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Antropologia filosofica

14/04 → lezione 1

Il discorso prende avvio da un aforisma di Hegel rinvenuto nei suoi diari privati, non destinato alla pubblicazione, che introduce due diverse concezioni dell'essere umano e del suo rapporto con il mondo. L'aforisma recita: “La lettura del giornale la mattina è una sorta di religiosa preghiera. Ci orienta il proprio essere umano nei confronti del mondo e di Dio, oppure secondo ciò che il mondo… l'uno e l'altro danno di sicurezza. Di sicurezza di sapere come l'uomo sta dentro il mondo.”

Questo aforisma ci introduce al concetto di sacro, inteso come ciò che è indiscusso e dato per scontato in una comunità o per un individuo. Non necessariamente legato a una divinità, il sacro rappresenta ciò che fornisce stabilità e orientamento all'esistenza umana. Ad esempio, nella società moderna il denaro è sacro, poiché tutto passa attraverso lo scambio economico. Nel Medioevo, invece, il sacro era Dio, creatore e signore della terra.

Il benessere o il disagio di un individuo nel mondo dipendono dalla sua relazione con questo “sacro”. Una relazione positiva porta soddisfazione, mentre una negativa genera disagio. Questa relazione può essere di due tipi: verticale o orizzontale, che corrispondono a due epoche e a due “tipi umani” diversi.

L'uomo medievale: la verticalità e la trascendenza

Tra la fine dell'antichità e l'inizio dell'età moderna, l'essere umano si orienta “guardando in alto”. La sua bussola è la verticalità, che trova espressione in Dio e nelle cattedrali gotiche, slanciate verso il cielo. Il senso dell'esistenza umana è concepito come proveniente “da sopra”.

In questo contesto, la preghiera diventa l'unico modo per relazionarsi con ciò che sta al di sopra. Essendo il linguaggio verbale una dimensione orizzontale, adatta a comunicare tra esseri umani, con il divino si comunica attraverso un rituale ripetitivo che non prevede una risposta immediata o un dialogo paritetico. L'episodio biblico di Mosè sul Monte Sinai illustra bene questo concetto: Mosè invoca Dio, ma Dio risponde attraverso segni, un roveto che brucia, l'atto di spezzare un bastone, non con un linguaggio uguale a quello umano.

La posizione eretta dell'essere umano, infatti, lo porta a riconoscere gli altri uomini come interlocutori, non la terra, gli animali o gli spiriti, con cui si stabiliscono relazioni diverse. La direzione dello sguardo determina la natura della relazione: la verticalità è per il divino, l'orizzontalità per gli altri uomini.

In sintesi, nel Medioevo, la relazione tra l'essere umano e il senso della vita è verticale, caratterizzata dalla trascendenza: l'individuo si relaziona con un qualcosa che va oltre il sé e il mondo, cercando il significato della propria esistenza in una dimensione superiore.

L'uomo moderno: l'orizzontalità e l'immanenza

Nel mondo moderno, la sicurezza e l'orientamento provengono da un'altra azione: la lettura del giornale, come suggerisce l'aforisma hegeliano. Questa metafora, pur non essendo da prendere alla lettera, indica un cambio di prospettiva. Il giornale quotidiano, introdotto agli inizi dell'Ottocento, sostituisce la preghiera nel connettere l'individuo con ciò che è rilevante, rappresentando gli eventi che accadono quotidianamente intorno a lui: una dimensione orizzontale.

Un esempio lampante si trova nel “Mercante di Venezia” di Shakespeare. Il mercante Antonio, preoccupato per le sue navi disperse in Oriente, cerca informazioni sulle calamità o le fortune che possono averle colpite. Non guarda verso l'alto per un segnale divino, ma si informa presso il porto, i mercanti, le notizie che circolano. Il senso della sua esistenza è dato dall'andamento della vita economica, dai rapporti con altri uomini, dalla circolazione del denaro e dal comportamento della comunità politica. Tutti fattori “orizzontali”, presenti nella sua vita quotidiana.

L'esistenza moderna tende quindi all'immanenza: l'individuo deriva il proprio senso dai rapporti con le altre cose, con la natura e con gli altri esseri umani, rimanendo “qui” e non cercando risposte oltre il mondo.

Antropologia filosofica vs. antropologia culturale

È fondamentale distinguere l'antropologia filosofica dall'antropologia culturale.

