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Etica e deontologia professionale – Prof.ssa Scamardella

Testo: Deontologia. Filosofia del lavoro professionale – Sartea

Cap. I Umanità del lavoro. Per un’antropologia delle professioni

1. Il lavoro nella sua dimensione antropologica

Nel 1958 Hannah Arendt pubblica “The human condition”. In questo saggio distingueva le tre tipologie essenziali dell’attività umana per come storicamente si è manifestata: a ciascuna di esse fa corrispondere una prospettiva antropologica.

Sul gradino più basso della scala antropologica vi è l’individuo, definito come “animal laborans”: l’uomo che lavora e che non è uomo fino in fondo perché si trova ad uno stadio animale. La pienezza umana non si identifica quindi con il lavoro, identificato con l’attività manuale.

Il secondo livello è rappresentato dall’“homo faber”: il realizzatore di opere materiali, già depositarie di ingegno ma ancora gravate dal peso della materialità. In questo caso si tratta pienamente di un “uomo” e le sue opere sono destinate all’immortalità perché su tali opere si costruisce la cultura umana che è edificata su monumenti fisici e spirituali che i nostri antenati hanno lasciato a noi e che noi trasmetteremo ai nostri discendenti arricchiti ed aumentati di numero.

Al terzo grado, quello del livello pienamente umano, vi è quella che lei chiama “l’azione”: dove si riflette l’uomo nella sua pienezza che, sulla scia di Aristotele, lei ama definire in base al discorso e alla socialità.

Difficilmente H.A. avrebbe immaginato una simile distinzione dell’attività pratica dell’uomo senza attingere all’antropologia aristotelica che però ha un limite che impone un approfondimento della sua dottrina in relazione alla riflessione su quell’aspetto del fare umano che è il lavoro.

Aristotele nell’“Etica a Nicomaco” sostiene che il punto di arrivo dell’umana fioritura è nell’idea di autosufficienza con cui egli sintetizza la perfezione dell’essere umano.

Paradosso: l’essere vivente che si apre alla relazione comunicativa, perché dotato di discorso, con il suo simile e perciò definito sociale, avrebbe in realtà il proprio vertice nella capacità di provvedere a se stesso a prescindere dagli altri e dalle cose, autosufficienza.

La materialità invece costituirebbe un elemento secondario e deteriore della vita umana perché in quanto dominata dalla “necessità” non avrà mai niente a che spartire con la libertà che è caratteristica più propria dell’uomo.

È un paradosso sia dal punto di vista dell’uomo relazionale che deve tendere all’isolamento dell’autosufficienza sia dal punto di vista dell’attività umana divisa tra necessità e libertà, quasi che la prima non fosse necessaria e quindi antropologicamente fondata. Eppure, è un paradosso che influenza anche H.A.

Secondo Sennett, critico, la cultura che ha disprezzato il lavoro umano, se non puramente spirituale, è ormai superata.

In più la difficoltà ad integrare l’attività lavorativa, quella più materiale legata al soddisfacimento dei bisogni naturali dell’essere umano, nel contesto della teoria dell’azione non si lega soltanto alla sua dimensione materiale, ma si connette anche alla resistenza verso forme di apprezzamento dell’attività umana quando essa scaturisce in generale da un bisogno e genera una dipendenza, dipendenza generata dalle relazioni professionali, es. paziente – medico.

Il lavoro insomma è un luogo di relazioni qualificate e pregnanti e non avrebbe senso estrometterlo dalla riflessione pratica solo perché deriva da bisogni e crea vincoli tali da limitare la “pienezza” dell’individuo umano. Proprio come quelle della materialità e della corporeità, anche la categoria della dipendenza si mostra degna della riflessione morale in quanto ricomprende una concezione realistica e integrata della vita umana.

La crisi di questo schema mette in luce come il lavoro non è solo un fatto economico, ma piuttosto un fatto umano e quindi un fatto sociale e relazionale.

2. Il lavoro tra necessità e libertà

L’esercizio di un’attività lavorativa, soprattutto nell’ambito materiale, è per la specie umana una necessità imposta dalla natura corporea; infatti la trasformazione della natura esterna in modo tale che essa corrisponda alle esigenze di sopravvivenza e benessere è tipica dell’agire umano. È caratteristico del modo umano reagire alle sfide ambientali e alle esigenze corporee andando oltre la mera necessità, elevando la propria libertà, es. nutrirsi per sopravvivere si evolve in gastronomia.

