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La sociologia economica

Comprende:

  • Sociologia del lavoro
  • Sociologia dell’impresa
  • Sociologia dell’organizzazione

Braudel 1977

“Il mercato è solo un legame imperfetto tra produzione e consumo, se non altro per il fatto che è un legame incompleto. Ciò che non mi convince è la sua funzione di fattore assoluto, esclusivo.”

  1. Il mercato come spiegazione incompleta
  2. Il mercato ambisce ad essere una spiegazione assoluta
  3. Da tenere in considerazione: la dimensione sociale

Definizione generale di sociologia economica

«Disciplina caratterizzata da un insieme di studi e ricerche volti ad approfondire i rapporti di interdipendenza tra fenomeni economici e sociali»

Cosa si intende per economia?

Prima definizione di economia:

«Insieme di attività stabilmente intraprese dai membri di una società per produrre, distribuire e scambiare beni e servizi»

Seconda definizione di economia:

«Insieme di attività che hanno a che fare con la scelta individuale di impiego di risorse scarse ... al fine di ottenere il massimo dai propri mezzi»

Nella prima definizione di economia l’azione economica ha un radicamento sociale, ovvero:

  • Cognitivo: l’azione economica degli individui è radicata in mappe mentali; gli agenti non sono macchine, ma sono cognitivamente complessi, hanno prospettive, lenti, filtri che influenzano la scelta;
  • Culturale: l’azione economica si svolge all’interno di valori, norme, codici e convenzioni etiche che influenzano l’azione;
  • Strutturale: gli attori sono inseriti in relazioni. Sono interdipendenti e le relazioni pesano nelle scelte;
  • Politico: gli attori sono inseriti in relazioni di potere e le risorse materiali e immateriali non sono egualmente distribuite.

Da un certo momento in poi ha prevalso la seconda definizione di economia con alcune importanti implicazioni:

  • Autoregolazione del mercato: il mercato è autoregolato quindi non risponde ad influenze esterne, è autonomo nel suo funzionamento;
  • Marginalità nel concetto di società: la società è uno sfondo, un dato, una variabile, un insieme di individui e delle loro azioni;

Imperialismo economicista: se la società è una variabile dipendente, è l’economia la sola disciplina che può spiegare il suo funzionamento.

La sociologia economica o diventa economia, con un ruolo ancillare, quindi si limita a spiegare le conseguenze delle azioni economiche o si occupa d'altro: l’economia della formazione del valore.

→ Per capire il ruolo della sociologia economica è necessario ripercorrere la storia della teoria economica:

Tornare alla scuola degli economisti classici e alla centralità che aveva il lavoro in questa corrente di pensiero e alla successiva rivoluzione ad opera della scuola marginalista.

La scuola degli economisti classici

Teoria valore-lavoro

Teoria centrale per la «scuola classica»: Teoria valore-lavoro

Il valore di una merce è la quantità di tempo di lavoro necessario per produrla.

Implicazione: per potere scambiare le due diverse merci il lavoro deve essere pensato come «non sostanziale», ma come «astratto» da ciò che produce e da come lo produce.

→ Problema: se il valore della merce è quello del tempo di lavoro per la sua produzione, in un sistema moderno, industriale e capitalistico, che prevede la formazione di un surplus (la creazione di un valore in più rispetto a quello impiegato) da un’attività produttiva, come si genera il profitto?

La coincidenza del prezzo della merce con il valore-lavoro può essere adatta a spiegare lo scambio di mercato in una società arcaica (pre-capitalista e pre-industrializzata) dove il produttore lavora in condizione di indipendenza ed è proprietario del proprio lavoro. Ma in una società capitalista e industrializzata esiste una separazione tra chi lavora e chi fornisce i mezzi per farlo. Il lavoratore non è indipendente, né è proprietario del proprio lavoro e chi fornisce i mezzi di produzione, lo fa per ricavarne un ritorno, un profitto.

Quindi perché gli investitori dovrebbero investire senza ritorni?

La spiegazione di A. Smith (1723-1790): addizione

Il prezzo della merce eccede il tempo necessario per produrla.

Prezzo della merce = ore di lavoro per la produzione + spese sostenute per materie prime e macchine + guadagno (utile netto) per il capitalista da reinvestire.

