P c p l s d l
La narratività è l’esigenza continua di narrare. Raccontarci storie su noi stessi e sugli altri è la maniera più naturale con cui gli uomini organizzano le loro esperienze e conoscenze. La narrazione ci serve per poterci spiegare il mondo intorno a noi; noi ci raccontiamo attraverso un punto di vista.
Ciò che ci succede, che sarebbe privo di significato, viene strutturato attraverso la narrazione, ciò che facciamo ogni giorno, riorganizzando ciò che ci succede e cercando spiegazioni. Costantemente raccontiamo, è una tendenza tipica dell’uomo; più che di Homo Sapiens, si può parlare infatti di Homo Narrator.
Le culture spesso si servono di narrazioni. Alla base della narratività c’è un atto narrativo, un modo di mettersi in cornice, che sia individuale o culturale. Bruner parla della narratività, da non dobbiamo confondere con la narrazione.
Il sociolinguista americano Labov individua aspetti comuni della narrativa letteraria e quella naturale, cioè delle fasi che noi stessi attiviamo quando raccontiamo:
- Orientamento: dove vengono presentati ambiente e personaggi;
- Prologo: anticipa il succo della storia (es. “adesso ti racconto ciò che è successo”);
- Azione complicante: azione propriamente narrativa, si narra qualcosa quando uno stato di quiete viene temporaneamente interrotto (deve succedere qualcosa che increspa l’ordine per esserci la narrazione);
A r o l e h i a v e e r o t u d i o e l fi l a e t t e r a t u r a
- Valutazione: commento del racconto e giustificazione del racconto stesso (come nei romanzi vittoriani o i romanzi del ‘700, dove viene spiegato il motivo per cui ci serve quel racconto);
- Risoluzione: è la fine dell’avventura narrata, dove finiamo il nostro racconto.
In alcuni casi c’è la coda, che è qualcosa che va oltre la fine, ci spiega la vita dei personaggi dopo il racconto (come in Hard Times).
Questi elementi non devono esserci necessariamente tutti, ma sono i punti comuni della narrativa letteraria e naturale.
D t i b e n
L’autobiografia è un genere letterario. Secondo Lejeune (letterario francese) esiste un patto autobiografico tra il lettore e chi scrive. Se leggo un’autobiografia, io lettore sono convinto che ciò che c’è scritto sia vero, sono sicuro che quella sia la verità.
Il patto autobiografico è un patto implicito che l’autore stringe col lettore: il lettore decide di fidarsi. Esiste anche il patto narrativo, che si stringe con l’autore di fiction. La narrazione è finzione, ma se il libro cattura la mia attenzione, io sospendo la mia incredulità (suspension of disbelief).
Sono consapevole che ciò che mi viene raccontato non è vero, ma accetto di entrare in un mondo immaginario attraverso l’incipit, per godermi il libro sospendendo l’incredulità.
Fi i f fi f e r e n z a fi fi fi r fi a fi m fi p a t t o i o g r a fi f i c o a r fi fi r a t i v o
C’è differenza tra autobiografia e romanzo autobiografico (per esempio “Il ritratto di Dorian Gray”). Non possiamo parlare di autobiografia, ma sono presenti dei tratti autobiografici: mi ispiro alla mia vita, ma sempre parlando di finzione.
I g l
I generi letterari sono delle categorie retoriche mediante le quali si classificano le opere, in base a caratteristiche di contenuto e di forma. Il genere epico, che ormai non esiste più, è molto coerente, poiché vengono raccontate le gesta in versi, quindi crea una relazione stretta tra un particolare contenuto e una particolare forma. “Genere” quindi ha una relazione molto stretta tra forma e contenuto.
Il romanzo è un genere molto elastico a differenza degli altri. Il genere può avere una normativa interna forte, quindi ha delle regole che rispetta in modo rigido e coerente. Questi, però, sono i generi che tendenzialmente scompaiono (come l’epica).
Ci sono altri generi che sono molto elastici e si trasformano in base al contesto storico, come il romanzo, che è molto variabile; ha una normativa debole ma ciò lo aiuta a sopravvivere, si adatta. Il critico russo Bachtin esalta il romanzo come unico genere letterario in divenire.
