Economia dell’organizzazione industriale
Parte 1: concetti fondamentali
Capitolo 1: organizzazione industriale: cosa, come e perché
1.1 Che cos’è l’organizzazione industriale?
L’organizzazione industriale è quella branca dell’economia che si occupa dello studio della concorrenza imperfetta. In particolare, parliamo di quei mercati che si trovano a metà tra i due estremi, cioè concorrenza perfetta e monopolio: si tratta del mercato definito come oligopolio.
Nel caso di monopolio e di concorrenza perfetta non c’è interazione tra le imprese: difatti, nel caso del monopolio vi è un’unica impresa all’interno del mercato, di conseguenza è impossibile creare relazioni con altre imprese poiché sono inesistenti; nel caso della concorrenza perfetta non è necessario che vi sia interazione tra le imprese poiché ricevono dal mercato dei dati ben precisi relativi ai prezzi da applicare ai beni.
1.2 La visione dell’organizzazione industriale di questo libro
La concorrenza imperfetta avviene in una situazione d’interazione strategica: le imprese, consapevoli dell’interdipendenza delle loro azioni, tenderanno a tenere conto delle risposte dei rivali alle proprie azioni. Si utilizza la teoria dei giochi per fornire un quadro ottimale per effettuare l’analisi circa i risultati di mercato in contesti di concorrenza imperfetta.
Un esempio di interazione strategica può essere quello della programmazione televisiva. Difatti, ogni programmatore tenderà a voler massimizzare il proprio profitto: la televisione crea un profitto mediante le pubblicità che vengono mandate in onda durante i programmi, e il quantitativo di pubblicità che si riesce ad ottenere per un programma dipende dalla quantità di ascolti. Per poter generare un profitto, ogni programmatore televisivo guarderà anche alle scelte e alle azioni dei rivali. Le principali strategie di programmazione esistenti sono:
- Quick opener: aprire la serata con il programma più forte per accaparrarsi anche il resto della serata;
- Infant protection: evitare di collocare nuovi programmi promettenti in concorrenza con forti programmi rivali e/o utilizzare un programma di successo già trasmesso dalla rete per introdurne uno nuovo;
- Counter programming: ad esempio, programmare un telefilm poliziesco quando il principale concorrente trasmette una commedia.
Nessun modello è descrizione completa della realtà, ma si tratta di semplificazioni che vengono poi analizzate mediante la statistica per verificare gli scostamenti tra i modelli e la realtà.
1
1.3 Le norme antitrust e la teoria dell’organizzazione industriale
L’organizzazione industriale nasce da un’antica preoccupazione circa il potere di mercato. Difatti, già nel 1776 Adam Smith aveva intuito i potenziali problemi derivanti dal potere di monopolio.
Alla fine del 1800 negli Stati Uniti si era evidenziato il problema circa il mantenimento di una concorrenza all’interno del mercato; da qui l’esigenza di forme di normativa per mantenere il mercato in un regime concorrenziale. Fu proprio questo a portare alla formulazione della prima legge antitrust statunitense, lo Sherman Act (1890), composto da due sezioni: la prima vieta i contratti e le associazioni tese a restringere la competizione nei mercati; la seconda dichiara illegale qualsiasi tentativo di monopolizzare il mercato.
Da questo momento, svariate furono le leggi atte a contrastare il monopolio: in primis il Clayton Act (1914) volto a prevenire il monopolio ancor prima della sua formazione limitando l’uso di varie pratiche commerciali; il Federal Trade Commission Act (1914) che diede vita ad un’agenzia amministrativa responsabile delle indagini e delle sentenze per la gestione delle violazioni del Clayton Act.
Per determinare se le leggi antitrust fossero state violate, era necessario individuare anche chiari legami fra struttura e risultati del mercato. Un primo modello è quello della Struttura-Comportamento-Performance (SCP), che stabilisce evidenti legami tra la struttura del mercato da una parte, e il comportamento delle imprese dall’altra; tale comportamento influenza le performance del mercato in termini di efficienza economica e di benessere sociale. Le previsioni di tale modello suggeriscono che più ci si avvicina al monopolio, minore sarà il generico benessere sociale. I problemi del modello SCP sono legati al fatto che un’evidenza empirica può avere diverse interpretazioni; inoltre, l’attenzione verso l’interazione strategica era quasi nulla.
