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Le opere complete di Pascal

Corso di filosofia morale - Prof.ssa Maria Vita Romeo

Argomenti da "Le opere complete"

  • Vita di Blaise Pascal (Da pag 93 a 96)
  • Lettera di Pascal a Fermat (Pag.327)
  • Prefazione al trattato sul vuoto (Da pag. 647 a 655)
  • Le provinciali (Da pag 961 a 990); lettura delle lettere 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 14
  • Colloquio di Pascal con il signor de Saci su Epitteto e Montaigne (Da pag. 1523 a 1526- da pag. 1529 a 1551)
  • L'intelligenza geometrica (Da pag. 1579 a 1587- da pag. 1591 a 1615)
  • Preghiera per chiedere a Dio il buon uso delle malattie (Da pag 1633 a 1639- da pag. 1643 a 1655)
  • Tre discorsi sulla condizione dei Grandi (Da pag. 1659 a 1664)
  • Scritti sulla Grazia (Da pag.1679 a 1687)
  • I Pensieri (Da pag. 2233 a 2252- da pag. 2279 a 2652)
  • Pascal. Una politica cristiana, Roma, Studium.

Lezione 1: 3-10-22

Definizione filosofia morale

La filosofia morale è la branca della filosofia che si occupa dell’agire e la prassi dell’uomo, delle scelte e finalità dell’uomo con tutti i mezzi per raggiungerle. È chiamata anche filosofia pratica: il suo oggetto è la prassi e l’applicazione della ragione a tutte le situazioni della vita al fine di raggiungere il massimo bene, ossia la felicità. Normalmente la filosofia morale viene chiamata anche etica: generalmente nel quotidiano non vi è una sostanziale differenza semantica tra Morale ed Etica: i due termini sono spesso usati come sinonimi. Tuttavia essi non lo sono. Cominciamo da quella che è la polisemia della parola Etica. Etica come agire nella prassi dell’uomo che aderisce a criteri di comportamento considerato buono, giusto, onesto o dal singolo, o dalla comunità.

L’altra accezione della parola etica, che è quella che ci interessa particolarmente, riguarda l’etica come pensiero, riflessione filosofica, come indagine speculativa e razionale sull’agire dell’uomo per cogliere quei criteri che regolano il nostro agire e muovere verso di essi anche qualche critica. Etica deriva dal greco ethos (comportamento, consuetudine, costume). Uno dei principali esponenti della filosofia classica fu Aristotele (Etica Nicomachea) che sosteneva che la felicità consiste nel vivere secondo ragione. In latino ethos è mos, moris che si può tradurre allo stesso modo. Hegel ne “La Filosofia Dello Spirito” separa la morale dall’etica. Quando entriamo all’interno dell’opera, egli distingue chiaramente fra diritto, morale ed eticità. La morale ha un valore soggettivo e riguarda il complesso delle scelte morali relative al singolo; mentre l’etica supera il valore soggettivo divenendo l’universalizzazione nell’ambito delle istituzioni famiglia, stato e società -> teoria filosofica di tipo normativo che risponde alla domanda: Che cosa è bene, giusto, onesto?

Ovviamente la risposta a questa domanda varia nettamente all’interno di contesti storici diversi. La società greca non ha mai avuto apparati coercitivi, come quelli legislativi, o di condizionamento ideologico, come regole ecclesiastiche. Quindi la morale e l’etica supplivano all’assenza di queste regole e di questi apparati nel governo della vita della città. L’etica antica è eudaimonistica, mentre l’etica moderna è deontologica (tu devi es. Kant). Perché dobbiamo fare il bene? Perché dobbiamo agire moralmente? L’etica antica avrebbe risposto: perché così sarai felice (Descartes su questa stessa linea dice: l’azione morale ti appaga); l’etica moderna risponde: perché è il tuo dovere. Ma perché è il mio dovere?

Nel corso della storia antica il concetto di felicità assume caratteri diversi e sempre più complessi. Nei poemi omerici la felicità si identifica con la gioia per le vittorie in battaglia; la beatitudine dell’anima ricompensata nell’oltretomba, la felicità aristotelica, stoica, epicurea -> qualunque sia, la felicità sta al centro dell’azione dell’uomo. In questo per la filosofia antica consiste la virtù. Il concetto di virtù si può conquistare anche attraverso la scienza, ma la vera scienza è la conoscenza del vero essere, e per raggiungerlo non basta la percezione sensoriale, ma il pensiero. I sofisti ad esempio davano alle virtù uno scopo della vita legato al piacere; Platone invece conquista la sua posizione metafisica affermando che la scienza delle virtù dev’essere vincolata dal relativismo, e quindi deve essere la conoscenza della vera realtà. La scienza della virtù esige una metafisica.

