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Riassunti di Aldo Frigerio – Filosofia del linguaggio

Capitolo 1

1.1. La natura del segno

Il segno è sin dall’antichità qualcosa che sta per qualcos’altro. Esso è qualcosa che rimanda ad altro da sé. Tale definizione è stata ripresa in parte da Charles Peirce, fondatore della semiotica. Egli, tuttavia, introduce una terza dimensione, oltre a quella del segno e del suo significato, ovvero quella dell’interpretante del segno (interpretante è colui che interpreta i segni). È infatti quest’ultimo che mette in relazione il segno col suo significato.

Attenzione: non tutto ciò che rimanda a qualcos’altro è considerabile “segno”. I segni si distinguono dalle associazioni mentali (questo oggetto mi rimanda a un ricordo, le associazioni mentali sono soggettive e idiosincratiche) perché segno e suo significato sono collegati da determinate regole (che possono essere apprese da più soggetti).

1.2. Cos’è la lingua?

1.2.1. Elementi costitutivi della lingua

Le lingue sono costituite da due elementi:

  • Un sistema di segni;
  • Una sintassi a cui corrispondono leggi semantiche di composizione.

La numero 1 ci dice che: non esistono lingue composte da un solo segno, ce ne devono essere molteplici. La numero 2 che per essere lingua ci deve essere sistema di relazioni strutturato tra i segni, i segni sono connessi da fitta rete di relazioni che riguardano sia i segni stessi che i loro significati [per esempio sono relazioni riguardanti i segni quelle di plurale/singolare di un sostantivo/la coniugazione dei verbi. Le relazioni semantiche sono i rapporti di sinonimia, iperonimia, iponimia, antinomia o semplice appartenenza a un campo semantico.]

Per quanto riguarda la sintassi, essa consiste in un insieme di regole mediante le quali i segni semplici vengono accorpati in unità via via più grandi (parole → sintagmi → frasi → frasi complesse → testi ecc.). Alle regole sintattiche corrispondono delle regole semantiche, cioè regole mediante le quali i significati dei segni semplici vengono utilizzati per formare significati dei sintagmi e questi ultimi per formare i significati delle frasi ecc.

1.2.2. Composizionalità

Una caratteristica delle lingue naturali è che esse sono almeno in parte composizionali: il significato dei segni complessi si riesce a ricavare da quello dei segni più semplici e dalle regole di composizione. Cioè se vuoi capire una frase basta che tu capisca le parole che la compongono e come sono legate tra loro. Se il significato delle nostre frasi non fosse composizionale non saremmo in grado di comprendere alcuna frase nuova.

Attenzione: le lingue naturali sono in gran parte composizionali, non completamente. Infatti, esistono espressioni idiomatiche chiamate “sistemi” (il significato non è deducibile dalle parole che le compongono). Es: avere la luna storta, topo d’appartamento.

1.3. Comunicazione

Comunicare significa rendere comune. Ciò che si mette in comune in una conversazione è una quantità di informazioni, perciò, la comunicazione è un trasferimento di informazioni da un mittente a un destinatario. L’informazione è un contenuto astratto che proprio per questo ha bisogno di essere associata a dei segni tramite un insieme di regole, di modo che il destinatario possa cogliere concettualmente (grazie a istanze fisiche: lettere, foni, ecc.) il messaggio del mittente.

Informazione associata a segni → diventa il significato di questi ultimi. Perché mittente e destinatario si comprendano devono associare agli stessi segni gli stessi significati. Questo insieme di regole è detto “codice”. Associare info a segni è codifica, mentre operazione inversa è decodifica. (pag. 8-9 rivedi token e istanze fisiche e azioni codifica-decodifica).

Elementi fondamentali per comunicazione sono: mittente, informazione, codice di cui ci si serve per trasmetterla, sequenza fisica dei token usata per trasmettere il messaggio, canale tramite quale vengono trasmessi, destinatario (elementi individuati dal linguista Roman Jakobson).

Non tutti i passaggi di informazioni sono considerati comunicazione: per esserlo c’è bisogno che:

  • Avvenga intenzionalmente;
  • Il destinatario si accorga che avviene intenzionalmente;
  • Il mittente voglia che il destinatario si accorga che avviene intenzionalmente.