Altro concetto in evidenza è quello di canone, che potremmo definire “tradizione”. Il canone letterario è l’insieme delle opere letterarie in cui una cultura si riconosce. È l’eredità culturale condivisa (es. Dante, Manzoni; canone occidentale che unisce Europa e America: Kafka).
E n e r i e fi t t fi t e r a r i fi fi fi fi fi
Ci riconosciamo in quelle opere; anche se non tutti l’hanno letto si sa di cosa parla. Prima si riteneva fosse una cosa “naturale”: si entrava nel canone perché magari si era un grande artista. Il canone, in realtà, non è naturale, ma si stabilisce dagli organi che fanno la cultura, da particolari gruppi come gli studiosi.
I m d n : i e f
- Incipit: attira il lettore e dà le coordinate del mondo descritto. Può essere un’introduzione che presenta il personaggio, o in media res (cioè fa iniziare la storia direttamente nel mezzo dell’azione —> Hard Times).
- Explicit: dà un senso alla narrazione. La fine può essere aperta, chiusa o prevedere una coda.
T l v t s
- Testi leggibili: sono tendenzialmente romanzi ottocenteschi, realistici, lingua familiare. L’autore guida il lettore attraverso il narratore, che normalmente è onnisciente o in prima persona; si rivolge a qualcuno che usa i suoi stessi codici (es. Dickens). Il lettore rimane passivo e ascolta ciò che gli viene detto.
- Testi scrivibili: ambigui, ci sono molti spazi bianchi da riempire (gaps and blanks). Il lettore è più attivo, poiché deve introdursi nel testo e interpretare i silenzi. Ci sono diverse interpretazioni, quindi spesso questi romanzi finiscono senza una chiusura.
L e s t i o n e d g o g i b e i l l il a fi s a r e s r t a i z i o c n r e i v i b n i l i z i i o fi i n e
La caratteristica della narrativa del 900 è iniziare in modo in cui non si sa di cosa si stia parlando, e finire con punti interrogativi o puntini sospensivi: completamente opposta a quella dell’800. L’800 è una civiltà molto ottimista, che crede nel progresso dell’umanità e nella possibilità di insegnare (anche attraverso il romanzo).
C’è una visione del mondo univoca e viene trasmessa al lettore. Nel 900 non c’è un solo mondo interpretato da tutti allo stesso modo, perciò cade la figura del narratore onnisciente che sa tutto e racconta tutto, essendo una figura unitaria; nel momento in cui la realtà si dimostra frammentata, non può esistere una sola persona che racconta la storia.
La realtà diventa un concetto dibattuto: il problema diventa “esiste la realtà? e se esiste come si comunica?”. Iniziano modi di narrazione individuali: entrano in ballo, così, i narratori inattendibili, che sono coloro che raccontano la storia in prima persona, ma hanno qualche difetto, per cui non si può dare fiducia.
Ci sono poi sistemi di immersione nella mente del personaggio, come lo Stream of Consciousness (flusso di coscienza) e il monologo interiore.
Esempio: “The Sisters” di Joyce. Il personaggio è un ragazzino di cui non conosciamo né il nome né l’età, e noi vediamo tutto attraverso i suoi occhi. È il suo punto di vista, noi ovviamente non ci fidiamo. Il ragazzino si trova in una situazione complessa: muore il sacerdote che lo aiutava a studiare, e ci sono una serie di complicazioni che il bambino non coglie ma noi sì, come il fatto che il sacerdote forse era un pedofilo. Resta, quindi, un narratore inattendibile.
Fi fi fi fi fi fl fi
Se il racconto proviene da una persona noi non ci fidiamo, poiché non possiamo saperlo. Nella lettura si procede per ipotesi, che possono essere confermate o disconfermate, ma così si hanno i testi scrivibili.
A Portrait of the Artist as a Young Man - Joyce
È un romanzo autobiografico, di finzione, si stringe un patto narrativo. La particolarità è che nel titolo c’è “A” al posto di “The”, come se ci fossero più possibilità; inoltre, i titoli modernisti c’entrano sempre poco con ciò che raccontano.
Inizia “once upon a time”, come una fiaba. “Nicens”, “moocow”, sono parole che non esistono, ma vengono dette dal bambino. “Baby tuckoo” è il suo nomignolo. “O, the little wothe botheth” è la canzone pronunciata dal bambino a parole sue.
