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URBANISTICA

LEZIONE 1 – 03/03/2025

Libro: “La regola e il progetto: un approccio bioregionalista alla pianificazione territoriale “ di

Magnaghi, 2014, soprattutto capitolo 1 pag 3-43.

“Urbe”, “urbs” = città, dal latino

Urbanesimo è il fenomeno di trasferimento delle popolazioni dalle campagne alle città.

Esso inizia con la prima rivoluzione industriale: l’industria ha attirato le popolazioni, ma ha

comportato anche problemi igienico-sanitari. Marx ed Hengels hanno parlato di urbanesimo.

L’urbanistica è una disciplina di convergenza tra aspetti politici, economici, sociali, ai fini di

migliorare tramite l’assetto di situazioni critiche. Nasce inoltre come disciplina rimediale e

tipicamente riformista.

La prima legge urbanistica al mondo nacque in Inghilterra, ed era chiamata “Town and

Country Planning Act”: non tratta solo la dimensione edificata, quindi non solo la città, ma

anche il territorio e il suo contesto ambientale.

Una studentessa francese Francoise Choay affermava: “Morte della città, trionfo

dell’urbano”.

È stato un processo innescato dalla rivoluzione industriale (ad esempio con lo sviluppo della

tecnologia e altri settori), ma in realtà inizia molto prima. Nel Medioevo in Europa le terre

erano quasi tutte comuni o dello Stato, invece le forme di proprietà privata di dimensioni

ridotte erano rare. Nel Basso Medioevo inizia e si afferma sempre più il fenomeno delle

“enclosures”, per cui si recintano le terre e si dichiarano proprie, diventando fonte di diritto.

Ciò permetteva di disporre del frutto della terra in modo privato, iniziando ad accumulare

capitale (nasce prima il capitalismo della rivoluzione industriale).

Capitolo 1: “Il progetto della bioregione urbana. Regole statutarie ed elementi costruttivi”.

Magnaghi parla della bioregione urbana come strumento progettuale, non è un’entità della

realtà oggettiva; il percorso del progetto di una bioregione urbana è un glossario di elementi

costruttivi e loro regole a scala territoriale. Fa un ragionamento di tipo territoriale.

Paragrafo 4: sostenibilità vs autosostenibilità: l’autosostenibilità è messa in capo

direttamente alle comunità territoriali, è una forma di sostenibilità dal basso e non dall’alto.

Pag. 4: “Le urbanizzazioni contemporanee, smisurate, seriali, diffuse, sconfinate, con

morfotipologie totalmente incongruenti rispetto a quelle storiche (storiche sia antiche sia

moderne), che originano la regola insediativa e funzionale alla civiltà delle macchine e alla

sua evoluzione tecnofinanziaria (il territorio mero supporto tecnico dell’insediamento

umano) (su una superficie neutra ci vengono messe tante cose diverse), risultano

estremamente pervasive, avendo depositato germi di contemporaneità decontestualizzati in

ogni angolo e luogo delle regioni e del pianeta, stravolgendone i paesaggi urbani e rurali, sia

inserendo funzioni metropolitane nelle aree periferiche e marginali, sia anche agendo per

‘sottrazione’ attraverso gli effetti dell’abbandono e del degrado. Ciò comporta una

1

mutazione antropologica nella relazione tra insediamento urbano e ambiente”, fra geografie

funzionali e luoghi …in queste urbanizzazioni si abita un territorio posturbano di area

vasta: per il lavoro, la formazione, la comunicazione, il commercio, i consumi, il loisir …il

‘ritorno alla città’ non può essere [quindi] né un ritorno alla città storica, né al borgo

rurale: è una riprogettazione dell’urbano.

Una volta le varie funzioni sono concentrate in insediamenti compatti in cui, come diceva

anche Choay, c’era corrispondenza tra urbs e civitas.

Urbs = città intesa fisicamente

Civitas = comunità che abita la città

Il geografo Brenner affermava che le differenze tra urbano e rurale, tra campagna e città, non

avevano più senso, se mai ne abbiano avuto uno.

“Mutazione antropologica nella relazione fra insediamento urbano e ambiente”: fino a

pochi anni fa, l’uomo si rapportava al suo ambiente secondo la corrispondenza tra urbs e

civitas. Adesso non è più così, infatti Magnaghi sostiene che “in queste urbanizzazioni si abita

un territorio posturbano di area vasta”. Ciò vuol dire che le funzioni urbane metropolitane

sono esplose e si sono diffuse su tutto il territorio.

