Dal riduzionismo al transazionismo
Lunedì 23/02/2021
Approccio riduzionista
Ad oggi non si può più avere un approccio che riconduce un determinato evento sempre a cause certe, prevedibili e semplicistiche, in cui sia ravvisabile una causa diretta. Per abbandonare il riduzionismo e approcciarsi invece al transazionismo, è importante parlare dei paradigmi. Thomas Kuhn ha ipotizzato come, in determinati periodi storici, nelle scienze avvengano dei cambiamenti radicali negli assunti fondamentali. Per cambiare degli assunti che si sono istaurati nella scienza è importante che avvengano dei cambiamenti importanti al suo interno.
Per esempio, la teoria dell’infezione da germi è un paradigma assodato, ma non è sempre stato così: ad oggi si fa che una patologia deriva dalla trasmissione di un agente secondario, ovvero un germe o un virus, poiché erano organismi impossibili da vedere ad occhio nudo ma che portavano a delle patologie. Successivamente, si è scoperto che un soggetto A esposto ad un agente infettivo può ammalarsi mentre un soggetto B esposto allo stesso agente infettivo può non ammalarsi e questo dipende dal sistema immunitario.
Aldwin riteneva che anche nell’ambito dei processi dello sviluppo si è in una fase post-rivoluzionaria, passando dal riduzionismo al transazionismo, quindi da una posizione che considera che l’evento viene determinato dalle cause che lo determinano ad una visione che considera che un evento dipende dalla interazione di diversi fattori. Il riduzionismo causale è comodo perché ad un determinato evento si riconduce ad una causa, ma questo però è molto semplicistico. Questo cambiamento di paradigma non è né indolore né istantaneo e ci sono alcune branche della scienza che prediligono ancora un approccio riduzionistico, ultimamente però le scienze cercano di abbandonare il modello riduzionista per adottare il transazionismo.
Un riduzionismo classico è la distinzione tra mente e corpo, in cui la mente e il corpo funzionano secondo criteri di funzionamento propri, indipendenti gli uni dagli altri. Tale visione dualistica è stata una pietra miliare nel riduzionismo che sottendeva alcune discipline biomediche, poiché entità distinte, mente e corpo avrebbero dovuto essere studiati da discipline distinte e avrebbero risentito dell’influenza di fattori completamente dissimili tra loro.
Ha senso adottare un approccio riduzionistico se si conosce poco il campo e ha a che fare con la direzione delle influenze, infatti si parla di unidirezionalità dei legami causali A→B→C, per esempio l’esposizione dell’agente patogeno A altera il funzionamento biochimico di un sistema B e generando il sintomo C. Per ristabilire le condizioni, poiché la direzionalità dei legami è univoca, bisogna invertire il percorso, quindi per debellare i sintomi C occorre ripristinare il funzionamento di B eliminando le condizioni di esposizione all’agente patogeno A.
Tale paradigma ha permesso un avanzamento notevole nelle conoscenze mediche, però con il progredire delle conoscenze biomediche e con l’aumentare della complessità delle informazioni trattate, il paradigma causale semplice appare sempre più inadeguato poiché la regolazione fisiologica di differenti sintomi implica una serie complessità di cicli di feedback tra diverse variabili. Gli studiosi si confrontavano sempre più spesso con le limitazioni di un paradigma causale semplice. Per esempio, è più probabile ammalarsi di raffreddore dopo aver fatto un esame universitario rispetto ad una condizione di tranquillità, perché il soggetto ha richiesto all’organismo già tante energie al proprio organismo per svolgere l’esame.
Il paradigma biomedico classico
Mercoledì 24/02/2021
Il paradigma biomedico classico non va bene per tutte le malattie e per tutte le stagioni, quindi è stato modificato per accogliere il concetto di resistenza, ovvero non tutti gli organismi vengono colpiti alla stessa maniera dall’agente patogeno. Questo ha portato alla scoperta del sistema immunitario, della sua enorme complessità nella risposta differenziate ai diversi agenti patogeni esterni ed interni. In alcuni casi, i sintomi rappresentano lo sforzo dell’organismo di liberarsi dell’agente patogeno e di guarire, piuttosto che una alterazione nel funzionamento normale causata dalla malattia (per esempio, la febbre), quindi i paradigmi classici causali (A→B→C) sono stati sostituiti con paradigmi più complessi che tenessero in considerazione l’interazione di questi fattori, come essi si intersecano e come ne portino i risultati.