Da qui l’esigenza di trovare nuovi e diversi modelli che potessero ovviare ai problemi del modello SCP. Riconosciamo gli economisti della Chicago School che effettuarono un’analisi sui contratti verticali tra impresa e fornitori e impresa e distributori, contratti che contenevano diverse clausole e restrizioni, riuscendo così ad apportare un certo beneficio alla collettività. Riconosciamo ancora l’Industrial Organization Post-Chicago che, sulle orme della Chicago School, effettuarono un’analisi accurata circa le politiche corrette in casi concreti, oltre che porre grande attenzione verso i comportamenti strategici mediante la teoria dei giochi.
Per quanto attiene le norme antitrust europee, nascono con l’intento di garantire la formazione ed il funzionamento del cosiddetto Mercato Unico Europeo. Il funzionamento dell’attività antitrust fu pensato su due livelli: quello nazionale, con proprie leggi ed organi, e quello europeo sovranazionale. Per quanto attiene l’Italia, la prima norma antitrust è la legge 297/1990 che ha istituito l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM). I compiti di quest’ultima sono: (1) vigilanza contro gli abusi di posizione dominante; (2) vigilanza in merito a intese che possono restringere la concorrenza; (3) controlla e delibera circa le operazioni di concentrazione; (4) tutela il consumatore; (5) valuta e sanziona nei casi di conflitto di interessi dei componenti del Governo.
2
Capitolo 2: fondamenti di microeconomia
2.1 Concorrenza e monopolio: i due estremi della performance del mercato
La funzione di domanda è una funzione che mette in relazione la quantità con il prezzo. Può = − essere in forma diretta o in forma inversa (con A che è l’intercetta, e ci dice qual è la massima disponibilità a pagare dei consumatori, e - B è il coefficiente angolare). Quando si considera una funzione di domanda bisogna prendere in considerazione tre fattori: (1) a quale orizzonte temporale fa riferimento; (2) orizzonte di breve VS medio-lungo termine, poiché la funzione di domanda può variare nel tempo poiché le preferenze dei consumatori possono variare.
Ogni punto sulla retta che definisce la domanda ci dice quale quantità i consumatori sono disposti ad acquistare ad un dato prezzo.
Si dice concorrenza perfetta qualora si parli di imprese di piccola dimensione rispetto alla dimensione del mercato totale; quando le imprese sono piccole non sono in grado di manovrare il prezzo e non hanno alcuna incidenza su di esso (le imprese si dicono price-taker). L’unica cosa che può decidere l’impresa è la quantità da produrre per massimizzare il loro profitto. , = − . Per massimizzare questa funzione bisogna derivarla e porla uguale a () = () − (). zero, ma prima può essere riscritta in funzione della quantità da produrre:
La sua derivata sarà pari alla differenza tra la derivata dei ricavi effettuata rispetto a q e la derivata dei costi effettuata rispetto a q. La derivata dei costi totali corrisponde al costo marginale (quanto costa al margine la produzione del bene); allo stesso modo, la derivata di R effettuata rispetto a q corrisponde al ricavo marginale (quanto l’impresa ottiene dalla vendita di una unità aggiuntiva).
Essendo la differenza tra le due derivate uguale a zero, possiamo dire che la quantità che massimizza il profitto può essere individuata dalla uguaglianza tra i ricavi marginali ed i costi marginali.
In concorrenza perfetta il prezzo è fisso e stabilito dal mercato: ciò implica che se l’impresa decide di produrre una unità aggiuntiva di prodotto, quest’ultima verrà venduta al medesimo prezzo, e quest’ultimo corrisponde al ricavo marginale dell’impresa. Possiamo quindi riscrivere l’uguaglianza tra i ricavi e i costi marginali come l’uguaglianza tra il prezzo ed il costo marginale (condizione di massimizzazione del profitto in concorrenza perfetta).
3
Nel caso della concorrenza perfetta abbiamo un grafico dell’industria in cui si evidenziano la domanda aggregata e l’offerta aggregata, ovvero la sommatoria delle offerte delle varie imprese che operano all’interno di un certo mercato. Dal loro incontro si evidenziano la quantità aggregata ed il prezzo di equilibrio di mercato. Portando il prezzo dell’industria su un secondo grafico, che rappresenta la singola impresa, possiamo trovare la curva del costo marginale (C’) e del costo medio (CM, il cui minimo è tangente alla retta immaginaria con cui abbiamo rilevato il prezzo nella singola impresa a partire dall’industria).
