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Storia della pedagogia

I primi modelli educativi

Tra il XV e XIII secolo a.C., gli scriba erano de facto gli unici depositari della conoscenza della scrittura e del calcolo. In una società basata sul commercio e l’uso di strumenti forgiati in bronzo, mercanti e guerrieri affidavano alla ristrettissima casta degli scriba l’arte amministrativa. Alla gente comune, perlopiù agricoltori e pastori, non restava altro che mantenere il proprio status trasmettendo ai propri figli le conoscenze acquisite all’interno della famiglia e sul lavoro, perpetuando l’ideale pedagogico del “dover essere”.

A partire dall’XI secolo a.C., le attività lavorative subirono un cambiamento epocale. L’introduzione del ferro e l’aumento della produzione portarono a un nuovo stile di vita che doveva basarsi sulla diffusione della scrittura, spingendo verso una democratizzazione della conoscenza. Nacquero i mercati attorno ai quali si concentrava la vita sociale, portando alla nascita di aggregazioni urbane sempre più forti: le polis.

Il modello educativo di Atene e Sparta

Persino in città come Atene, a beneficiare dell’educazione scolastica fu solo la classe dominante, divisa secondo un modello specifico, ove l’educazione completa riguardasse la crescita del giovane dal punto di vista fisico, estetico, morale ed intellettuale. A partire dal V secolo a.C. anche al popolo ed alla piccola borghesia fu concesso di accedere all’istruzione primaria, inducendoli a sapere leggere e scrivere, condizione indispensabile per assolvere ai doveri di cittadini, giacché le leggi venivano pubblicate in forma scritta.

Ancora escluse da quest’opera di alfabetizzazione rimanevano le donne, la cui unica formazione doveva riguardare le pratiche di assolvimento ai doveri familiari (gestione casa, allevamento dei bambini).

Al contrario di Atene, a Sparta i genitori non avevano diritti sui figli i quali, maschi e femmine, erano affidati alle comunità educative della polis, che dai sette anni in avanti li educava ad essere il “buon cittadino”, difensore della patria. L’aristocrazia spartana attribuiva un valore molto alto all’educazione, vista come compito per eccellenza di ogni cittadino. In tal modo tutti erano chiamati a perfezionarsi ed ad aiutare gli altri nel loro cammino di formazione continua.

L’Atene del V secolo vide lo sviluppo dell’arte oratoria, necessaria a chi, nella polis, volesse partecipare alla vita politica sviluppando l’arte oratoria.

I sofisti

I primi insegnanti professionisti della storia si organizzarono a tale scopo tra le file dei sofisti, ovvero degli educatori che, a pagamento, prestavano le loro conoscenze, dichiarando che anche le conoscenze più elevate possono essere insegnate a tutte le classi sociali e non appannaggio della sola classe aristocratica, che le riceve per via ereditaria. L’ideale pedagogico dei sofisti postulava che l’educazione deve essere guidata da persone esperte e attuata in un ambiente adatto che favorisca la crescita armonica del giovane studente. L’educazione è una tecnica per formare l’uomo pubblico nel suo essere sociale; essi privilegiarono l’insegnamento delle abilità utili ai giovani per aver successo nella vita pubblica e nelle attività ad essa collegate.

Socrate

Socrate (470/399 a.C.) non richiese alcun compenso economico né documentò mai i propri insegnamenti. La sua didattica consisteva nel dialogo e nel confronto con gli ascoltatori con i quali si intratteneva anche per ore. Si definiva egli stesso formatore itinerante, divulgatore del metodo “maieutico”, ovvero l’arte di estrarre le idee dalla mente degli uomini attraverso il dialogo ed il confronto. Come i sofisti, però, concentrò la sua attenzione sull’uomo. Dei suoi discepoli intendeva sviluppare le capacità interiori non tanto le abilità pubbliche. Questa posizione lo mise in cattiva luce, poiché interpretata contro lo status del regime democratico ateniese e probabilmente proprio questa lo portò alla carcerazione e le accuse che precedettero la sua morte.

