Antropologia del meticciato
Meticciato
Una finzione è una costruzione del pensiero storico, contingente, relazionale, non è una realtà oggettiva e inequivocabile. Essa è una costruzione mentale che ha forza penetrativa e di convincimento. L’antropologia è un sapere di frontiera. Il meticciato biologico e culturale è una caratteristica propria della nostra specie, motivo per cui non esistono le razze. L’uomo ha gambe e non radici, siamo esogami non perché sia naturale o per imposizione morale o religiosa, ma per ragioni legate alla legge economica, per cui è conveniente fare alleanze.
Gli umani hanno tendenzialmente preferito unirsi ad altri gruppi piuttosto che combatterli, facendo sì che nascesse il tabù dell’incesto, che è un fatto culturale. L’essere umano è un animale che cerca il contatto con altri gruppi umani, per questo è meticcio. La contaminazione è il timbro del nostro vivere quotidiano. La purezza è una mistificazione, non esistono gruppi incontaminati. L’antropologia è una disciplina interpretativa, che concede punti di vista e non pretende oggettività.
Prefigurare un mondo che privilegia la stanzialità è politicamente marcante e impreciso, perché le migrazioni fanno parte della nostra storia. Ci sentiamo minacciati più dalla percezione del pericolo che dal pericolo stesso, la paura dell’ignoto ci fa trattare il dato aleatorio come oggettivo. Abbiamo una proiezione dell’altro sempre deformata dalla nostra esperienza personale, ma se ci si considera più simili si smonta l’immaginario di pericolosità.
Autenticità e tradizione sono finzione legate a una storia di movimento. Gastronomia e musica sono i tratti culturali che meglio raccontano questa storia di dinamicità delle culture. Esse sono metafore del fenomeno meticcio, anche perché rimandano a esperienze sensoriali. Il meticcio non è diminutio e ridimensionamento, ma creazione e accoglienza. Linton, in 100% americano, mostra come ciò che viviamo sia frutto di continue contaminazioni, sia per il materiale che per l’immateriale.
Cultura
Quando si parla di cultura si pensa ad abitudini, usanze, pratiche imposte dall’alto, ma le abbiamo costruite noi e poi interiorizzate. Siamo interpreti della nostra cultura, abbiamo parte attiva in essa. Abbiamo dei condizionamenti culturali e dei modelli a cui ci conformiamo, ma il grado di conformismo è dato dal fatto che siamo agenti e interpreti della nostra cultura, che è un insieme di nozioni che proietta modi di comportamento.
I racconti delle altre culture sono costruzioni, risultato del nostro agire in quella cultura. Lo sguardo da vicino è troppo analitico e manca di una visione corale delle cose, ma uno sguardo da lontano perde dei particolari decisivi per il racconto. Secondo la definizione di Tylor (1870), la cultura è un insieme di usane acquisite da un popolo che abita in un certo territorio, parla una certa lingua e pratica una certa religione. Questa definizione, però, ha alcuni problemi e mostra una chiusura eccessiva, perché per esempio gli italiani che abitano all’estero non appartengono alla cultura italiana e neanche chi non parla bene la lingua ma abita in Italia. Inoltre, oggi non tutti gli appartenenti a una certa cultura praticano la stessa religione.
La definizione di cultura si può risolvere tramite alcune metafore, come quelle del fiume in piena o della valanga, che fanno riferimento a un flusso impetuoso che porta con sé alcuni materiali e ne abbandona altri. Vi è poi la metafora del cantiere edile, secondo la quale ci sono operai sia stranieri che indigeni, così come materiali autoctoni e altri che vengono da fuori. Il cantiere cresce a un ritmo sincopato, non uguale e continuo, ci sono momenti di stasi e di improvvise accelerazioni fino al compimento, poi iniziano le rifiniture. Una volta finito, servono revisioni, riforme periodiche, cambiamenti e manutenzione e, talvolta, può anche collassare.
Un’ultima metafora è quella antropofagica, secondo cui ci sono atti, termini ed espressioni tipiche dell’altro che si confanno alla costruzione culturale, per cui la cultura “sceglie cosa mangiare”. Essa consiste in un atto consapevole che l’umano fa per rendere l’alterità commestibile e più appetibile, “cucinandola”. Successivamente, occorre “masticare” per rendere il cibo digeribile e “metabolizzarlo” per trasformalo in qualcosa di utile per la crescita del nostro corpo, infine, ciò che non è funzionale a ciò viene “espulso”. Senza prendere dagli altri non vivremmo, senza l’altro non si può essere ciò che si è.
