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Valori

  1. I valori hanno a che fare con l'identità; ci sono invece preferenze superficiali che non hanno a che fare con la nostra identità, e se anche non le rispettiamo questa situazione non minaccia la nostra persona.
  2. I valori sono plurali, ovvero diversi.
  3. I valori possono morire, per questo dobbiamo difenderli.
  4. Il termine “valore” spesso è usato in modo scorretto.

La filosofia morale non deve dare ragione alle persone, determinare quali valori siano migliori o peggiori di altri, ma deve avere una funzione terapeutica, capire come funziona il linguaggio della morale e correggerne le strutture.

Dobbiamo discutere della necessità di usare il termine “valore”, che ha grande importanza e non deve essere inserito in contesti politici, in quanto in molti confronti viene affermato che “A ha dei valori che B non ha” inibendo da principio il confronto genuino; sarebbe meglio occuparsi di norme. È anche necessario indagare sulla reale forza motivazionale dei valori, che sì ci possono aiutare nel prendere una decisione, ma difficilmente agiamo se non per seguire interessi concreti.

Davvero i valori nascono? E se ricostruisco un valore, sto considerando sbagliata la sua base di partenza?

I valori nascondono altro

Nietzsche: i valori morali sono espressioni del risentimento dei deboli contro i forti.

Marx: i valori morali sono strumenti dell'ideologia con cui i borghesi ingannano i proletari, e talvolta sé stessi.

Freud: i valori sono strumento del narcisismo, molto legati all’immagine ideale che ci facciamo di noi.

Meta-etica

Esiste una risposta corretta alla domanda: “Mi sono comportata in modo giusto o sbagliato?”. La meta-etica si occupa dell’etica come proprio contenuto, delle cose come statuto dei concetti di valore, giudizi morali ecc.

Esistono delle verità morali? Se esistono, da dove traggono la loro autorità?

Razionalismo e sentimentalismo, la cui differenza di base si fonda su oggettivismo morale e soggettivismo relativo.

Oggettivismo

Credenza che esistano oggettivamente proprietà morali, indipendenti dalle nostre credenze e dai nostri desideri: X è giusto o meno, rispecchia in maniera giusta o sbagliata delle qualità morali.

  • Una proprietà è oggettiva se esiste indipendentemente da quello che pensiamo.
  • Una trattazione è oggettiva se ammette che nel suo ambito siano formulati giudizi che sono veri o falsi.

Soggettivismo (o relativismo ancora più estremo)

Uno standard è di tipo locale.

  • Una proprietà è soggettiva se dipende da quello che pensiamo.
  • Una trattazione è soggettiva se non ammette che nel suo ambito siano formulati giudizi che sono veri o falsi. Di conseguenza anche i giudizi formulati nel suo ambito sono soggettivi.

Oggettivisti contro soggettivisti

Qual’è l’origine dei principi morali?

Da dove derivano la loro autorità?

Esistono proprietà morali oggettive?

I due avevano posizioni diverse su queste questioni.

Facciamo riferimento al pensiero di Platone (428 a.C - 347 a.C), che ci propone dialoghi in cui tendenzialmente nessun personaggio ha ragione, sta a noi unirci a modo nostro nel dialogo prendendo posizione.

Eutifrone

Dialogo giovanile, è un nome parlante che unisce diritto e pensare, ovvero “colui che pensa bene”, caso classico di ironia platonica. I due personaggi (Socrate e Eutifrone) si trovano nell’agorà e si stanno dirigendo.

Socrate chiede ad Eutifrone che cos’è la pietà, elemento di cui Eutifrone si sente padrone ed esperto. È un tipo di domanda che vuole identificare l’essenza di un ente, ovvero qual è la sua proprietà essenziale; Socrate voleva infatti trovare un insieme di proprietà necessarie e sufficienti secondo le quali X faceva parte della categoria C. Cosa rende sante le cose sante, ed empie quelle empie?

Eutifrone crede di star facendo ciò che è giusto secondo la pietà denunciando il padre per omicidio, ma Socrate gli stava chiedendo una definizione, qualcosa di universale, per conoscere cosa rende sante tutte le azioni sante. Qual’è la proprietà che deve possedere per essere santa?

Dall’universale al particolare, conoscendo la definizione in senso esistenziale posso poi cercare quelle caratteristiche in oggetti particolari e riconoscerlo.

