AGENTI DELLA RIPRODUZIONE CULTURALE E DEL CAMBIAMENTO: IL RUOLO
CONTROVERSO DELLE DONNE NELLE ISTITUZIONI RELIGIOSE DEGLI IMMIGRATI.
Chapel Hill
Social Forces, 78 Dicembre 1999
Autori: Helen Rose Ebaugh, Janet Saltzman Chafetz
(traduzione: Antonella Savioli)
Le istituzioni religiose di immigrati detengono un ruolo centrale nell’aiutare i nuovi immigrati ad
adattarsi alla società statunitense e nel ricreare e riprodurre la cultura etnica tradizionale. Esse
forniscono uno dei più importanti spazi fisici e sociali, se non il più importante, nel quale si possano
attuare i cambiamenti richiesti dal nuovo contesto sociale e la continuità desiderata dai membri
immigrati (vedi Ebaugh & Chafetz n.d.). Questo articolo si concentra sul fondamentale contributo
che le donne immigrate e le loro figlie, nate e cresciute in America, danno a questi processi
all’interno delle istituzioni religiose immigrate.
Lo studio delle istituzioni religiose degli immigrati recenti è ancora in una fase iniziale, e i testi
riguardanti il ruolo delle donne all’interno di esse è ancor più scarso. Inoltre, si può dire che non
esistono testi che mettano direttamente a confronto tali istituzioni di fedi e culture etniche
immigrate; gli studi sulle istituzioni religiose di immigrazione recente consistono infatti in larga
maggioranza nello studio di singole congregazioni o religioni (si veda ad es. l’analisi di Min (1992),
delle chiese coreane cristiane, lo studio di Numrich (1996) di due tempi buddisti Theravada, e le
raccolte edite da Warner e Wittner (1998)).
In questo articolo si discutono i risultati degli studi etnografici comparati di 13 istituzioni religiose
di immigrati, a Houston, in Texas, concentrandosi su quei dati che riguardano il ruolo che le donne
ricoprono al loro interno. Si esaminano i processi tramite i quali le donne riproducono le tradizioni
culturali del loro "vecchio paese" per gli immigrati e i loro figli, ed anche quei processi per cui le
donne iniziano adesso ad assumere nuovi ruoli, responsabilità e comportamenti mentre esse stesse e
le loro congregazioni si adattano al contesto urbano americano.
RECENSIONE DEL MATERIALE BIBLIOGRAFICO
Nei tre decenni passati, i problemi relativi alle donne e alla religione sono stati al centro della
ricerca accademica fra gli scienziati delle materie sociali che studiavano religione. Sia durante la
prima che durante la seconda ondata di attivismo femminista, la religione venne attaccata come la
maggiore istituzione che discrimina le donne e le soggioga al controllo maschile. Già nel 1895,
Elizabeth Cady Stanton (1895), aveva criticato l’istituzione religiosa per l’ingiusto trattamento delle
donne. Fu comunque l’opera di Mary Daly (1975) che inaugurò i lavori della ricerca contemporanea
sulle donne e la religione. Attraverso un’analisi meticolosa delle tradizioni e dei testi l’autrice
argomenta che i capi della chiesa hanno sostenuto la marginalizzazione e la denigrazione delle
donne giustificandole come parte del piano ordinato da Dio. Mentre le sue analisi si limitano al
cattolicesimo, i problemi che solleva sono stati presto rivolti al protestantesimo. Successivamente la
ricerca ha confermato il fatto che la religione organizzata discrimina le donne sia dal punto di vista
teologico (Carr 1982; Fiorenza 1983; Himmelstein 1986; Weaver 1986), che dal punto di vista
organizzativo, specialmente nelle opportunità di leadership formale (Chaves 1997; Lehman 1985;
Nason-Clark 1987; Neitz 1987; Swidler & Swidler 1977; Wallace 1975, 1992).
Allo stesso tempo, comunque, altre ricerche hanno mostrato casi in cui le donne usano la religione e
le istituzioni religiose per sostenere la propria uguaglianza (Briggs 1987; Charlton 1987; Daly 1973;
Ice 1987; Royle 1984; Weaver 1986; Weidman 1985), e come spazio fisico e sociale nel quale
interagire con altre donne e costruire una coscienza femminista (Ammerman 1997; Hargrove 1987;
Kaufmen 1991; Weaver 1986; Winter, Lummis & Stokes 1994; Wuthnow 1994), nonchè come
modo per conferire potere informale alle pratiche non ufficiali, domestiche della religione (Brown
1991; Diaz-Stevens 1993; Dougherty 1978; Jacobs 1996; Neitz 1995). Il ruolo delle donne nelle
sfere formali e informali della religione è perciò complesso e richiede un’attenta analisi delle
condizioni e dei modi in cui la religione contemporaneamente promuove uno status inferiore delle
donne in rapporto agli uomini mentre le aiuta ad aumentare il proprio potere.