1.4. Linguaggio e comunicazione

Non esiste una lingua senza segni, però può accadere il contrario. Si è detto che i segni sono qualcosa che sta per altro, ora il fondamentale utilizzo intenzionale che si può fare di un segno è comunicativo (anche se non tutti i segni prodotti sono utilizzati intenzionalmente da qualcuno).

Il fatto che i segni e le lingue siano usati a fini comunicativi nella grande maggioranza di casi non deve far dimenticare che:

  • Si può comunicare anche senza una lingua condivisa (es: espressioni, gesti…);
  • Ci sono usi non comunicativi dei segni e delle lingue (fruizione delle canzoni inglesi pop dove il significato delle parole non è importante, le ninna nanne col fine di addormentare il bimbo, le canzoncine della conta ambarabaciccicocò…).

Ciò detto devo ribadire stretto legame tra lingue, segni e comunicazione. Tramite le lingue e i segni comunichiamo perché ad esse sono associate dei significati e tramite loro utilizzo manifestiamo all’interlocutore la volontà che egli faccia attenzione a tali.

1.5. Che cosa è e cosa non è il linguaggio

Le lingue naturali si distinguono dai linguaggi artificiali perché la definizione del loro lessico e della loro grammatica precede l’uso, mentre nei linguaggi artificiali avviene il contrario. Sono linguaggi quello musicale, pittorico, matematico, di programmazione di computer, ecc…

1.6. Filosofia del linguaggio

1.6.1. Filosofia e filosofia del linguaggio

Studiare il linguaggio serve a chiarire il modo in cui noi concepiamo il mondo. La nostra conoscenza viene codificata nel linguaggio. È solo con la fine dell’Ottocento che nasce la branca della filosofia del linguaggio. Gottlob Frege (1848-1925), filosofo e matematico tedesco, è considerato il fondatore della disciplina. Avevano contatti con lui Bertrand Russell (1872-1970) e Wittgenstein (1889-1951). Ambito di sviluppo principale della disciplina, quindi, è inglese e tedesco.

1.6.2. Filosofia del linguaggio e altre discipline

Semantica è disciplina che studia il significato dei segni (branca importante della filosofia del linguaggio). Filosofia del linguaggio ha legami stretti con pragmatica e semiotica. Un’altra disciplina con cui intrattiene rapporti stretti è logica e poi anche con la sintassi. (Cerca definizione di ognuna di queste discipline.)

1.7. Elementi di sintassi

Le frasi si costruiscono con elementi sintattici. L’elemento di cui vogliamo parlare si organizza di solito intorno a un nucleo costituito da un nome, mentre l’elemento predicativo intorno a un verbo. Gli elementi sintattici che hanno come nucleo un nome vengono chiamati sintagmi nominali, mentre quelli che hanno come nucleo un verbo sono i sintagmi verbali.

1.7.1. Le regole sintattiche e il loro statuto

Il compito della sintassi consiste nel ricercare con quali regole i costituenti più piccoli si saldano in costituenti più grandi. Attenzione: una buona formazione sintattica è una condizione buona ma non sufficiente per la sensatezza. Le regole di composizione sintattica stabiliscono quali parole possono saldarsi tra loro e quali invece non possono (quelle che non possono danno vita a combinazioni non grammaticali).

1.7.2. Ricorsività delle regole

Molte delle regole della nostra grammatica sono ricorsive. Una regola è ricorsiva quando è possibile applicare la regola al risultato dell’applicazione della regola stessa. Es: un aggettivo si può saldare a un nome → al sintagma nominale che si crea si può saldare un ulteriore aggettivo, e così via.

Ovviamente ci sono dei limiti tali per cui frasi troppo lunghe risultano di difficile comprensione (sono limiti di natura pratica quindi, non teorica).

1.7.3. Sintagmi nominali e verbali

Essi sono formati rispettivamente da un nome e altre parole che lo modificano o specificano, e da un verbo e altre parole che lo modificano o specificano. I nomi e i verbi vengono chiamate teste del sintagma. Un sintagma nominale completo presenta il nome saldato prima con eventuali aggettivi e poi con il determinante (i Det comprendono gli articoli, aggettivi numerali, agg dimostrativi e gli agg indefiniti). I determinanti sono sempre all’inizio del sintagma.

Un sintagma verbale è costituito da Verbo + avverbio (o SN o preposizione + SN) → V’ può anche essere saldato poi con altro avverbio (o SN o preposizione + SN) e poi può essere saldato con aux (verbo ausiliare). [Il costituente che si forma unendo tutte le parti che del sintagma viene scritto V’, da leggersi V una barra].