Platone

Il modello educativo di Platone (427/347 a.C.) si basa sul concetto di predestinazione sociale, ovvero ogni persona è destinata dalla nascita a compiere una determinata attività ed a rivestire un determinato ruolo sociale. Di conseguenza l’educazione dei giovani in realtà è illusoria, poiché non potrà cambiare quello che è stabilito dalla nascita. Tre sono le categorie in cui si dividono gli esseri umani che ne identificano i compiti sociali: i governanti, i soldati e gli artigiani. Cercare di educare un artigiano al cambiamento, a svolgere un altro ruolo, causerebbe disagi ad ogni livello sociale, privando la società di uno dei suoi lavoratori. L’unica vera legge è la ragione e solo questa potrà educare alla verità assoluta e quella derivante dalla realtà sensibile.

Allontanati dalla famiglia, i bambini saranno inseriti in asili nido gestiti dallo Stato (governato dalla ragione), dopo lo svezzamento vengono educati alla musica ed alla lettura di fiabe. A sette anni inizia il vero percorso educativo fino ai diciotto anni legato alla ginnastica ed alle arti, sia per i maschi che per le femmine, perché razionalmente uguali agli uomini. Chi aspira alla carriera del filosofo o del governante proseguirà con la formazione che ne fortificherà l’anima ed il corpo per passare alla “disciplina formale” della matematica, della fisica e dell’astronomia, fino ad arrivare alla dialettica ed al tirocinio. Raggiunta la soglia dei cinquant'anni, lo studente potrà dirsi pronto per la gestione del governo.

Aristotele

Aristotele (384/322 a.C.) dava un peso preminente alla capacità di rinnovarsi ed inserirsi in una vita economico sociale, di fatto sempre più complessa e cosmopolita. Ad Atene fondò il liceo come prototipo di una Università, con corsi e lezioni regolari, esercitazioni programmate, lavori collettivi. Aristotele propugna una divisione netta tra la popolazione destinata a ruoli di rilievo (governanti) e quelli dediti ai lavori “materiali” (artigiani). Solo ai primi era destinata l’educazione, gratuita, caratterizzata dall’insegnamento delle arti nobili (non manuali/pratiche) con l’utilizzo della logica, intesa come metodologia del ragionamento, metodo per organizzare e strutturare i pensieri ed i discorsi. Lo scopo principale dell’educazione è lo sviluppo della ragione, raggiungibile solo da chi sia degno di essere educato a questo livello. Infatti, l’educazione di base può essere seguita anche dai servi o dagli schiavi, poiché volta allo sviluppo corporeo, mentre l’educazione intellettuale sarà ad appannaggio solo dei “cittadini”.

La pedagogia dell'età ellenistica e dell'antica Roma

Alla fine del IV secolo a.C. inizia il periodo di decadenza di Atene → l’età ellenistica. Compiuti i sette anni i bambini si inseriscono nel contesto della scuola dove sono guidati dal maestro (didaskalos) che si occupa di trasmettere ai bambini un’educazione generica e dall’insegnante di lingua (grammatistés) il quale insegna la lettura e la scrittura, utilizzando, anche, l’uso delle punizioni corporee.

Ai confini del mondo scolastico formalizzato, si muove il paidagogòs, inizialmente uno schiavo con lo scopo di accudire il ragazzo, più tardi diventa un vero e proprio tutore domestico a supporto dell’educazione. A quattordici anni, il giovane accompagnato dal grammatikòs, entra nel mondo della grammatica, della letteratura classica (poesia epica), della matematica riprendendo la cura dell’allenamento del corpo. Questa è l’epoca in cui si configura una nuova visione dell’uomo “saggio”, colui che è padrone e consapevole di sé.

L’educazione della Roma arcaica vede uno sviluppo. Il punto fermo di questa civiltà contadina sono le tradizioni, nella centralità della famiglia, punto di riferimento educativo. Il pater familias ha potere di vita e di morte sulla famiglia e segue personalmente l’educazione dei figli maschi dai sette anni in avanti, mentre l’educazione dell’infanzia rimane appannaggio delle donne di casa (le quali porteranno avanti quelle delle bambine, per educarle al ruolo che loro stesse ricoprono). Da questo momento in avanti il bambino viene condotto dal padre all’esperienza diretta sul lavoro, nei campi o al mercato, oppure al Senato o al Foro.