L’incontro tra due culture dà vita a una terza, che è riconoscibile nell’una e nell’altra, ma che non è nessuna delle due. Vi è la paura che il contatto tra culture possa configurare un annullamento delle peculiarità culturali delle due, ma non è ciò che è avvenuto storicamente, perché nascono piuttosto culture diverse, nuove entità con un’autonomia e un’identità diversa (meticce). Il compromesso non porta all’informe o all’uniforme, ma alla ricreazione viva e attiva, a sua volta predisposta a ricreare quel processo. Vi è un processo infinito di culture meticce, che ne creano di nuove e così via.
La transculturazione, di cui si è occupato Fernando Ortiz, è il passaggio da una cultura a un’altra tramite la fusione e la creazione di nuove culture. È sempre esistito un processo che ha reso le cose dinamiche e fluide, non esiste una cultura solida e incontaminata. Il Mediterraneo racconta una storia di transculturazione. Il mito fondante della cultura europea è l’Eneide, ma Enea potrebbe essere definito come profugo; quindi, nasciamo grazie all’apporto di un migrante.
L’Occidente non riconosce di essere meticcio, andando contro l’evidenza dei fatti, in nome di un’ideologia e una strategia di potere. La cultura ci invita a unirci ad altri gruppi e a contaminarci e l’incontro può essere anche scontro. La mentalità occidentale predilige la dicotomia e il contrasto, che indicano chiarezza, personalità e facoltà di scelta.
Etnocentrismo e relativismo
L’etnocentrismo consiste nell’idea che il mio gruppo vada preservato e difeso dal pericolo dell’alterità. Esso è proprio di ogni cultura, ma viene esasperato dall’Occidente, specialmente a partire da Colombo. L’etnocentrismo esprime un gradimento per il proprio gruppo rispetto agli altri e un orgoglio identitario accompagnato dall’idea che i nostri costumi siano i migliori.
Molti gruppi si definiscono “gli uomini” e assegnano alle popolazioni vicine degli epiteti che si riferiscono a dei “non uomini”. Si assegna agli altri qualcosa di mancante, ci si mette in cima a una gerarchia e si fanno continuamente dei paragoni, anche se la maggior parte delle attribuzioni culturali della nostra civiltà sono legate a contingenze storiche e preferenze, non all’inevitabilità.
L’etnocentrismo si divide in universale, proprio di tutte le culture, e storico, che glorifica le attribuzioni dell’Occidente. Quest’ultimo si compone di alcuni elementi fondamentali:
- Evoluzionismo: prevede gli stati selvatichezza, barbarie e civiltà. Si tratta della prima corrente del pensiero antropologico che nasce in contesto colonialista. Esso giustifica il colonialismo e consente di incanalare lo sviluppo umano in un’unica direzione. Pensare all’unicità del genere umano era una conquista, ma ci si illude di poter applicare alla dinamica culturale della storia dell’uomo una presunta superiorità occidentale.
- Cristianesimo: le altre religioni sarebbero imperfette rispetto a questa.
- Ragione: acquisizione sublimata durante l’Illuminismo, ma altri mondi sono caratterizzati dalla presenza di altri elementi, come la sensibilità. Quest’elemento segna anche il distacco tra la medicina occidentale e le altre medicine.
- Capitalismo: sistema economico che caratterizza l’etnocentrismo. Si tratta del condizionamento più serio, per il quale abbiamo responsabilità individuale, perché sta a noi la responsabilità di interpretare la nostra cultura in modo congeniale a noi stessi. In base a ciò sono possibili diversi atteggiamenti, come conformismo, originalità di interpretazione, ribellione o uscita dai canoni.
L’etnocentrismo ritiene che queste acquisizioni siano indiscutibili.
Secondo il relativismo ogni cultura ha una propria dignità. Questo si sviluppa in antropologia negli anni ’40 e si basa su di un afflato di curiosità, che è la conditio sine qua non per ogni ricerca e argomentazione. Gli esponenti di quest’atteggiamento sono Ruth Benedict e Margaret Mead. In particolare, Mead, studiano la sessualità degli adolescenti delle Samoa negli anni ’50-’60 dimostra che l’adolescenza è problematica per motivi culturali e non naturali, dato che a Samoa non lo è.