Tuttavia la rigida separazione tra necessità e libertà nel lavoro non sembra a primo avviso avere un nesso diretto con l’agire umano e in particolare con quello lavorativo, quasi come che alla necessità non si potrebbe ascrivere un’azione in senso proprio, libera, ma solo meccanismi animali di reazione ad esigenze ed istinti di sopravvivenza, con la conseguenza che al lavoro rimarrebbero estranee le considerazioni etiche e politiche.

Ma proprio dall’antropologia aristotelica si evince che non è così separata la sfera della necessità da quella della libertà e quindi il dominio del lavoro, trattato con disprezzo perché costrizione, dal dominio dell’attività propriamente umana, intellettualisticamente intesa. Il lavoro professionale trova così uno spazio nella riflessione aristotelica, usato per spiegare l’organizzazione sociale e la necessità naturale della schiavitù.

3. Il lavoro come azione umana: immanenza, transitività, relazionalità

Aristotele nella Metafisica annovera le azioni, anche quelle umane, in seno ai movimenti e distingue tra i movimenti che non contengono il proprio fine e quelli che lo contengono e che sono quindi azioni in senso stretto di attività.

Alla prima categoria corrisponde il concetto di atto come opera che costituisce il fine tipico di quell’atto, prodotto; es. il progetto disegnato per la progettazione.

Alla seconda categoria corrisponde il concetto di atto come operazione, attività. Si tratta delle azioni che non chiedono legittimazione a posteriori ma che si giustificano di per se stesse, es. pensare, e che hanno un risultato che si produce nell’anima dell’agente e la modifica quanto alla sua struttura morale o al posizionamento sociale.

Sono movimenti che contengono il proprio fine nella stessa realizzazione per i quali non è dato individuare un inizio ed un termine. La prima categoria è attività transitiva, la seconda è immanente.

Questi due aspetti dell’agire umano convergono in un’unica attività professionale, es. ladro: attività transitiva: sottrazione del bene e modificazione patrimoni; attività immanente: trasformazione di quella persona in un ladro.

Si può parlare poi anche di una natura “estatica” dell’azione umana: nel senso che essa si rivolge anche al di fuori di sé, apre l’interiorità dell’agente al mondo che lo circonda e alle persone che fanno parte di questo mondo.

Le azioni umane possono accrescere la perfezione di colui che le compie, ma anche la perfezione altrui, es. rapporto amichevole che si crea tra barista e cliente abituale. Il sorriso amichevole è una personalizzazione che si aggiunge al gesto automatico di fare il cappuccino.

Secondo Pierpaolo Donati il lavoro nelle epoche premoderne è stato un’attività servile di ricambio organico con la natura, nell’epoca moderna industriale è stato una prestazione mercificata per la produzione di beni e servizi intesi come oggetti che avrebbero portato un progresso, mentre ora nell’epoca dopo-moderna il lavoro viene ad essere assunto come relazione sociale in quanto valutato per le qualità relazionali di mediazione e scambio che esso offre e implica.

4. Il lavoro tra Stato e mercato

Nel suo complesso il mondo delle professioni tende ad includersi nella sfera comunitaria, come componente essenziale della società civile, e la sua autonoma disciplina deontologica ha a che vedere con questa tendenza nel senso che essa vuole differenziarsi così dal diritto statuale e dalla sua organizzazione burocratica centralizzata, come dal meccanismo mercantile e dalle sue regole economico-quantitative: il lavoro non è soltanto contributo individuale al funzionamento di una macchina complessiva, né soltanto una prestazione economica.

Lavoro e professioni chiamano in causa la comunità, una dimensione più vasta dello Stato, inteso come apparato burocratico, e del mercato, inteso come meccanismo di regolazione degli scambi economici.

Entrambi da soli sono necessari, ma non autosufficienti a costruire società.

Tale dimensione più vasta è quella della società civile. Non siamo di fronte alla “fine del lavoro” perché il lavoro in quanto “fatto sociale” costruisce la società, tutt’al più siamo di fronte alla fine della “civiltà del lavoro” pensata come soluzione organizzativa complessiva in cui il lavoro è un fatto economico che, a seconda dei modelli, viene fagocitato dallo Stato o dal mercato. Il lavoro si ridisegna nel senso relazionale che ha.