Socrate ci aveva detto che il sapere in contrasto con le opinioni è fatto di concetti universali. Ma Platone afferma che questo sapere doveva essere la conoscenza della realtà: allora il contenuto di questi concetti doveva corrispondere all’essere -> per questo nasce la dottrina delle idee. L’idea platonica è l’essere permanente rispetto al relativismo dei fenomeni, è l’oggetto della scienza e il vero fine della ricerca dei molteplici desideri (l’idea del bene in particolare). Le idee quindi sono qualcosa di diverso, di distinto dall’uomo, la vera realtà dice Platone, è immateriale.

La teoria delle idee di Platone trova uno sviluppo felice nel campo etico. Noi siamo esseri umani e dal momento in cui nasciamo ci relazioniamo, è l’altro che riconosce la nostra identità e noi riconosciamo quella dell’altro. Levinas (ebreo nel periodo del totalitarismo) ha messo da parte quanto detto da Aristotele: prima viene la metafisica e poi l’etica e dice che l’etica è la filosofia prima. Egli rivoluziona lo schema aristotelico, ci dice noi siamo relazione e ci riconosciamo nel corpo dell’altro -> vulnerabilità: siamo tutti uguali. Presa questa consapevolezza non ci considereremo più superiori o inferiori ad altri, ma semplicemente diversi.

La diversità è un valore, e il diverso non va scartato né temuto (l’uomo è una macchina che fa domande, ma queste domande non nascono dal nulla, sono legate ad un periodo storico ben preciso, quindi tutte queste riflessioni a cui facciamo riferimento vanno inserite in un contesto specifico -> in questo caso Levinas è un ebreo durante la seconda guerra mondiale). La diversità diventa un disvalore quando noi la guardiamo come un elemento di discriminazione tra superiore e inferiore. La diversità è un valore, tuttavia non devo annullare la mia identità, non devo rinnegarla per rispetto della diversità. Spesso nei rapporti di amicizia, di amore ci si chiude all’altro perché diverso -> l’amicizia diventa un disvalore quando succede questo: io non riesco ad entrare in un gruppo perché non ho le caratteristiche del gruppo. Il gruppo non ha una negatività solo perché mi impedisce di aprirmi all’altro, ma il grande pericolo del gruppo è la massa. Pur di appartenere spegniamo il cervello e smettiamo di tenere la testa in movimento. “Vivere senza filosofare è in realtà lo stesso che tenere gli occhi chiusi senza tentare di aprirli”.

Lezione 2: 5-10-22

Aristotele: La metafisica non è una scienza pratica ma ha il compito di permettere all’uomo di arrivare a determinati risultati nel campo della verità, nell’ambito della realtà, di superare il cosiddetto mondo empirico di platonica natura ma non è diretta a scopi pratici. Non risponde al perché particolare ma al perché universale. È dunque superiore alle altre scienze. Quindi, la metafisica che indaga l’essere, Dio e la sostanza, mira a superare il cosiddetto mimes del mondo antico, e ad avvicinarla alla conoscenza della realtà che diventa comunque conditio sine qua non, perché per agire bene bisogna giudicare bene, ossia discernere il bene dal male. Questo discernimento nasce anche dalla capacità logica che l’uomo acquisisce in questo esercizio e quindi la metafisica non è inutile al percorso etico. Le scienze pratiche dice Aristotele invece riguardano la condotta dell’uomo e anche il fine che l’uomo vuole raggiungere.

Etica -> studio della condotta dei fini dell’uomo come singolo Politica -> studio della condotta dei fini dell’uomo come essere sociale (Aristotele colloca al di sotto della metafisica sia l’etica che la politica). Quindi dopo le scienze teoretiche (metafisica e fisica) vengono le cosiddette scienze pratiche (politica ed etica). Per Aristotele che è un allievo di Platone, a differenza del maestro, il fine delle cose non è il bene universale, ma il bene particolare, che consiste nell’attuazione dell’essenza propria nel raggiungimento del fine particolare. Quindi la felicità dell’uomo sta nell’attuazione del bene particolare, ossia il vivere secondo ragione. Virtù -> felicità, ossia il vivere secondo ragione. Il bene supremo realizzabile dall’uomo che segue la ragione consiste nell’opera, nel suo agire pratico. Ma qual è l’opera dell’uomo per Aristotele? Sicuramente non può essere quella del semplice vegetale, così come non può essere quella del semplice senziente, ma deve essere quella della ragione.

