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Psicologia clinica lezioni

Lezione 2 - 09/03

Psicologo clinico

Qual è la caratteristica che possiede lo psicologo clinico, e cosa deve fare per riuscire a individuare quello che la persona davanti a lui ha?

  • Dovrebbe ascoltare ciò che la persona ha da dire
  • Analizzare il problema
  • Comprendere ed ipotizzare degli interventi da fare
  • Porre attenzione al linguaggio non verbale
  • Relazionarsi con la persona che ho davanti, rispettandola
  • Instaure un rapporto di fiducia tra paziente e psicologo
  • Confrontarsi con altri professionisti

Alla base c’è l’ascolto e la comprensione, dialogo, sintonia emotiva, utilizzare un linguaggio semplice. Infatti, il linguaggio troppo scientifico crea una asimmetria di potere che crea difficoltà perché il paziente non capisce e sentendosi in difficoltà e a disagio nella non comprensione. Mettendo insieme tutte le informazioni che sono state espresse possiamo dire che la persona non è il sintomo che esprime ma è una globalità molto più ampia.

Bisogna capire che si ha bisogno di un processo di aiuto, una persona si rivolge allo psicologo e inizia un processo di aiuto = una relazione di aiuto. Come conduttore, essendo al servizio dell’altro è necessario che ci sia un autentico interesse.

Lo psicologo clinico deve avere delle deontologie ovvero regole morali:

  • Privacy
  • Rispetto reciproco
  • Distanza simmetrica
  • Rispetto del ruolo
  • Alleanza emotiva
  • Alleanza di lavoro

Quando una persona chiede aiuto alla base ci deve essere la coscientizzazione del problema: bisogna accettare di aver bisogno di aiuto ed essere aiutato da uno specialista. Non si può obbligare nessuno ad andarci, se non accompagnando la persona interessata o proponendo/suggerendo la necessità di seguire un percorso.

  • Di auto invito (intrinseca)
  • Invito da parte di terzi (estrinseca)

Dobbiamo ricordarci che è importante lavorare su noi stessi in quanto non possiamo cambiare le persone che ci circondano, ma possiamo cambiare quello che non ci piace di noi. Non possiamo obbligare una persona ad andare dallo psicologo ma possiamo invitarla facendo capire che non è la persona a non funzionare ma che siamo noi che non funzioniamo assieme, e questo aiuta molto le persone indifese ad affrontare il tema.

Se le si spiega che per noi è difficile e non ce la facciamo più a vederla soffrire così potrebbe essere che questo movimento aiuti. Le modalità sono differenti, se lui non vuole venire, ci deve andare la persona che porta il peso. La persona che sta male impone sofferenza agli altri. C’è un'ambivalenza tra amore e odio. Se non andiamo a parlare con qualcuno c’è senso di colpa, rabbia. Una rabbia non rielaborata è distruttiva. Questo è il lavoro dello psicologo aiutare restituire l’autenticità. I famigliari devono essere aiutati a sopportare questa situazione.

Tra azione e agito c’è differenza: la fuga è l’agito che non consente di capire, l’azione sono le parole che ci consentono di capire. La terapia solo con il “dare parola” riesce a funzionare, ma bisogna stare attenti al linguaggio che si utilizza. Vi sono casi anche in cui i ruoli padre/madre figlia si scambiano, bisogna interrompere questo circolo, perché possono portare a ripercussioni future.

Il lavoro che noi facciamo è sempre su noi stessi, che permette di interrompere in futuro quelle continuità. La nostra professione educativa riattiva tutte queste emozioni, per questo dobbiamo essere educati migliori, risolvendo ciò. L’equilibrio è essenziale per aiutare gli altri.

Lezione 3 - 10/03

Analisi della domanda

Come dire ad una persona che ha bisogno di aiuto?

Si fa attraverso una comunicazione autentica, bisogna parlare con la persona esprimendo il proprio dispiacere nel vederla così e bisogna spiegarle che si va dallo psicologo per stare meglio e in questo caso si sta parlando di motivazione estrinseca, ovvero che deriva da terzi, mentre nel caso fosse la persona in questione a decidere di andarci si parlerebbe di motivazione intrinseca.

Importante rispettare il timing: non forzare l'altro, non tutto si può dire in un determinato momento, aspetto fondamentale che lo psicologo deve avere sempre in mente, quando si fa una diagnosi e bisogna dirla al paziente, ci vuole un tempo corretto. I bambini capiscono molto di più di queste situazioni, più di quanto l'adulto possa credere.