Una cosa è chiara: nei decenni scorsi le donne hanno guadagnato terreno nelle chiese americane
aumentando il numero di ruoli formali ricoperti e le proprie responsabilità. La proporzione del clero
protestante femminile è raddoppiata, dal 2,1% negli anni ’50 al 4,2% nel 1980. Inoltre, per il 1980
la metà degli studenti di master in materie teologiche erano femmine (Carroll, Hargrove & Lummis
1983; Neitz 1998). Mentre il cattolicesimo romano esclude le donne dal sacerdozio, a partire dal
Concilio Vaticano Secondo (1963-65) è stato permesso alle donne di partecipare ai pubblici
ministeri quali i ministeri eucaristici, le letture, o come pastori laici (Wallace 1992), e anche
cancellieri delle diocesi (Neitz 1998). Il loro coinvolgimento nel movimento delle donne ha spinto
le donne cattoliche a chiedere e ottenere una maggiore partecipazione ai ruoli formali della chiesa.
Senza dubbio la drammatica diminuzione del numero di preti e di seminaristi cattolici ha provocato
la domanda di assistenza laica nel servire il crescente numero di cattolici negli Stati Uniti
(Schoenherr & Young 1993). Contemporaneamente le accresciute qualificazioni nel grado di
istruzione e professionalità rendono le donne competitive rispetto agli uomini per i ruoli di comando
all’interno delle chiese.
Nonostante la corposa ricerca svolta recentemente sulle donne e la religione negli Stati Uniti, pochi
di questi studi prendono nota, e ancor meno si concentrano, sulle donne nelle congregazioni di
immigrati. I pochi studi esistenti sulle istituzioni religiose tra nuovi immigrati (ad es. Christiano
1991; Diaz-Stevens 1993; Dolan 1988; Haddad & Smith 1994; Min 1992; Numrich 1996; Warner &
Winner 1998; Williams 1988), dimostrano chiaramente il ruolo centrale che le donne occupano
nella costruzione di tali organizzazioni. Tuttavia pochi studi descrivono l’impatto specifico della
partecipazione e della pratica religiosa sullo status di donna immigrata. Un’eccezione è
rappresentata dalla ricerca di A. R. Kim (1996) sulle donne cristiane coreane, la quale mostra che la
chiesa rinforza fortemente l’ideale confuciano di donna sottomessa e altruista. La ricerca di J. H.
Kim (1996) comunque, mostra come le donne coreane "di chiesa" usino il loro "sapiente silenzio" e
le loro esperienze, apparentemente oppressive in una chiesa dominata dal maschile, come forma di
resistenza passiva. L’uso di comunicazione non verbale dentro le chiese, (le frequenti risate, gli
sguardi di intesa, il tenersi le mani, l’incrociarsi con gli occhi), incoraggia la resistenza e
l’appropriazione di potere come una sorta di "patto segreto". Paradossalmente, l'intesa fra donne e le
esperienze di silenzio permettono loro di raggiungere un senso di libertà, resistenza e liberazione.
Un’altra eccezione è rappresentata dallo studio di George (1998), su una chiesa indiana ortodossa
immigrata, studio che si focalizza esplicitamente sulla competizione di genere per una posizione
nella chiesa. Questo risulta dalla perdita di status occupazionale di molti uomini, per i quali un ruolo
nella chiesa diventa compensatorio. Con queste poche eccezioni poca attenzione è stata dedicata al
ruolo delle donne nelle congregazioni di immigrati e alla domanda di se e come queste istituzioni
promuovano o inibiscano lo status delle donne immigrate.
ORIENTAMENTI TEORICI
Ovunque le donne si sono fatte carico della maggior parte delle responsabilità e dello svolgimento
del lavoro di nutrizione, inclusi la preparazione di cibo per i membri della famiglia e lo sviluppo
fisico, sociale, intellettuale ed emotivo dei figli. Nell’atto della nutrizione le donne "davvero
generano" (Berk 1985; Pleck 1985; West & Fenstermaker 1993; West & Zimmerman 1987), così
rinforzando e ri-creando le aspettative culturali di genere. Inoltre, i cibi che preparano e il modo in
cui nutrono i bambini sono tipicamente specifici della loro classe e delle loro (sotto)culture etniche
(DeVault 1991; Di Leonardo 1987). Perciò, nel processo di "fare genere" e di ri-creare l’ordine di
genere attraverso le attività di nutrizione, le donne in particolare contribuiscono anche alla ri-
creazione della classe e delle (sotto)culture etniche nelle quali si collocano le loro famiglie.