Esistono realtà metafisicamente oggettive che classificano un’azione come pia o empia.

Eutifrone fornisce questa definizione: “Ciò che è caro agli dèi è santo, ciò che è caro non è santo”; Socrate evidenzia però che gli dèi sono continuamente in lotta tra loro, ci sono dissensi e inimicizie degli uni contro gli altri, avendo giudizi molto diversi. Se la definizione di Eutifrone fosse vera, la morale dipenderebbe dalle opinioni di qualcuno, ovvero degli dèi, che avendo opinioni diverse ci metterebbero sempre in contrasto con qualcun’altro.

Dilemma di Eutifrone

“È il santo ciò che tutti gli dèi amano; e il contrario di questo, ciò che tutti gli dèi odiano, non santo”.

Il santo è tale perché gli dèi lo amano (volontà divina come potere giustificatore) o il santo è amato dagli dèi perché è santo? (Sarebbe santo anche se non lo amassero gli dèi e sarebbe una qualità intrinseca).

La morale dipende dalla religione? Per Platone no, sono gli dèi che amano il santo in quanto tale; le proprietà morali esistono già e indipendentemente dalla volontà degli dèi (oggettivamente).

Teoria platonica delle forme, che vengono individuate aldilà degli oggetti sensibili di cui sono causa; gli oggetti sensibili sono corruttibili, cambiano e presentano una certa varietà, per cui non possiamo attenerci alle loro caratteristiche particolari. Le forme devono essere entità metafisiche, che vanno oltre il mondo fisico.

Universale: in metafisica è quella cosa che enti fisici diversi hanno in comune.

Essere una forma significa sia essere un oggetto della conoscenza, sia la causa di un ente sensibile (potere causale): un cavallo è nero perché esiste una forma del nero.

Di conseguenza conoscere le forme significa scoprire la vera natura delle cose.

Dobbiamo stare su un livello più astratto ed alto, senza basarci su circostanze specifiche.

  • “Il santo [è] identico sempre a se stesso in tutte le azioni [...] e il non santo è il contrario di tutto ciò che è santo, ma identico sempre anche questo, come tale, a se stesso (5d).

Tutte le azioni sante sono sante e quelle empie sono empie, cioè ogni ente specifico appartiene a un genere (santo o empio).

  • Per un'idea unica le azioni non sante non sono sante, e le sante sono sante (6e).

C’è qualcosa che tutte le azioni sante devono possedere per esserlo e che le azioni empie non devono possedere per essere empie.

  • Insegnami bene questa idea in sé quale è; affinché io, avendola sempre davanti agli occhi e servendomene come di modello, quell'azione che le assomigli, di quante o tu o altri possiate compiere, questa io dica che è santa; quella che non le assomigli, dica che non è (6e).

Conoscere la forma equivale a conoscere la definizione vera; è possibile dunque distinguere ciò che soddisfa questa definizione e ciò che non lo soddisfa.

Essenza

Insieme di proprietà che rende un ente ciò che è: le essenze sono cause astratte, dunque immateriali, possiamo conoscerle con l’intelletto: Forme.

Non possiamo percepire le essenze con i sensi, ma possiamo 'vederle' (conoscerle) intellettualmente: di conseguenza le essenze sono Idee.

Conoscere è vedere.

Le idee sono oggetto di visione (conoscenza), dunque le idee esistono: sono reali.

Le essenze sono ideali: standard normativi.

Protagora

La questione generale: la virtù è insegnabile?

La questione specifica: il rapporto tra virtù e coraggio Q1.

Le questioni che ci interessano:

  • Il rapporto tra bene e piacere Q2.
  • La forza della conoscenza/ragione a livello morale Q3.
  • L’intellettualismo etico Q4 - Metaetica.

Una struttura a quadri (frames): il rapporto tra le varie questioni diventa pienamente comprensibile soltanto nel momento in cui l’argomentazione è conclusa.

Conclusione: non è vero che il coraggio è una parte isolata della virtù, e che esistono persone ignorantissime e coraggiosissime.

Esistono persone incoscienti, ma l’incoscienza non è coraggio. Il coraggio è sempre un ardire buono e bello, e chi non è coraggioso è a suo modo ignorante: la vigliaccheria è ignoranza delle cose da temere e di quelle da non temere.