Per la costituzione del SN o SV tutti gli elementi tranne la testa sono facoltativi. Non c’è limite al numero di aggettivi o avverbi che si vogliono aggiungere alla testa, c’è invece un limite per i determinanti e gli ausiliari da poter aggiungere a N’ o V’.

Capitolo 2

2.1. In che cosa consiste la distinzione fra nomi e verbi

Frigerio dice di provare a immaginare l’ontologia alla base del linguaggio umano e inizia dicendo che il mondo è costituito da oggetti; tali oggetti subiscono cambiamenti, cioè modificano le loro proprietà. Gli oggetti sono relativamente stabili, se così non fosse non potremmo predicare di essi un cambiamento. Quest’ultimo modifica le proprietà dell’oggetto non mutandone l’identità, nel senso che l’oggetto è sempre individualmente lo stesso oggetto.

Nota che il tempo infatti è legato ai verbi: tempo e cambiamento sono strettamente legati. Gli aggettivi denotano invece proprietà degli oggetti. Le nostre frasi, quindi, sembrano avere struttura del tipo: ci sono i nomi che denotano oggetti, entità autonome e relativamente stabili nel tempo; altre espressioni (verbi e aggettivi) attribuiscono cambiamenti o proprietà.

2.1.1. Una ipotesi storica

A me sembra capitolo inutile.

2.1.2. Una ipotesi teorica

I nomi non si possono definire semplicemente strumenti linguistici atti a riferirsi a oggetti, per esempio esistono tantissimi nomi che fanno riferimento a cambiamenti o proprietà e non a oggetti (sviluppo, durezza…). Una possibile proposta di definizione è: i nomi hanno la funzione di individuare le cose di cui si vuole parlare, mentre i verbi hanno la funzione di dire qualcosa a proposito delle cose individuate.

Bisogna ricordare che la nostra mente è capace di astrarre anche ciò che non è ontologicamente indipendente → fa diventare cosa ciò che non è cosa. Per questo, quando si afferma che i nomi servono per riferirsi ad oggetti, non parliamo di entità concrete ma di ciò che la mente umana rende oggetto [questa nozione di oggetto non è di matrice ontologica ma epistemologica]. I verbi, d’altra parte, servono ad attribuire agli oggetti qualche cosa che inerisce all’oggetto stesso e che quindi non è epistemologicamente autonomo rispetto all’oggetto.

Quindi secondo l’ipotesi qui perseguita: i nomi si riferiscono a oggetti epistemologicamente autonomi, mentre i verbi predicano proprietà o eventi di tali oggetti. A loro volta anche tali aspetti predicati possono diventare nuovi oggetti tramite il nostro processo di astrazione. Non c’è limite alla nostra possibilità di creare sempre nuovi oggetti mediante tali processi.

2.2. Nomi propri

I nomi propri sono i sintagmi nominali più semplici e meno strutturati. In filosofia del linguaggio la questione del significato dei nomi propri viene dibattuta tutt’oggi.

2.2.1. Semantica bidimensionale dei nomi propri secondo Frege

Gottlob Frege, fondatore della moderna filosofia del linguaggio propone una semantica bidimensionale dei nomi propri che sostiene che ci sono due aspetti del significato di un nome proprio e i termini che utilizza per indicarli sono Sinn und Bedeutung: in italiano il primo è stato tradotto con “senso”, mentre il secondo con “referente”.

Per questa teoria il nome proprio è uno strumento linguistico atto a riferirsi ad oggetti sulla base di una convenzione. Per comprendere il significato di un nome proprio è necessario conoscere qualche cosa circa l’oggetto a cui esso è convenzionalmente legato. Il significato dei nomi propri così è composto da due elementi:

  • Un concetto complesso che i parlanti hanno di un certo oggetto;
  • L’oggetto individuato da questo concetto, cioè il referente del nome.

Il concetto deve cogliere caratteristiche fondamentali del referente che possono distinguerlo dagli altri oggetti → la funzione semantica di un nome proprio pare quella di denotare quell’entità individuata per il fatto di possedere certe caratteristiche, perciò per conoscere il significato del nome proprio bisogna conoscere queste caratteristiche.

