Giovedì 14 novembre 2019 - breve introduzione “Paradigma”
Disciplina antropologica > disciplina multiparadigmatica, il paradigma è quindi un modello culturale.
1962: pubblicata “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” (Thomas Kuhn), serie di studi basati sul funzionamento delle scienze per paradigmi/per modelli.
“Un paradigma particolare nell’ambito di una scienza, è ritenuto valido finché riesce ad essere usato come modello per spiegare i dati che emergono da una ricerca”.
Paradigma è valido fino a quando riesce a spiegare i dati che emergono dalle ricerche e fino a quando ottiene il consenso della maggioranza dei membri della comunità scientifica che ne fa uso.
Quando non gode più del consenso dei suoi membri diviene invalido e viene così sostituito da un nuovo “paradigma”, di conseguenza il nuovo sostituisce il vecchio.
L’antropologia è un sapere multiparadigmatico nella misura in cui un paradigma nuovo non andrà ad escludere ed eliminare totalmente un paradigma precedente. Ci sono state delle svolte, aggiunte, cambi di paradigmi.
Un antropologo normalmente fa riferimento ad una molteplicità di paradigmi emersi da diverse scuole ed epoche, uomini e donne che si relazionano con altre persone tramite un dialogo durante il quale si sviluppa il sapere antropologico e il modo di fare antropologia. Quando abbiamo a che fare con interpretazioni esse potrebbero essere un’infinità.
Le condizioni della comparsa dell’antropologia: premesse storiche
Nasce alla fine dell’Ottocento con l’influenza di alcuni eventi storici che hanno dato vita ad una “sensibilità antropologica”, tra i precursori troviamo Erodoto, Ibn Khaldun, da cui scritti emergono concezioni della storia distaccata da una concezione teologica del mondo.
Il percorso che porta alla nascita dell’antropologia è stato influenzato da diversi periodi storici precedenti, tra questi l’Umanesimo, con l’attenzione nei confronti dell’uomo, ha contribuito allo sviluppo della sensibilità antropologica.
Così anche la scoperta dell’America ha rappresentato un’esplosione dei confini, crolla la visione eurocentrica in Europa, per la prima volta l’uomo bianco europeo si rendeva conto di non essere l’unico nel mondo e si pone in una posizione di potere e superiorità verso un “Altro”, con la conseguente nascita di dilemmi morali e filosofici.
L’altro innesca riflessioni e domande, le risposte andranno a legittimare le politiche coloniali promuovendo attività di distruzione e annientamento.
Lo stesso Illuminismo rappresenta un ulteriore importante premessa e condizione per la nascita dell’antropologia, i filosofi illuministi ragionavano sull’uomo come “soggetto universale” e teorizzano sull’universalità dell’umanità.
È un’epoca cruciale per l’antropologia, proprio durante questo periodo si può parlare di questa disciplina in senso moderno.
Si diffuse un vivace dibattito tra i monogenisti, un’unica discendenza degli esseri umani, e poligenisti, sostenevano il concetto di razza con ciascuna differente discendenza.
Con il “Contratto sociale” di Rousseau si rappresenta quello scenario storico-culturale nel quale si può situare la nascita dell’antropologia in senso moderno.
Si concentra sull’idea/mito del “buon selvaggio” relativo a società “altre” dagli europei, primitive e in una fase precedente a quella della divisione tra stato di natura-stato sociale.
Tutti questi furono stimoli importanti del dibattito antropologico. Riconoscere che l’umanità era universale e condivisa da tutti, con modifiche nel modo di pensare l’Altro.
La Società degli osservatori dell’uomo
Nella Parigi del 1799 viene fondata la “Società degli osservatori dell’Uomo” (Société des Observateurs de l’homme”) da Louis-Francois Jauffret, giovane professore di scienze naturali che riunì un gruppo di intellettuali e scienziati - filosofi, naturalisti, medici, linguisti, viaggiatori, storici, geografi - che avevano vissuto la Francia della Rivoluzione e sentivano la responsabilità di intraprendere degli studi che avessero un’utilità sociale, su base Illuminista e nello spirito dell’“Encyclopedie”.