Rimane l’ancoraggio al lavoro come fonte fondamentale di valore.

La spiegazione di D. Ricardo (1772-1823): sottrazione

La competizione tra imprenditori impone di tendere al costo di produzione.

Costo di produzione = tempo di lavoro + spese fisse (costi di materie prime e macchinari).

Come si origina allora il profitto?

Nasce dalla decurtazione del salario: il lavoratore viene compensato meno del valore che produce.

La decurtazione è legittimata dal fatto che il lavoro è considerato una merce e in quanto merce vale ciò che costa produrla: il salario equivale alla riproduzione della forza lavoro.

L’utile «risparmiato» dal compenso al lavoratore è reinvestito.

L’imprenditore (capitalista) ha una necessità competitiva di reinvestire in macchinari per migliorare performance produttiva e prodotti: se non facesse così, uscirebbe dal mercato e fallirebbe.

I rentier (chi affitta a chi corre un rischio di impresa) sono i parassiti che erodono profitti, capacità di investimento, salari, crescita.

La spiegazione di C. Marx (1818-1883): sottrazione

Marx assume il nucleo teorico di Ricardo ma ne trae le conseguenze.

Legge della caduta del saggio di profitto: il profitto è il risultato della decurtazione del salario.

La competizione tra imprenditori impone di tendere a produrre a costi sempre minori (costi di produzione). Questo risultato è ottenibile attraverso l’impiego sempre più esteso di macchinari, lo sviluppo di tecnologie più efficienti e l’utilizzo in proporzione sempre minore di lavoro umano.

Di conseguenza si impiega sempre minore lavoro umano, che produce un restringimento del bacino a cui attingere per originare il profitto, che si ridurrà fino al punto di scomparire. Allora non sarà più conveniente investire e si esaurirà il sistema di produzione capitalista.

Aspetti deboli della teoria valore-lavoro

  1. I prezzi risentono del rapporto tra domanda e offerta
  2. Astrattezza del valore lavoro

Non tutte le attività lavorative hanno lo stesso valore.

Le attività lavorative mutano valore a seconda del contesto.

Allo stesso tempo la scuola classica presenta alcuni punti fermi:

  1. Assume il lavoro come fattore centrale nella produzione di ricchezza (ammesse variazioni dei prezzi dovute a domanda e offerta, ma a partire dal valore-lavoro della merce)
  2. Assume la divisione del lavoro come elemento esplicativo
  3. Crescita e sviluppo

Circolo virtuoso alla base dell’economia di mercato:

Produzione merci > Vendita e profitto > Investimento.

Soprattutto, nella scuola classica lo studio del mercato (fissare i prezzi attraverso il gioco della domanda e dell’offerta) si accompagna allo studio delle istituzioni e delle strutture sociali.

Anche per Adam Smith il mercato può funzionare solo in presenza di un quadro istituzionale appropriato:

Regole, codici, valori, processi storici, politiche finalizzate a favorire l’accumulazione del capitale, situazioni di concorrenza, anti-protezionistiche, ma anche antimonopolistiche.

«La divisione del lavoro è limitata dall’ampiezza del mercato»: l’ampiezza del mercato dipende dal volume degli investimenti; le condizioni per investire devono essere «create».

Fino a questo punto economia e sociologia come discipline non hanno due campi di studio e analisi chiaramente distinti.

Lo scambio di mercato (i prezzi derivanti dal gioco della domanda e dell’offerta, quindi autoregolati) non è considerato autonomo nel suo funzionamento dalle istituzioni sociali, ma allo stesso tempo la modernità è caratterizzata dall’affermazione dello scambio di mercato su altri tipi di scambio tipici dell’età arcaica, organizzati su principi di reciprocità e di redistribuzione (scambi amministrati attraverso codici e valori sociali).

Nel corso del XVIII e soprattutto del XIX secolo l’ordinamento politico, sociale e culturale sempre di più si limita a garantire dall’esterno diritti di proprietà e libera contrattazione e a lasciare che gli individui dipendano dalle risorse di cui dispongono su un mercato autoregolato.

L’economia come disciplina autonoma nasce nel momento in cui gli scambi di mercato sono assunti come emancipati da vincoli e controlli sociali.

In questo modo, infatti, è possibile ricercare leggi autonome e generali che spiegano il funzionamento del mercato, dei prezzi, dell’offerta e della domanda.