All’interno di ogni cultura esiste una spiegazione dei comportamenti, perché ognuna ha la propria dignità e coerenza. Il relativismo costituisce una rivoluzione del pensiero, perché per gli evoluzionisti gli altri popoli sono da educare per farli diventare come noi ed essere accolti nella civiltà. Esso pensa alle culture come insiemi chiusi e vaganti, che non si aggregano in una piramide, ma che restano mobili senza porsi in contrapposizione.
I problemi sorgono quando si parla di pratiche forti come le mutilazioni genitali, che vengono condannate sulla base delle nostre convinzioni morali. Dire che esse hanno un senso all’interno di una certa cultura non significa giustificarle dal punto di vista morale. Solo attraverso la comprensione del senso arriviamo alla soppressione o all’attenuazione di certi comportamenti estremi. Tuttavia, non si tollera in virtù di una presunta superiorità morale. Ciò che non capiamo delle altre culture va conosciuto.
Quando parliamo di culture altre, dobbiamo tenere a mente quale parametro stiamo usando, per esempio, quando creiamo la gerarchia tra mondi sviluppati e sottosviluppati, usiamo il parametro della tecnologia, ma se ne usiamo altri (es. tempo passato a educare i figli e a curare gli anziani, felicità ecc.) le cose cambiano. Se non capiamo perché esistono certe pratiche, ci limitiamo a dire che tali popoli sono inferiori e immorali, mentre tutte le pratiche hanno un senso all’interno della propria cultura.
Anche nella nostra a volte non capiamo il senso di certe cose, per esempio, le risse tra tifosi hanno senso in un mondo in cui gli individui non hanno riferimenti identitari e cercano di difendere i propri ancoraggi anche con la violenza.
Etnocentrismo e relativismo estremi possono provocare le stesse gravi conseguenze, pur partendo da presupposti opposti, mentre le due posizioni, se moderate e aperte, possono quasi sovrapporsi. La degenerazione più evidente dell’etnocentrismo è il razzismo, mentre il relativismo assoluto non implica nessuna volontà di intervenire e alza degli steccati ideologici di incomunicabilità. Le posizioni più sfumate, invece, implicano disponibilità e necessità di dialogo, contatto e scambio con altre culture.
La mentalità meticcia offre possibilità continue e ulteriori. Niente di ciò che abbiamo acquisito e facciamo è inevitabile, ma gli occidentali vorrebbero rappresentare il mondo a loro uso e consumo. Ci si chiede come difendere le culture dalla Macdonaldizzazione, ovvero dall’omogeneizzazione, ma la domanda è mal posta, perché il problema è l’aggressività della cultura occidentale e l’incapacità di liberarsi da strutture etnocentriche.
Tradizione, originalità e purezza sono costruzioni storiche, finzioni. Ciò che è da salvaguardare è la volontà di reinterpretare, perché l’immobilità è un disvalore.
Il desiderio di proteggere il dialetto, per esempio, è collegato a quello di richiudersi in un’incomunicabilità che esclude tutti gli altri al di fuori della propria piccola comunità. Esso è legato, da una parte alla volontà di far rivivere un’identità legata al territorio, e dall’altra a una chiusura e una deformazione ideologica contraria alla globalizzazione. Il meticciato è capacità di unione degli opposti e di rielaborazione.
Niente o poco va escluso, solo ciò che il nostro corpo (cultura) non assimila e rifiuta, secondo la metafora antropofagica, tutto il resto viene inglobato. La prospettiva secondo cui qualcuno ci impone una cultura che non possiamo cambiare comporta un disimpegno culturale, perché ogni cosa che si fa ha una conseguenza e ognuno può plasmare e modificare la propria cultura, abbiamo il potere culturale di interpretarla.
Un altro mondo è possibile, perché le scelte non sono inderogabili e inevitabili, abbiamo una quotidiana facoltà di scelta. Le culture viaggiano a velocità diverse, ma nessuna è immobile, tuttavia, l’etnocentrismo porta a pensare che tutti i cambiamenti nel mondo avvengano con la stessa scansione temporale che ha caratterizzato l’Occidente.