Già dal 1792, l’anno della costituzione della Prima Repubblica francese, l’idea di ragione era diventata un elemento di potere, in base al quale si delineò il progetto di una parte di intellettuali e scienziati che vennero chiamati dal potere rivoluzionario a realizzare l’idea di una scienza come “servizio sociale”.
Con lo scopo di “raccogliere le scoperte e di perfezionare le arti e le scienze” il Comitato di Istruzione Pubblica formò l’Istituto Nazionale, un settore del quale, scienze morali e politiche, avrebbe dovuto promuovere ricerche nel campo della vita sociale, della legislazione, dell’economia politica e della geografia.
Erano presenti quindi tutti gli elementi per concepire una scienza “avente l’uomo” per oggetto come essere naturale e sociale dotato di ragione.
Importante fu anche la campagna d’Egitto sotto Napoleone, a cui presero parte anche decine di studiosi della Società degli osservatori dell’Uomo, durante la quale vennero raccolti importanti materiali archeologici e affrontato uno studio sistematico moderno dell’Egitto.
Questo fu un periodo cruciale per la storia d’Europa e l’immagine che gli europei costruirono di se stessi in contrapposizione con i popoli di altre aree del pianeta.
Fu l’epoca in cui gli interessi di un continente in larga espansione furono alla base di un senso dell’elaborazione dell’Europa “tecnologicamente sviluppata”, cristiana, bianca e nei confronti di tutti gli altri popoli della terra.
Lo scopo di questa società era quindi quello di osservare l’umanità nella sua variabilità fisica, linguistica, geografica e sociale; tramite l’osservazione si usciva dall’esperienza più semplice e immediata della conoscenza della propria società e compiere il “primo passo” verso un nuovo principio di intelligenza scientifica ovvero il principio del confronto con la differenza.
Si formava così una “scienza nuova” che avrebbe ampliato l’orizzonte conoscitivo di quella stessa scienza dell’uomo che era ritenuta necessaria per la costruzione di una società secondo la ragione e a misura del “cittadino repubblicano” della rivoluzione.
La società venne chiusa nel 1805 da Napoleone che chiuse tutte le sezioni dell’Istituto Nazionale al cui interno si articolava la ricerca nel campo delle scienze e delle politiche e morali, chiamando gli osservatori “ideologi”: coloro che si occupano “soltanto” di idee.
Ma durante la sua breve vita si è caratterizzata per aver iniziato un’opera di conoscenza dell’Altro sulla base di una progettualità scientifica, organizzando corsi e seminari e raccogliendo prodotti di natura culturale di altre culture con l’intento di allestire un primo museo etnografico.
Questo fu un importante passo per unire un approccio teorico e uno empirico per lo studio e la conoscenza dell’Altro.
Jauffret e i suoi colleghi non erano antropologi nel moderno del termine, tuttavia il loro intento era quello di formulare un piano di ricerca incentrato sullo “studio dell’uomo” sia come sapere empirico che teorico, come sopracitato, come sapere nuovo in un progetto scientifico nuovo, quello dello studio comparato delle società e culture.
Lo sguardo europeo sui “selvaggi”
Erano già presenti letterature sui “selvaggi” riportate in numerosi testi di viaggi ed esoterici svolti da missionari, esploratori, militari e mercanti che tuttavia non si erano approcciati ai luoghi e le comunità con un progetto scientifico.
La maggioranza dei contenuti delle opere elementi comuni come il moralismo, il pregiudizio, la meraviglia e l’esotismo.
Chiaramente vi sono state delle eccezioni come quelle del missionario Jean de Lery riguardo alla sua esperienza tra i Tupi del Brasile durante la quale cercò di riflettere sulla natura dei loro costumi (1578).
Lo sguardo europeo sui “selvaggi” era spesso di critica dei valori espressi dalla società del tempo, i discorsi che dominavano la scena intellettuale e caratterizzavano le polemiche legati a queste comunità erano principalmente:
- Legati a polemiche come quella della religione.
- Relativi alla battaglia antischiavista dei filantropi.
- Critiche del potere assolutistico di tipo monarchico.
