Introduzione al corso
Non esiste di per sé un'economia digitale, l'aspetto digitale riguarda più il contesto e le modalità d'azione e interazione. Il corso prevede all'inizio una parte teorica e poi ci saranno analisi di esempi e business case legati al contesto attuale (aspetto più pratico).
Definizioni dei concetti chiave del corso
- Tecnica: ciò che genericamente è definito come l'insieme di operazioni impiegate e impiegabili nella produzione di un bene, tutti quegli aspetti che riguardano l'operazione del fare all'interno del processo di produzione del bene.
- Tecnologia: la capacità di creare e utilizzare determinate tecniche. Il concetto di conoscenza (e dinamica) si rifà al concetto di tecnologia e può rappresentare la leva con cui la capacità tecnologica può determinare maggior efficienza e la soluzione di determinati problemi pratici.
- Invenzione: realizzazione non necessariamente pratica di un'idea nuova, è esclusivamente riconducibile all'ipotesi di un'idea nuova.
- Innovazione: riconducibile alla realizzazione di una determinata idea, così come la tecnologia è una capacità, la capacità di realizzare qualcosa di nuovo. Ciò che viene determinato da un processo di innovazione è un processo che può avvenire in linea di massima secondo due modalità: una modalità di natura incrementale (che tende a cambiare qualcosa, quindi innovare qualcosa già esistente, esercita la realizzazione di un'idea su qualcosa che già esiste), e una modalità di natura radicale (che tende a cambiare e a realizzare un'idea completamente nuova).
Queste dinamiche di rapporto tra i concetti chiave dell'innovazione sono sempre da considerare all'interno di quello che è la dinamica delle relazioni, all'interno di quello che è il concetto stesso di economia (dinamiche tra i soggetti economici e il soddisfacimento di determinati bisogni). Queste dinamiche si realizzano all'interno delle catene di valore rispetto ai soggetti economici (imprese, pubblica amministrazione, finanza e i lavoratori).
Quando parliamo di innovazione parliamo di un'area di specializzazione che è di formazione recente nell'ambito della teoria economica, si è iniziato a parlare di economia dell'innovazione verso la metà del ventesimo secolo (anni 30-40 del novecento) quando è nata la necessità di analizzare un'area di interazione tra soggetti economici determinata dall'incontro di discipline diverse, non riferibili all'economia classica, ovvero quando si è iniziato a far interagire discipline come l'economia industriale con la sociologia, la teoria dell'impresa, il management ecc. e anche in ambito tecnico e tecnologico si è iniziato ad avere un'interazione molto più forte tra il mondo d'impresa e altre scienze fondamentali per lo sviluppo di nuove tecnologie (fisica, biologia ecc.).
Il concetto di innovazione non nasce però nel ventesimo secolo, era già presente in ambito filosofico dal Seicento, in modo però diverso, non in una prospettiva economica (teorie economiche che partono dal settecento con i neoclassici, che hanno cominciato a capire che all'interno delle dinamiche relazioni tra soggetti c'era un rapporto espresso in qualche misura dalla variabile dell'innovazione, da processi di trasformazione).
Teorie economiche
Il primo studioso che si può segnalare nel concetto delle teorie neoclassiche è Adam Smith, rappresenta il primo grande teorico dell'economia neoclassica, in particolare con la sua opera Indagine sulla natura e cause delle ricchezze delle nazioni, ragiona su dinamiche che hanno a che fare con le relazioni tra soggetti basilari dell'interazione economica (lavoratore e impresa) attraverso un'analisi delle dinamiche che avevano a che fare con il miglioramento della produzione attraverso l'introduzione di nuovi macchinari. Smith così come i successivi teorici dell'economia neoclassica, si focalizza prettamente sulle dinamiche dell'applicazione della tecnologia nel contesto del lavoro manuale, valutandole secondo caratteristiche di autoregolamentazione (ottimizzazione e miglioramento dei processi attraverso di nuove tecniche e capacità). Si parla di innovazione esogena, esterna al contesto e alle dinamiche d'impresa, si parte dal presupposto che non è l'impresa, ma sono elementi determinati da variabili esterne (es. un nuovo macchinario, una nuova tecnica, una nuova idea ecc.).
