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Storia del design e dell'architettura

Periodo pre-industriale

A metà del XVIII secolo, il movimento protagonista era l'Illuminismo, un movimento che esaltava la condivisione del sapere e delle idee, che portava a riforme necessarie per il progresso; la classe più aperta eticamente, politicamente e scientificamente di questo periodo fu la borghesia. Nacque l’idea di catalogare il mondo e quindi le enciclopedie, libri dove veniva archiviato tutto il sapere fino a quel momento conosciuto, nacquero i primi luoghi pubblici, i primi musei e molti teatri con l’intento di democratizzare l’arte. I musei non erano più esclusiva della nobiltà, ma divennero luoghi per raccogliere, ricollocare e mostrare il gusto, la cultura e gli oggetti di interesse del tempo anche alla borghesia; borghesia che, in questo periodo, iniziò a collezionare arte e cambiò il modo tradizionale di farlo, concentrandosi modernamente su arte ma anche porcellane.

Nacque lo stile neoclassico, uno stile internazionale che si presentò come il risultato della riscoperta del classico, tendenza tipica dell’Illuminismo, fortemente spinta dalle scoperte archeologiche di Pompei ed Ercolano. Così nacque anche il Grand Tour, un viaggio che solo i ricchi intellettuali potevano permettersi di fare, che partiva dal mondo anglosassone e aveva come meta l’Italia, per riscoprire il gusto classico a Roma, a Napoli e in Sicilia.

L’archeologo e storico dell’arte tedesco Johann Winckelmann, che diresse gli scavi di Ercolano, è considerato uno dei massimi teorici del Neoclassicismo e disse: “Per noi l’unica via per diventare grandi e, se possibile, inimitabili, è l’imitazione degli antichi… La nobile semplicità e la quieta grandezza delle statue greche”.

Goethe, scrittore e poeta tedesco, intraprese il Grand Tour e venne immortalato in viaggio dal pittore Tischbein, nel quadro “Goethe nella campagna romana”. Il poeta è dipinto in una campagna con alle spalle, in lontananza, dei monumenti storici. L’opera fu per lui un ricordo del suo viaggio nella classicità, così come per Charles Cecil Roberts, un nobile inglese ritratto anch’egli durante il suo Grand Tour.

Goethe, nel 1809 scrisse il saggio “La teoria dei colori”, un’opera sulla luce, sui colori e sulla critica della teoria corpuscolare di Newton. Newton, il quale si basò su una visione materialistica e atomista della luce, ritenendo di poterla scomporre nelle sue parti come la materia (ritenuta componibile a partire dagli atomi), pensò che la luce fosse composta da particelle solo ed esclusivamente bianche, e che l’apparizione dei colori, quando essa colpiva certi oggetti, fosse una specie di processo di contaminazione che le cose terrene innescavano nella luce stessa. La ruota cromatica di Goethe, poi stimolo di futuri studi filosofici e scientifici per la colorimetria, affermò che nessun raggio di luce appare mai se non è circondato dal buio o da una luminosità più bassa e ipotizzò che il buio giocasse un ruolo attivo nella percezione dei colori.

Neoclassicismo a Milano

Il periodo neoclassico milanese può essere diviso in 3 fasi, tra ‘700 e ‘800.

Illuminismo austriaco

Grazie a Maria Teresa d’Austria, in questo periodo ci fu un Neoclassicismo colto, caratterizzato da architetture funzionali in stile classico. La regnante ebbe una grossa funzione nella rinascita culturale, economica ed estetica che rese Milano un centro intellettuale. Abolì l’inquisizione, aprì i primi giardini pubblici della città e fondò il Teatro alla Scala progettato da Giuseppe Piermarini, il quale si occupò anche di ristrutturare interni ed esterni di Palazzo Reale a Milano e di costruire Palazzo Reale a Monza e Palazzo Belgioioso. Un altro esponente di questa prima fase fu Luigi Canonica, architetto che rivestì Palazzo Brentani e Palazzo Anguissola Antona Traversi, palazzi poi annessi alle Gallerie d’Italia grazie a Michele de Lucchi.

