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PIRANDELLO

LA VITA

Pirandello ebbe dei rapporti difficili con il padre e da qui comincia una riflessione sulla famiglia, che diventerà un

motivo centrare all’interno della sua produzione. Il padre gestiva delle miniere di zolfo che prendeva in affitto quindi

la famiglia era una famiglia di imprenditori, e desiderava che il figlio subentrasse in futuro, ma Pirandello si riteneva

più portato per gli studi umanistici ecco perchè poi si iscrisse al liceo classico.

Lavoro pero a fianco del padre e tocco con mano cos voleva dire lavorare in miniera, Dopo gli studi liceali, frequenta

l’Università di Palermo e poi Roma alla Facoltà di Lettere dell'Università della Sapienza.

Pirandello decise di lasciare la Sicilia e gli studi di legge per dedicarsi agli studi umanistici a Roma, ma ad una certa

fu costretto a trasferitisi, perchè entra in conflitto con il professore di latino molto potente ed influente che commise

un errore grossolano nel tradurre Plauto, Pirandello lo derise ed un altro insegnante consiglio a Pirandello di

andarsene perchè non l’avrebbero fatto laureare.

Pirandello quindi trasferisce in Germania e si iscrive alla Facoltà di Lettere dell'Università di Bonn, ma poi ritorna in

Italia ed a Roma. Pirandello aveva imparato il tedesco che gli permette di leggere in lingua originale opere dei

romantici tedeschi.

Ritornato a Roma strinse amicizia con Capuana, e Pirandello inizia a scrivere poesie e cose per il teatro, qui capuana

gli consiglia di dedicarsi alla narrativa e Pirandello scrisse poi “L’esclusa”. Purtroppo di sola letteratura non si scrive,

quindi inizio a lavorare come docente nell’istituto superiore femminile a Roma dove insegnò stilistica.

Nel 1894 sposa Maria Antonietta Portulano, figlia del socio del padre, dalla quale ha tre figli: Stefano, Rosalia e

Fausto. Il matrimonio è molto complicato, la distanza culturale era così abissale che non si creò mai un rapporto di

complicità tra i due. Pirandello si attacco davvero a lei, provo una passione autentica, ma lei non si attacco mai, aveva

ricevuto una educazione molto forte. Antonietta mostro una certa instabilità psichica, intanto era ossessionata con uan

gelosia morbosa nei confronti di Pirandello accusandolo di avere relazioni con le use studentesse, lei pedinava il

marito quando usciva da casa, ma chiaramente Pirandello fu sempre rispettoso nei suoi confronti. Inoltre la notizia

dell’allagamento della miniera in cui aveva investito la sua dote s’era allagata e quindi i Pirandello non avevano più

soldi, avevano perso tutto. Questa calamità fa si che la situazione si trasformi completamente, da ricco agiati borghesi

subiscono un declassamento, appartenendo alla pericolo borghesia. Intensificò cosi la sua attività di scrittura per

cercare qualche entrata in più, persino sul capezzale di morte della moglie, lui scrisse il fu Mattia Pascal.

L’ATTIVITÀ TEATRALE

L’attività teatrale fa parte della produzione letteraria pirandelliana, egli s’interessa al teatro intorno al 1910, iniziò a

scrivere in siciliano ma dal 1915 scrisse drammi solo in italiano per coinvolgere più pubblico, e vennero raggruppati

in un unica raggruppamento “Maschere nude”.

All’inizio i drammi non vengono accolti bene, fischi, proteste accese, quando però gli spettatori incominciarono a

comprendere le novità pirandelliane, ebbene il suo successo non incontrò ostacoli: Pirandello e Goldoni sono i

teatranti più importanti della storia italiana. Le storie di Pirandello vennero rappresentati anche all’estero, un autore di

fama planetaria.