Oltre a Smith si ricorda anche un altro grande economista, appartenente alla prima fase di industrializzazione meccanica e in particolare al contesto inglese, che è David Ricardo, che a inizio Ottocento in una sua opera dedica un capitolo proprio alle dinamiche di trasformazione determinate dall'utilizzo di macchine e tecnologie che tendono a risparmiare lavoro e a sostituire quindi il lavoro manuale determinando nuovi processi e il miglioramento del modello d'impresa. In particolare analizza questa dinamica soffermandosi sul ruolo che la macchina esercita eliminando lavoro attraverso l'uso delle macchine, determinando che queste nuove macchine creano nuove imprese, per esempio imprese dedite alla produzione di questi nuovi macchinari -> teoria della compensazione: nel momento in cui introduco una nuova macchina e quindi elimino lavoro, in realtà c'è un effetto compensativo che determina ulteriore lavoro e il riutilizzo degli stessi lavoratori nella produzione di questi macchinari.
Anche in questo caso la tecnologia e l'innovazione è vista in maniera esogena rispetto alle dinamiche dell'impresa e sarà così anche successivamente, finché cambieranno le dinamiche di competizione delle imprese in un'epoca già post-industriale.
Teorie classiche
- Marx: Nell'ottocento va segnalato a proposito di innovazione colui che ha iniziato a teorizzare Marx, però in una chiave molto diversa rispetto a quella delle teorie classiche, perché soprattutto relativa al ruolo della tecnologia, più che del processo di innovazione di per sé, in particolare il ruolo che la tecnologia determina nel processo di trasformazione, come questo processo secondo Marx abbia a che fare con quelli che lui chiama gli stimoli, gli incentivi che le imprese considerano per l'introduzione e il miglioramento delle tecnologie utilizzate. Marx contestualizza questo nella sua teoria generale dei processi sociali, intesi come interazioni tra individui, quindi anche l'innovazione viene vista come processo sociale e non come processo individuale. Secondo Marx gli stimoli che determinano l'uso di nuove tecnologie provengono da una pressione competitiva, dal fatto di trovarsi a dover competere con altre imprese, oltre che dall'ampiezza dei mercati. Questi incentivi sono collocati in una visione per la quale l'essenza del capitalismo sta nel processo di accumulazione del capitale e dove la leva dello sviluppo è determinata dal conflitto di classe. Nelle teorie classiche le tecnologie non sono elementi endogeni, ma sono esogeni, quindi esterni all'interazione economica tra gli attori, anche Marx aderisce a questa visione.
Con la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento cambia il periodo storico, si entra nell'era industriale, le imprese iniziano ad essere sempre più meccanizzate, fino ad arrivare alla grande fabbrica. In questo contesto incomincia ad esserci la necessità di guardare ai processi economici in maniera diversa, iniziano ad esserci teorie economiche che sono sempre più incentrate sulla struttura economica e sulle relazioni tra economia, società e istituzione ma basandosi su un approccio molto più metodologico e basato sulla modellizzazione dei comportamenti economici (introduzione di strumenti più empirici, ad esempio la matematica, nel valutare il comportamento degli attori economici attraverso l'analisi delle variabili). Questo periodo viene detto neoclassico, si ricostruiscono le basi dell'economia moderna a livello teorico.