Anni napoleonici

Negli ultimi anni del ‘700 Napoleone entrò a Milano, città in cui verrà anche incoronato imperatore nel 1805, e i progetti urbanistici che presero vita durante questo periodo furono numerosi:

  • La barriera daziaria di Porta Ticinese di Luigi Cagnola
  • La barriera daziaria di Porta Vercellina
  • L’Arco della Pace di Luigi Cagnola
  • La facciata del Duomo in stile goticizzante
  • Piazza d’Armi al Foro Bonaparte
  • Anfiteatro, oggi Arena Civica, di Luigi Canonica che nel 1807 fu riempita d’acqua, con l’ausilio del torrente vicino Nirone, per festeggiare la nascita del figlio usando una festa della romanità, la naumachia.

Restaurazione

La terza fase, nonché quella conclusiva, del Neoclassicismo a Milano vide un lento declino, e questo movimento fu infine sostituito dal gusto e dallo stile romantico ed eclettico, lasciando tuttavia un’importante eredità. In tale fiorente periodo, infatti, vengono poste le basi che consentiranno più tardi a Milano di affermarsi come capitale economica, e in certi periodi anche culturale, dell'Italia unita.

Neoclassicismo in Inghilterra

Il Neoclassicismo in Inghilterra è l’unione tra scienza e gusto, tra Illuminismo e Neoclassicismo, è la nascita di manifatture avanzate e di mode per la borghesia. Tra architetti, imprenditori, ingegneri e pittori, gli esponenti del movimento sono Robert e James Adam, John Soane, Josiah Wedgwood, Johan Zoffony, Matthew Boulton e James Watt (inventori della macchina a vapore, strumento essenziale per lo sviluppo della rivoluzione industriale). Ora si prenderà in considerazione il caso di Josiah Wedgwood, un ceramista inglese, ma non solo...

Josiah Wedgwood (1730 - 1795)

Josiah Wedgwood fu vasaio, imprenditore, scienziato e abolizionista inglese. Chiunque studi la storia del marketing o della pubblicità non può non conoscere Josiah Wedgwood, ritenuto l’inventore del marketing e delle moderne modalità di vendita; egli riusciva a riconoscere i bisogni del mercato e così anticipava le mode intuendo le tendenze sociali, ebbe gran successo tanto che i prodotti Wedgwood venivano replicati già a fine ‘700. Wedgwood nacque nipote e figlio di ceramisti; all’età tenera di 9 anni si dimostrò un abile vasaio, ma sopravvisse a un attacco di vaiolo che lo lasciò però con un ginocchio indebolito e incapace di lavorare con il pedale del tornio da vasaio.

Fondò la Wedgwood, una società specializzata in terracotta e porcellane fini (strette parenti delle porcellane ma, a uguale qualità, notevolmente più economiche). Nel corso della sua vita sviluppò corpi ceramici migliori attraverso un processo di sperimentazione sistematica che gli permise di diventare il leader nell’industrializzazione della produzione di ceramiche in Europa, scavalcando la concorrenza del suo settore (famiglia Medici, famiglia Meissen di Dresda). Gli entusiasmi classici di fine anni ’60 e inizio anni ’70 del XVIII secolo furono di grande importanza per la promozione delle vendite. Le classi superiori erano molto interessate ai beni costosi, che venivano emulati da lui in qualità più basse, ma molto simili alle ceramiche, per essere venduti in set più economici anche al resto della società, la quale desiderava di possedere gli stessi oggetti dei più ricchi.

Fu uno dei primi ad adottare la stampa a trasferimento: una tecnica che riproduce la pittura sulle ceramiche, ma essendo solo una riproduzione è molto più economica nonostante i risultati siano molto simili alla pittura a mano. Le sue nuove trovate venivano rapidamente copiate e una volta raggiunta l’efficienza nella produzione migliorò l’efficienza nelle vendite e nella distribuzione. L’azienda Wedgwood controllò un mercato internazionale anche grazie alla circolazione dei loro cataloghi illustrati, l’80% dei beni prodotti era destinato all’estero.

Espose a Londra la sua collezione di stoviglie in un primitivo show-room, aprì la strada alla vendita a distanza, usava garanzie di rimborso, acquisti self-service e promozioni varie, offriva la consegna gratuita e pubblicava cataloghi illustrati. Dal 1754 diventò socio in affari di Thomas Whieldon, il più rinomato produttore inglese di ceramiche del suo tempo. Wedgwood fu chiamato per migliorare la qualità dei prodotti così iniziò a studiare chimica, il fuoco, l’argilla, i minerali e gli smalti.