Quindi: il nome (1) → tramite concetto (2) → si riferisce a ente che sta nella realtà (3) → che si esprime nel nome (1). È uso comune chiamare il concetto associato al nome intensione e chiamare l’insieme dei referenti selezionati dall’intensione estensione del nome.

2.2.2. Critica alla teoria bidimensionale dei nomi propri

Critiche potenti sono arrivate da parte di Saul Kripke, filosofo del linguaggio americano, negli anni Settanta del ’900.

A) Il primo problema della teoria di Frege riguarda le differenze fra le conoscenze che i parlanti hanno circa il referente di un nome proprio. Se per cogliere il significato (concetto, senso) di un referente bisogna conoscere le caratteristiche che lo distinguono dagli altri, quali sono le caratteristiche fondamentali di un nome? Come si stabiliscono?

Si capisce così che l’ignoranza delle proprietà non sembra implicare necessariamente la mancata conoscenza del significato; che le proprietà mutano nel tempo senza che il significato del nome proprio muti; e che ipotizzare che il referente del nome non abbia quelle proprietà non è contraddittorio. (Leggi esempi Roma se non capisci, p.41-42).

2.2.3. La teoria del riferimento diretto dei nomi propri

Alternativa alla teoria di Frege, proposta da Kripke e i suoi allievi. L’idea è che il significato di un nome proprio consista unicamente nel suo referente: il nome proprio si riferisce direttamente al suo referente senza passare per un contenuto concettuale.

L’unica cosa che sembra importare per la comprensione del nome è l’identità del referente, e non che conosciamo le stesse cose di Roma (le caratteristiche di cui parla Frege). Questo non esclude che i parlanti identifichino i referenti mediante le loro conoscenze, noi comprendiamo sempre il mondo circostante tramite i nostri processi di concettualizzazione (personali, aggiungerei); ma in questa teoria il modo in cui identifichiamo il referente non è rilevante. Perché ci si capisca basta che identifichiamo il referente del nome e non nello stesso modo.

2.2.4. Alcuni problemi per la teoria del riferimento diretto

La teoria in questione risolve alcuni aspetti della teoria fregeana ma quest’ultima sembra spiegare cose che invece con la teoria del riferimento diretto non riesce a spiegare. Ad esempio: una delle ragioni della distinzione tra senso e referente è quella di dare conto della differenza di enunciati di identità che riguardano uno stesso oggetto (vedi esempio a pagina 45).

Frege sostiene che anche se due nomi hanno lo stesso referente, essi hanno tuttavia diverso senso: i due nomi esprimono diversi concetti e colgono lo stesso referente da due prospettive diverse. Due nomi propri (che rimandano esempio alla stessa persona) possono avere significato diverso perché sono associati a due concetti diversi dello stesso referente. (Punto a favore per teoria fregeana).

Un’altra ragione per cui viene criticata la teoria di Kripke è quella che riguarda la validità dei nomi propri di oggetti immaginari (o personaggi non esistenti nella realtà). Se l’unica componente della semantica dei nomi propri è costituita dal suo referente, allora nomi come “Superman” o “Minnie” sono privi di significato in quanto privi di referente. Al proposito di questa categoria di nomi Frege dice che i nomi finzionali, anche se mancanti di referente, mantengono un senso, cioè il concetto associato al nome.

Si deve ammettere però che anche la teoria fregeana qui sembra manchevole perché bisognerebbe comunque dire che gli enunciati con nomi finzionali sono manchevoli o difettosi, quando in realtà non sembra così. Gli enunciati con questa categoria di nomi propri comunque sembrano sensati (vedi es. 3 p.46).

2.3. I nomi comuni

La teoria della semantica bidimensionale può essere applicata anche ai nomi comuni. Così il nome sembrerebbe composto da due lati: uno astratto, concettuale (intensione), e l’altro concreto (estensione). Anche qui entrano in gioco le proprietà dell’oggetto: il lato concettuale permette di identificare l’insieme dei referenti di un nome comune (gatto) → possedere il concetto vuol dire essere in grado di discernere se un oggetto è (un gatto o meno), vuol dire avere un criterio tramite il quale possiamo collocare un qualsiasi oggetto all’interno o all’esterno dell’insieme dei referenti indicati dal nome (dell’estensione del nome).

Questo processo di selezione da Frege in poi viene interpretato tramite una funzione. Chiamando D l’insieme delle cose e

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

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