La funzione di riferimento del periodo neoclassico è la funzione di produzione (Q= f(P,L,K)) -> prodotto che devo produrre(output) = funzione f di relazione tra produzione, lavoro e capitale. La produzione è la modalità attraverso cui produco input, il lavoro è il fattore legato alla manodopera e il capitale inteso come investimento, il finanziamento delle attività. Secondo le teorie neoclassiche l'output è direttamente proporzionale alle tre variabili (P, L, K), quindi un cambiamento di questi determina una differenza nell'output. In questa relazione si nota che non c'è un fattore legato alla tecnologia, quindi anche nel contesto neoclassico la tecnologia è un fattore esogeno, esterno, non viene considerato rispetto alla qualità dell'output prodotto (e così anche la variabile delle preferenze del consumatore). Anche in questo caso il sistema economico tende ad evolversi verso uno stato stazionario, una situazione in cui l'unico elemento di crescita è quello determinato o dall'incremento della popolazione o dall'incremento della disponibilità del lavoro. La teoria della funzione di produzione viene anche chiamata equilibrio continuo, appunto perché l'output varia in modo proporzionale alla variazione dei fattori interni alla funzione.
Teorie schumpeteriane
In questo periodo iniziano ad esserci le grandi fabbriche, basate su processi sempre più automatici, si inizia a produrre secondo delle logiche che hanno la necessità di considerare anche altre variabili, in particolare la variabile tecnologica e la variabile di consumo. In questo contesto iniziano a nascere le teorie sull'innovazione che sono ancora oggi alla base delle teorie moderne di innovazione.
Il più importante contributo a livello teorico lo si deve a Joseph Schumpeter, con cui la teoria economica inizia a cambiare in maniera piuttosto radicale, il suo punto di partenza è il superamento della condizione stazionaria di equilibrio tipica delle teorie neoclassiche, l'idea di fondo è quella dello sciame di innovazioni, che tende all'interno di un contesto di impresa ad aumentare la spesa e al contempo a fare crescere la produzione nel suo complesso con degli incentivi soprattutto legati a prezzi e profitti, per la prima volta si inizia a pensare che la determinazione della crescita è legata non tanto ai fattori della funzione di produzione, quanto alla capacità di creare innovazione. L'idea di base è che gli investimenti che servono all'azienda per crescere siano legati sempre di più alla capacità di investire in innovazione, gli incentivi iniziano ad essere sempre più legati a prezzo e profitto.
Un'altra idea di Schumpeter è come questo tipo di processo innovativo si contestualizzi all'interno di quello che è chiamato ciclo economico, cioè all'interno di una distribuzione sul tempo che segue tendenzialmente dei comportamenti che si ripetono nel tempo, in particolare egli ragiona su due cicli economici per eccellenza tra loro complementari: il ciclo economico di per sé (quando la crescita economica tende a un determinato livello, alto o basso) e il ciclo tecnologico (sviluppo tecnologico). Schumpeter dice che all'interno della relazione tra i due cicli, rispetto al ciclo economico quando la crescita economica è prossima allo zero il ciclo tecnologico tende a raggiungere il suo massimo livello, mentre quando la crescita economica raggiunge il suo apice il ciclo tecnologico raggiunge livelli molto bassi. Prospettiva che ragiona intrinsecamente sui processi di incentivazione interni all'impresa stessa e alla sua capacità di incentivi allo sviluppo di nuovi processi.
Schumpeter parla dell'importanza dell'innovazione rispetto alle dinamiche di fallimento e crisi, molto spesso si è visto che si riescono ad introdurre innovazioni anche radicali in contesti di crisi. Per Schumpeter lo sciame di innovazione e la relazione tra i due cicli sono gli aspetti fondanti del sistema capitalistico, che secondo lui è discontinuo e soggetto a cambiamenti costanti. L'innovazione è il centro del sistema capitalistico.
Entrando nel merito delle teorie vi sono altri elementi importanti, uno di questi è quello della competizione e delle dinamiche della concorrenza. È importante segnalare che secondo Schumpeter è evidente che il ciclo economico tendenzialmente è formato da quattro macro-fasi:
- Espansione
- Recessione
- Depressione
- Ripresa
All'interno di queste fasi si trova un modello definito "modello a ondate" che determina delle innovazioni: su queste fasi a ondate abbiamo l'interazione di una serie di innovazioni che distribuite sul ciclo economico determinano le logiche dello sviluppo del prodotto e dell'impresa. L'innovazione arriva spesso in maniera improvvisa (anche non voluta).