Creamware è la denominazione della terracotta raffinata monocolore color crema creata dai vasai dello Staffordshire nel 1750; Wedgwood la rinnovò nello spessore, rendendolo più fine e nello smalto, grazie alle ottimali tecniche di modellazione della materia e all’applicazione precisa degli smalti apprese durante i suoi studi. Nel 1759, Wedgwood iniziò la sua attività a Manchester affittando la Ivy Works, una piccola fabbrica dove si mise in proprio. Qui ebbe l’idea di separare le stanze contenenti le macchine, potenzialmente pericolose per gli incendi, così da isolare ipotetici fuochi per non compromettere l’intera fabbrica. Inoltre Wedgwood dedicò a ogni stanza una specifica funzione per ordinare la distribuzione delle macchine all’interno della fabbrica (una stanza per il tornio, una stanza per i forni, ecc.).

Successivamente, produsse il Queen’s Ware, un tipo particolare di ceramica dello stesso colore del Creamware. Il Queen’s Ware fu prodotto in onore della sua protettrice, la regina Charlotte che gli concesse di chiamare in questo modo questa collezione. Portando un nome reale, il set si rivelò un grande successo a livello pubblicitario, alzando l’interesse per tutti i prodotti Wedgwood. Wedgwood fu un perfezionista, i suoi oggetti erano facilmente riconoscibili per la perfezione formale che li caratterizzava; era solito entrare nella sua fabbrica ed eliminare tutti i prodotti che avessero imperfezioni. Nel 1769, in collaborazione con un amico e finanziatore, aprì un nuovo stabilimento, chiamato Etruria per omaggiare la regione etrusca del 750 a.C., luogo importante per la classicità. In questo periodo inventò nuovi pasti di ceramica e colori per creare nuove tendenze e perfezionò la stampa a trasferimento.

Nel 1773, su commissione dell’Imperatrice Caterina la Grande, creò il Servizio di Rane per il palazzo Kekerekeksinen (il nome significa “palazzo su una palude di rane” in finlandese, e in seguito verrà chiamato Palazzo Cesme). Composto da 944 pezzi, l’elegante servizio, color crema con dipinti in grigio, venne esposto in uno show-room visitabile a pagamento a Chelsea prima di essere spedito. L’esposizione fu un successo, le strade della città vennero bloccate da carrozze di ricchi visitatori giunti per vedere il famoso set.

Nel 1768 introdusse il Black Basalt, un vaso che ricorda le produzioni classiche ma totalmente innovativo nel colore e nelle forme. Queste nuove forme di decorazione che emulavano gli antichi vasi greci e italiani necessitavano di una superficie liscia. Il basalto nero era il corpo ideale ed entrambi i metodi decorativi furono brevettati. Wedgwood iniziò a incaricare dei designer professionali, come John Flaxmann, il quale fu incaricato di preparare dei disegni per tazze e altri oggetti in ceramica.

Nel 1770 diventò virale un vaso azzurro di una tonalità totalmente innovativa, poi denominata Wedgwood blue, il Jasperware. Questo vaso presentava delle figure disegnate da Flaxmann, stampate e poi applicate con la tecnica dello sprigging (prima di seccare, le figure venivano appoggiate come un bassorilievo all’anfora). Nacquero molti oggetti che riportavano al loro interno particolari che rimandavano direttamente al Jasperware tanto diventò famoso: braccialetti, anelli, astucci, scatole, campanelli, maniglie…

Un’altra commissione di alto profilo pubblicitario fu la riproduzione del Vaso Portland o Vaso Barberini. Il leggendario Vaso Portland del 50-40 a.C., acquistato e portato in Inghilterra da Sir William Hamilton, è oggi conservato al British Museum e Wedgwood fu incaricato di crearne la riproduzione. Wedgwood utilizzò una pietra nera con un cammeo bianco applicato, una assoluta novità per il tempo. Il Queen’s Ware e il Vaso Portland non hanno mai perso il loro fascino tant’è che nel catalogo Wedgwood degli anni ’30 del ‘900 comparivano ancora. Wedgwood, in una lettera del 1777 indirizzata a Thomas Bentley, scrisse che nutriva grandi speranze per la sua nuova gamma di piccoli cammei.