Nel frattempo vi fu la prima guerra mondiale alla quale si arruolò il figlio Stefano che dopo pochi giorni fu

prigioniero, quando Stefano tornò malato e con le conseguenze della guerra andarono a peggiorare la condizione della

moglie malata, ed ecco che Pirandello fu costretto a ricoverarla. Pirandello quindi è un intellettuale che penso che la

guerra potesse essere risolutiva per il paese, come un tassello mancante del risorgimento, ma chiaramente dopo la

prigionia di Stefano e dopo il corso della guerra egli cambiò idea.

Pirandello continua la sua attività letteraria ed i suoi drammi e spesso parte, dopo di che decise di formare una

compagnia teatrale e una struttura all’interno della quale la compagnia potesse rappresentare i drammi che Pirandello,

come capocomico, creava (non esiste ancora il termine regista, ma inizia ad affermarsi in questi tempi) Pirandello

vorrebbe unire attori buoni e prestigiosi a delle opere di qualità, ecco che fonda questo teatro a Roma. La sua musa

ispiratrice diventerà Marta Abba, un’attrice che lui incontrò, addirittura nel suo testamento di morte le lascio alcune

opere che lui aveva dedicato a lei.

Il teatro aveva bisogno di finanziamenti da parte di enti privati, e le rappresentazioni non bastavano per avere la

stabilità economica, questa necessità, secondo alcuni, spiegherebbe l’adesione di Pirandello al fascismo, che avviene

qualche mese dopo il delitto Matteotti. Altre ragioni che spiegano questa adesione è il fatto che egli vedesse nel

fascismo una sorta di vitalismo, forza ed energia che lo stimolavano, che lo intrigavano, oppure il vedere una certa

garanzia di ordine per un Italia che annaspava. Il rapporto con il Fascismo non è cristallino, ma è ambiguo, Pirandello

passo una vita a mostrare l’ipocrisia delle istituzioni, e quindi non potè rifiutare “la pupazzetta del fascismo”, ecco

che comincio a distaccarmene sempre di più ma senza prendere una decisione più distaccata.

Pirandello era noto in tutto il mondo e ricevette il premio nobel per la letteratura, quando andò a Stoccolma per

prendere il premio non tenne alcun discorso perché non voleva citare il fascismo. 2 anni più tardi si ammalò di

polmonite e morì. Pirandello aveva lasciato precise indicazioni testamentari circa il suo funerale.

IL PENSIERO PIRANDELLIANO

La formazione di Pirandello avviene all’insegna del positivismo, ma si fa portavoce anche del fallimento del

positivismo e della visione del mondo che il positivismo giustificava. Pirandello critica la pretesa della scienza di

arrivare ad una conoscenza assoluta della realtà, criticando la cultura del progresso relativamente alle sorti del

mondo. In questo cogliamo l’influsso di Schopenhauer, che mette ben in luce come la realtà non sia un elemento

oggettivo e quantificabile tale da poterne giustificare una conoscenza assoluta, la realtà è una rappresentazione e

quindi è completamente soggettiva perché legata alla percezione del soggetto. Quindi per Pirandello la realtà non può

essere conosciuta nella sua verità ultima, n’è si può dare della realtà un’interpretazione univoca. Questo colloca

Pirandello accanto a giù autori decadenti, egli infatti mette in luce nella sua produzione temi tipici come la solitudine,

l’alimentazione, il male di vivere, perdita di valori. Allo stesso tempo Pirandello va oltre il decadentismo, perché

laddove i decadenti prospettano questa unità stretta da io ed il mondo tanto da esprimere la funzione panica, per

Pirandello invece tra l’io ed il mondo c’è una distanza abissale. L’Io se ne sente escluso, senza contare che Pirandello

critica l’idea di un io unitario, perché egli disgrega l’io con il concetto di identità.

Per Pirandello tutto è vita, e la vita è un flusso costante inarrestabile, paragonabile ad un magma vulcanico oppure un

fiume che non si ferma mai: la vita è caratterizzata da un perpetuo movimento che comporta una trasformazione

incessante da uno stadio all’altro, nulla resta uguale. In questa concezione cogliamo invece la presenza Bergson. Per

Bergson ci sono il tempo della scienza quantificabile dal tempo della vita che è interiorizzato, il tempo della

coscienza. Il tempo della vita è da intendersi come durata, non dei momenti separati e distinti tra loro, mentre la

durata è un divenire costante in cui il presidente si intreccia alla memoria del passato ed all’anticipazione del futuro.