Il costo medio è dato dal rapporto tra il costo totale e la quantità ed evidenzia il costo medio utilizzato per produrre una unità di prodotto. Dalla loro intersezione troviamo la quantità di equilibrio che produce una data impresa. La combinazione di prezzi, quantità totale del mercato e quantità prodotta e venduta dalla singola impresa, ci dà l’equilibrio concorrenziale di breve periodo (potrebbe essere assoggettato a dei cambiamenti).
Nel punto di equilibrio si ha l’uguaglianza tra il prezzo di vendita ed il costo medio, uguaglianza che fa sì che l’impresa abbia un profitto pari a zero.
Consideriamo la possibilità che, a seguito di uno sviluppo tecnologico, ci sia un aumento della domanda da parte dei consumatori tanto da far spostare la curva di domanda aggregata verso l’alto (D₂): questo spostamento implica un aumento del prezzo (P₂) ed una quantità maggiore prodotta dalle varie imprese (Q₂) (si genera un nuovo equilibrio dato dall’intersezione tra la nuova curva di domanda aggregata e l’offerta aggregata). L’impresa prende l’informazione sul nuovo prezzo e, per trovare la nuova quantità che massimizza il profitto, pone questo prezzo pari al costo marginale. Adesso l’impresa produce un certo profitto (poiché il nuovo prezzo è maggiore del costo medio) maggiore di zero.
4
In settori industriali particolarmente profittevoli, tutte le imprese inizieranno ad accedere al mercato e cominceranno a produrre quel determinato bene: se questo accade, sul mercato ci sarà un aumento del numero delle imprese e quindi aumenterà anche l’offerta delle imprese sul = ∙ ); mercato (data da si verifica quindi uno spostamento della funzione di offerta verso il basso (S₂) che riporterà il prezzo al prezzo iniziale (P₁), riportando le imprese ad ottenere un profitto pari a zero.
Nell’equilibrio di lungo periodo ci ritroviamo lo stesso prezzo e la stessa quantità prodotta dalla singola impresa nell’equilibrio di breve periodo, ma il numero delle imprese può essere maggiore e di conseguenza la quantità aggregata sarà maggiore.
Come si deriva la curva di offerta di breve periodo in un mercato perfettamente concorrenziale? Partendo da un caso semplice dato dalla presenza di tre imprese, analizziamo i costi marginali ’ = 4 + 8; ’ = 2 + 8; ’ = 6 + 8. delle diverse imprese: (1) (2) (3) Dobbiamo trovarci le ’ ’ = − 2; = − 4; = funzioni che pongano in evidenza la ricerca di q: (1) (2) (3) 4 2 ’ 4 − . La Q è data dalla sommatoria tra le quantità offerte dalle varie imprese. 6 3
Nella realtà non ci può essere un profitto pari a zero: parliamo infatti del cosiddetto profitto normale, profitto che le imprese concorrenziali otterrebbero nel caso di scelte alternative.
Per quanto attiene il monopolio, che si verifica nel momento in cui all’interno del mercato vi è una sola impresa operante, il livello di benessere sociale che si raggiunge è molto basso (si ha perdita di efficienza e di benessere sociale). Differenza principale tra mercati monopolistici e concorrenziali è inerente al numero e alla dimensione delle imprese che operano nel mercato: difatti, in concorrenza perfetta le imprese sono tante e di piccole dimensioni e si considerano price-taker; in monopolio vi è una sola impresa di grandi dimensioni e si definisce come price-
5
maker (poiché essendo l’unica definisce il prezzo di vendita dei beni sulla base della domanda di mercato).
L’impresa che vuole massimizzare il proprio profitto, indipendentemente dal tipo di mercato in cui opera, deve effettuare la derivata del profitto in funzione delle quantità. In particolare, per trovare prezzo e quantità che massimizza il profitto, si pone il ricavo marginale uguale al costo marginale. In monopolio si ha un unico grafico che rappresenta sia l’impresa che l’industria: questo perché l’industria stessa è definita dall’impresa.