La disputa sui modelli socio-politici dunque non attinge all’antropologia: il lavoro, ed una società costruita a partire da una determinata cultura del lavoro, vengono indicate come la vera soluzione alla “fine del lavoro”.

Cap. II Dall’idea di lavoro all’etica del lavoratore

1. Introduzione

Antimo Negri, uno dei più accurati studiosi del tema in Italia, introduce la sua opera “Filosofia del lavoro. Storia antologica” specificando che si tratta di una storia del concetto filosofico del lavoro, e non di una storia del lavoro in senso generale. In linea con questa distinzione, questo capitolo propone una sintesi dell'evoluzione dell'idea di lavoro nella cultura occidentale, selezionando alcuni autori e momenti particolarmente significativi, secondo una prospettiva genealogica. Dato che numerosi esperti hanno già approfondito l'argomento, si farà spesso riferimento alle loro opere per supportare alcune ricostruzioni storico-concettuali, lasciando al lettore il compito di ulteriori approfondimenti.

Il focus di questo studio riguarda gli aspetti normativi del lavoro e il loro legame con le concezioni antropologiche sottostanti. Il nucleo attorno al quale ruota il discorso è il rapporto tra necessità e libertà, già accennato nel primo capitolo. Questa tensione rappresenta il punto centrale del dibattito sull'attività lavorativa: da un lato il lavoro è obbligatorio per la sopravvivenza umana, ad esempio, procurarsi vestiti e cibo richiede sforzo e ingegno, dall'altro, vi è una componente creativa e libera che emerge quando il lavoro si eleva a forma d'arte o eccellenza tecnica, si pensi all'alta moda o alla cucina raffinata.

La dicotomia necessità-libertà ha una base antropologica profonda, riflettendo la natura duale dell'essere umano, composta di corpo e anima, materia e spirito. Questa struttura bipolare si manifesta anche nel lavoro, dove la dimensione materiale è spesso associata alla necessità, mentre quella spirituale all'autonomia e alla creatività.

Questo legame tra antropologia e idea di lavoro rende inevitabile che lo sviluppo del concetto di lavoro nella storia sia strettamente connesso alla riflessione sull'essere umano. Di conseguenza, per esplorare questa evoluzione, si seguirà una sequenza che delineerà i passaggi fondamentali del pensiero filosofico sul lavoro.

Paragrafo 2.1: La matrice greco-romana della cultura del lavoro: questo paragrafo esplora la cultura del lavoro nel mondo greco-romano, evidenziando due aspetti fondamentali: da un lato, l'atteggiamento delle classi colte che mantenevano un distacco aristocratico dal lavoro manuale o materiale, separando nettamente otium, tempo libero dedicato alle attività intellettuali, e negotium, lavoro, riservato alle classi inferiori. Dall'altro, si nota come questa distanza, pur radicata nei principi teorici, avesse una natura in parte simbolica. La raffinatezza di testi come le Georgiche di Virgilio o il De Agricultura di Columella dimostra infatti che anche il lavoro agricolo, simbolo di fatica materiale, poteva essere oggetto di alta elaborazione letteraria. Questa duplice prospettiva suggerisce che, nonostante la svalutazione teorica del lavoro, le società greco-romane erano comunque in grado di sviluppare riflessioni antropologiche ed etiche su di esso. Questo discorso sarà utile per comprendere l'importanza dell'influenza cristiana nel rivalutare il lavoro, che si manifesterà in modo più evidente nel corso della storia, specialmente con la Riforma protestante.

Paragrafo 2.2: Il contributo della rivelazione cristiana: in questo paragrafo si analizza l'apporto del cristianesimo alla riflessione sul lavoro umano. Pur lasciando sullo sfondo la dimensione teologica, si sottolinea come la diffusione del cristianesimo abbia modificato il concetto di lavoro, soprattutto grazie al fatto che il Cristo non solo è considerato Redentore, ma anche modello perfetto di uomo, che ha vissuto la vita terrena, incluso il lavoro. L'Incarnazione, in cui il Figlio di Dio assume la condizione umana, segna una svolta nella visione antropologica ed etica del lavoro, dando dignità a questa attività. Tuttavia, il potenziale di questa riflessione emerge solo gradualmente, nel corso dei secoli e attraverso diverse crisi. Sebbene Max Weber abbia attribuito la svolta decisiva nella visione del lavoro alla dottrina calvinista e puritana, è evidente che molti fattori, tra cui l'influenza dell'aristotelismo medievale, abbiano ritardato l'elaborazione di una piena etica del lavoro, che nel cattolicesimo ha raggiunto una maturità solo in tempi relativamente recenti.