Conclusione: l’idea originaria di Protagora, ossia che vi siano uomini coraggiosissimi e ignorantissimi (T1), è impossibile.

Intellettualismo etico: si agisce, ci si comporta male, si fa del male per ignoranza, e non perché si è soverchiati dal piacere.

P1: il fattore temporale non è necessariamente e solo deformante. Il tempo comporta una crescita del rischio – in un contesto x, posso preferire l’uovo alla gallina perché c’è un’invasione di faine e l’aspettativa di vita di una gallina è bassissima.

P2: la differenza tra piaceri è qui pensata solo in termini quantitativi, e non qualitativi. Il piacere di possedere una gallina non è del tutto comparabile al piacere di possedere e mangiare un uovo. Magari ci piace anche allevare la gallina, ci piace il suo colore, ci mette di buon umore il suo verso, etc. Quindi non stiamo comparando semplicemente la somma delle uova prodotte e mangiate, ma due piaceri in parte qualitativamente diversi.

P3: da dove viene la forza della ragione/scienza? La scienza può fornire un criterio dell’agire bene e male, forse possiamo articolarla in dei precetti. Ma da dove viene la motivazione ad agire secondo scienza e secondo ragione?

Aristotele

Gli scritti essoterici erano destinati al pubblico, ma sono stati distrutti nella Biblioteca di Alessandria; ci sono rimasti gli scritti esoterici, che utilizzava per fare lezione.

Ci sono 4 trattati di etica, quella nicomachea dedicata al figlio, quella eudemia (condividono 2 libri).

Qual’è per l’uomo la vita buona? È possibile conseguirla soltanto all’interno della comunità, la società in cui è inserito, l’uomo è infatti un animale politico.

L’idea di bene è infatti oggetto di studio della politica, che deve anche essere il suo fine. Il sommo bene sembrerebbe essere per tutti la felicità; l’etica nicomachea deve spiegarci come diventare felici vivendo una vita etica all’interno della comunità in cui viviamo.

Secondo Aristotele la felicità non è la soddisfazione dei desideri, secondo lui l’uomo ha una natura che lo rende felice vivendo una vita specificamente umana, è quindi necessario soddisfare quei desideri necessari al vivere una vita necessariamente umana. Vita virtuosa = essere felici.

La vita felice è quella in cui l’uomo realizza a pieno la propria natura, essendo virtuoso.

Lo scopo dell’etica nicomachea non è spingerci ad essere buoni, non ci dà regole di comportamento, ma offre a persone già felici e virtuose una visione critica del tipo di vita che stanno vivendo = autocomprensione di sé, che ha un valore pratico e ci serve a capire quale sarà il nostro obiettivo.

2 motivi:

  • L’etica non può fornire regole precise rispetto a come agire.

L’oggetto di etica e politica è qualcosa di mutevole e variabile, riferendosi alla natura umana, per cui non si devono cercare norme definitive, ma ambire a regole generali da applicare in base al contesto in cui ci troviamo; non si può lavorare con concetti come quello di vero o falso.

Dovremmo ispirarci al comportamento della persona che è già buona; l’uomo che si comporta giustamente, avendo una sensibilità che gli consente in situazioni diverse di agire in modo giusto, per questo Aristotele si rivolge solo a chi già è virtuoso, perché non può offrire regole precise.

  • La felicità umana non può essere compresa da un punto di vista esterno.

Ci sono scopi che sono distinti rispetto alle azioni con cui li conseguiamo: costruire una casa è diverso dall’obiettivo di avere una bella casa.

Ci sono però fini che coincidono con le attività stesse: corro per essere sana, ma correndo sto già affermando di essere sana.

Questa coincidenza vale anche per la virtù: agire in modo virtuoso non è il mezzo per diventare felici, essere virtuosi significa già essere felici, condurre una vita felice; azione e fine sono identici. Essendo una brava persona sono già felice, non lo faccio per diventare felice in futuro, usandolo come mezzo.

L’etica di Aristotele non serve a saper cos’è il bene, ma a comportarsi ancora meglio.

Secondo Aristotele è necessario postulare uno scopo finale, il sommo bene ovvero la felicità, perché altrimenti potrebbero crearsi diversi scopi anche contrastanti tra loro che ci manderebbero in crisi impedendoci di agire. Gli scopi singoli sono seguiti da noi in vista di questo sommo bene.