Siamo nella testa di un bambino di più o meno 3 anni, ha preso proprio il linguaggio e il punto di vista del bambino (through a glass: gli occhiali; he had a hairy face: la barba). Abbiamo intertestualità: ci sono versi di una canzone nel romanzo (Joyce e i modernisti lo fanno spesso).
Fi fi fi fi
The Sisters - Joyce
La storia parla di un bambino che cresce con gli zii, non sappiamo niente di lui, nemmeno il nome. Ci troviamo con lui il giorno della morte del sacerdote, e si creano intorno alla figura del sacerdote una serie di supposizioni che non vengono chiarite nemmeno alla fine del testo. Qualcuno dice che fosse un pedofilo, qualcuno diceva fosse un buon uomo, ma noi non sapremo mai la verità: il racconto finisce con tre puntini sospensivi.
The Garden. Party - Mansfield
Katherine Mansfield è una scrittrice, che scrive solo racconti ed è molto meno sperimentale di Woolf e Joyce.
La situazione racconta che c’è una famiglia ricca che sta organizzando una festa, e la figlia adolescente Laura è molto presa dall’organizzazione. Vengono poi a sapere che poco lontano, dove ci sono case di operai, un operaio muore a causa di un incidente sul lavoro. La ragazzina vuole interrompere la festa, ma la madre insiste nel farla ugualmente.
Fi fi fi fi fi fi
Tipico del racconto modernista: noi vediamo il prima e il dopo della festa, ma la festa vera e propria non ci viene mostrata.
La bambina viene mandata dalla madre alla casa del defunto con i resti di cibo e dolci della festa, però si impressiona vedendo il morto e esce di lì un po’ traumatizzata. Alla fine del racconto vediamo il fratello, che è l’unico membro della famiglia che assomiglia, a livello di mentalità, a Laura (il suo nome è Laurie), che le va incontro.
È la prima volta che vedono la morte, che in qualche modo li tocca. Ci aspettiamo che abbiano un’epifania —> un momento improvviso che rivela un significato profondo, facendo capire meglio la realtà. Noi, però, non abbiamo idea di cosa abbia tratto Laura dalla visione della morte, perché non ci viene spiegato cosa provano realmente i ragazzini.
B s d r i
Il romanzo realistico inglese si chiama “novel”, deriva dall’italiano novella e pone l’accento sul fatto che questo genere sia una novità, e come vedremo racconta soprattutto cose nuove. Fino a questo momento le storie originali non esistevano, invece qui la caratteristica fondamentale diventa la storia originale.
Questa è una forma a bassa normatività interna, quindi più adattabile. È un genere che vuole riprodurre la realtà, muta facilmente di forma. Ha molti sottogeneri, quindi non si presenta in un solo modo, ma con molte varianti.
Abbiamo il romanzo storico (es. Manzoni, che racconta un fatto storico inserendo personaggi fittizi); il romanzo epistolare (romanzo formato dalle lettere dei personaggi); il romanzo gotico (lo definiremmo oggi dell’orrore, con situazioni sovrannaturali); il romanzo picaresco (romanzo che ha origine spagnola, che viene ripreso anche nell’800 inglese, normalmente ha un bambino che si mischia in avventure sbagliate); romanzo di formazione (Bildungsroman).
C’è una differenza tra ciò che chiamiamo “romanzo fantastico” e “romanzo realistico”. In inglese si usano due parole diverse: “romance” e “novel”. Questa differenza la fa il drammaturgo William Congreve nella prefazione a “Incognita” (opera teatrale).
Il romanzo nasce nel 700, ma ci sono varie opere che l’hanno “anticipato”, e sono considerate “antecedenti” del romanzo:
- Pilgrim’s Progress - Bunyan: opera in prosa del 1678, ed è un’allegoria religiosa. Racconta allegoricamente il cammino del pellegrino verso la salvezza.
R e v e t o r i a e l o m a n z o n g l e fi s fi e
I personaggi che lui incontra sono descritti con grande realismo, nonostante l’allegoria e la natura religiosa viene definito un antecedente del romanzo.