L'antropologia culturale è una disciplina empirica che studia fenomeni specifici e concreti, osservabili nell'esperienza. Analizza gruppi o individui umani in situazioni specifiche, i loro comportamenti, le loro pratiche culturali, come ad esempio le gang giovanili o la costruzione di canoe in Papua Nuova Guinea, cercando di comprendere il significato che tali attività assumono per le comunità.

L'antropologia filosofica, invece, studia gli esseri umani in generale dal punto di vista delle loro produzioni intellettuali, ideali, artistiche, religiose ed economiche. Si concentra sulle idee e sulla storia di queste concezioni. Ad esempio, studierà il comportamento morale, intellettuale e politico in Cina antica, etica, politica, scienza, o il comportamento religioso e sociale in India. Non si occupa delle manifestazioni concrete, ma dell'interpretazione delle idee che l'uomo ha di sé, della natura, degli altri uomini e, eventualmente, di Dio.

L'antropologia culturale, pur non essendo il focus, fornisce strumenti e dati per l'interpretazione filosofica.

L'articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani

Il percorso di analisi di questi “tipi umani” ci conduce all'articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite del 1948: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Questa affermazione, che oggi potrebbe sembrare scontata, è in realtà il frutto di millenni di evoluzione del pensiero e rappresenta un ideale ancora non pienamente realizzato in molte parti del mondo.

Per secoli, la schiavitù e altre forme di disuguaglianza erano considerate normali. L'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, avvenuta nel 1863, è relativamente recente. Già nel 1666, a Philadelphia, la “Philadelphia Society”, composta da immigrati tedeschi, aveva elaborato una dichiarazione di uguaglianza tra neri e bianchi, mostrando come l'idea di uguaglianza abbia avuto radici storiche complesse e non lineari.

L'articolo divide “dignità” e “diritti”. La dignità ha un rapporto etico, precede e fonda il diritto, che è un rapporto giuridico. L'etica fornisce le basi per il diritto, che poi si autonomizza con la legislazione. È importante sottolineare che la “totale uguaglianza in dignità e diritti” è un ideale ancora in costruzione, poiché esistono ancora privilegi e limitazioni di movimento o permanenza in paesi diversi dalla propria nazione d'origine.

Questa affermazione è un punto d'arrivo dell'antropologia filosofica, un obiettivo verso cui si è giunti attraverso un lungo e faticoso processo storico e culturale. È un risultato che il Medioevo non avrebbe mai potuto concepire e che, pur idealmente presente, necessita ancora di essere pienamente acquisito nella pratica.

La relazione tra diritto ed etica è complessa e dinamica. A volte è l'etica a precedere e ispirare il diritto, altre volte il diritto può anticipare o incentivare cambiamenti etici. L'esempio della riforma del diritto di famiglia negli anni Settanta, che abolì la potestà maritale e il delitto d'onore, mostra come il diritto possa imporre un nuovo assetto etico in anticipo rispetto a una piena accettazione sociale diffusa. Sebbene il “delitto d'onore” fosse ancora, in alcune aree, socialmente tollerato o giustificato, il diritto ha agito per abolirlo, spingendo verso un'evoluzione etica.

In conclusione, l'idea che tutti gli esseri umani nascano liberi ed eguali è un ideale costante, spesso anticipato da minoranze illuminate, che la cultura e l'educazione devono continuare a sostenere e promuovere per il progresso della civilizzazione.

15/04 → seconda lezione

Hegel morì giovane, improvvisamente e a causa del colera. La sua morte colse tutti di sorpresa: godeva infatti di buona salute e l’epidemia non era ancora considerata così grave. Per questo motivo non lasciò i suoi scritti ordinati o preparati per la pubblicazione. Tutto il materiale rimase sparso sulla sua scrivania, senza alcuna sistemazione definitiva.

Dopo la sua morte, i suoi allievi e amici — definiti nelle prime edizioni delle opere come Freunde (“amici”) — raccolsero quei materiali e li pubblicarono. La prima edizione delle lezioni, comprese quelle sulla filosofia della storia, fu infatti curata da loro. Si trattava però di una raccolta piuttosto eterogenea: gli editori misero insieme tutto ciò che riguardava la filosofia della storia senza seguire un vero criterio filologico o sistematico.