Rousseau invitò i suoi colleghi a viaggiare prima di iniziare qualsiasi speculazione intorno alla natura umana, ma anche per quanto riguarda Rousseau il suo sguardo non si soffermò mai sul “selvaggio” come soggetto sociale diverso e autonomo; lo stile di vita e le istituzioni non costituirono mai l’oggetto di un discorso specifico e disciplinare.
I loro “usi costumi” furono solo punti di riferimento e confronto in base ai quali era possibile articolare una serie di problemi sorti sul terreno del confronto ideologico.
In questi termini, lo statuto del discorso sull’alterità sociale e culturale resto nettamente subordinato a quello dell’uomo “civilizzato”.
L’Ottocento e la nascita dell’antropologia evoluzionista
L’Ottocento fu un’epoca di restaurazione dei poteri forti in Europa, Chiesa, Monarchia, tra il 1814-1815 ci fu il Congresso di Vienna che sancisce questa restaurazione e si vive quel secolo che vede l’espansione delle potenze coloniali europee tra cui la prima fra tutte la Gran Bretagna.
Su questa base nascerà a fine secolo l’Antropologia.
In Europa si vive quel “boom” che è associato alla rivoluzione industriale, lo sviluppo dei mercati, l’impresa coloniale e il trionfo della borghesia, si raggiungono delle conoscenze in ambito scientifico nuove che permettono lo sviluppo di mezzi di trasporto e si vive quello sviluppo industriale sul modello di un tipo di produzione e sfruttamento, del lavoro minorile e femminile, su base capitalista.
L'età vittoriana in Gran Bretagna vive in un contesto storico-culturale in cui si guarda al futuro con fiducia e ottimismo, in una storia in continua evoluzione il cui punto di riferimento degli Europei è la stessa società europea.
Si diffonde così l’idea che la società europea rappresenti il grado più elevato di evoluzione.
A contribuire a questa immagine volta verso il progresso della società furono gli effetti dell’applicazione in campo produttivo delle scoperte scientifiche:
- La scienza, strumento in grado di assicurare all’umanità un destino di felicità e progresso.
- La sociologia, stadio ultimo del potere positivo, necessaria per comprendere gli effetti di quel progresso sulla società, ma anche guidarli.
L’Ottocento fu il secolo della sociologia, data dalla società capitalistico-industriale che rivolgeva a se stessa e i cui più rinomati esponenti furono Auguste Comte in Francia e Hebert Spencer in Inghilterra.
Il progresso, per i primi antropologi, era un concetto sintetico attraverso cui era possibile esprimere contemporaneamente le idee di cumulatività e di continuità culturale.
La chiave di lettura della storia passata è la società industriale di metà Ottocento, che si trovava al più alto stadio di una evoluzione di tipo cumulativo, in quanto le leggi che governavano l’incremento della produzione materiale ed intellettuale della società attuale sono le stesse che dapprima lentamente e poi sempre più velocemente hanno determinato lo sviluppo delle società passate e quindi il passaggio da uno stadio culturale inferiore a uno superiore.
Di conseguenza la storia della società umana appare come l’azione di leggi sempre identiche i cui effetti cumulativi hanno generato stadi di sviluppo contrassegnati da una crescente complessità.
Sul piano teorico le conseguenze sono le seguenti:
- I primitivi contemporanei rappresentavano lo stadio più remoto dello sviluppo culturale.
- Sulla base del criterio della complessità culturale crescente era possibile classificare le società all’interno di una scala generale di sviluppo.
Darwin, evoluzionismo sociale e degenerazionismo
Nell’“Origine delle specie” (Darwin, 1871), non vi è alcun riferimento a quello che venne considerato successivamente l’“evoluzionismo sociale”, ma questi è nato strumentalizzazione dell’opera.
Darwin che scrisse nell’opera dopo vent’anni di osservazione di piante e animali teorizza sulla natura animale dell’uomo, sui mutamenti e le trasformazioni che la specie umana ha vissuto, dovuto a casualità, adattamento all’ambiente, al carattere ereditario.
Durante il periodo di Restaurazione acquisirono sempre più voce le teorie degenerazioniste che modificavano l’immagine del “buon selvaggio” e del “primitivo” sostituendolo con il “degenerato”, “colui fuori dalle grazie di Dio”.
L’uomo bianco colonizzatore si sentiva di conseguenza legittimato a colonizzare queste “popolazioni altre”.