Paragrafo 2.3: La riflessione filosofica moderna sul lavoro: questo paragrafo esplora l'evoluzione della riflessione filosofica sul lavoro a partire dalla crisi religiosa e dall'epoca moderna. Due tendenze apparentemente opposte hanno caratterizzato questo periodo. Da un lato, con Cartesio si sviluppa una filosofia immanentistica, che abbandona la prospettiva metafisica classica e si concentra sugli aspetti quotidiani e immanenti della vita umana, incluso il lavoro. Dall'altro, l'idealismo filosofico, culminante in Hegel, tende a identificare l'essere umano con il divino, esaltando l'attività umana come un'opera quasi divina. Questi due movimenti, pur sembrando contrastanti, condividono l'idea di una valorizzazione del lavoro come elemento centrale della vita umana.

Paragrafo 2.4: Il pensiero sul lavoro da Hegel al post-hegelismo: infine, questo paragrafo offre una sintesi del pensiero hegeliano e post-hegeliano sul lavoro, selezionando alcuni filoni teorici rilevanti per la riflessione successiva sulla deontologia professionale. Hegel ha attribuito al lavoro un ruolo fondamentale nello sviluppo dell'autocoscienza e nella dialettica storica, mentre i pensatori post-hegeliani hanno continuato ad approfondire il legame tra lavoro e realizzazione umana. Questa riflessione ha avuto un impatto culturale significativo e costituisce un punto di partenza essenziale per comprendere lo sviluppo moderno della filosofia del lavoro.

2. Per una storia dell’idea occidentale di lavoro

2.1. Le posizioni precristiane

È opportuno adottare il plurale nell'intitolazione di questo paragrafo, poiché la visione dominante di un rifiuto aristocratico e generalizzato del lavoro, soprattutto manuale, nel mondo greco e romano è in realtà più articolata di quanto si possa pensare. Benché si tenda a collegare il lavoro, specie manuale, alla necessità, contrapposta alla libertà come sfera più alta dell'umano, esistono importanti differenze di prospettiva sia nella filosofia sia nell'arte di queste culture. Le tracce di una valutazione alternativa del lavoro umano sono molteplici, tanto che un’esposizione dettagliata non sarebbe possibile qui. Ci limiteremo dunque a considerare alcuni esempi simbolici, rimandando il lettore interessato a ulteriori approfondimenti nella vasta letteratura disponibile.

Un esempio rilevante di questa articolazione del pensiero sul lavoro si trova nel confronto tra il presocratico Anassagora e Aristotele. Aristotele, critico di Anassagora, ci tramanda la seguente diatriba: Anassagora sosteneva che l'uomo è il più intelligente degli esseri viventi perché ha le mani, mentre Aristotele ribatte che, al contrario, l'uomo ha le mani perché è intelligente. Questa disputa, simile a quella sull'origine dell'uovo o della gallina, riflette una questione più profonda, cioè il rapporto tra necessità e libertà nell'azione umana, in particolare nel lavoro. Tale questione è legata a sua volta al rapporto tra anima e corpo, tema centrale nell'antropologia classica.

Anassagora riteneva che l'intelligenza dell'uomo derivasse dal fatto di possedere le mani, mentre Aristotele considerava le mani uno strumento che l'uomo sa usare proprio grazie alla sua intelligenza. In questa dialettica si evidenzia il modo in cui le culture antiche riflettevano sul ruolo del lavoro manuale e intellettuale, mostrando che il legame tra corpo e intelletto non si risolveva semplicemente in una svalutazione del lavoro manuale, ma faceva parte di una riflessione più complessa sul rapporto tra necessità fisica e libertà creativa.

Più che concentrarsi sulla disputa tra Anassagora e Aristotele o sulla sua analisi filologica, è interessante qui evidenziare l'alternativa simbolica che essa r

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chimal di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etica e deontologia professionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof Russo Nicola.
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