Religione
La religione è il fatto sociale totale per eccellenza, perché comporta elementi che trascendono la sfera religiosa e che condizionano altri aspetti della vita. Per esempio, il tessuto urbanistico italiano è connotato dalla presenza di molte chiese e l’arte italiana è correlata alla religione. Essa è un complesso di visioni, norme, credenze, rituali con il compito di rispondere alle domande che inquietano gli uomini (chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?)
Ci sono diversi tentativi di risposta in diverse comunità, che creano sistemi coerenti e accettati. La cultura crea la religione e questa permea il comportamento degli uomini, che la creano a loro immagine e non viceversa. Ovunque, essa prevede aspetti omologhi, che hanno lo stesso ruolo:
- Una o più potenze: politeismo e monoteismo sono conciliabili perché il primo prevede un dio creatore che poi si disinteressa del creato e lascia fare ad altre divinità
- Casta sacerdotale: punto d’incontro tra mondo terreno e spirituale, dotata di qualità assimilabili a carisma.
- Comunità
- Mito: racconto che costituisce la base e il senso della nascita della religione. Nel mito si proietta ciò che vorremmo essere.
- Rito: messa in scena del mito, sua rappresentazione. Fa rivivere le gesta delle divinità, che scendono sulla Terra a manifestare felicità in comunione con i fedeli. Il rituale implica la sospensione del tempo normale e la ripetizione.
Le religioni prevedono la presenza di un dio creatore, per i politeismi, però, il compito di accompagnare la vita degli umani spetta a entità diverse, che rappresentano le caratteristiche umane psicologiche ed emotive.
Identità
Sincretismo religioso e meticciato culturale sono sovrapponibili, anche se facciamo fatica a liberarci dal giogo delle opposizioni e a non ricondurle a qualcosa di mancante. Dire “non avrai altro dio all’infuori di me” rappresenta un rifiuto dell’accettazione e l’essere portatori di un’identità chiusa. Tutti i nostri discorsi sottendono il tema dell’identità, perché si sente la necessità di indentificarsi, di parteggiare e prendere posizione. Si tratta di un condizionamento storico-sociale-culturale. Tuttavia, vi è la possibilità di mediazione, ricreazione e reinterpretazione attiva, creativa, positiva.
Il romanzo di Jorge Amado: Dona Flor e i suoi due mariti narra la storia di un amore tormentato nel contesto di Salvador de Bahia. Noi interpreteremmo Dona Flor come colei che non sa prendere una posizione e scegliere, ma Amado glorifica la non scelta come strategia attiva, come scelta della non scelta. In questo senso, in Brasile, la tradizione giudaico-cristiana e quella africana non rappresentano poli opposti, ma un’ibridazione.
Il modo in cui le persone ci percepiscono può essere diverso dal modo in cui ci auto-percepiamo. Vi è un’elaborazione continua dell’identità personale, che è sempre aperta al confronto con gli altri. L’identità è una finzione, perché è sottoposta a una continua rielaborazione e costruzione. Quindi, è fuorviante la retorica dell’identità chiusa, dell’orgoglio e della supremazia occidentale, per cui si potrebbe distinguere nettamente tra noi e gli altri.
In Brasile, l’elemento caratterizzante dal punto di vista antropologico è la fluidità. Per esempio, nei registri di autocertificazione si riporta l’identità nella quale ci si rappresenta, non c’è oggettività o un ente che la stabilisca, ci si iscrive in base a come ci si auto-percepisce. Questa, tuttavia, può anche essere una scelta utilitaristica al fine di superare certe barriere, perché si potrebbe dichiarare un’identità nella quale non ci si identifica in nome dell’utilità, come per cancellare una prevaricazione.
L’11 settembre, l’Occidente dichiara guerra all’Islam, ma entrambe queste due entità sono finzioni. Infatti, la prima fa riferimento a un’entità geografica non ben definita, mentre la seconda a una religione, per cui si tratta di semplificazioni fuorvianti.
Magia
Interpretiamo la magia come uno stadio embrionale e primitivo della religione rivelata, ma essa permea anche la nostra civiltà. Per esempio, cosa differenzia la danza della pioggia dal miracolo di san Gennaro? La magia consiste in un intervento umano che può modificare il corso degli eventi.
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