro insieme segnalano la possibile esistenza di un’esperienza intersoggettiva.

Intersoggettività primaria: forma iniziale di intersoggettività, evidenziata dalla ricerca sull’interazione diadica madre-bambino nei primi mesi di vita, in cui si è individuata la possibile esistenza di un’esperienza intersoggettiva.

Intersoggettività secondaria: adulto e bambino si relazionano attraverso il riferimento a un oggetto esterno (interazione triadica).

In cosa si differenziano?

Entrambe le forme manifestano la condivisione di uno scopo e quindi sono espressione della medesima capacità di comunicazione intersoggettiva:

  • Nel primo caso lo scopo è interno all’interazione e si esprime attraverso lo scambio di affetti ed emozioni veicolati da espressioni corporee.
  • Nel secondo caso è esterno all’interazione, consiste nel riferirsi a un medesimo focus di interesse e si esprime attraverso lo scambio di commenti prelinguistici o linguistici su tale referenza.

Il passaggio dalla prima alla seconda può essere considerato esito dell’intervento combinato di componenti biologiche e psicologiche.

Una visione recente dell’intersoggettività, proposta dalle neuroscienze, ha enfatizzato un’origine biologica di questo fenomeno, collocandolo nel funzionamento di specifici gruppi neuronali “sistema dei neuroni specchio” che si attivano quando l’individuo esegue un’azione e quando la vede eseguire sull’altro; permettono di attribuire al cervello umano la capacità di mettersi nei panni dell’altro.

L’intersoggettività prima di essere pensata esplicito è agita a livello motorio e implicito.

Lo sviluppo è universale?

Lo sviluppo è universale? Ossia tutti seguiamo le stesse tappe evolutive?

Seguiamo le stesse tappe di evoluzione, dunque, queste tappe dell’evoluzione sono uguali per tutti gli individui, questo è ciò che esprime la concezione Piagetiana dello sviluppo, da questa concezione universalistica si passa a una visione relativistica per la quale lo sviluppo dipende da molte componenti.

Abbiamo una predisposizione, anche genetica a seguire delle determinate tappe che sono sostanzialmente similari per tutti, però molto dipende anche da varie differenze individuali; dunque, c’è una certa linea di sviluppo comune ma vi è anche una sorta di variabilità individuale ecco perché si parla di differenze individuali.

ES. il gattonare dei bambini.

Una visione universalistica dice che ogni bambino deve attraversare la fase del gattonare (camminare a 4 zampe per poi iniziare a camminare con il busto eretto).

➔ Tale cosa però non è assodata in quanto ci sono bambini che per passare alla fase deambulante non per forza necessitano della fase del gattonare. Ciò ci dimostra che ci sono delle differenze individuali per quanto riguarda lo sviluppo, anche dal punto di vista motorio.

Contributi delle neuroscienze cognitive dello sviluppo

Le neuroscienze evolutive si interessano alle basi neurali del comportamento e della mente.

Il contributo riguarda una migliore comprensione del funzionamento del cervello, dei suoi cambiamenti e della sua organizzazione.

L’indagine evolutiva mostra che la modularizzazione (meccanismi dominio-specifici) non è un’organizzazione di partenza ma il risultato finale dovuto al processo di progressiva specializzazione e localizzazione del cervello. Stabilisce quindi che la formazione del cervello sia un processo soggetto all’influenza dell’esperienza e dell’apprendimento. (plasticità cerebrale)

Lo studio del riconoscimento delle facce è uno dei campi di ricerca più interessanti a riguardo:

  • La corteccia è molto attiva in una vasta area di regioni in entrambi gli emisferi;
  • 6 mesi: attività localizzata nell’emisfero destro;
  • Primo anno: area più ristretta della zona temporale destra;
  • Età scolare: area ancora più localizzata e selettiva;
  • Età adulta: corrispondenza in un’area specifica per il riconoscimento dei volti.

La psicologia comparata

Disciplina, coinvolta nello studio della connessione tra biologia e psicologia, fornisce informazioni sul passaggio della dotazione innata nella storia evolutiva. Studiando le altre specie animali e quelle più vicine all’uomo (i primati), cerca di determinare che cosa è stato ereditato senza cambiamenti dai nostri antenati, cosa è il prodotto di modificazioni e cosa sia qualitativamente nuovo nella nostra specie rispetto alle altre. Osservando i vari tratti cerca di trovare analogie e omologie tra le varie specie in relazione a quella umana.

La ricerca sulla prima infanzia accompagnata dall’osservazione dei nostri più vicini parenti, gli scimpanzé, ha dato modo di stabilire alcuni caratteri di continuità/discontinuità per ciò che riguarda abilità di comprensione sociale e capacità cooperative. Una riflessione recente vede la componente di continuità filogenetica nella capacità di comprendere l’intenzione altrui e quella della discontinuità ontogenetica nella capacità e nella motivazione a condividerla (produzione di artefatti culturali complessi).