Non si limitarono inoltre ai manoscritti di Hegel, ma aggiunsero anche appunti presi dagli uditori delle sue lezioni. All’epoca, infatti, gli studenti universitari venivano spesso chiamati “uditori”, poiché frequentavano i corsi senza sostenere esami e alle lezioni partecipavano anche adulti già inseriti nel mondo del lavoro. A Berlino, nelle prime file delle lezioni di Hegel, sedevano spesso funzionari dello Stato, militari e membri dell’amministrazione religiosa o teologica, interessati ai temi di attualità, storia e logica trattati dal filosofo.

Gli studenti più giovani prendevano accuratamente appunti, e tra loro vi erano figure destinate a diventare molto importanti nella filosofia europea, come Ludwig Feuerbach, Arthur Schopenhauer, David Friedrich Strauss e Søren Kierkegaard.

La raccolta completa delle lezioni sulla filosofia della storia pubblicata dagli amici è stata tradotta in italiano dalla casa editrice Nuova Italia Editrice in quattro volumi. Tuttavia, non è questa l’edizione generalmente utilizzata nei corsi universitari, poiché risulterebbe troppo ampia e dispersiva.

L’edizione scelta più frequentemente è invece quella curata dal figlio di Hegel, Karl Hegel. Karl Hegel selezionò soprattutto gli appunti di un singolo uditore, costruendo un testo più coerente e lineare. Non inserì tutto il materiale disponibile, ma soltanto ciò che seguiva il filo argomentativo delle lezioni del padre. Il risultato è un testo che non coincide perfettamente con una trascrizione letterale, ma che restituisce con grande fedeltà il tono e il modo in cui Hegel parlava durante le lezioni. Si tratta quasi di un resoconto stenografico.

La traduzione italiana utilizzata oggi è opera di Livio Sichirollo e Giovanni Bonacina. Questo lavoro nacque all’interno di un progetto editoriale promosso da Laterza negli anni Novanta, con l’obiettivo di rendere il linguaggio di Hegel più accessibile al lettore contemporaneo. I traduttori cercarono quindi di trasformare il dettato hegeliano in un italiano più scorrevole e comprensibile, anche a costo di interpretare talvolta il testo originale.

Va comunque ricordato che le lezioni di Hegel erano già, di per sé, più chiare rispetto alle sue opere teoriche. Per rendersene conto basta confrontare queste lezioni con Fenomenologia dello Spirito: il linguaggio della Fenomenologia risulta molto più complesso e difficile rispetto alla chiarezza espositiva delle lezioni universitarie.

La storia secondo Hegel

Nell’indice delle lezioni hegeliane compare una suddivisione della storia in quattro grandi momenti: il mondo orientale, il mondo greco, il mondo romano e il mondo moderno. Quest’ultimo viene definito da Hegel “mondo germanico” (die germanische Welt). Oggi il termine potrebbe far pensare a un significato nazionalistico legato alla Germania moderna, ma per Hegel non era così.

L’aggettivo “germanico” deriva dal latino e richiama i Germani descritti da Tacito. Secondo Hegel, l’Europa moderna nasce dall’incontro tra l’Impero Romano e le popolazioni germaniche che migrarono nel continente durante i secoli delle cosiddette “invasioni barbariche”. Tuttavia, nel mondo culturale nord-europeo, questi eventi vengono spesso indicati con il termine tedesco Völkerwanderung, cioè “migrazione dei popoli”, espressione che sottolinea il carattere migratorio piuttosto che distruttivo del fenomeno.

Dall’incontro tra la civiltà romana e i popoli germanici nacque una nuova civiltà europea. L’esempio dell’Inghilterra è particolarmente significativo. Lo Stato britannico moderno comprende inglesi, gallesi, scozzesi e irlandesi, ma gli inglesi stessi derivano storicamente dagli Angli e dai Sassoni, popolazioni germaniche giunte nelle isole britanniche tra il V e il VI secolo.

Successivamente arrivarono anche i Normanni, discendenti dei Vichinghi stabilitisi in Normandia. Nel 1066 Guglielmo il Conquistatore conquistò l’Inghilterra dopo la battaglia di Hastings. Non era propriamente inglese: aveva origini nordiche e cultura francese. Dopo di lui si susseguirono dinastie di diversa provenienza — i Plantageneti francesi, i Tudor gallesi, gli Stuart scozzesi, Guglielmo III d'Orange di origine olandese e infine Giorgio I di Hannover, tedesco.