- Oroonoko - Aphra Benn: Benn è importante nella letteratura inglese, essendo la prima donna che si guadagna da vivere scrivendo. È la storia di un principe orientale che diventa schiavo. Lei nella prefazione ci assicura che ciò che racconta è tutto vero, che sono fatti realmente accaduti e ciò è un motivo per apprezzare il suo racconto. Un narratore che ha visto tutti i fatti e lo racconta è attendibile, noi ci fidiamo che sia vero.
Il romanzo nasce nel 700 con l’ascesa della borghesia. Il critico Gardini ci dice che il romanzo moderno nasce quando il protagonista smette di essere un tipo/un eroe, e inizia ad essere un individuo. L’individuo è se stesso, non possono esserci due uguali, ed è più complesso. Nasce quando l’individuo viene descritto, ha una sua ideologia e dei suoi desideri e si batte per quelli.
Il romanzo inizialmente ha un alto numero di lettori, perché le persone studiavano di più ed erano in grado di leggere, e il prezzo dei libri cala, poiché si crea un sistema di biblioteche che prestavano libri a pochissimi soldi. Prima la gente guadagnava poco e i libri erano costosissimi, quindi grazie alle biblioteche i libri diventano alla portata di tutti.
I libri vengono letti soprattutto dalle signore e le loro cameriere, perché in questo momento la condizione della vita familiare diventa più semplice: alcune cose che si dovevano fare in casa, come il pane, si iniziano a fare fuori casa (ci sono i panettieri), quindi le donne hanno più tempo e possono leggere.
Fi fi
Chiunque era in grado di leggere il romanzo, anche senza una particolare cultura (a differenza per esempio della poesia), quindi il romanzo poteva essere letto e scritto anche da persone non troppo istruite.
Il primo romanzo è Robison Crusoe di Daniel Defoe (1719). Defoe è un uomo dalle mille attività: commerciante, giornalista ecc., e decide di fare anche lo scrittore: pubblica una serie di romanzi vasti. Il primo è appunto Robinson Crusoe, che è stato considerato lo specchio del capitalismo borghese e dell’idea del borghese che cresce e si occupa di migliorare la sua condizione.
Robinson viene definito “Homo oeconomicus”, cioè un uomo capitalista il cui principale interesse è il proprio profitto, definito anche da ciò che possiede. La storia di Robinson era una storia inventata, che però faceva riferimento ad una storia realmente accaduta qualche anno prima di un marinaio di nome Alexander Selkirk, il quale era naufragato e si era trattenuto su un’isola deserta.
Robinson utilizza una scrittura enumerativa: le descrizioni che prima non esistevano, ora sono estremamente precise (anche a base di numeri), ed è ciò che fa il realismo. Anche in questo caso c’è una prefazione che ci dice che cosa vuole fare il libro, cioè che il libro vuole insegnare e dilettare agli altri con quest’esempio, e onora la divina provvidenza.
Altri romanzi scritti da Defoe sono: “Moll Flanders”, storia di una prostituta e ladra dove c’è un’idea di redenzione; “Roxana, the Fortunate Mistress”. Ciò su cui insiste Bertinetti è che queste sono donne che “si creano da sole”, e non vogliono appartenere a nessuno.
Fi fi fi
Non esiste ancora la psicologia del personaggio, che inizia con Richardson. Non sono personaggi che mutano/si evolvono, non c’è approfondimento psicologico, però inizia l’idea di raccontare la vita di qualcuno (schema che ricorda l’autobiografia).
Robinson Crusoe ha una prefazione dove vengono messi a punto dei principi che influenzeranno il romanzo fino alla fine dell’800. Tutto ciò che Robinson fa è per migliorare la sua condizione economica. È un prototipo di coloro che costruiscono la civiltà; a quell’epoca c’era un’idea coloniale, cioè si andava in altri posti e si creava una civiltà che fosse simile a quella della madre patria.
Il romanzo ha un contenuto tutto vero, si insiste sul fatto che non ci sia finzione. Nell’800 il romanzo ci insegna, nel 900 l’autore non ci dà più messaggi sicuri: non è etico ma estetico, non deve insegnarci nulla ma deve essere esteticamente perfetto.
Il romanzo sta appena nascendo quindi in questa fase è un genere poco omogeneo: se guardiamo il romanzo vittoriano, abbiamo l’idea di stare dentro un modo di scrivere che riconosciamo, utilizza particolari stilemi che sono uguali/molto simili per ogni romanzo vittoriano. Nel 700 non è
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