Le teorie designate a spiegare come l’ordine di genere cambi per elevare lo status relativo delle
donne si focalizzano particolarmente sull’importanza dei cambiamenti strutturali che, spesso
inavvertitamente, forniscono alle donne nuove opportunità di assumere ruoli non tradizionali e di
iniziare ad aquisire risorse non disponibili, o di fatto meno disponibili, in precedenza per le donne
(ad es. Blumberg 1984, 1989; Chafetz 1990,1999; Collins e altri 1993; Huber 1988). Queste teorie
spiegano come i processi economici di espansione e di modernizzazione, in special modo la
transizione da un sistema manufatturiero predominante ad una economia post-industriale di
produzione di servizi, servano spesso all’espansione delle opportunità educative e occupazionali
delle donne e perciò all’incremento delle loro risorse materiali e non. Quando le donne approfittano
delle opportunità di espansione, si hanno una serie di conseguenze, una delle quali è lo sviluppo di
una coscienza di genere che avverte e resiste meglio all’ineguaglianza sistematica dei generi
(Chafetz & Dworkin 1986; anche Huber 1976). A sua volta, questa aumentata coscienza può
sollecitare le donne a confrontarsi con la struttura tradizionale dell’autorità maschile, sollecitando
dei cambiamenti che alle volte si verificano (Chafetz 1990).
Le donne possono mettere in dubbio e cercare di cambiare la struttura ineguale di genere, mentre,
allo stesso tempo, riproducono la cultura tradizionale, inclusa la componente di genere; i due
processi non si escludono mutuamente. Effettivamente, i testi su famiglie americane contemporanee
con due componenti della famiglia "in carriera" suggeriscono proprio che, come Hochschild (1989)
e molti altri (ad es. Coverman 1983; Berk 1985; Huber & Spitze 1983), hanno dimostrato, anche
quando sono professionalmente istruite o impiegate a livelli manageriali, spesso le mogli
femministe "davvero generano" assumendosi il grande fardello femminile dei lavori di casa e della
cura dei figli. E qui possiamo anticipare che le donne immigrate, la maggior parte delle quali viene
da culture molto più tradizionali nella ruolizzazione di genere che non nel caso della quarta città
degli Stati Uniti (Houston), agiranno sia riproducendo la cultura tradizionale sia avviando
cambiamenti delle strutture nelle quali vivono e si adattano al nuovo ambiente. Inoltre, anticipiamo
che tali donne, e specialmente le loro figlie nate o cresciute in America, inizieranno a sviluppare la
sensazione di essere vittime di ineguaglianza basate sul genere e agiranno, a volte, in base a questa
consapevolezza. Poiché abbiamo studiato queste donne nel contesto delle loro istituzioni religiose,
le continuità, le differenze e i cambiamenti sui quali ci concentriamo sono quelli all’interno di tali
istituzioni più che quelli all’interno delle famiglie immigrate o della società più vasta.
DATI E METODI
Gli studi dei dati etnografici di 13 istituzioni religiose di immigrati (alle quali ci si riferisce anche
con il termine generico di congregazioni), nell’area metropolitana di Houston, sono stati condotti tra
la primavera del 1997 e l’estate del 1998 da una squadra di ricercatori che parlavano la lingua
nativa delle congregazioni studiate ed erano membri della loro religione o del gruppo etnico
dominante.
(…)
Parte del protocollo di ricerca prevedeva l’intervista specifica a donne riguardo alle loro esperienze
nella congregazione, e parte prevedeva l’intervista a giovani di entrambi i sessi (adolescenti e
giovani adulti), della seconda generazione (inclusi i nati in America e i nati all’estero ma cresciuti in
America). Sono state eseguite osservazioni dei rituali religiosi, degli incontri del concilio o del
consiglio delle congregazioni, degli eventi sociali e altre attività. A tutto ciò si sono aggiunte le
interviste con i capi laici e religiosi, con una gamma generale di membri immigrati di entrambi i
sessi, unitamente all’esame dei documenti ufficiali, dei registri degli incontri e dei concili, degli
opuscoli e di altro materiale stampato. Infine le visite alle case di diversi membri di ciascuna
congregazione. Le informazioni sulle donne in ogni congregazione data provengono da una vasta
gamma di fonti. Ulteriori informazioni vengono da due gruppi fondamentali analizzati prima della
selezione dei 13 siti: uno composto da giovani della seconda generazione di entrambi i sessi che
sono attivamente coinvolti nelle istituzioni religiose dei loro genitori, e uno composto di femmine
adulte immigrate attive all’interno delle loro congregazioni.