Regressione dell'io: I bambini hanno raggiunto alcuni compiti evolutivi, ad esempio sanno chiedere quando devono andare in bagno e trattengono lo stimolo, però a casa se ci sono degli eventi che sono per il bambino preoccupanti, la paura gli attiva il sistema di protezione e parte un meccanismo che nei bambini è importante, facendosi la pipì addosso è come se dicesse, "guardatemi sto male", ad esempio fa la pipì lì perché magari in quel luogo un bambino l'ha minacciato. La regressione fa parte dei comportamenti evolutivi nella norma, non è un problema, è naturale, il bambino sta comunicando che non sta bene.

Se io da educatore noto che c'è un problema come faccio ad avvertire i genitori in modo delicato?

Chiedo se magari è successo qualcosa che potrebbe aver scombussolato lo stato d'animo del bambino. Un cambiamento che magari è avvenuto in casa. In questo caso si predispone l'accoglienza e successivamente si spiega che il bambino ha fatto la pipì a letto, sottolineando il fatto che potrebbe succedere a tutti i bambini in una situazione di turbamento e che non bisogna assolutamente sgridarlo, altrimenti si sentirà "cattivo". Se il fenomeno persiste bisognerà dirlo di nuovo ai genitori e andare più a fondo alla faccenda. Io da educatore devo costruire un'alleanza con la famiglia, il bambino ha bisogno di accoglienza da parte della famiglia, accoglienza che è stata compromessa a causa dell'evento accaduto, si sente minacciato da qualcuno o qualcosa e bisogna far riprendere l'io a funzionare.

È importante decodificare e identificare qualsiasi tipo di problema, di segnale. Noi da educatori abbiamo il compito di non fare domande che potrebbero mettere l'altro in discussione, che potrebbero sentirsi giudicati, dobbiamo tenere un atteggiamento introspettivo. Domanda affettiva = voglio ricevere una risposta affettiva. Il morso dei due anni: anche questa è una modalità di comunicazione. Rientra nei comportamenti evolutivi, la fase del morso va aiutata. Non si deve mettere in punizione o sgridare il bambino.

Dietro un bambino aggressivo c'è un bambino aggredito, spaventato. Lo specialista è a servizio del paziente e deve essere autenticamente interessato all'altro e deve avere una serie di caratteristiche, una deontologia: privacy, rispetto del ruolo (dimensione molto attenta a non invadere i confini dell'altro, ad es. niente avance di tipo sessuale o sentimentale va tenuta la distanza simmetrica tra lo specialista e colui che chiede una consultazione).

Lo psicologo non può raccontare quanto detto in terapia da terzi, neanche se il figlio è minorenne. Lo specialista può convocare un genitore in accordo con il paziente ma senza raccontare i dialoghi avvenuti durante la seduta.

Lezione 4 - 16/03

Analisi della domanda e colloquio

Il nostro compito di psicologi clinici o educatori è quello di decifrare e decodificare con attenzione che cosa ci sta chiedendo il bambino. L’analisi della domanda è importante perché negli incontri iniziali quando si avviano i sistemi di alleanza (nel nostro caso si tratta di alleanza educativa), la persona che è in rapporto con noi è in una posizione asimmetrica → interazioni di due persone che hanno un ruolo differente = una persona più esperta e una persona meno esperta.

Questo rapporto di asimmetria non è interiorizzato in maniera così tranquilla perché non tutte le persone amano essere in una posizione asimmetrica (“di svantaggio”), anche quando chiedono aiuto, perché chiedere aiuto significa riconoscere che qualcosa non sta funzionando bene. Posizionarsi in maniera asimmetrica non è così semplice e non è neanche scontato.

La posizione asimmetrica mette in campo dei meccanismi che sono meccanismi difensivi a volte inconsapevoli, ma anche delle resistenze a volte consapevoli, ovvero l’individuo sta scomodo nella posizione inferiore esempio il paziente applica dei meccanismi di seduzione ovvero dice “Lei è il miglior psicologo / educatore che io abbia mai visto”, “Lei si che mi capisce a differenza dell’altro che avevo prima che non mi capiva mai”.

