Organizzazione industriale
Studia come le imprese si comportano nei mercati (prezzi dei prodotti, prodotti da proporre, decisioni su M&A, metodi per attaccare o difendere mercati…) dal punto di vista strategico, fondandosi sulla teoria dei giochi: si fa riferimento a dei modelli che sono astrazioni sintetiche di situazioni che vogliono essere analizzate.
Le previsioni che ne derivano possono poi essere testate con dei dati reali (ad es. per misurare economie di scala, azioni di deterrenza all’entrata, sperimentare punizioni contro la collusione, esaminare l’impatto di pubblicità).
Lo studio di questa materia è cominciato per analizzare il potere di mercato di alcuni monopolisti del passato e contrastarlo, rappresenta l’origine dell’Antitrust. In Europa, l’antitrust è nato col Mercato Unico Europeo e delle norme per disciplinare gli abusi di posizione dominante e le fusioni.
Il modello “struttura-comportamento-performance” prevede che esista uno spettro di variabilità dei mercati dalla concorrenza perfetta al monopolio, determinato dalla struttura dei mercati (maggiori barriere all’entrata = maggior vicinanza al monopolio) e che maggiore sia la vicinanza al monopolio maggiore sia la perdita di benessere sociale: dunque l’economia industriale deve identificare i legami tra struttura del mercato, comportamento delle imprese e risultati di mercato in termine di benessere.
È difficile capire però dove intervenire: se il comportamento è determinato dalla struttura bisognerebbe intervenire su quella, ma essa a sua volta è legata alle tecnologie ed è complicato influire su di esse.
La scuola di Chicago sosteneva addirittura che in realtà l’intervento sui mercati sia esso a creare monopolio e il comportamento di un’impresa non dipende solo dalle imprese su un potenziale mercato ma da quelle che potrebbero entrare in un mercato e quindi i mercati risultano autonomamente efficienti e vadano lasciati operare.
Le scuole successive hanno dato invece grande attenzione alla teoria dei giochi e prevedono accurate analisi econometriche per stabilire le politiche corrette in casi concreti. La nuova economia industriale è un mix di queste visioni.
Efficienza ed esiti di mercato
Avere efficienza vuol dire avere una situazione in cui è impossibile migliorare le condizioni di un individuo senza peggiorare quelle di un altro individuo.
In concorrenza perfetta imprese e consumatori sono price-takers, nessuno ha potere di mercato. Il costo marginale in questa situazione è uguale al prezzo e per massimizzare i profitti i ricavi marginali devono uguagliare il costo marginale (in tutti i mercati).
In monopolio il potere di mercato dell’impresa è massimo e le decisioni su quanto produrre influenzano il prezzo. Anche in questo caso, i profitti sono massimizzati quando i ricavi marginali eguagliano i costi marginali, in questo caso però il prezzo sarà maggiore del ricavo marginale e quindi del costo, i profitti saranno positivi (i più alti possibile) e l’output del monopolista sarà minore di quello in concorrenza perfetta.
Il surplus totale (di consumatori e produttori) è massimo in corrispondenza dell’equilibrio di concorrenza perfetta; infatti, la concorrenza perfetta è Pareto-efficiente. Il monopolio non lo è, si ha una riduzione del surplus complessivo e non c’è efficienza paretiana.
Struttura di mercato e potere di mercato
Mercati diversi hanno strutture diverse, alcuni possono essere altamente concentrati e altri scarsamente concentrati (ad es. date 20 imprese, 1 può avere il 60% del mercato e le altre circa il 2; oppure, tutte e 20 possono avere il 5%).
Questa struttura può essere misurata tramite una misura riassuntiva o una curva di concentrazione, spesso si preferisce far riferimento ad un singolo indice: il rapporto di concentrazione delle prime n imprese di un mercato; l’indice di Herfindahl-Hirschmann è dato dalla sommatoria dei quadrati delle quote di mercato delle prime n imprese.
Questi (il secondo è il più adatto) possono fornire una misura di quanto un mercato sia concentrato e vicino alla situazione di monopolio. Il primo rappresenta un punto della curva di concentrazione, l’HHI riflette invece sia l’impatto della combinazione di imprese di dimensioni diverse sia quello della concentrazione dell’attività in poche grandi imprese. L’antitrust americano usa questo indice anche per valutare l’impatto delle fusioni.