È utile isolare i sistemi perché permette ad esempio di conoscere bene un determinato sistema, per esempio se decidiamo di studiare un organo il paradigma causale riferito ad un singolo sistema potrebbe essere una metafora soddisfacente. Il problema è quando si studiano le interazioni tra i sistemi, per cui quando si considera il cuore come un sistema chiuso, esso può entrare in comunicazione con altri sistemi e la sua azione dipende da questa comunicazione. Inoltre, la complessità degli eventi è molto ampia, quindi questo ha portato al cambiamento di paradigma. Quindi isolare quell’organo può poter far pensare che quell’organo sta agendo in maniera alterata ma in realtà è solo il risultato di un collegamento con altri organi e la loro risposta fisiologica.
Per esempio, vi sono delle variabili che incidono sul sistema circolatorio, come l’ambiente di vita (che può produrre stress), stile di vita (per esempio i cicli del sonno, l’alimentazione e la qualità dello sport), personalità (stile di attribuzione degli eventi fuori da sé o dentro di sé), relazioni sociali (tante relazioni sociali per la persona hanno un ruolo protettivo), familiarità (dato genetico), stili emotivi (se una persona di fronte di ignoto lo vive come una perdita), e stili cognitivi. Tutti questi fattori sono in interazioni con loro e sono in stretto contatto tra di loro.
Scienze psicologiche e dualismo cartesiano
Le scienze psicologiche hanno imitato quelle biomediche interpretando il dualismo cartesiano in direzione del riduzionismo neurofisiologico, ovvero i processi psicologici possono essere ridotti alle base neurali (ogni nostro pensiero è il precipitato di una base biochimica e elettrica del nostro cervello). Nella versione più estrema di questa posizione, la mente stessa non sarebbe un “epifenomeno” del cervello. Tale tendenza è piuttosto radicata anche oggi perché ad esempio certe volte non consente di capire cosa venga prima, nei depressi che commettono suicidio c’è un livello di serotonina più basso rispetto a quello rilevato nei depressi che non commettono suicidio quindi il comportamento suicidario sarebbe dovuto allo sbilancio nel neurotrasmettitore che non viene equilibrato con il farmaco. È importante quindi cautelarci dai riduzionisti.
Transazionismo in medicina
In chiave storico, nell’ambito della medicina:
Dal punto di vista transazionista, la mente non è più riducibile solamente al lavoro fisiologico del cervello, né un epifenomeno. Lo stato mentale influenza l’attività fisiologica, la quale a sua volta influenza le emozioni e lo stato mentale. Tutti i processi in gioco possono influenzarsi reciprocamente. Gli studi su interazione tra stress, dimensioni dell’ippocampo e psicopatologia:
- Una condizione di stress acuto o cronico innalza il livello di cortisolo
- Alti livelli di cortisolo possono danneggiare l’ippocampo
- Dimensioni alterate dell’ippocampo sono state correlate con depressione
- Attualmente si ipotizza che alcuni antidepressivi funzionino non tanto ripristinando il bilancio del cortisolo ma promuovendo la riparazione dell’ippocampo
Quindi non si lavora più in ottica unicamente riparativa ma richiede un approccio preventivo, ovvero minimizzare i potenziali esiti maladattivi di una situazione a rischio. A complessificare tutto ciò, vi sono due assunti particolarmente rilevanti nell’approccio transazionista:
- Le variabili in gioco si influenzano vincendevolmente, sia entro sia tra i livelli di analisi considerati. I diversi livelli di analisi (ad esempio, individuale, sociale, culturale) sono tra loro interagenti e collegati anche se possono sembrare distinti.
- I processi evolutivi sono implicati in ogni cambiamento: un evento stressante non ha solo un impatto puntuale nel momento in cui avviene, ma esercita delle conseguenze a lungo termine modificando l’organismo in tutte le sue parti interagenti. Tali modificazioni non per forza avranno esito negativo, come il nostro sistema immunitario impara a far fronte ad un’aggressione da parte di un virus, lo stesso avviene dal punto di vista psicologico con una differenza, ovvero che gli stressor dal punto di vista psicologico sono molteplici e queste modificazioni una volta superati non avranno un esito negativo perché se trovo le modalità per farvi fronte posso giovare anche su un determinato soggetto.