Questa modalità viene chiamata modalità seduttiva e vuol dire che il paziente / bambino cerca di recuperare la posizione asimmetrica, ovvero di non essere più in una posizione di svantaggio. La cosa importante, però, è che il cinico / educatore non risponda mai a queste affermazione in maniera collusiva, ovvero “La ringrazio molto che pensa che io sono un bravo medico”, perché è sbagliatissimo e vuol dire che io accetto di mettermi sullo stesso piano del paziente / bambino, accettando di essermi sottoposto ad esame.

Quindi, la miglior risposta può essere “Bene, vediamo se insieme facciamo un buon percorso”. La seduzione è una modalità difensiva molto frequente e ho necessità di riconoscerla per poter rigettare. Noi futuri educatori, la tecnica della seduzione dobbiamo riconoscerla e subito dopo decostruirla dicendo “È così importante per lei questa affermazione? Perché?”. Non bisogna mai assecondare questo movimento seduttivo perché altrimenti si rompe il rapporto asimmetrico, che è fondamentale.

Questo movimento di seduzione nell’ambito educativo con bambini di 0-3 anni è molto difficile se non impossibile. Generalmente questi esempi di seduzione si hanno dall’età adolescenziale / preadolescenziale, ovvero dagli 11-12 anni in poi. Quando ci troviamo in una situazioni seduttiva che non riusciamo a decodificare, dobbiamo cercare di prendere tempo per pensare bene a cosa rispondere e quindi a riparlarne in un secondo momento, che è diverso dall’evitare la domanda.

L’affiliazione è un’altra modalità difensiva che si applica, soprattutto nei confronti di una persona importante per noi. Consiste nel dire parole affettuose, amorevoli ad una persona che per noi è speciale. Con questa modalità ci si rivolge ad una persona importante come se fosse per noi la mamma o il papà. È un meccanismo protettivo e riparatore se gestito bene.

L’affiliazione è diversa dalla seduzione. Si riconosce la seduzione con frasi del tipo “Sei il migliore”, nel meccanismo affiliativo, invece, i bisogni primari del bambino non sono stati accolti e li trasferisco ad una persona che io ritengo essere speciale, senza però trascurare gli altri bambini.

Attraverso questi meccanismi proiettivi e transferali si va a recuperare quello che le relazioni precoci non sono state in grado di offrire, e quindi si va a recuperare il valore di sé, ovvero che si è amabili e giusti. In questo rapporto di affiliazione può capitare che al bambino ritornino in mente momenti negativi della sua vita che aveva rimosso in precedenza.

Se l’adulto porrebbe più attenzione ad altri, il bambino potrebbe risentire il dolore e rispondere in maniera “aggressiva”. In questo caso, l’adulto non si deve preoccupare, ma deve aiutare il bambino a rassicurarlo. Nella posizione di ascolto, soprattutto nel primo colloquio (perché è lì che inizio a realizzare piano piano l’alleanza di lavoro), devo capire la domanda, incluso come quella persona mi vede.

Se l’altro mi vede come lo "strizzacervelli" che immediatamente riesce a capire tutto di me, allora cerco di sollevare la mia posizione e iniziare a vedere se davvero posso recuperare una posizione più simmetrica. Sono movimenti che io so che possono esistere, quindi li riconosco e non colludo. Quando non li riconosco, invece, penso che siano davvero rivolti a me, e quindi perdo di vista la mia professionalità e rispondo in maniera collusiva.

Non bisogna confondere le richieste d’affetto con la seduzione. La seduzione infatti, a differenza della richiesta di affetto, ha dietro il tentativo di riportare la simmetria nella relazione, e quindi si identifica con uno scopo preciso che viene messo in atto. → Durante il colloquio può capitare che vi siano momenti di silenzio, una forma di comunicazione importante, sia nel colloquio clinico, ma anche nella relazione educativa, ma può essere anche una modalità difensiva che bisogna sempre rispettare.

Nel silenzio bisogna saperci stare, si può vedere la comunicazione non verbale dell’altro che può mostrare una posizione chiusa (incrociare le braccia, abbassare lo sguardo, incrociare le gambe). Allora si può iniziare da lì e restituire proprio questo: “È un po’ in difficoltà a parlare qui con me, non c’è fretta, io sono qua a sua disposizione, può prendersi tutto il tempo che vuole” dà la possibilità all’altro di sentirsi riconosciuto.