Secondo Aristotele ci sono diversi modi di intendere la felicità, ad esempio c’è chi la fa coincidere con il piacere. Questa prospettiva è molto povera, sarebbe una vita dedicata alle bestie, l’uomo deve apprendere ed essere critico; chi vive una vita edonista diventa schiavo di questi desideri.

È necessario scoprire qual’è la funzione specifica degli esseri umani, che ci distingue da tutte le altre forme di vita. Ergon è un termine che indica la funzione specifica di un ente, ciò per cui esso esiste; Aristotele lo utilizza per descrivere la felicità umana, ovvero l’ergon è la funzione specifica degli esseri umani che li rende tali e gli fa raggiungere la felicità.

Per Aristotele essere vivi ed avere un’anima è la stessa cosa, ogni ente vivente ha un’anima. Gli esseri animati però vivono in modi molto diversi.

Sembrerebbe la ragione quello che ci distingue dagli altri viventi, e di conseguenza il suo esercizio a farci giungere al sommo bene.

Cosa sono le virtù? Sono tratti del carattere che ci mettono nelle condizioni di prendere le decisioni giuste nelle circostanze in cui ci troviamo; l’insieme di questi tratti costituisce il nostro carattere, le persone che noi siamo. Si sviluppano tramite l’abitudine; potenzialmente siamo tutti virtuosi, ma perché le virtù si manifestino dobbiamo esercitarci, e quindi agire secondo virtù ed acquisire abitudini virtuose.

Noi nasciamo con inclinazioni naturali, vizi o virtù, che però devono essere poi educati; per diventare giusto devo compiere azioni giuste e farle diventare abitudine, sostituendo inclinazioni naturali con inclinazioni morali, provando piacere poi nel compiere azioni morali.

Hume

Fa a pezzi l’intellettualismo etico; scrive il “Trattato sulla natura umana”.

Tesi Q3 del Protagora: la scienza / ragione ha la forza di governare l’agire umano in ambito morale. Questo implica che la conoscenza abbia un potere nella nostra vita morale, ovvero se conosco allora mi comporto bene.

1) Hume attacca questa tesi, ritenendo che la ragione in ambito morale non ha alcuna forza; si focalizza sulla psicologia morale, che non cerca cosa deve essere la morale, ma i limiti dell’uomo in quell’ambito: come funziona la psiche umana in ambito morale?

“La scienza in fin dei conti non ha nessuna forza. Sarà pure bella, vera, apprezzabile, ma non esercita in fin dei conti alcuna "capacità coordinatrice e di governo” nell’agire umano”.

2) Giustifica filosoficamente quella che Socrate chiama “l’opinione della maggioranza”.

Anti-intellettualismo etico di Hume.

I motivi che influenzano la volontà

Tesi standard: (tesi accettata da tutti)

  1. La ragione e sentimento sono contrapposti.
  2. La ragione è stabile, imparziale, affidabile.
  3. Le passioni sono instabili, faziose e inaffidabili.
  4. Quindi se vogliamo agire bene, bisogna seguire la guida della ragione, non essere preda delle nostre passioni.

Hume riconosce che questa idea ha la sua validità, e dimostra di conseguenza però che è falsa.

Contro la tesi standard, Hume afferma due tesi alternative:

  1. La ragione non può costituire un motivo di azione per la volontà: la ragione non è mai ciò che produce direttamente un motivo per agire.
  2. La ragione non può opporsi alle passioni nel dirigere la volontà: come non può essere motivo di azione, essa non può impedirci direttamente di fare qualcosa, è quindi totalmente impotente a livello morale.

Prima tesi

Hume crede che l’intelletto (o ragione) abbia due funzioni:

  • Dimostrare, analizzare le relazioni tra le idee, capacità logica applicabile anche a concetti astratti o non reali, relazione logica tra le idee.
  • Scoperta delle relazioni di causa ed effetto, tratta di qualcosa che si dà empiricamente nella realtà: è molto importante nella vita pratica perché ci dà modo di fare previsioni. Anche moralmente ci fa capire l’effetto di ciò che facciamo agli altri.

Hume però afferma che l’impulso non nasce dalla ragione; tutta la catena di previsioni è innescata da due sentimenti: amo un determinato oggetto; mi piace essere considerato una persona originale.

La ragione quindi

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eva.milanesi88 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Santarelli Matteo.
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