La storia europea mostra dunque come l’identità moderna sia nata da continue mescolanze di popoli, lingue e culture. Per Hegel, il “mondo germanico” non indicava quindi una superiorità etnica o nazionale, ma il carattere dinamico e composito della civiltà europea moderna. In questo senso, “germanico” diventa quasi sinonimo di “moderno” ed “europeo”.

Abbiamo appena detto che il percorso della storia, secondo Hegel, descrive uno sviluppo progressivo della libertà umana, sia individuale sia collettiva. Questo sviluppo riguarda uomini e donne, anche se, storicamente, la libertà è stata riconosciuta inizialmente solo a pochi.

In estrema sintesi, il percorso storico delineato da Hegel è il seguente: il mondo orientale rappresenta il grado minimo della libertà. Non significa che la libertà sia completamente assente, ma che è presente in una forma molto limitata rispetto al mondo greco o moderno.

Per spiegare questa condizione, Hegel utilizza un esempio volutamente paradossale: quello dell’imperatore della Cina. Secondo questa immagine, l’unico veramente libero sarebbe l’imperatore, mentre tutti gli altri sarebbero sudditi. Non sono schiavi, ma nemmeno cittadini nel senso moderno del termine. La differenza fondamentale è che le leggi derivano direttamente dalla volontà del sovrano e non esiste un principio che limiti il suo potere.

In questo tipo di organizzazione politica, la volontà del sovrano non è sottoposta alle leggi che egli stesso emana. Per Hegel, questa è la caratteristica dello “stato non di diritto”. La modernità introdurrà invece il principio opposto: le leggi devono valere per tutti, compresi coloro che le producono. Nasce così lo stato di diritto.

Ci si potrebbe allora chiedere perché Hegel faccia iniziare la storia dalla Cina e dai grandi imperi orientali, dal momento che gli esseri umani esistevano già da millenni. La risposta è che Hegel non considera decisiva la semplice esistenza biologica dell’uomo, ma la comparsa dello Stato e dell’organizzazione politica.

Le società preistoriche del Paleolitico, risalenti a migliaia di anni prima di Cristo, erano composte da piccoli gruppi umani nomadi o seminomadi, generalmente di poche decine di persone. Vivevano di caccia, pesca e raccolta e non conoscevano l’accumulazione delle risorse. Non esistevano riserve di cibo, né strumenti per conservarlo: il nutrimento doveva essere continuamente procurato.

Le energie della comunità erano interamente dedicate alla sopravvivenza e all’allevamento dei figli. Mancavano una vera organizzazione statale, una divisione stabile del lavoro e un sistema giuridico. Anche il tempo veniva vissuto in modo molto diverso rispetto alle civiltà successive: non esisteva una scansione rigida delle giornate, ma soltanto l’alternanza tra attività e riposo.

Secondo Hegel, la vera storia umana comincia solo con la nascita delle prime civiltà statali del Neolitico, tra il 3000 e il 1500 avanti Cristo. Con i grandi imperi orientali — come la Cina, l’India e l’Egitto — nascono infatti società organizzate, gerarchiche e fondate su leggi comuni.

La Cina interessa particolarmente a Hegel perché rappresenta un esempio di grande Stato organizzato. In queste società compaiono leggi scritte, una burocrazia incaricata di farle applicare, eserciti permanenti e attività produttive specializzate: agricoltura, allevamento, artigianato, edilizia e opere pubbliche come la Grande Muraglia.

L’importanza di queste civiltà consiste nel fatto che gli esseri umani non devono più dedicare tutte le proprie energie alla sopravvivenza immediata. La possibilità di accumulare risorse permette infatti la nascita della politica, dell’amministrazione e della cultura.

Anche se il grado di libertà resta molto limitato, compare però un primo principio di uguaglianza: l’esistenza della legge. La legge introduce infatti l’idea che gli individui possano scegliere se obbedire o trasgredire. Nasce così una prima forma di coscienza della libertà.

Dall’Oriente, la storia passa poi al mondo greco. Qui la libertà assume una forma più vicina alla sensibilità moderna. La Grecia non è un grande impero territoriale, ma una costellazione

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valetala04 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia filosofica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Bordoli Roberto.
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