L’approccio transazionista permette di tracciare un ponte tra il livello socioculturale, quello bio-fisiologico e quello evolutivo.
Transazionismo in ambito psicologico
In ambito psicologico, si può vedere:
La triade transazionista stress-personalità-coping è da tenere in considerazione, le variabili ambientali e personali influenzano i processi di valutazione che a loro volta determinano la strategia di coping messa in atto dal soggetto. Le conseguenze del coping possono influenzare a loro volta sia l’ambiente sia la persona.
Ad esempio, il modo in cui una persona fa fronte ad una particolare situazione stressante può potenziare le strategie di coping a disposizione di quella persona in altri ambiti della propria vita ed in altre occasioni, modificare la percezione di controllabilità o al contrario non controllabilità di una determinata situazione e può modificare l’ambiente stesso, ossia risolvere in modo positivo una situazione stressante può portare a cambiamenti positivi per tutte le persone (ad esempio, discriminazione di genere e successive leggi per pari opportunità). Una visione transazionista non considera l’ambiente solo una risorsa di stress o di risorse ma come quell’ambito da cui provengono le risorse e/o le fonti di stress e considera le strategie di coping come funzione della cultura di appartenenza (gruppi sociali, istituzioni) in questo la chiave evolutiva è essenziale (le strategie di coping e il loro perfezionamento possono essere diversa da età a età). L’esito adattivo o meno adattivo del processo stress-coping andrà ad avere un effetto non solo sul benessere dell’individuo in gioco, ma sull’intero repertorio di strategie della cultura di appartenenza.
Contraddizioni nella psicopatologia classica
L’articolo di Samerof (2000; 2003) si parte con una disamina delle contraddizioni nella psicopatologia classica.
La prima contraddizione è che segmentare e limitare la descrizione dei fenomeni alle sole manifestazioni psicopatologiche non ci permette di capire da una parte l’individuo e dall’altra la funzione delle manifestazioni psicopatologiche nella vita dell’individuo, poiché se noi isoliamo i fenomeni in maniera molto precisa perdiamo il quadro complessivo della situazione e si rischia anche di generalizzare la configurazione.
La seconda contraddizione sostiene che due configurazioni possono avere dal punto di vista statistico la stessa deviazione dal punto di vista centrale e quindi possono sembrare equivalenti atipiche, ma dall’altra sono considerabili solo per gli estremi del comportamento ma per molte altre funzioni hanno una configurazione tipica.
Psicopatologia evolutiva
Giovedì 25/02/2021
Per abbracciare un nuovo concetto di psicopatologia evolutiva bisogna dare una nuova definizione di psicopatologia evolutiva, come sostiene Sroufe & Rutter ovvero lo studio delle origini e del percorso dei pattern individuali di adattamento. È ovvio che rispetto alla psicopatologia riduzionista questo ci pone un problema perché un sintomo o una sindrome sono più facili da identificare rispetto ad un pattern di adattamento, che sono più difficili da definire rispetto ad un sintomo.
Per esempio, il bambino che manifesta dei pattern di adattamento con una tendenza all’esternalizzazione è più difficile da definire sulla base di quali agenti causativi esternalizza (può essere una reazione ad un contesto familiare, oppure ad un contesto scolastico, può essere una reazione transitoria), mentre identificare un sintomo (il bambino legge male) è più semplice identificarlo. Il problema è che se l’ambiente cambia, anche l’individuo cambia.
