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Psicologia clinica

Complessità come filosofia della formazione e dell’intervento

Il paradigma gnoseologico della complessità e multidimensionalità:

  • Crisi del concetto di sintesi e di riduzionismo (concetto di sintesi ormai abbandonato);
  • Narrazioni, singolarità, individualità, relazioni, e contesti come fondamentali e irriducibili;
  • Integrazione critica tra più livelli di intervento;
  • Ambiguità e tolleranza del dubbio.

Complessità delle ragioni che ci muovono

Immagina un/una amico/a che si è sposato/a.... perché?

Perché vuoi diventare psicologo?

Spesso ci sono motivazioni più profonde e meno socialmente accettabili.

Bisogno di conoscere e sviluppare se stessi, necessità di conoscere se stessi...

Necessità di conoscere:

  • La propria identità;
  • La propria personalità;
  • Le proprie cognizioni;
  • Le proprie reazioni emotive, il proprio funzionamento e impatto sociale;
  • Tutti noi abbiamo queste motivazioni, bisogna essere consapevoli di quanto e come.

Cosa ammiro negli altri?

Cosa penso?

Stai camminando per strada e vedi qualcuno che conosci. Saluti quella persona, muovendo la mano e dicendo “ciao”. La persona continua a camminare e non risponde al tuo saluto...

Ciascuno di noi tende ad avere modalità ostili di spiegazione del mondo relativamente stabile.

3/10

Come reagisco?

Immagina che i tuoi compagni di corso reagiscano negativamente ad un’importante presentazione che devi esporre durante una lezione.

Stile relazionale personale

Emozioni

Esercitazione 1

Riconoscere le emozioni dall’immagine.

Esercitazione 2

I pp devono simulare le emozioni (complesse) con il volto.

Colpa vs. vergogna

Colpa   Vergogna

Io vs. Super-Io   Io vs. Ideale dell’Io

Nocivo/dannoso   Inadeguato

Privata   Pubblica

Controllabile/Incontrollabile   Controllabile

Responsabile   Non responsabile

Una vasta serie di eventi possono elicitare sia colpa sia vergogna, ma tramite processi interni diversi.

È importante saper distinguere questi due fenomeni.

Esistono emozioni che non conosciamo... in altre culture esistono emozioni che noi non abbiamo:

Schadenfreude: gioia inattesa che proviamo quando veniamo a sapere della sciagura che ha colpito qualcun altro; è un piacere deliziosamente clandestino (piacere da piccole disgrazie altrui).

Amae: impulso di lasciarsi andare tra le braccia di una persona cara per essere coccolati e rassicurati. Questa resa temporanea in totale sicurezza è una sensazione importante, vivificante. Secondo lo psicoanalista giapponese Takeo Doi, l’amae è una emozione che dà per scontato l’amore dell’altra persona e si riferisce al piacere e al ricevere accudimento incondizionato, tipico dell’infanzia. Vulnerabilità e appartenenza.

Spesso rabbia e tristezza sono una la copertura dell’altra.

Emozioni e identità

Le emozioni ci situano nel mondo.

Befindlichkeit (Heidegger, 1927) “essere situati nel mondo attraverso una tonalità affettiva”, cioè (i) essere posizionati in un certo modo ed essere capaci di vedere il mondo da una certa e specifica prospettiva; (ii) emozione in quanto stato d’animo.

Per me:

  • Le emozioni rivelano come il mondo è (engagement);
  • Il mio sentirmi coinvolto nel mondo (enactment);
  • Il mio afferrare i significanti degli oggetti del mondo;
  • La mia comprensione preriflessiva delle azioni degli altri (attunement).

Fenomenologia delle emozioni...

  • Tristezza: sensazione di scivolare verso il basso in modo lento ma inarrestibile, e allo stesso tempo le cose intorno a me affondano e si inabissano anche esse;
  • Paura: mi muovo all’indietro, rimpicciolendomi e le cose fluiscono in avanti, verso di me in modo minaccioso;
  • Rabbia: mi sento spinto in avanti per attaccare violentemente, l’oggetto della rabbia diventa grande, in primo piano, e occupa tutto il mio campo di esperienza.

9/10/2024

Identità: cambio in ogni secondo della mia vita e nonostante ciò sento di rimanere la stessa persona. La mia identità prevale nel tempo, anche quando il mio corpo e le mie idee cambiano. Così, l’identità (nel senso di identità personale) non è mai mera identità.

Paradosso: essere-lo-stesso ed essere-se-stesso.