Aristotele distingue in campo etico le virtù etiche da quelle dianoetiche. Le prime appartengono alla parte affettiva dell’anima (fortezza, temperanza, giustizia…), aiutano a preparare l’anima in modo tale che essa si sottoponga alla ragione e si apra all’anima razionale. Queste virtù si acquisiscono attraverso la consuetudine, l’abitudine -> compiendo atti giusti ci abitueremo a compiere atti giusti. Ma questo non basta, perché la morale convenzionale, seppur accettata dalla comunità può non essere giusta e può subire dei cambiamenti e qui intervengono le virtù dianoetiche: l'arte (τέχνη), la scienza (ἐπιστήμη), la saggezza pratica o prudenza (φρόνησις), l'intelletto (νοῦς) e la sapienza -> quelle che appartengono alla parte razionale dell’anima e la perfezionano.

Aristotele dice che per quanto la conoscenza teoretica possa aiutare a preparare l’anima ad acquisire questi habitus non dipende dalla conoscenza teoretica ma dalla capacità pratica che è in ognuno di noi che si acquisisce attraverso la virtù -> ossia la ripetizione di atti. La virtù dice Aristotele consiste nella condizione di equilibrio in cui l’anima si viene a trovare quando si tiene lontana dagli estremi della passione, tra il vizio, dipendente dal difetto e quello dipendente dall’eccesso -> giusto mezzo. Questo ci deve far capire quanto siano pericolosi tutti gli estremismi. La ragione deve intervenire sempre con questa attitudine sulle passioni, impulsi e sentimenti che tendono purtroppo o all’eccesso o al difetto. La ragione deve imporre la giusta misura; e lo stato, come sostiene Pascal, deve rispondere a questo bisogno. È necessario realizzare uno stato che distribuisca beni, guadagni e vantaggi per tutti -> non ci sono cittadini di serie a e di serie b, ma purtroppo continuano ad esserci. Pascal parlerà di rispetto naturale (siamo tutti uguali) e rispetto di istituzione -> Fa l’esempio del naufrago che approdato su un’isola deserta viene scambiato per il re (che se ne era andato) e il popolo decide che sarebbe stato il loro re. Il popolo identifica in quella persona il re e quindi è la società a fare la differenza. Uno stato equo che agisca secondo il giusto mezzo, è lo stato che deve distribuire in maniera equa. Levinas parlerà di responsabilità infinita, la quale deve essere suddivisa in piccole parti per tutti.

Tornando all’importanza del giusto mezzo quale virtù che ci permetta di trovare questo equilibrio, dalla filosofia greca che si basa sull’eudaimonismo giungiamo alla filosofia cristiana: quella filosofia che rivoluziona certi aspetti della filosofia greca in quanto comincia a guardare all’uomo come persona. Se per i greci c’era questa distinzione fra corpo e anima, con la filosofia cristiana entra un terzo protagonista: lo spirito. E addirittura si guarda all’essere umano come colui che è considerato Imago Dei (rispetto alle altre creature). La persona viene affiancata alla trinità. Mentre nell’antica Grecia la persona veniva identificata come maschera (che è sì un inganno, ma anche un modo per proteggerci, per nascondere le nostre debolezze -> es. gli ebrei durante la seconda guerra mondiale che nascondevano il fatto di essere ebrei per salvarsi la vita).

Assistiamo, paradossalmente per i preconcetti che possediamo, con la cristianità, alla rivalutazione del corpo, che è fondamentale per il riconoscimento della persona, dell’identità (a differenza di Platone ad esempio -> corpo prigione dell’anima). Con Agostino, con i quali farà i conti Pascal, che è un agostiniano (definito giansenista in modo dispregiativo da parte dei gesuiti, che utilizzavano questo termine per screditare i seguaci di Agostino), assistiamo alla rivalutazione del corpo. L’uomo è corpo, anima (ragione) e spirito.