LA RIPRODUZIONE DELLA CULTURA TRADIZIONALE
Le donne hanno un ruolo fondamentale nella riproduzione della cultura tradizionale nelle
congregazioni di immigrati e ciò avviene in tre modi distindi: preparando e servendo cibi ("del
vecchio paese") per eventi sociali che accadono nel sito religioso centrale e a casa per le connesse
pratiche religiose; e come insegnanti dei bambini nelle classi etnoreligiose proposte dalla
congregazione (ad es. la scuola domenicale) o capi gruppo di giovani. In aggiunta, nella maggior
parte dei casi, le donne sono formalmente organizzate in almeno una organizzazione riservata
esclusivamente al genere femminile, ministero o missione che, al di là di ogni scopo formale, serve
in parte come gruppo di mutuo sostegno. Questi gruppi hanno la funzione primaria di riprodurre la
cultura tradizionale e di indirizzarsi alle esigenze altrimenti trascurate delle donne, ma servono
anche, alle volte, come valvole di sfogo delle lamentele del genere femminile e occasionalmente per
sfidare la conduzione maschile delle loro congregazioni.
RIPRODUZIONE ETNICA E DEI CIBI
Numerosi studi hanno dimostrato il ruolo centrale che il cibo detiene nel riprodurre l’identità e la
comunità religiosa. Goldsmith (1989) sottolinea la centralità del cibo come espressione religiosa in
una chiesa nera pentecostale, in Georgia. Egli ha rilevato che mangiare insieme produce un senso di
comunità e che il lavoro di preparazione del cibo rinforza l’identità razziale all’interno di un
contesto religioso. Allo stesso modo, Dodson e Gilkes (1995) parlano dell’importanza per le donne
afro-americane di preparare la cena della chiesa, non semplicemente come "servizio" ma come
"ministero". Orsi (1985) enfatizza che per i primi italiani ad Harlem, la "domus" (casa) era il centro
della vita religiosa e la preparazione del cibo italiano tradizionale era, per le donne, un’attività
religiosa con la quale riproducevano simultaneamente la cultura etnica e quella religiosa. Durante la
preparazione di "Los Pastores", un dramma religioso che è stato messo in scena nei barrio
messicani di San Antonio, Texas, ogni Natale dal 1913, le donne impiegano giorni a preparare
speciali cibi etnici (Flores 1994). Luis Leon (1998), nel suo studio sulla chiesa pentecostale ispanica
di Los Angeles, mostra che il ruolo delle donne nella preparazione del cibo in chiesa fornisce loro
un modo di partecipare al rituale religioso e dà loro un certo potere nella riproduzione dell’identità
etnica.
In 11 dei 13 siti, il mangiare insieme è una caratteristica regolare e frequente della vita
congregazionale, che si svolge nel centro di pratica del culto, a casa dopo gli incontri dei membri o
gli incontri di studio religioso, o come parte della celebrazione di pratiche religiose domestiche, di
feste speciali e di eventi del ciclo della vita (ad es. nascite, matrimoni, iniziazioni religiose), (vedi
anche McGuire & Spickard 1998). I membri di almeno quattro congregazioni ogni settimana
consumano il pasto domenicale insieme dopo i servizi religiosi. Praticamente in tutti i casi le donne
svolgono la maggior parte, se non tutto, il lavoro di assicurare viveri e di preparare, cucinare e
servire il cibo. Quasi sempre i cibi serviti sono etnici. Come ha detto una donna messicana della
seconda generazione a proposito degli eventi settimanali di raccolta fondi durante la sua infanzia:
"per moltissimo tempo ho pensato che i tamales fossero legati alla chiesa in qualche …strano modo,
come se ,forse, li avesse scoperti il prete stesso o qualcosa del genere."
Alcune eccezioni a queste generalizzazioni sono istruttive. In effetti, gli uomini cucinano i pasti
domenicali settimanali tenuti al tempio buddista cinese perché i membri di entrambi i sessi
concordano sul fatto che rimescolare e friggere le enormi quantità di cibo necessarie per nutrire tutti
richiede la forza maschile (sebbene un gruppo di donne vietnamite più anziane riesca a mescolare e
friggere il cibo mangiato settimanalmente nel loro tempio buddista). Tutto il resto del lavoro votato
al pasto comunque è svolto dalle donne. Gli uomini alla moschea ancora si vantano del banchetto
del giorno della mamma di diversi anni fa per il quale essi cucinarono la cena e servirono le proprie
mogli. I pasti all’assemblea della chiesa di Dio, multietnica (48 nazionalità), includono solo
raramente cibi etnici, perché questa congregazione originariamente anglosassone cerca
consapevolmente di enfatizzare la comunione religiosa dei suoi membri piuttosto che la loro
diversità razziale ed etnica. A parte una festa annuale che raccoglie migliaia di houstoniani di tutte
le provenienze, la chiesa greca ort