Essere-lo-stesso: insieme delle caratteristiche che ci danno permanenza nel tempo (“carattere”). Spesso fuori dal nostro controllo (involontario).

Essere-se-stesso: come io mi relaziono volontariamente all’essere una persona con un certo carattere. Dialettica tra il mio carattere e come mi relaziono ad esso.

La coerenza del mio Sé non è data a priori, ma è un compito che è in continuo aggiornamento e fa perno sulla mia responsabilità.

In questo ciclo tra essere-lo-stesso ed essere-se-stesso, le emozioni (affetti e umore) fanno luce e contribuiscono a tale processo dialettico.

Esempio: in preda alla rabbia, aggredisco fisicamente qualcuno, anche se non mi ritenevo capace di fare una cosa del genere.

Ora devo necessariamente aggiornare la mia rappresentazione di me stesso attraverso una narrativa che modifichi e aumenti la complessità della mia identità.

Le emozioni possono indicare una faglia nel modo di concepire me stesso. Allo stesso modo, posso cercare di modificare volontariamente la mia identità.

Emozioni sono antropogenetiche.

Lavorare sull’autosviluppo emotivo-cognitivo

  • Trovare momenti di solitudine e riflessione;
  • Scrittura di un diario;
  • Scrittura poesie;
  • Letteratura e arte come modo per espandere il proprio mondo interiore;
  • Entrare in un gruppo di mutuo sostegno tra colleghi (diverso dalla terapia di gruppo);
  • Viaggiare ed entrare in contatto reale con altre culture.

Terapia personale e supervisione

Qual è lo strumento più valido dello psicologo? Lo psicologo stesso.

Necessità, se si vuole lavorare in ambito clinico in maniera efficace, efficiente, e etica, di conoscere se stessi e i propri “punti ciechi” (evitare di appiccicare caratteristiche di noi stessi agli altri).

Punti ciechi sono tutti quegli aspetti non riconosciuti o non desiderati (Jung, Ombra), che hanno una grande potenzialità di influenzare noi stessi e quello che noi vediamo negli altri.

Lavorare sotto supervisione di un collega più esperto.

Self-care

Il rischio di burnout è alto.

Baker (2003): “Terminal phase of therapist distress”: sentimenti di depersonalizzazione, esaurimento emotivo, mancanza di sentimenti di soddisfazione e realizzazione.

Self-care imperative

  • Essere consapevole degli stressor presenti nella propria vita;
  • Valutare regolarmente come l’efficacia di come gestiamo questi stressor (strategie di coping);
  • Prendersi cura di se stessi: dormire bene, fare attività fisica, dieta salutare, coltivare relazioni significative, attività di interesse;
  • Cercare aiuto, se necessario.

L’ascolto

L’ascolto è la caratteristica principale che noi psicologi dobbiamo avere, prima di tutto il resto.

È un aspetto centrale.

Esistono diversi tipi di ascolto. Spesso si tratta di ascolti che sono poi improntati su noi stessi (si inizia a parlare di noi stessi) oppure di ascolti che portano a rilasciare un parere o consiglio che non risulta efficace.

È sempre molto importante guardare anche cosa la persona mi sta portando con il non verbale e andare oltre.

È sempre importante vedere oltre ciò che ci viene detto.

Ad oggi non siamo tanto abituati ad essere ascoltati, inoltre non siamo abituati a lasciare silenzio durante una conversazione (horror vacui, tendiamo a riempirlo).

Il silenzio è importante perché ci fa riflettere e permette al paziente di ragionare e magari associare qualche altro particolare al suo discorso, ma allo stesso tempo può provocare dell’angoscia …quindi bisogna stare attenti (specialmente con alcuni tipi di pazienti).

L’ascolto è una cosa tutt’altro che passiva, anche da parte dei pazienti.

Noi non siamo lì per giudicare, se non riusciamo ad astenerci dal giudicare, non è il caso di lavorare con quella persona e dobbiamo domandarci perché.

Cosa non è ascoltare: esercizio

Visione di un pezzo del film e rispondere alle domande.

Bisogna imparare a disciplinarsi, spesso capita di avere delle immagini mentali che non centrano nulla con quello di cui si sta parlando.

Teoria dell’ascolto analitico

Primo analista non medico, che pone la questione di ascoltare anche con il nostro terzo orecchio, cioè con il nostro aspetto inconscio.

R arriva a dire che il primo vero ascolto è sempre inconscio.