Il lavoro comparativo sul linguaggio contribuisce ad approfondire la complessità del rapporto sopracitato osservando la mancanza di caratteristiche peculiari (come la referenzialità, l’intenzionalità, la generatività, l’infinità e la mentalizzazione) nel linguaggio delle varie specie in confronto al linguaggio che caratterizza i piccoli dell’uomo che invece tendono ad accrescerlo poco dopo che hanno imparato a produrlo.

Diatriba tra cultura e natura

La visione interattiva dello sviluppo è una nuova prospettiva di analisi alla quale si è giunti a seguito del superamento di vecchie concezioni, in cui la questione sull’importanza dei ruoli dati alla natura e alla cultura sugli esiti evolutivi non si è più soffermata su quanto una fosse più importante dell’altra bensì su come questi due aspetti interagissero sulla determinazione dei risultati evolutivi.

Bisogna pensare allo sviluppo come a un fenomeno inevitabilmente costituito dalla compresenza di natura e cultura, di dotazione innata ed esperienza, di caratteristiche dell’organismo e dell’ambiente e tuttavia diversificato nelle sue forme in base all’età, ai domini o ai compiti, in quanto condizioni che vincolano il modo in cui natura e cultura svolgono la loro relazione.

Il risultato evolutivo può segnalare uno sviluppo tipico o atipico.

Sviluppo atipico

Definizione: lo sviluppo atipico riguarda i disordini dello sviluppo a origine genetica. Ossia sono malattie provocate da alterazioni genetiche note.

Commentato [CN[1]: La psicologia dello sviluppo è una disciplina che indaga i cambiamenti che si verificano nel comportamento e nelle capacità di un individuo con il progredire dell’età; si focalizza, in particolare, sui processi biologici e sociali.

Dunque, riguarda i soggetti con sindromi genetiche:

  • Sindrome di Williams
  • Sindrome di Down

Lo sviluppo riguarda tutto il ciclo di vita, ma i cambiamenti più importanti si realizzano nel periodo che va dall’infanzia all’adolescenza.

Lo sviluppo è un processo di crescita biologica e di acquisizione culturale e questa relazione tra natura e cultura ha rappresentato il nucleo attorno al quale si è costruita la disciplina.

La visione transazionale di Belsky considerava il disagio evolutivo come l’effetto di una relazione disarmonica tra diverse componenti. Nella sua visione i fattori di rischio e i fattori di protezione, sia di tipo interno che esterno concorrono a delineare lo sviluppo del bambino, il cui buon esito dipende dal loro bilanciamento. Il danno evolutivo, il ritardo, le difficoltà sono il frutto di uno sbilanciamento tra fattori di rischio e fattori di protezione. Un esito evolutivo infausto è considerato in termini dinamici e non come un evento assoluto: esso può modificarsi se le condizioni cambiano e se il sistema delle influenze trova un equilibrio più armonico.

I soggetti con la sindrome di Williams, presentano un cosiddetto deficit intellettivo. Disordine neuropsicologico a base genetica che causa un ritardo mentale. Tuttavia, mostrano una prestazione cognitivamente normale in alcune prove di riconoscimento delle facce, ciò ci fa pensare che il modulo neurale deputato a tale riconoscimento sia rimasto intatto nella sindrome.

Tuttavia, l’analisi del funzionamento del riconoscimento durante la prova mostra che essa viene risolta dai soggetti con la sindrome tramite l’utilizzo di processi cognitivi diversi rispetto ai soggetti di controllo (l’area del riconoscimento delle facce si attiva alla presentazione sia delle facce sia delle automobili, a differenza dei soggetti di controllo, dove è esclusiva per le facce).

Ciò dimostra che nello sviluppo tipico vi è una specializzazione per la percezione dei volti confermando la mancanza di specializzazione e di localizzazione per quanto riguarda l’elaborazione delle facce, nei soggetti affetti dalla sindrome di Williams.

La psicologia dello sviluppo studia le varie capacità, ma le studia con una linea evolutiva.

Ossia come si evolvono nel tempo per esaminarne le linee di sviluppo.

La memoria nei disturbi specifici dell’apprendimento

La memoria di lavoro è importante in tutti i processi cognitivi, ma in particolare per lo sviluppo dell’apprendimento. I bambini che hanno difficoltà nella working memory probabilmente incontreranno delle difficoltà d’apprendimento.

Modello della memoria di lavoro (domanda d’esame)

Il modello originale di Baddeley e Hitch (1974) descrive la memoria di lavoro come costituita da tre elementi: due magazzini a breve termine (il ciclo fonologico e il taccuino visuospaziale) e un esecutivo centrale che controlla il flusso di informazioni tra questi magazzini e altri processi cognitivi.