Il silenzio magari continua, allora si può dare un’altra indicazione legata ad un’altra forma espressiva: “Vuole che le parli un po’ io del setting dove siamo adesso?”, e si inizia a raccontare quali sono le regole del setting. Dopodiché, si guarda se la persona inizia ad aprirsi e pian piano, dopo aver accolto il non verbale, si inizia a portare il linguaggio. Però il silenzio non deve essere mai per noi una situazione di imbarazzo, ce lo possiamo aspettare il silenzio.

Esempio, nella situazione del lutto, è una condizione essenziale riuscire a stare in silenzio, perché riempire quello spazio di parole che non possono arrivare (“Pensa ad altro, non ti preoccupare, la vita cambia”) non è la giusta soluzione, in quanto non sono parole adatte al dolore. Nessuno ha voglia di distrarsi in quella situazione. Però esserci ha un altro potere, ovvero un potere consolatorio. Si tratta di occupare uno spazio di prossimità che permette all’altro di sentirci, ma di non avere l’invadenza.

Noi a volte il silenzio lo gestiamo male (lo riempiamo), così come la rabbia. La rabbia noi non la gestiamo bene, facciamo fatica a starci in quell’emozione, ma se riusciamo a starci poi riusciamo a contenerla e anche a risignificarla. Quindi si tratta di situazioni che non sono di comfort per noi educatori. In questo senso, la supervisione sarebbe fondamentale, perché permette di avere uno spazio dove portare i propri vissuti e in cui si ha la possibilità di comprendere quello che sta capitando.

La supervisione è lo spazio che garantisce la professionalità, in quanto si cresce sulla base di leggere, giorno dopo giorno, le relazioni educative, quello che si fa, quello che fanno gli altri. In altre parole, ci si allena. Se ha bisogno del silenzio, in silenzio lo lascio. Se nel silenzio si disorganizza, allora significa che la persona ha bisogno di essere pian piano “invitata”.

Vi sono altre forme che noi possiamo incontrare nelle persone che vanno a fare una consultazione o in campo educativo, che è la dimensione nella quale l’altro inizia a dubitare della nostra competenza, quindi si tratta del contrario della seduzione. Attraverso domande e affermazioni del tipo “Lei è davvero un professionista competente? Dove si è formato? Davvero potrà aiutarmi?”, l’altro mette in campo un attentato alla professionalità.

In questo caso è importante non colludere, quindi non si può rispondere presentando il proprio curriculum, ad esempio, perché in questo modo si afferma il fatto che ci si sente sotto esame. Bisogna rispondere, invece, dopo aver effettuato l’analisi della domanda, e cioè: “Pensa che io non sia all’altezza della situazione? Ha dei dubbi che io non sia sufficientemente adatto ai problemi che lei mi vuole portare? Proviamo a vedere se nel corso di questi incontri questo percorso che facciamo assieme va bene anche per lei...?”. In questo modo, si mette in campo il dubbio che ha l’altro e lo si rende esplicito.

Può avvenire che l’altro, in relazione ai suoi vissuti, metta in campo dei dubbi sulla nostra possibilità di aiutarlo. Allora, rispetto a questo, non si entra in una dimensione collusiva, ma si costruisce un’alleanza percorso che iniziamo a costruire assieme, poi avremo tempo di dirci se stiamo bene e funzioniamo insieme, o se in realtà non funzioniamo.

Meccanismo di “fuga e rincorsa”: nel caso del sostegno a scuola, per esempio, si tratta di andare a recuperare qualcuno che non è disponibile a mettersi subito di fianco all’insegnante a fare i compiti, ma bisogna rincorrerlo e dopodiché accetta, ma c’è un preliminare interattivo prima di mettersi di fianco a fare i compiti. Questa è una modalità classica che mettono in campo i bambini e gli adolescenti che devono affrontare qualcosa di complicato. Se per un ragazzino è complicato fare i compiti, sia in termini tecnici (fare i compiti) sia in termini sociali (fare i compiti di fianco all’educatrice mentre gli altri non hanno il sostegno), la fuga rispetto a questa situazione non è la fuga dall’educatrice, ma è la fuga dalla difficoltà del compito. Quindi il ragazzo, in questo modo, evita l'imbarazzo rispetto al non essere capace o al essere diverso dagli altri.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher didi.collu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Ferrara o del prof Bastianoni Paola.
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