Il problema principale per l’applicazione di questi indici è definire il mercato di riferimento (nel mercato delle bibite gasate solo Pepsi compete con Coca Cola o bisogna considerare anche produttori di tè freddo e succhi?), si può definire un mercato sulla base della vicinanza del grado di sostituibilità, ma anche misurare questo è difficile.
L’approccio standard prevede di riferirsi alla sostituibilità nella fase di produzione basandosi su dati industriali. Rimangono dei limiti legati alle fonti statistiche; alla dimensione internazionale; ai confini geografici (ad esempio i quotidiani sono concentrati a livello locale ma poco a livello nazionale); i costi di trasporto possono poi costituire delle barriere all’entrata; alle relazioni verticali tra imprese, con le misure di concentrazione che potrebbero assegnare imprese di diversi livelli verticali della produzione alla stessa industria o viceversa.
Nel caso della fusione Alstom-Siemens, l’operazione era stata bloccata dall’antitrust europeo per la posizione dominante e la concentrazione che avrebbe portato nei mercati dei sistemi di segnalazione ferroviaria, d’altra parte c’è chi sostiene che il mercato di riferimento non possa essere quello europeo ma quello globale e dunque c’è necessità di player europei più grandi per poter competere con quelli del resto del mondo, ma allo stesso tempo se venisse lasciata discrezionalità sulla definizione di mercato rilevante si rischierebbe che gli enti che devono essere regolamentati finiscano per cercare di influenzare i regolatori.
Fattori che influenzano la struttura del mercato
Tre fattori possono influenzare la struttura del mercato:
- La dimensione del mercato in relazione alla scala minima efficiente (se è piccola rispetto al mercato potranno starci più imprese);
- La presenza di esternalità sulla domanda: la disponibilità a pagare di un consumatore aumenta all’aumentare del numero di utenti attuali. È probabile che questi mercati abbiano un ridotto numero di imprese;
- Le politiche di governo: Stato ed enti pubblici possono influenzare la struttura di mercato limitando l’entrata, con il sistema dei brevetti e proteggendo le imprese dalla competizione.
L’indice di Lerner misura il potere d’impresa sul mercato, ovvero quanto sono lontani i risultati economici dall’ideale della concorrenza perfetta. Minore è l’elasticità della domanda e maggiore sarà il potere di mercato dell’impresa. Nel monopolio LI (indice di Lerner) = 1/elasticità della domanda.
Questo indice ha dei limiti quando ci sono dei costi fissi in entrata che devono essere recuperati con un mark-up positivo o quando il prezzo è mantenuto basso da un incumbent al fine di prevenire l’entrata di concorrenti.
La perdita secca di benessere è determinata da una formula determinata da Harberger (vedi ppt cap3). Un problema è come valutare i costi, in competizione imperfetta le imprese possono non essere incentivate ad abbassare i costi e quindi la perdita di benessere reale potrebbe essere maggiore di quella misurata dalla formula.
Tecnologia e costi di produzione
La visione neoclassica dell’impresa afferma che essa è ciò che trasforma gli input in output. Non guarda cosa avviene dentro all’impresa, cosa determina la dimensione verticale della stessa e come sono organizzati o incentivati gli individui che vi operano.
Un’impresa che massimizza i profitti deve scegliere quanto e come produrre. La scelta dell’impresa mira a minimizzare i costi di produzione, scegliendo le combinazioni di fattori che secondo la funzione di costo minimizza le spese sostenute per ottenere un certo livello di output.
C’è entrata in un settore nella misura in cui il valore atteso dei profitti è non negativo, ovvero quando il prezzo è maggiore dei costi medi totali e si possano coprire i costi d’entrata (sunk costs), dunque anche questi influenzano la struttura di mercato, maggiori essi sono e minore è il numero di imprese sul mercato (esempi di questi costi sono: di ricerca di nuovi mercati, per i marchi, per la sostenibilità, per controllo e tracciabilità della filiera produttiva, per esportare ed espandersi all’estero infatti solo le imprese più efficienti lo fanno).
Si ha economia di scala quando i costi medi diminuiscono all’aumentare dell’output, si possono misurare tramite l’indice delle economie di scala dato dal rapporto tra costo medio e marginale, se è maggiore di 1 ci sono economie di scala, altrimenti diseconomie di scala. L’indice, inoltre, corrisponde all’inverso dell’elasticità dei costi rispetto all’output.