Sta arrivando una rivoluzione che ambisce ad imporre confini precisi tra le due discipline.

La scuola marginalista 1870-1890

I marginalisti rivoluzionano la teoria del valore.

Stanley Jevons (1835-1882), Carl Menger (1840-1921), Leon Walras (1834-1910).

Il valore passa dalla produzione al mercato.

Il valore di scambio di una merce non risiede (come per i classici) nel tempo occorso per produrla, ma nell’utilità marginale percepita da parte dell’acquirente.

Capire il senso di utilità e marginale

  1. Il lavoro per la scuola marginalista è la precondizione per l’esistenza delle merci ma non determina il loro valore, perché se qualcosa è abbondante in natura (non lavorato) non ha alcun valore anche se assolutamente indispensabile.

    Il lavoro umano quindi trasforma la natura (qualitativamente o quantitativamente), creando ciò che non si può trovare in natura o che non si può trovare in natura in abbondanza.

    Il lavoro quindi crea qualcosa di «raro/scarso» e in quanto tale «appetibile», considerato utile. L’utilità della merce sarà quindi legata alla sua rarità/scarsità.

  2. La scarsità di una merce di per sé non ne determina l’utilità. L’utilità è in parte oggettiva ma per i marginalisti è soprattutto percepita. È situazionale, cambia a seconda del tempo e del luogo.

    Perché una merce risulti utile, la sua utilità deve essere percepita soggettivamente. Siamo noi a decidere se ci interessa una merce piuttosto che un’altra a seconda di quelle che sono le nostre preferenze e le preferenze sono soggettive.

Prima proposizione: il valore di scambio di una merce è proporzionale alla sua utilità assoluta (oggettiva) e percepita (soggettiva).

Sono i singoli individui sul mercato attraverso le loro preferenze soggettive che determinano il valore della merce.

Importante: tutto ciò ha un carattere dinamico.

  1. Il valore di scambio (l’utilità) di una stessa merce non è statico ma è dinamico in funzione della sua disponibilità.

    Es. Il primo bicchiere d’acqua ad un assetato in un deserto sarà considerato da questo molto utile, il secondo anche, ma meno del primo, il terzo meno ancora fino a quando, una volta dissetato, non considererà più utile un bicchiere d’acqua.

    In altri termini col tempo, di consumo in consumo, l’utilità percepita di una merce diminuirà fino ad esaurirsi e il valore di margine in margine seguirà lo stesso destino.

Seconda proposizione: il valore di una merce tende ad essere marginale, cioè consumarsi nel tempo man mano che essa diventa un bene di fruizione sempre più comune.

I marginalisti la definiscono la legge dell’utilità marginale decrescente.

Si individua così una legge di funzionamento generale dei mercati.

→ La legge generale di autoregolazione dei mercati.

La rivoluzione è compiuta, il mercato è autonomo dalla società.

Spostando il focus dalla produzione al mercato

Il valore si forma nel mercato.

→ Implicazione: i soggetti non sono più assunti come interpreti di un ruolo in produzione (da cui derivare categorie e strutture sociali come le classi), ma come soggetti individuali, tutti ugualmente liberi e capaci di perseguire il proprio interesse individuale e di contrattare sul mercato.

L’analisi si sposta dalla dimensione collettiva al soggetto individuale.

→ Implicazione: l’unità d’analisi è l’individuo, i suoi comportamenti e le sue preferenze, non le strutture sociali e le istituzioni.

L’individuo è calcolatore, sia come consumatore che come produttore.

→ Implicazione: l’individuo è dotato di razionalità assoluta in grado di ottimizzare le scelte e perseguire la massimizzazione del risultato.

Per la scuola marginalista il problema è la ricerca dell’equilibrio generale che il mercato dovrebbe riuscire a realizzare in modo spontaneo.

Teoria dell’equilibrio generale di Walras

Walras dimostra matematicamente che:

  • In condizione di mobilità totale delle risorse non vi sono restrizioni all’accesso di risorse (acquisto e vendita), compreso il capitale e il lavoro;
  • In condizione di concorrenza perfetta esiste un gran numero di venditori e acquirenti;
  • In condizione di razionalità assoluta gli individui hanno completezza di informazioni su ciò che vogliono, come fare per ottenerlo, quali alternative hanno e sono portati a massimizzare il proprio interesse;
  1. Esiste una situazione di equilibrio di tutti i mercati in cui sono scambiate esattamente quelle quantità di beni che gli uni vogliono acquistare e gli altri vogliono vendere.
  2. Esistono prezzi compatibili con l’equilibrio generale.