I figli sedicenni delle famiglie nobili, vestiranno la toga purpurea a testimonianza del passaggio dal ruolo di ragazzo a quello di adulto, condizione raggiunta l’anno dopo, indossando la toga virile. A seguito di un anno di tirocinio nella res pubblica e del servizio militare, il giovane diventava finalmente “cittadino”.

I maestri furono a lungo una categoria sconosciuta a Roma, intorno al 400 a.C. compaiono i grammatici dediti all’insegnamento della lettura e scrittura, quasi sempre greci immigrati. Nel III secolo a.C. nasce la letteratura latina. Il pater familias, ormai troppo occupato negli affari, lascerà il compito educativo alle scuole, all’esercito, alla vita pubblica. I rhètores si affiancheranno ai maestri, nati sul modello degli oratori e letterati greci.

Con la nascita dell’impero anche l’educazione subisce un cambiamento di rotta. La formazione è patrocinata dallo Stato. Vespasiano, ad esempio, istituì, per primo, una scuola superiore dipendente direttamente dallo Stato inquadrando anche le figure dei professori come dipendenti statali. Quintiliano scrive nelle sue opere di un’educazione che inizia a sette anni, e che prevede, la scuola materna ed elementare come palestre di formazione del bambino, futuro oratore. Raccomanda la scuola pubblica, a scapito di quella privata, poiché la prima utilizza la socialità data dall’educazione condivisa, come condizione per imparare a vivere insieme agli altri.

La pedagogia nel Cristianesimo

Il quadro storico

Nel 313 d.C., l'imperatore Costantino emanò il famoso Editto di Milano. Ciò permise ai Cristiani di professare la loro religione apertamente. Costantino aveva compreso che la religione cristiana poteva essere di grande importanza per tutto l'impero. Da questo momento in poi, l’imperatore iniziò ad intervenire negli affari interni della Chiesa, come dimostra il Concilio di Nicea (325), nel quale venne stabilita un'unica linea teologica.

Teodosio attraverso l’Editto di Tessalonica (386), stabilì che il Cristianesimo fosse religione di stato e, di conseguenza, le altre religioni e gli altri culti non furono più accettati. La situazione religiosa fu ribaltata. Nell’impero appariva una forte discrepanza tra parte Occidentale e parte Orientale, dove la prima stava vivendo una regressione economica ed era priva di un’autorità centrale salda, mentre la seconda dimostrava di essere politicamente ed economicamente più stabile.

Inoltre, l’orizzonte morale e religioso era mutato nel corso degli anni a causa della presenza di correnti filosofiche (quali, ad esempio, lo stoicismo) e culti per lo più orientali, che avevano particolare seguito perché si rivolgevano alle grandi masse, offrendo loro la possibilità di un contatto più intenso con la divinità e un processo di purificazione interiore che li portasse alla salvezza. Una salvezza ultraterrena. Tutto questo aveva portato ad una sorta di “maturazione spirituale” nel mondo romano, aprendolo a concezioni religiose diverse da quella esclusivamente tradizionale.

Il Cristianesimo e l’educazione

L'avvento del Cristianesimo comportò cambiamenti dal punto di vista educativo nell'impero romano, con la sua attenzione alla popolazione e debbe maggior presa soprattutto tra i diseredati, gli schiavi, le persone socialmente ed economicamente meno fortunate e ai margini della vita comunitaria – individui che avevano stili di vita ed educativi lontani da quelle delle classi sociali elevate. La religione cristiana con la sua insistenza sull'importanza della famiglia e dell'educazione mediante l'esempio e non mediante il semplice studio teorico e libresco, trasmetteva un modello educativo. La formazione promossa dal cristianesimo presupponeva anche un modello di formazione collettivo attuato dagli appartenenti alla stessa comunità religiosa.

Questa modalità formativa privata (non istituzionale) e interna a ristrette comunità appartiene al primo periodo del cristianesimo, quando i cristiani erano costretti alla clandestinità → era giustificata dalla necessità di vivere la propria appartenenza religiosa nella segretezza. Questa didattica si occupava di combattere l'analfabetismo. Le prime figure di formatori all'interno delle comunità cristiane facevano riferimento per lo più all’orizzonte educativo ellenistico. Assunsero quindi il ruolo tipico dei maestri ellenistici (i didáscaloi), occupandosi della formazione dei catecumeni, di coloro cioè che chiedevano l'ammissione nella comunità.