Questo fenomeno è definito da Brenner come “Operational Landscapes” (paesaggi

operativi). Ciò che una volta era confinato dentro agglomerati urbani ristretti, adesso si è

diffuso in modo così espansivo da far decadere ogni tipo di classificazione preconcetta

(naturale e artificiale, urbano e rurale, ecc.). Operativi significa che vengono sfruttate delle

parti per trarne beneficio. “Desert agro-industrial infrastructures”: con l’industria si viene a

creare una forma di un nuovo paesaggio operativo urbano, che ormai è prevalente in maniera

vasta.

Brenner distingue 2 assetti urbani:

“Sprawl”: densità medio-alta e diffusa, si trova ad esempio vicino al mare ed è un

● impianto urbano progettato. Si trova soprattutto in America, in Inghilterra, in Germania.

“Sprinkling”: modello lineare o esteso italiano, insediamento a sviluppo spontaneo.

●

Siamo in una condizione di ormai avvenuta mutazione antropologica nel rapporto tra

insediamento urbano e ambiente, per cui occupiamo un territorio di area vasta. Non esiste

più la città contenuta in un ristretto ambito.

Quindi, per Magnaghi “Il ritorno alla città non può essere né un ritorno alla città storica, né al

borgo rurale: è una riprogettazione dell’urbano”, e vale anche ciò che diceva Choay sul

“trionfo dell’urbano”. Ciò che una volta ci consentiva di dire che l’urbano, con tutti i suoi

servizi e le infrastrutture, stava dentro le città, oggi non si può più dire. Da questo punto di

vista le città sono “morenti”.

Pag. 5: “Tener conto delle questioni poste nella prospettiva strategica del ritorno al territorio

significa dunque cercare risposte ai problemi dell’abitare contemporaneo alla scala delle

relazioni fra sistemi territoriali complessi generati dall’urbanizzazione regionale

affrontandone le criticità attraverso il concetto di bioregione urbana”. (slide)

2

“L’aggettivo ‘urbana’, affiancato alla denominazione classica della bioregione, sta a

significare lo sforzo progettuale di trovare alternative al futuro catastrofico delle megacities

e delle urban regions, alla scala geografica in cui si dà oggi il territorio dell’abitare e a cui si

danno tecnicamente potenziali soluzioni di riequilibri”. Quindi per affrontare il problema della

diffusione dei caratteri urbani sul territorio regionale molto più ampio rispetto al passato, e

per evitare che si generino tutti gli effetti negativi che questo processo può provocare, bisogna

ricorrere al concetto di bioregione urbana, e attenersi alla nuova scala geografica, che è

quella del territorio. I problemi si trovano su un territorio ampio, anche quando si viole

studiare una porzione di territorio piccola. Il territorio in cui si verificano processi urbanizzativi

e urbanizzanti è ormai un territorio in scala vasta.

NB. La geomorfologia studia le dinamiche geologiche.

● La pedologia studia lo strato superficiale del suolo, che si origina dall’alterazione del

● substrato e costituisce l’habitat sul suolo.

Le biocenosi sono l’insieme delle specie vegetali

●

NB. Lo strumento progettuale pattizio che faremo nel lab, lo faremo intorno a quella che

Magnaghi chiama “unità minima di pianificazione bioregionale”, però secondo

l’interpretazione del prof (vedere articolo del prof).

Pag. 6: “Questo percorso di riconcettualizzazione dello spazio urbano in relazione al suo

territorio tende dunque a superare inefficaci contrapposizioni antiurbane, o, peggio,

approcci che riducono l’azione progettuale a intersecare le urbanizzazioni contemporanee

con piste ciclabili e parchi da compensazione”. Quindi non risolvono il problema alla

radice ma sono un approccio di tipo compensativo.

Luciano Iacoponi articola le tipologie di bioregioni nel mondo in bioregioni conservative

(ecoregioni, aree protette, parchi, riserve di biosfera, che presentano un surplus globale di

biocapacità territoriale) e bioregioni evolutive (bioregioni rurali, urbane e metropolitane)

caratterizzate da un deficit globale crescente di biocapacità territoriale (Iacoponi 2003). La

mia proposta di centrare l’attenzione analitica e progettuale sulla bioregione urbana (e

metropolitana) deriva dalla constatazione che, dato il carattere pervasivo della ‘forma

metropoli’ al livello regionale e mondiale, non è eludibile, per una prospettiva bioregionalista

‘dal basso’, il problema di superare il modo di produzione della urbanizzazione

contemporanea (limitandosi a meccanismi compensativi) anche nelle bioregioni

conservative.