Oltre a questi sintomi ci sono gli indizi, che ci mettono la pulce nell’orecchio, si tratta di elementi che non sono centrali, ma ci fanno riflettere perché stonano rispetto all’equilibrio.

Noi non dobbiamo identificarci nel paziente, ma per un attimo dobbiamo pensare come se fossimo lui.

Per un attimo molto flash deve avvenire una microidentificazione primaria.

Da alcuni pazienti ci facciamo “suonare”, ciò avviene meglio con chi ci assomiglia. Tutto quello che mi suscita è dovuto dal fatto che io mi sono lasciato suonare.

Il nostro vissuto, se lo discipliniamo, diventa un potente strumento terapeutico.

C’è un momento in cui dobbiamo restituire al paziente quello che abbiamo capito e quello a cui stiamo lavorando.

La restituzione deve essere fatta con grazia, con il momento e con le modalità giuste. Oscar Wilde.

Esempio di come si può ascoltare una cosa e interpretarla in modi diversi:

Ci sono due realtà: nella seconda versione avviene una dissociazione della realtà poiché A sposta gli schemi in realtà diverse.

Io faccio in modo che poi col tempo la psicologa attui questo comportamento: faccio in modo che l’altra persona agisca un comportamento che possiedo io che non mi piace.

La stessa cosa può essere ascoltata e interpretata in modi diversi.

Carl Rogers

Uno dei primi psicologi a non essere medico.

In un ambiente psicanalitico abbastanza rigido, lui si è messo ad ascoltare più liberamente i pazienti.

In quegli anni l’idea principale era che dare l’interpretazione esatta fosse il fulcro del rapporto terapeutico, Rogers invece capisce che il fattore principale era proprio nella relazione.

Idea di depatologizzare le persone con cui lavorava (da paziente a client).

Condizioni necessarie e sufficienti al cambiamento terapeutico: Holy trinity

1. Congruenza

Ciascuno di noi, in momenti diversi, può essere in profondo contatto con se stesso, e riuscire a trasmettere ciò.

Esempio: uno studente arriva alla laurea e sul finale sente un blocco => la laurea vuol dire abbandonare delle certezze e delle sicurezze che l’uni rappresenta (ambiente contenitivo e regolare), siamo in mare aperto…

È importante riconoscere se sono in uno stato di empatia o no.

Sono congruente a me stesso e dico “ok, adesso non sono in empatia”.

Essere riservati e neutri aiuta la persona con il fatto che ci può usare, cioè ci può attribuire delle cose che clinicamente possono essergli utili.

23/10/2024

2. Accettazione positiva incondizionata

«Quando accetto me stesso per quello che sono, allora inizio a cambiare».

Molti di noi vorrebbero cambiare delle cose di sé, avere delle caratteristiche migliori.

«Non possiamo allontanarci da ciò che siamo, finché non accettiamo pienamente ciò che siamo. Allora il cambiamento avviene quasi senza che ce ne rendiamo conto» cit. Rogers.

Cosa vuol dire?

Congruenza, accettazione e comprensione è più un atteggiamento che il clinico è bene che abbia.

Componenti dell’accettazione positiva incondizionata

  • Il calore (warmth): «un caldo prendersi cura (caring) del cliente - un aver cura che non richiede alcuna gratificazione personale. È una atmosfera che semplicemente dimostra che ci interessa e ci prendiamo cura». Manifestare un interesse per la vita della persona, non in modo intermittente (solo quando la cosa ci piace).

«Sebbene avessimo condiviso l'ora insieme, avevamo vissuto esperienze e avevamo ricordi molto diversi. Per iniziare, avevamo dato valore ad aspetti molto diversi della seduta. Le mie brillanti interpretazioni? Non le aveva nemmeno sentite. Invece dava grande importanza a piccoli gesti che io avevo notato a malapena: i miei complimenti per il suo gusto nel vestire, le mie scuse imbarazzate per un piccolo ritardo, il mio ridere sotto i baffi alle sue battute, etc..>> (Yalom, il dono della terapia) —> il paziente aveva apprezzato i gesti di piccolo calore.

  • L'accettazione (acceptance): «Il terapeuta accetta che il cliente provi ed esprima qualsiasi emozione e vissuto sta provando, come ad esempio confusione, risentimento, paura, rabbia, coraggio, amore, e orgoglio». Vuol dire non giudizio e accettazione di ogni stato d’animo del paziente. Nella seduta è necessario accettare qualsiasi vissuto (i.e., pensiero, emozione, memoria, etc..), anche se al di fuori della sessione non ne saremmo capaci.