Secondo Schumpeter l'innovazione è un processo, una dimensione di processo, che in maniera discontinua e non uniforme interrompe la routine di un ciclo e la routine dei processi già in essere in una impresa, interrompe l'equilibrio esistente per determinarne uno nuovo. La capacità di realizzare l'innovazione, oltre ai meccanismi di incentivo e alle condizioni legate al contesto di mercato e concorrenza, è determinata soprattutto dal ruolo dell'imprenditore.
L'introduzione dell'elettricità (oltre che del carbone e poi del petrolio) come tecnologia ha determinato innovazioni che prima erano impensabili. A partire dagli anni 60 e 70 si è iniziato a trasformare le dinamiche di un'industria prettamente meccanica con le tecnologie elettroniche. Alla fine degli anni 90, avvio dell'era industriale moderna, ci fu la progressiva digitalizzazione dei sistemi e dei processi, con ulteriore agevolazione del lavoro e della qualità dei modelli produttivi. Un'ulteriore ondata di innovazione, un altro ciclo economico, è rappresentato dal mondo della robotica, quella che oggi è chiamata industria 4.0. Un altro modo di vedere questa ciclicità è quello di farlo analizzando le ondate di innovazione, le grandi trasformazioni attraverso l'implementazione di grandi innovazioni:
- Prima ondata: sfruttamento di energia naturale e prime macchine a vapore, utilizzo del ferro
- Seconda ondata: uso dell'acciaio e nuove macchine
- Terza ondata: utilizzo dell'elettricità, evoluzione dei prodotti chimici, introduzione del motore a combustione ecc.
- Quarta ondata: tecnologie elettroniche, sfruttamento petrolchimico
- Quinta ondata (giorni nostri): introduzione di software digitali, internet, nuovi media ecc. (economia dell'informazione)
- Sesta ondata (inizia ora): robotica e uso dell'intelligenza artificiale
Schumpeter analizza le innovazioni utilizzando il termine "distruzione creatrice", l'innovazione, quando entra all'interno dei modelli produttivi determinando un cambiamento, lo fa attraverso una dinamica per cui si distrugge qualcosa per creare qualcosa di nuovo (interrompe una routine, l'equilibrio esistente). Egli sottolinea però come le innovazioni possono riguardare ambiti differenti e teorizza in particolare cinque ambiti in cui si può determinare un'innovazione:
- Realizzazione di un nuovo prodotto: introduzione di un prodotto (o servizio) che prima non esisteva
- Metodo: introduzione di una combinazione differente di metodi (processi) che determinano una nuova modalità di produzione o esecuzione rispetto al rapporto che esiste all'interno del processo produttivo tra input e output
- Determinazione di un nuovo mercato: non è legato alla determinazione di un nuovo prodotto o processo, ma all'apertura di un nuovo sbocco di vendita e distribuzione (dinamiche economiche)
- Nuova fonte di approvvigionamento: utilizzo di nuova materia prima per la produzione di un bene o servizio
- Introduzione di una nuova organizzazione: nuove dinamiche, nuove soluzioni per l'organizzazione dell'impresa
Un'altra questione fondamentale delle sue teorie è quella che riguarda la relazione tra innovazione, modalità di interpretazione dell'innovazione da parte dell'impresa e la struttura del mercato -> le dinamiche dell'innovazione e la costante ricerca di nuove possibilità sono fortemente legate alla struttura del mercato, cioè a come l'impresa interagisce e si colloca all'interno del processo in cui opera. Schumpeter sostiene che le dinamiche di innovazione sono incentivate da mercati fortemente concentrati, cioè da imprese che hanno rendite di monopolio, e quindi hanno maggiore disponibilità a sostenere costi di innovazione, la massima efficienza si realizza in un contesto di concorrenza dove l'imprenditore, almeno in un determinato periodo, gode di un potere molto rilevante all'interno della struttura di mercato, l'impresa è più incentivata a realizzare in...
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