Urbano è tutto ciò che qualifica ciò che sta dentro la città, ed è tutto ciò che qualifica la

regione (o bioregione) così considerata. L’urbano non sta più dentro le città, ma è diffuso su

regioni più ampie dette bioregioni urbane.

Una delle istanze che provengono dagli approcci ambientalisti, molto diffusi negli USA,

assume una certa connotazione anti-urbana, ed è quella di Wright. L’ideale di città secondo

Wright è la “Broadacre City”: ogni cittadino americano ha almeno un appezzamento di terra e

la casa. 3

Francoise Choay, nella sua antologia “La città: utopie e realtà”, metteva a confronto gli

urbanisti culturalisti e quelli progressisti. I culturalisti, di fronte ai danni della rivoluzione

industriale, propongono soluzioni che guardano al passato. I progressisti propongono

situazioni di progresso rispetto al passato, ma fattibili e non utopistiche.

Magnaghi afferma che è inutile opporsi o cercare di risolvere i problemi generati da questo

tipo di nuovo rapporto tra specie umana e territorio con una contrapposizione di tipo

antiurbano, ossia negando l’urbano. Inoltre, ritiene che sia inutile tentare di risolvere il

problema attraverso l’inserimento di piste ciclabili o altre misure di tipo compensativo.

La mutazione antropologica di cui parla Magnaghi ha fatto sì che l’ideale della casa fosse

molto più normale.

Le bioregioni, definite da Magnaghi citando Luciano Iacoponi, possono essere:

conservative: eco regioni, aree protette, parchi, riserve

● evolutive: bioregionali rurali, urbane e metropolitane. Sono caratterizzate, secondo

● Magnaghi, da un deficit crescente di biocapacità territoriale. “La mia proposta è di

centrare l’attenzione analitica e progettuale sulla bioregione urbana e metropolitana;

questa proposta deriva dalla constatazione che, dato il carattere pervasivo della forma

metropoli diffusa su tutta la bioregione, non è udibile per una prospettiva

bioregionalista dal basso il problema di superare il modo di produzione

dell’urbanizzazione contemporanea limitandosi a meccanismi compensativi” (anche

nelle bioregioni conservative, ad esempio nei parchi).

Secondo Magnaghi non si può rispondere ai problemi (che Iacoponi direbbe che si creano

nelle bioregioni evolutive) compensandoli e quindi conservando le bioregioni. Non basta

l’incremento di dotazione di parchi e aree protette. Bisogna trasformare i processi di

urbanizzazione contemporanea, che tendono a generare problemi nelle bioregioni evolutive,

in modo che quel tipo di evoluzione non generi solo problemi ma sia di tipo coevolutivo, cioè

sia armonizzato con i processi di evoluzione ambientale.

“Il problema del ‘ritorno alla città’ è un problema solo in parte morfotipologico e di riequilibrio

ambientale; è soprattutto un problema di riappropriazione da parte degli abitanti dei poteri di

determinazione dei propri ambienti di vita”.

“La dicotomia città storica/urbanizzazioni contemporanee può essere affrontata, in questa

visione alternativa, con il paradigma della bioregione urbana (e del suo autogoverno)”. Per

risolvere i problemi dell’urbanizzazione contemporanea, si hanno più forme di rapporto

autogestito tra entità sociali e porzioni di territorio, determinando quindi l’autogoverno

territoriale. Più si diffondono forme di gestione diretta del territorio per fini sostenibilmente

produttivi da parte di comunità (non comunità di qualunque tipo) auto organizzate che lo

abitano, più si risolvono i problemi.

L’economista civile Zamagni, a proposito del fatto che ciò che dice Magnaghi sulle comunità

non di qualsiasi tipo, afferma che devono esistere 3 principi fondamentali dal punto di vista

economico, e devono coesistere: 4

1. principio dello scambio equivalente: “ti do o faccio qualcosa a condizione che tu mi

restituisca l’equivalente di quel valore” (vige nei beni privati e nell’economia di

mercato).

2. principio di redistribuzione: tipico dei beni pubblici ≠ beni comuni. Quando c’è

qualcosa che ha caratteristiche di bene pubblico è giusto intervenire, anche in modo

top-down, per redistribuirlo.