Wedgwood, interessato a questioni sociali, fu anche abolizionista e si batté per l’abolizione della tratta degli schiavi. Contro la schiavitù produsse un cammeo raffigurante uno schiavo in catene in ginocchio e la scritta “Am I not a man and a brother?” che divennero simbolo e slogan del movimento, tra britannici e americani. I medaglioni furono prodotti in grande quantità e diventarono così popolari da arrivare persino a Benjamin Franklin, che nel 1788 era presidente della Pennsylvania Abolition Society. Indossare questo cammeo divenne una moda, il gusto di indossarlo diventò generale oltre al messaggio che portava; e così la moda, che di solito si limita a cose senza valore, venne vista nell’onorevole ufficio di promuovere la causa della giustizia, dell’umanità e della libertà.

Prima rivoluzione industriale

La prima rivoluzione industriale ebbe inizio in Inghilterra per le condizioni che la permisero: economia fiorente, crescita demografica, posizione geografica e presenza di materie prime (fattori macro, sui quali l’industriale non ha influenza). Si iniziò a usare il vapore come energia per azionare le macchine delle manifatture e i mezzi di trasporto, le aree rurali divennero povere poiché molti contadini si trasferirono verso le grandi città dove sorgevano le industrie, il commercio si espanse e la proprietà agraria si trasformò.

La rete stradale Turnpike, una sorta di rete autostradale, venne ampliata per il crescente utilizzo di grandi carri e carrozze. Attorno a Londra era molto fitta perché la città era una delle più grandi d’Europa e la sua popolazione richiedeva un sostanzioso approvvigionamento di cibo, carburante e prodotti di consumo che giungevano via strada. La produzione di infrastrutture, tra cui strade e canali, fu finanziata principalmente da privati. I canali artificiali costruiti furono essenziali per il trasporto, soprattutto per le merci fragili, come quelle prodotte da Wedgwood, il quale finanziò la costruzione di alcuni canali. Thomas Telford, ingegnere, costruì il Pontcysyllte, un canale navigabile, costruito per questioni di comodità di trasporto, su un cavalcavia per evitare di attraversare il fiume che passava sotto al ponte.

Manchester e Birmingham furono città importanti per la rivoluzione, due centri commerciali, rispettivamente di cotone e di metallo.

La ricchezza delle nazioni

Adam Smith, filosofo ed economista scozzese, durante la rivoluzione industriale scrisse “La ricchezza delle nazioni”, un’opera dove mise per iscritto la teoria della divisione del lavoro e dello scambio libero; per il suo contributo Smith è considerato il fondatore della scienza economica moderna. Joseph Schumpeter fu anch’egli un teorico dell’economia, il principale oppositore di Smith. Schumpeter distinse invenzione, una scoperta, e innovazione, un’applicazione; non è l’invenzione in quanto tale che provoca il cambiamento, ma è la sua applicazione diffusa e costante che costituisce il cuore della trasformazione tecnica.

Ne La ricchezza delle nazioni, si parla di specializzazione dei mestieri citando l’esempio di una fabbrica di spilli. In una fabbrica di spilli ogni operaio si specializza in una sola mansione: un operaio trafila il metallo, un altro raddrizza il filo, un altro ancora lo taglia, un altro gli fa la punta, un quinto lo schiaccia all’estremità per poi inserire la capocchia che altri tre, nel frattempo, sono impegnati a fabbricare, altri la inseriscono negli spilli; terminato il lavoro di fabbricazione, nuovi operai pensano a lucidare gli spilli prodotti e ad avvolgerli nella carta, pronti per essere venduti. La fabbricazione di uno spillo è così suddivisa in circa diciotto operazioni.

Smith affermò che se 10 lavoratori facessero ogni passo da soli, ognuno di loro potrebbe produrre 10 o 20 spilli al giorno. Attraverso la divisione del lavoro, 10 uomini producono 48.000 spilli al giorno, così la fabbrica di spilli sostituisce fino a 4.800 produttori di spilli. L’aumento della produttività del lavoro, intesa come produzione per persona al giorno, è 50 volte superiore a quello dei singoli produttori di spilli. In termini produttivi, la divisione del lavoro è estremamente efficace, ma umanamente parlando è deleteria. L’artigiano, in questo modo, si snatura, eseguendo gli stessi gesti ripetitivi per sempre; la specializzazione in un'unica attività e la realizzazione di operazioni semplici,

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/18 Storia dell'architettura

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tommasolamarina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del design e dell'architettura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico di Milano o del prof Hockemeyer Lisa.
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