Questo periodo formativo era considerato fondamentale per gli aspiranti cristiani tanto che molto spesso interveniva il Vescovo stesso, in quanto figura di riferimento della collettività. La formazione si poneva come religiosa, ma a causa dei livelli culturali di provenienza dei catecumeni spesso era affiancata da una didattica più di base: infatti i primi insegnamenti impartiti riguardavano proprio il leggere e lo scrivere.

La pedagogia del cristianesimo dei primi secoli, che trova un punto di inizio e di riferimento nelle opere di Clemente Alessandrino, coincide con la formazione a una vita di ricerca della verità, seguendo un cammino di crescita spirituale, essendo considerato Dio come il pedagogo per eccellenza. Da queste posizioni derivò la scelta radicale del monachesimo orientale, tra i cui esponenti si può ricordare san Basilio, che predicò l'isolamento e la vita ascetica in comunità come mezzo formativo per raggiungere il possesso della vera sapienza.

Questa idea di separazione dal mondo portò alcuni teorici dell'educazione cristiana a spingere sempre più verso un parziale ripudio della cultura pagana, soprattutto in quegli aspetti legati alla cura e al culto del corpo che erano visti come contrari ai precetti della fede. Pertanto i primi pedagoghi cristiani sconsigliavano ai giovani → l'esercizio fisico, la pratica della musica e della danza. Questa forte accentuazione dell'importanza della spiritualità e della fede nell'apprendimento della verità portò altri autori cristiani, ad esempio Tertulliano (169-220), a teorizzare che la fede in sé è l'unico mezzo per raggiungere la verità, tanto che Tertulliano arrivò a decretare che l'insegnamento scolastico in sé fosse peccato.

Tuttavia, posizioni tanto estreme non erano condivise da molti e la maggioranza dei cristiani si recava nelle scuole imperiali, dove, poco alla volta, cominciavano a inserirsi anche parecchi insegnanti cristiani. Negli ultimi periodi dell'impero i cristiani divengono più integrati nella vita sociale grazie al maggior livello di tolleranza raggiunto dal potere politico dell'epoca. L'introduzione progressiva di insegnanti cristiani nelle scuole pubbliche ancora pagane fu terreno fertile per porre le basi di una nuova cultura, in cui il cristianesimo riprendeva e faceva proprie le categorie di pensiero del mondo ellenistico.

Il Cristianesimo e le sue istituzioni educative

Famiglia e comunità ecclesiale rappresentano i luoghi dove si concretizza il primario modello educativo del Cristianesimo. Di certo l’importanza assegnata all’educazione familiare è collegata ai principi cristiani della fecondità del matrimonio e della sua indissolubilità. Così come vi è una gerarchia nell’ambito familiare, così anche nella comunità e nei sacramenti (principalmente battesimo, eucaristia, matrimonio). L’ammissione a pieno titolo alla comunità avveniva partendo dal battesimo, che si otteneva però soltanto dopo il periodo di iniziazione dottrinale, il cosiddetto catecumenato. Le scuole dei catecumeni rappresentano il nucleo più antico di un processo religioso istituzionalizzato di educazione per gli adulti, la cui articolazione si sarebbe sviluppata con l’aumento delle conversioni e con la presenza di fanciulli nati all’interno delle famiglie cristiane.

In seguito il percorso educativo proseguiva nella vita comunitaria, per mezzo della liturgia della lettura e della predicazione, tanto da attuare un’educazione permanente nella comunità. Oltre ad istruire i neofiti, occorreva pensare alla formazione del clero, poiché la Chiesa si era organizzata in maniera istituzionale e gerarchica: a capo vi era il Vescovo, curatore e coordinatore della comunità, aiutato dai presbiteri e dai diaconi. I primi curavano l’istruzione dei neofiti, gli altri erano messi a capo dei servizi liturgici, tuttavia, per la formazione di queste figure non esistevano scuole specifiche, proprio come non esisteva nemmeno un modello “sacerdotale”; infatti era un’assemblea ad assegnare cariche e funzioni in base a criteri pubblicamente riconosciuti quali la virtù, l’esperienza e la santità.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/02 Storia della pedagogia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher irenevitali2003 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della pedagogia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica "e-Campus" di Novedrate (CO) o del prof Bertolini Lucia.
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