3. principio di reciprocità: riguarda i beni comuni. “Ti do o faccio qualcosa affinché tu

possa a tua volta dare o fare qualcosa, in proporzione alla tua capacità, per me o per

altri”. Beni Esclusivi Non esclusivi

Rivali Beni privati: cibo, vestiti, Beni comuni: dotazione di

automobili pesce, di legna, di carbone,

acqua

Non rivali Beni ‘di club’: cinema, Beni pubblici: televisione

parcheggi privati, tv via pubblica, illuminazione

satellite pubblica, aria, difesa

nazionale

I beni pubblici non sono né esclusivi né rivali: ad esempio, l’aria non si può incamerare tutta,

l’acqua sì, quindi l’acqua non è un bene pubblico ma comune (sottraibilità del bene). Uno dei

principi cardine dell’urbanistica è lo spazio pubblico, non comune.

Libro “Governing the Commons. The evolution of insitution for collective actions” di Ostrom: i

beni sono comuni e l’azione è collettiva.

I beni comuni sono caratterizzati dalla sottraibilità e dalla rivalità.

Territorio = bene comune, che non è scontato che si riesca a gestire in maniera collettiva

(Hardin): servono processi di “commoning”, che contribuiscono alla progettazione

urbanistica. Il territorio è determinato attraverso i rapporti sociali, economici, politici che si

stabiliscono tra le persone che lo abitano e dalla mediazione della risorsa fisica territoriale.

Pag. 7: “La dimensione territoriale della bioregione urbana non è predefinita”. Il territorio da

considerare per avere un approccio progettuale bioregionale può variare a seconda del

contesto.

“Essa dipende, in ogni contesto, dalle modalità specifiche con cui vengono soddisfatte le 4

componenti che la identificano (economica, politica, ambientale e dell’abitare), e dalla

complessità degli ambienti fisici necessari ad integrarne sinergicamente il funzionamento”.

…essa può avere, a seconda delle ‘dominanze’ che la costituiscono la dimensione di:

 un sistema territoriale locale (SLoT, Dematteis 2001)

5

 un sistema distrettuale (Becattini 2009)

 un bacino idrografico (Nebbia 2012)

 un sistema costiero col suo entroterra

 una regione urbana (Dalmasso 1972)

 un ambito di paesaggio (Poli 2012)

e così via

… richiamando in questo modo la complessità ambientale e culturale della “Sezione di valle”

di Patrick Geddes (1970, or. 1915)”

A seconda delle necessità conoscitive e progettuali, è lecito considerare parti maggiori o

minori del territorio.

“Nel governo del territorio la bioregione urbana dovrebbe tradursi in uno strumento

interpretativo e progettuale al livello delle unità minime di pianificazione territoriale e

paesaggistica di area vasta di una regione”.

LEZIONE 2 – 17/03/2025

Non si può tornare alla città storica ma bisogna riprogettare l’urbano. Per affrontare tali

problemi senza ripiegare su nostalgiche riproposizioni del moderno nell’antico. Secondo

Magnaghi a tal fine è utile il concetto di bioregione urbana e ricorrere a tale concetto

significa dotarsi di uno strumento adatto ad affrontare il problema dell’urbano a questa nuova

scala geografica più ampia rispetto alla precedente.

È inutile inoltre cercare di risolvere i problemi dell’urbano contemporaneo adottando

atteggiamenti puramente anti-urbani (come la politica americana post-rivoluzionaria, in

architettura abbiamo ad esempio Wright con la sua visione utopica di Broadacre city).

Soprattutto è inutile contrapporsi alle fenomenologie anche patologiche dell’urbano

contemporaneo.

(Studio che riguarda Il territorio di Roma capitale che coincide con quello dell’ex provincia di

Roma, risulta evidente la diffusione alla scala molto più geografica dell’urbano rispetto al

1851. Sono state identificate delle bioregioni componenti il più vasto ambito bioregionale che

è quello artificiosamente (limite amministrativo) identificato con l’intero territorio della città

metropolitana)

Nonostante il fatto fisico-morfologico sia molto rilevante il problema non è solo di questo

tipo e non solo ambientale (mobilità molto più estesa ma in un edificato più esteso è molto

minore il rischio di isola di calore). 6

3 capisaldi:<

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/20 Tecnica e pianificazione urbanistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher saryrosce di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecnica urbanistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof De Carolis Andrea.
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