Implicazioni della teoria

Dimostra l’efficienza allocativa del mercato attraverso la tensione all’equilibrio.

Ma l'equilibrio non è equità, tanto meno uguaglianza.

Bisogna fare attenzione alla dimensione teorica di astrattezza in cui si colloca (individui, imprese, consumatori, ecc…).

Implicazione per l’economia come disciplina:

  • Avviene un cambio di paradigma: spostamento dal paradigma della crescita e dello sviluppo a quello dell’equilibrio. Il focus è l’allocazione delle risorse;
  • Ora l’economia ricerca leggi universali di funzionamento basate sulla regolarità dei comportamenti individuali;
  • Avviene un processo di matematizzazione (astrazione);
  • Si basa sulla razionalità assoluta e sull’atteggiamento utilitarista (= perseguimento della massimizzazione del proprio interesse individuale).

Quindi l’economia diventa lo studio della scelta individuale e si svincola dal riferimento a variabili istituzionali.

Con la rivoluzione marginalista si impone l’idea che l’economia possa essere disciplina autonoma (le altre discipline sono orpelli, corollari, inutili) e che fornisca la spiegazione sufficiente a comprendere la realtà umana.

Nasce l’imperialismo economico.

I marginalisti stabiliscono le condizioni perché possa nascere l’economia come disciplina autonoma. Si affermano due linee di pensiero economico che si rapportano in modo differente con la sociologia.

La via analitica (nel continente)

L’economia è ricerca esatta, scienza pura, non ha bisogno del riscontro empirico, è logica razionale, produce leggi valide in astratto.

La via empirica (nel mondo anglosassone)

L’economia deve studiare l’azione economica concreta. La razionalità assoluta dell’attore può essere influenzata dalle istituzioni sociali e risultare irrazionale e l’economia deve scoprire la razionalità laddove oggi è presente irrazionalità.

È un destino segnato: è la direzione evolutiva della società, la razionalizzazione di ciò che ancora non è razionale.

Per i marginalisti può esistere una sociologia economica ma è subalterna e segregata: sta accanto e al servizio dell’economia sporca, si deve dedicare allo studio dei fatti concreti non-logici (istituzioni sociali) che influenzano la razionalità pura economica.

Inoltre è in esaurimento, esisterà fino al momento in cui arriva l’economia a spiegare razionalmente. Prima o poi basterà l’economia (per Marshall).

In entrambi i casi si tratta di forme di imperialismo economico.

Tutto ciò avviene in un clima culturale di crescente e incondizionata fiducia nella tecnica, nel progresso e nella scienza: positivismo.

La reazione della sociologia

La sociologia, alle pressioni culturali di quel periodo reagisce in due modi:

La migliore difesa è l'attacco

Viene assunto il positivismo come paradigma sociologico (Comte, Spencer…)

Alla fine assume lo strumentario epistemologico dell’economia neoclassica (che a sua volta assume quello positivista) ma in ambito sociale.

La sociologia è oltre l’economia, è lo studio dell’insieme, i fenomeni economici sono sussunti all’interno di una entità più ampia: la società.

→ Un organismo biologico con leggi generali di funzionamento da scoprire.

La migliore difesa è la fuga

Si rifiuta il positivismo e ci si ripiega su un approccio storicista:

  • Irriducibilità della complessità dell’uomo, delle sue azioni e dei processi sociali a leggi come quelle di natura.
  • Rifiuto di spiegazioni causali: non si può spiegare un fenomeno sociale con nessi causa – effetto, l’unica possibilità è la descrizione o la comprensione di un fenomeno sociale nella sua unicità.
  • Criticità: ricorso a concetti e non verificabili empiricamente.

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Scienze politiche e sociali SPS/09 Sociologia dei processi economici e del lavoro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mariiiiikaaaa.92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia del lavoro e dell'organizzazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia o del prof Rinaldini Matteo.
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