Esempio: nella mia vita privata potrei trovare di cattivo gusto esprimere apertamente forti sentimenti di rabbia e non frequentare persone che ne hanno. Durante la seduta, non posso limitare o non accettare tali manifestazioni.

Accettare l'omofobia interiorizzata

L'omofobia interiorizzata è definita come «l'insieme dei sentimenti e atteggiamenti negativi che le persone omosessuali mostrano verso le proprie caratteristiche omosessuali e quelle degli altri» (Shidlo, 1992).

Omofobia verso se stessi, disprezzo per se stessi (predittore di depressione, suicidio…).

Contro-omofobia: accettazione sprezzante dei vari orientamenti sessuali e identità di genere, che non riconosce e accetta il dolore che può essere associato a tali caratteristiche (i.e., omofobia interiorizzata). Trasmette il messaggio che non è OK soffrire per il fatto di essere omosessuale o altro, e che non è opportuno parlarne ed esprimere tale dolore (McWilliams, 1996). È un’incapacità di accettazione positiva incondizionata (non capire che l’altro può provare un’emozione negativa per qualcosa).

  • Valorizzazione (prizing): valorizzare l'unicità di ciascun cliente come un tesoro. Ovviamente, la valorizzazione non è una infatuazione, ma un processo con molte sfumature, saggiamente dosate.

Ad esempio quando qualcuno ci racconta un sogno è come se ci stesse facendo un dono, si espone a noi.

Definire l'accettazione positiva incondizionata, chiarendo cosa non è

  • Accettazione positiva condizionata: offrire calore, accettazione, e valorizzazione solo quando una qualche condizione viene soddisfatta. Può essere comune nel rapporto tra genitori e figlio/a. È comune anche nel rapporto che possiamo avere con noi stessi. «Non sono niente, se la persona che amo non mi riama». «Quanto valgo come persona dipende molto da ciò che pensano gli altri».
  • Rifiuto incondizionato: «Qualsiasi cosa tu dica o faccia, e qualsiasi cosa tu sia, io ti odio e ti disprezzo». Razzismo, omofobia, sessismo, etc.

Lo psicologo potrebbe involontariamente mostrare questo genere di atteggiamento con gruppi di persone, lavorando con i quali ha sviluppato il burn-out.

  • Ignoramento incondizionato: «Nella sua forma più estrema, è la completa negazione dell'esistenza di una persona da parte di un'altra persona (es. il giocatore africano che entra in campo e i tifosi fanno il verso della scimmia)».

Il bambino non «riconosciuto» dai genitori (visto come un bambolotto).

Lo psicologo annoiato o che non è attivamente coinvolto nel rapporto col cliente.

L'accettazione positiva incondizionata

È una caratteristica della relazione di aiuto (che ha alcuni aspetti particolari) e raramente di altri rapporti. Fuori dalla relazione d’aiuto potrebbe non essere sana perché vorrebbe dire accettare l’altra persona, non importa cosa faccia.

Molte persone non hanno mai provato questa esperienza prima della terapia, anche se idealmente da bambini tutti avremmo dovuto provarla (sentirci amati per il solo fatto che esistiamo). Gli individui che hanno la fortuna di crescere in un ambiente che li accetta senza condizioni imparano a tenere conto del processo di valutazione interno al proprio organismo. Queste persone sanno ascoltare i propri bisogni e realizzano sé stesse secondo le proprie attitudini, sviluppano un Sé autentico o "pienamente funzionante".

L'individuo che cresce secondo le aspettative degli altri invece che seguendo le proprie potenzialità vive in uno stato di incongruenza, persegue un sé ideale e probabilmente falso. Non pensano, fanno quello che vorrebbero, ma quello che si aspettano gli altri, magari perché sono cresciuti in un ambiente pieno di tante condizioni. Per il cliente sentirsi accettato senza condizioni è un'esperienza nuova e straordinaria, "riparatoria". Questa esperienza permette un'esplorazione libera di tutti i vissuti, anche negativi (Kahn 1991). Kahn (1991).

La terapia ha successo quando il terapeuta offre al cliente una relazione diversa da quella che qualsiasi cliente può avere provato prima.

Bisogna stare attenti a quello che offriamo al paziente: non dovrebbe essere molto diverso dal suo ambiente abituale (se il paziente è cresciuto in un ambiente dove era abituato ad essere autonomo per esempio dobbiamo stare in linea con ciò).

Talvolta i clienti riferiscono comportamenti assurdi o che violano valori

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gretaogni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trieste o del prof Penolazzi Barbara.
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