Rochester Longitudinal Study
Il Rochester Longitudinal Study intendeva studiare le popolazioni ad alto rischio, come la popolazione schizofrenica perché era considerata una popolazione in cui era molto difficile portare una persona ad avere un buon livello di adattamento (con consistente livello di sofferenza della persona stessa). Iniziò con uno studio sui bambini ma divenne uno studio sulla combinazione ambiente-individuo, considerando per esempio non solamente la psicopatologia materna ma l’interazione di essa tra povertà (mezzi economici a disposizione), carenza di supporto sociale (isolamento sociale) e eventi di vita stressanti. Lo studio voleva approfondire tre ipotesi:
- Il comportamento deviante nei figli sia correlato a variabili associate con la diagnosi genitoriale (per esempio, la Schizofrenia)
- Il comportamento deviante nei figli sia correlato a variabili associate con le caratteristiche del disturbo mentale indipendenti dalla diagnosi (per esempio, la gravità o la cronicità)
- Il comportamento deviante nei figli sia correlato a variabili associate con lo status sociale e indipendente dallo status psicopatologico del genitore
Per quanto riguarda la prima ipotesi, ha ritrovato scarso supporto empirico, quindi quella che doveva essere l’ipotesi principale ha rilevato scarsi risultati, la maggior parte delle differenze tra madri con schizofrenia e madri senza veniva rilevata in fase antenatale. Soprattutto, le differenze riguardavano le madri e non i figli, le madri con schizofrenia erano più ansiose e meno competenti dal punto di vista sociale.
Per quanto riguarda la seconda ipotesi, ha avuto più riscontro empirico rispetto alla precedente, cioè quasi ogni differenza tra gruppi diagnostici era supportata da corrispondenti differenza in termini di gravità e cronicità dei sintomi. Inoltre, nei figli si evidenziano differenze in termini di adattamento legate solo a gravità e cronicità dei sintomi, in assenza di diagnosi.
Per quanto riguarda la terza ipotesi, è la più rivoluzionaria di tutte e ha riscontrato il maggiore supporto empirico, cioè il comportamento deviante nei figli era correlato a variabili associate con lo status sociale e indipendente dallo status psicopatologico del genitore. Le differenze in termini di adattamento tra i figli di donne con diagnosi schizofrenica e i figli di donne senza diagnosi erano sovrapponibili alle differenze emerse tra figli di donne ad alto status e donne a basso status sociale.
Assunti della psicologia classica
Quindi le tre ipotesi avevano uno status differenziale in termini di rilevanza:
Il Rochester Study aiutò anche a precisare alcuni assunti della psicologia classica, tre importanti assunti della psicopatologia classica sono scarsamente generalizzabili dalla psicopatologia evolutiva:
- Lo stesso agente patogeno dovrebbe produrre lo stesso disturbo in infanzia come in età evolutiva. In realtà questo non è sempre vero.
- Stessi sintomi a età differenti dovrebbero essere prodotti dallo stesso agente. Non è detto che lo stesso agente produca gli stessi sintomi alla stessa età, una sintomatologia simil-ansiosa per un bambino può produrre una chiusura, mentre per un adulto può produrre un attacco di panico.
- Disturbi specifici in infanzia dovrebbero evolvere in analoghi disturbi in età adulta. Non c’è sempre una canalizzazione (quindi non sempre disturbi specifici in infanzia diventano sempre disturbi analoghi in età evolutiva).
Quindi i focus di attenzione dello psicologo evolutivo e del clinico sono differenti, perché il clinico è più focalizzato sulla discontinuità tra normale e patologico (ciò che è anormale è qualitativamente diverso da ciò che è normale) mentre uno psicologo evolutivo è più interessato alla continuità di funzionamento (i sintomi gravi sono sullo stesso continuum di comportamenti più normali).
Quindi riassumendo la moderna psicopatologia evolutiva, che ha un criterio di complessità molto elevata, è l’incrocio di tre direttrici: il processo di adattamento, bisogna sempre avere in mente che si sta studiando un processo in cui il soggetto si adatta all’ambiente e modifica sé stesso e anche l’ambiente; il secondo è un collegamento tra costituzione ed esperienze; e infine la continuità temporale (non soltanto in un momento specifico).
L'importanza dello stress
Lo stress è importante perché:
- Dal punto di vista psicologico, è un fattore chiave nei nuovi modelli che studiano i processi di adattamento
- Dal punto di vista biomedico, il concetto di stress ha trasformato i concetti di salute, malattia e trattamento, perché il concetto di stress è entrato anche nel costrutto medico, tanto che si parla di “stress ossidativo”, ovvero quello che si osserva nelle nostre cellule
Per quanto riguarda i modelli psicosociali di adattamento, Freud sosteneva che la salute mentale è esito di processi interiori di conflitto che a sua volta possono causare problemi psicologici. La patologia mentale è dovuta a un conflitto inconscio tra le istanze dell’Io.
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