Progresso o degenerazione dell’uomo?
La scienza dell’uomo - sorta come espansione del progetto politico e civile della Repubblica francese - venne emarginata durante la restaurazione interrompendo brutalmente quel processo di comprensione culturale, basata sullo studio e comprensione della differenza.
Il “selvaggio” era considerato un essere “degenerato”, la degenerazione dell’uomo ed era condannato a causa del peccato originale, rappresentando così l’esempio della caduta dalla grazia divina: era “l’oggettivazione originale” del peccato, tutto questo secondo la percezione di uno dei più radicali restauratori europei Joseph de Maistre.
Egli era un intellettuale, scrittore e diplomatico che considerava la civiltà come un dono divino, mentre il selvaggio era il chiaro simbolo del peccato e costituiva l’evidenza di una umanità a cui era stata negata la grazia.
La sua prospettiva profondamente restauratrice considerava il progresso umano come una chimera/una vanagloria e soprattutto una sfida all’ordine stabilito da Dio; i portavoce di quest’ultimo erano soltanto la Chiesa e la monarchia che costituivano gli unici atti di saggezza possibile.
Principali tesi del “degenerazionismo”:
- Mancanza di prove del passaggio dallo stato di selvaggio a quello di civiltà, nessun popolo visitato anni prima aveva dimostrato un qualche progresso per conto proprio.
- La presenza di qualche manufatto più elaborato ritenuto superiore al livello di progresso della popolazione che lo possedeva era stato evidentemente ricevuto da un’altra popolazione di livello inferiore, come il boomerang tra gli Aborigeni australiani.
La teoria degenerazionista si poggiava sull’idea che la storia dell’uomo si delineava sull’arco di tempo delimitato dalla creazione del mondo ricavata dalla cronologia biblica, ufficialmente accettata dalla Chiesa d’Inghilterra: il 4004 a.C.
Durante la fine del Settecento si inizia a considerare la Bibbia come documento storico e non più come volume contenente verità assolute > potenziale fonte di conoscenze sulla società: la “critica storica della Bibbia” mentre nel campo naturalistico si formò una nuova visione del posto dell’uomo nell’universo.
Fine anni 1850: creazionismo vs evoluzionismo, due opposte interpretazioni della storia naturale così come quella umana.
Grande influenza ebbe l’opera di Darwin nella quale espose la sua teoria rivoluzionaria della storia naturale, egli proponeva una visione della storia e della natura vivente, di cui faceva parte lo stesso uomo, secondo cui le forme di vita si erano trasformate seguendo una logica di mutamenti, un processo lento, dovuto al caso, all’influenza esercitata su di esse dall’ambiente e alla maggiore o minore capacità di adattamento, riproducendo così, nella discendenza, solo determinate caratteristiche.
In contrasto alla teoria darwiniana c’era il creazionismo che sosteneva la fissità delle specie viventi e ogni loro variazione fosse un intervento estraneo ai processi e alle forze del mondo e della natura.
Fine dell’Ottocento e positivismo
Fine dell’Ottocento, 25 anni, in Gran Bretagna era in piena rivoluzione industriale considerata come il modello di società più evoluta, si ottengono importanti conquiste sociali grazie alle lotte dei lavoratori in movimenti sindacali, si conquistano delle garanzie come la riduzione della giornata lavorativa.
Questi rappresentavano un progresso sociale all’interno della madrepatria, in contrasto alle politiche di sfruttamento e dominio nelle colonie che sarebbero continuate per decenni.
In questo periodo di pieno positivismo nasce la sociologia, si teorizza come possa essere possibile individuare delle leggi universali valide per tutte le popolazioni che possano portare tutti sullo stesso grado di sviluppo e progresso.
Nasce così l’antropologia dell’epoca considerata disciplina evoluzionista, ideata per legittimare e proporre una base empirica a questo tentativo di “civilizzazione” dell’Altro che porta avanti questa idea dell’altro come rappresentante di una dell’
-
Storia dell'antropologia - Appunti
-
Appunti esame di Modelli teorici dell'antropologia, libro consigliato: Storia dell'antropologia, Fabietti
-
Appunti
-
Appunti esame Antropologia culturale