Lezione 3: 7-10-22

Dicevamo che Pascal è stato definito giansenista, il che è solo un termine inventato dai gesuiti per mettere in ridicolo il pensiero dei seguaci di Agostino. Tra l’altro il 17 secolo era quello della ripresa del pensiero agostiniano -> il secolo prima nacque il protestantesimo: Lutero, Calvino etc guardavano ad Agostino come un punto di riferimento. Fino ad Agostino l’uomo era stato considerato in due dimensioni, quindi corpo ed anima -> a queste dimensioni viene aggiunto lo spirito: pneuma.

Spirito inteso come partecipazione del divino, come apertura dell’uomo alla divina sapienza (diversa dalla saggezza). L'introduzione di questo elemento è necessario per comprendere la teoria dei tre ordini di Pascal. Senza la teoria dei tre ordini non potremmo capire né l'etica né il pensiero pascaliano né i suoi punti di riferimento (Epitteto, Montaigne, Agostino). Con Agostino si introduce questo terzo elemento e si comincia a guardare l'uomo come unione di anima corpo e spirito: l’uomo viene associato alla trinità, e da qui cambia interamente il concetto di persona rispetto all’epoca greca: persona si diceva infatti πρόσωπον, che in ambito teatrale aveva le accezioni di "faccia" o "maschera" per attori, e tale termine viene esteso per indicare il corpo, la persona fisica -> notiamo dunque l’accezione negativa della fisicità, del corpo.

Questa definizione poi darà vita all’etica kantiana, che guarda esclusivamente alla persona. Ciò provocherà molti problemi, perché se la persona è Imago Dei, con l’avvento del cristianesimo, deve avere le caratteristiche di un prodotto divino. Intanto le caratteristiche che per Kant un uomo deve avere per essere considerato un essere morale sono:

  • Razionalità
  • Libertà
  • Reciprocità

Tuttavia questo schema kantiano presenta non pochi problemi, perché dovremmo escludere dal concetto di persona tutta una serie di categorie: il disabile, il neonato etc. Dicevamo, con Agostino non solo viene introdotto questo terzo elemento, che ritroveremo anche in Pascal, ma viene data molta importanza al corpo, che non è qualcosa di negativo, ma appartiene alla natura completa dell’uomo -> è un folle per Agostino chi vuole eliminare il corpo. Per Agostino il male non viene dal corpo, dalle passioni. Sicuramente bisogna dare un ordine a questi ultimi, ma non sono da condannare in quanto parte integrante dell’essere umano. (S.Agostino conosceva i piaceri del corpo, prima di convertirsi aveva avuto una vita mondana, aveva conosciuto donne etc). Il corpo non è l’origine di tutti i mali, quindi cambiò la prospettiva secondo cui bisognasse mortificare il corpo. Addirittura Pascal fino a circa 15 anni fa veniva visto come un pazzo che aveva prostituito la sua ragione alla fede e quindi una persona che si mortificava, si autopuniva, che non entrava neanche in chiesa perché non si sentiva degno di entrarvi. Questo è il frutto di aver studiato Pascal nel corso del tempo non dai testi originali, ma dai critici che hanno interpretato, anche influenzati dal loro periodo storico, il pensiero pascaliano, avvolti anch'essi da un pregiudizio non fondato.

Concezione del male agostiniana

  • Secondo il significato ontologico, il male è il venir meno della potenza di Dio. Come il buio è il venir meno della luce e il nulla è il venir meno dell'essere. Male, nulla e buio non sono cose, ma processi che derivano dall'allontanamento dal principio originario.
  • Dal punto di vista morale, tutto ciò che proviene da Dio è bene essendo egli il Bene originario. La volontà cattiva non è altro che una volontà debole, che si è allontanata dal principio originario. Essa consiste nell'incapacità di scegliere un bene superiore. Anche secondo Socrate l'uomo fa il male per ignoranza, poiché scambia il proprio bene parziale per il Bene assoluto.
  • Il male fisico secondo Sant'Agostino non è altro che la punizione per il nostro peccare.

Dopo questo cambiamento a cui assistiamo con Agostino, vi furono altri avvenimenti epocali che misero in discussione l’agire morale e la domanda sull’uomo ed il suo agire. In età moderna si diffuse l’islam, la conquista di Costantinopoli, Lutero e le 95 tesi, la fine della guerra dei 100 anni, Copernico e l’eliocentrismo, la battaglia di Lepanto, la scoperta dell’America e la grande e sconvolgente idea dell’infinito. Copernico ha tolto alla terra e all’uomo la posizione centrale nell’universo -> accanto al nostro mondo finito ne esistono altri finiti che ne fanno uno infinito.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gaia1210 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Vita Marilena.
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