Secondo Bergson la scienza non può conoscere l’essenza intima della vita, ma essa può essere raggiunta con

l’intuizione. Inoltre per Bergosn alla base della vita c’è uno slancio vitale, la vita dunque è determinata da un

vitalismo che si traduce in un flusso continuo e costante che comporta delle esistenze individuali sempre diverse

perchè le trasforma continuamente.

Quindi tutto ciò che fa parte del mondo è immerso nel flusso, quindi anche l’uomo ne è trasportato. L’essere umano

cerca di analizzare il flusso, di capirne le ragioni, di fissarlo in un sistema, e così facendo l’essere umano pero blocca

il flusso perchè pone delle forme ma non lo comprenderà mai perchè di alcune cose l’essere umano può cogliere solo

le forme, che vengono però modificate dal flusso stesso.

Le forme sono delle cristallizzazioni del flusso, la morte del flusso perchè se la vita è un flusso, la forma che blocca il

flusso è la morte del flusso stesso; quindi al centro del pensiero di Pirandello c’è questa prima dicotomia tra la vita

che è flusso e la forma che è cristallizzazione del flusso.

L’individuo quindi si da delle forme, tra queste forme la più importante è l’identità e la personalità, ma la personalità

è un illusione, essa deriva dal sentimento soggettivo del mondo e questa percezione soggettiva del mondo getta

introno a noi un tono di luce che lascia al buio il resto del mondo. Anche la società però ci impone delle forme, quindi

noi abbiamo tante forme quante sono le persone con cui entriamo in relazione per cui ognuna di queste persona avrà

di noi un’idea di noi precisa che non corrisponde all’idea che abbiamo di noi stessi: laddove mi ritengo uno, scopro di

essere centomila, ma in realtà non sono nessuno. Quando l’individuo scopre una cosa del genere, l’individuo si sente

perso, ed in una situazione di solitudine. Queste forme sono delle maschere, quindi sono i ruoli che noi ricopriamo

nella nostra vita e che dipendono dalle convenzioni sociali, dalla cultura, dal nostro ruolo in società: ognuno di noi

indossa una o più maschere con le quali recita “la pupazzata della vita”, diventando così personaggi.

Allora alla dicotomia tra vita e forma, si aggiunge la dicotomia tra forma e personaggio: se noi recitiamo per tutta la

vita, non siamo mai autentici, per cui la nostra vita è all’insegna dell’artificio.

In questo nostro recitare c’è anche lo stimolo colturale di Binet, autore di un saggio “le alterazioni della personalità”,

secondo lui in ognuno di noi convivono più persone che alla fine possono erompere impressionatamente e

simultaneamente. Quindi quando Pirandello dice che noi siamo centomila, sicuramente pensa anche a Binet.

Pirandello registra una considerazione che a livello culturale è condivisa, ci troviamo in un periodo storico in cui si

affermano le tendenze spersonalizzanti (città come metropoli dove i cittadini si sentono soli, le macchine che

spingono gli uomini alla stessa lavorazione= eventi che spingono l’individuo a considerarsi un’automa).

E’ possibile vivere una vita autentica? Pirandello è pessimista a riguardo, ma sottolinea alcuni momenti in cui avviene

l’epifania (un’illuminazione fulminea) e siamo autentici: la follia, il sogno e l’immaginazione. E’ in questi momenti

che l’uomo dsi rende conto dell’inautenticità della vita, ecco che Pirandello conia il termine “forestiere della vita”,

quando l’uomo vede la vita dall’alto, in uno sguardo a metà tra derisione e pietà verso i suoi co

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martina.barbu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Calabria o del prof Martino Guglielmo.
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