  • L’esecutivo centrale immagazzina le informazioni, le elabora e coordina le attività degli altri due elementi.
  • Il ciclo fonologico contiene solo informazioni verbali ed acustiche, consentendone la reiterazione. È costituito dal registro fonologico e dal processo di controllo articolatorio. Questo componente della memoria a breve termine consente di trattenere l’informazione acustica e visiva grazie alla ripetizione sub-vocale.

Quest’ultima ipotesi, quella relativa al ciclo fonologico, è supportata da alcuni dati: ad esempio lo span di memoria è migliore per una lista di 5 parole brevi che non di 5 parole lunghe; le liste con parole fonologicamente somiglianti si ricordano peggio di quelle fonologicamente non somiglianti; infine se il soggetto esegue il compito mentre ripete una parola irrilevante, il compito è svolto in modo peggiore, perché il ripetere tale parola disturba l’attività di reiterazione del ciclo fonologico.

  • Il terzo elemento della MBT è il taccuino visuo-spaziale, che contiene e manipola le informazioni visive e spaziali.

(NB. Baddeley ha formulato un modello inteso non come un sistema unitario che definisce la memoria di lavoro)

Ognuno di questi gruppi atipici ha delle difficoltà peculiari ma tutti condividono un deficit nei processi della memoria del lavoro:

  • Difficoltà fonologiche (difficoltà in lettura, scrittura, calcoli elementari)
  • Difficoltà visuospaziali (difficoltà nel disegno, coordinazione motoria, incolonnamento calcoli scritti, geometria)
  • Componenti dell’esecutivo centrale e compiti ad alto controllo: (comprensione testo, soluzione dei problemi, scrittura, riassunto ecc.…)

Dislessia

(È un disturbo specifico dell’apprendimento, DSA)

➾ Difficoltà nell’apprendere la lettura e nel decodificare la parola scritta come un suono.

Dal punto di vista clinico, la dislessia si manifesta attraverso una minore correttezza e rapidità della lettura ad alta voce rispetto a quanto atteso per età anagrafica.

La Dislessia è un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA) che va a incidere sulla capacità di leggere correttamente.

La dislessia è causata da differenze nelle aree del cervello che si occupano di linguaggio, che non sono ancora pienamente comprese. Diverse aree cerebrali interagiscono in modo complesso per coordinare la manipolazione delle parole necessarie per la lettura, la scrittura e l’ortografia. Per questo motivo le caratteristiche della dislessia in ogni persona dipenderanno da quali aree sono interessate e come. Ci possono essere problemi, per esempio, nel ricevere informazioni sensoriali attraverso la vista o l’udito, nel catturarle e strutturarle nel cervello, o nel recupero in un secondo momento, oppure ci possono essere problemi con la velocità di elaborazione delle informazioni. Scansioni cerebrali di immagini mostrano che quando le persone dislessiche tentano di elaborare le informazioni, il loro cervello funziona in modo diverso da quello delle persone non affette da dislessia.

Nulla di tutto ciò ha però a che fare con l’intelletto: le persone affette da dislessia mostrano un range normale di intelligenza.

Difficoltà nell’apprendere la lettura, ma ciò non si verifica a causa di scarsa motivazione o impegno come spesso veniva inteso in passato, o come deficit dell’intelligenza poiché tali persone hanno l’intelligenza nella norma o addirittura più alta.

Ancora, in ogni caso, nell’immaginario collettivo questo deficit è associato a scarse capacità cognitive e intellettive. Niente di più falso, infatti i dislessici sono persone molto dotate; molte menti brillanti, che hanno segnato la nostra storia, erano e sono affette da tale patologia: Leonardo da Vinci, Albert Einstein, Alexander Graham Bell, Thomas Edison, Winston Churchill, Benjamin Franklin, John F. Kennedy, Mozart, John Lennon, Walt Disney, Tom Cruise, Cher, Pablo Picasso, Napoleone Bonaparte e tantissimi altri. Il dislessico, dunque, è una persona con una mente molto produttiva e creativa, altamente intelligente, che apprende diversamente dalle altre persone.

Nella dislessia la difficoltà specifica sta nella decodifica del testo, il processo si inceppa dalla decodifica della parola scritta al suono. Questo processo automatico viene appreso anche da chi ha la dislessia ma più lentamente.

I bambini dislessici hanno difficoltà specifiche nella decodificazione dei grafemi e in tale processo di decodifica si registra un sovraccarico della memoria di lavoro.

Bisogna fare esercizi per cui questo processo diventi sempre più automatico.

Quali aspetti della working memory sono implicati?

  • Aspetto verbale e visuospaziale
  • Ruolo esecutivo centrale

Disabilità intellettive legate alle sindromi genetiche

Influenza della WM in esse.

In questo caso è la sindrome genetica che causa un deficit di tipo intellettivo.

Le principali sono:

  1. Sindrome di Down
  2. Sindrome dell’X fragile
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Nico.C200 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trieste o del prof Passolunghi Maria Chiara.
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