Molte imprese producono beni diversi, in questi casi si parla di costi medi radiali, ovvero costi medi per un dato mix di prodotti. Si hanno economie di scopo quando conviene produrre congiuntamente più prodotti che non separatamente (formula su ppt 4), possono derivare dall’uso di stessi macchinari per la produzione, spese in comune per marketing/pubblicità/R&S… (è il caso delle piattaforme modulari dei veicoli VW).
Senza costi condivisi ci sarebbero tutte imprese specializzate, un’impresa multi-prodotto è preferita a 3 imprese specializzate se e solo se i costi condivisi sono superiori in una certa quota ai costi marginali supplementari e costi fissi di riadattamento. Anche le economie di scopo tendono a portare concentrazione in un’industria.
Discriminazione di prezzo
Esempi sono le differenze di prezzo per stessi prodotti nei diversi paesi (i farmaci costano tutti molto meno in Canada che negli USA); differenti livelli di prezzo per generazioni di prodotti; offerte per giovani/anziani/altre categorie/3x2; i pacchetti di prodotti. Questi sono tutti presumibilmente profittevoli per il monopolista, dovrebbero influenzare l’efficienza di mercato.
Un’impresa che intende discriminare affronta due problemi:
- Identificare diverse categorie di consumatori;
- Prevenire l’arbitraggio.
Deve quindi scegliere il tipo di discriminazione di prezzo:
- 1° grado o prezzi personalizzati (per il singolo);
- 2° grado o menu pricing (esempio sono gli sconti sui volumi tipo 3x2);
- 3° grado o group pricing -> i consumatori si differenziano per una o più caratteristiche osservabili, il prezzo per i diversi gruppi sarà inversamente proporzionale all’elasticità della domanda.
La discriminazione di prezzo risulta, nel caso di domande lineari, nella stessa domanda aggregata, ma aumenta i profitti perché l’output aggregato è collocato in maniera più profittevole nei due mercati (uguagliando il ricavo marginale sull’ultima unità venduta in ciascun mercato).
Quando le imprese vendono prodotti differenziati la discriminazione esiste se sono venduti a due acquirenti diversi a diversi prezzi netti (il prezzo pagato dal consumatore corretto per tener presente della differenziazione di prodotto). Prodotti differenziati aumentano la possibilità di praticare discriminazione di prezzo.
In caso ci siano grosse differenze di prezzo, un cliente della linea alta di prodotto potrebbe trovare conveniente optare per un prodotto di linea più bassa, in questi casi bisogna introdurre delle differenziazioni di prodotto che rendano il prodotto di linea bassa meno allettante per il cliente di fascia alta (è il caso dei biglietti aerei, che possono prevedere prezzi più bassi per i turisti e per evitare che chi viaggia per lavoro comperi quelli richiedono una permanenza che includa il sabato sera per i prezzi da turisti).
Altri meccanismi di discriminazione di prezzo sono le restrizioni all’uso come minore flessibilità, imporre l’esclusivo uso personale, differenziare in base a ora e giorno di acquisto; semplificazione di prodotto per farne una versione a bassa qualità; differenziazioni geografiche (se anche la domanda in due distinti mercati è supposta identica, ci sono diversi costi marginali nel rifornire i mercati).
Per quanto riguarda l’effetto della discriminazione sull’efficienza, essa aumenta solo se ha un impatto positivo sull’output totale, nel caso di funzioni di domanda lineari dunque non c’è aumento diretto del benessere economico (se i mercati sono serviti sia con che senza DP), ma può essere che in alcuni casi in caso di assenza di DP alcune imprese decidano di non servire alcuni mercati e quindi la discriminazione consente effettivamente di aprire nuovi mercati espandendo l’output aggregato.
Fondamentali per applicare efficientemente la DP sono i big data, vengono incrociati dati sul dispositivo elettronico usato per un acquisto, la geolocalizzazione, il sistema operativo e tutto ciò che può essere utile per determinare il prezzo di riserva dei potenziali clienti.
I prezzi non sempre sono lineari: gli abbonamenti annuali alle riviste costano meno di acquistare tutti i singoli numeri ad esempio, grosse quantità consentono infatti di ricevere sconti di prezzo. Applicare prezzi non lineari dovrebbe permettere di stabilire prezzi più vicini alla disponibilità a pagare, per struttu
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