Guardando al grafico, l’impresa decide la combinazione prezzo-quantità che massimizzi il suo profitto: l’impresa si trova davanti ad un trade-off poiché ad un prezzo più alto le quantità che riesce a vendere sono minori; diminuendo il prezzo, aumentano le quantità vendute, da una parte ottiene un aumento del profitto derivante dalla vendita delle unità addizionali, dall’altro si presenta una perdita dovuta alla variazione negativa di prezzo. L’impresa deve bilanciare il guadagno dovuto alle maggiori unità vendute (massimizzare questo guadagno) con la perdita derivante dalla diminuzione del prezzo (minimizzare questa perdita).
Per ricavarci il ricavo marginale dobbiamo fare la derivata dei ricavi totali rispetto a Q. La funzione = − di domanda lineare in forma inversa è data da (coefficiente angolare B, intercetta A). Possiamo sostituire la funzione di domanda all’interno dell’equazione dei ricavi (data dal prodotto = − tra il prezzo P e la quantità prodotta Q) così da avere una sola incognita: . Adesso, ’ = − per trovare il ricavo marginale, dobbiamo derivarci quest’ultima equazione rispetto a Q: 2 (coefficiente angolare 2B, intercetta A). Una volta che abbiamo la funzione del ricavo marginale, dobbiamo eguagliarlo al costo marginale (che, a differenza della concorrenza perfetta, sono differenti). Così facendo troviamo la quantità che massimizza i profitti dell’impresa: una volta trovata la quantità di equilibrio, per ricavare il prezzo, sostituiamo quest’ultima all’interno della funzione di domanda perché le varie combinazioni prezzo-quantità sono date dalla funzione di domanda. In corrispondenza della quantità di equilibrio l’impresa riesce a generare un profitto.
6
- Prezzo di monopolio > prezzo di concorrenza perfetta;
- Esiste una relazione inversa tra il prezzo e la quantità prodotta: quantità di monopolio < quantità di concorrenza perfetta;
- Profitto di monopolio > profitto di concorrenza perfetta (=0).
L’insieme di queste condizioni genera una perdita di benessere sociale per i consumatori che hanno una minor offerta di beni da parte delle imprese e ad un prezzo maggiore.
2.3 L’efficienza, il surplus e le dimensioni rispetto al mercato
Bisogna avere una misura di benessere sociale: possiamo utilizzare il surplus, dato dalla sommatoria tra il surplus del consumatore (dato dalla differenza tra il massimo ammontare che un consumatore sarebbe disposto a pagare per una unità di un bene e il prezzo effettivamente pagato) e il surplus del produttore (dato dalla differenza tra quanto si riceve dalla vendita di una unità di bene ed il costo sostenuto per la sua produzione).
In concorrenza perfetta, come abbiamo ampiamente detto, dall’intersezione tra la curva di domanda e la curva di offerta si individua la combinazione prezzo-quantità ottima. Il surplus del consumatore, in questo caso, è dato dal prodotto tra la quantità prodotta e la differenza tra = l’intercetta della curva di domanda ed il prezzo concorrenziale, il tutto diviso 2 ( ( − ) ). Il surplus del produttore è dato, invece, dal prodotto tra la quantità di equilibrio e 2 = la differenza tra il prezzo concorrenziale e l’intercetta della curva di offerta, diviso 2 ( ( − ) ). 2
Nel caso del monopolio, si ha un prezzo più alto rispetto a quello concorrenziale, mentre la quantità risulta essere minore rispetto a quella di concorrenza: questo implica che il surplus del consumatore si riduce fortemente. Viceversa, il surplus del produttore aumenta. Si ha quindi una
7
evidente perdita di benessere sociale, definita come perdita secca. La perdita secca, ovvero la perdita di benessere sociale può essere così calcolata:
1 = ( − )( − ) 2
Capitolo 3: struttura di mercato e potere di mercato
3.1 La misura della struttura di mercato
Concetti importanti sono la concentrazione del mercato e il potere di mercato. Un mercato si dice concentrato quando ci sono poche imprese al suo interno, o quando si ha una grande impresa che possiede gran parte del mercato e poche altre piccole imprese. Importante è la curva di concentrazione che permette di rappresentare le quote di mercato cumulate delle diverse imprese
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Appunti Economia industriale
-
Appunti Economia industriale
-
Appunti Economia industriale
-
Appunti Economia industriale