Estratto del documento

Economia e management

Università di Bologna, Campus di Forlì

Economia aziendale

Primo modulo

Esame del 9/11/2020

Economia aziendale nasce nella seconda deca del ‘900 ed è considerata dinamica, in quanto gli scenari dell’umanità cambiano nel tempo. Il problema economico nasce con l’uomo primitivo, cioè in un contesto di bisogni illimitati, come ad esempio nutrirsi, rifugiarsi, difendersi, interagire, riprodursi; anche nella contemporaneità ci sono numerosissimi bisogni, tutti diversi tra loro. Per l’uomo preistorico illimitati sono anche le risorse e i mezzi disponibili, mentre oggi non è così: si pensi alle molteplici accortezze che si devono prendere a causa dell’inquinamento che provoca il cambiamento in negativo dell’ambiente, distruggendo gli equilibri del pianeta.

Questo elemento di confronto tra bisogni illimitati e risorse-mezzi limitati fa sì che ci sia una continua tensione da parte di chi deve dare una risposta a come fronteggiare questa difficoltà; per rispondere a tale necessità le famiglie, le imprese, la pubblica amministrazione devono svolgere attività economiche. Il tema economico diventa un momento indispensabile per trovare una giusta combinazione tra i bisogni che crescono, illimitati sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, e le risorse limitate.

Per fare un esempio ci si può riferire al fatto che in un certo momento storico dell’umanità viene inventato uno strumento per misurare il tempo, l’orologio, in funzione del quale viene organizzata ogni attività; ovviamente le aziende cominciano a produrre orologi, facendo delle scelte strategiche relative al tipo di prodotto da realizzare, che pubblico soddisfare, per far sì che il proprio marchio sia un elemento di status, al punto tale da essere riconosciuto. Verso metà anni ’80 arriva un’azienda che decide di scardinare totalmente il concetto che lega un tipo di orologio alla ricchezza di una persona, quindi inter cambiando le coordinate che caratterizzano quel settore, e lo fa non inventando un nuovo prodotto, ma una nuova forma di status collegata a quell’orologio.

La politica di quest’azienda, chiamata Swatch, è quella di raggiungere un target di clienti giovani, adolescenti, con una scarsa capacità economica, attraverso l’utilizzo di un orologio standard, non costoso ma valido, con un’attenzione particolare sul design; essa ottiene un boom incredibile grazie al fatto che si pubblicizza per sei mesi senza consegnare nessun prodotto, in modo tale così da accrescere il desiderio dei compratori. Quest’azienda dà una risposta al bisogno comune di misurare il tempo, ma crea un nuovo bisogno, che per i ragazzi si tratta di definire uno status preciso; essa quindi introduce un elemento differenziale negli anni ’80, e da qui cominciano a cambiare radicalmente molti settori, proprio perché le aziende iniziano a definire un mercato andandolo a ricercare nell’ambito dei bisogni latenti, cioè quelli a cui ci si aspetta qualcuno potrebbe dare una risposta, pertanto si personalizzano i prodotti.

Negli anni ’80 c’è una grande richiesta di mercato, per questo è importante produrre tante varietà di prodotti per soddisfare la clientela; le aziende si fanno competizione tra loro garantendo flessibilità nella personalizzazione degli oggetti. Esse cercano di interpretare le dinamiche dei bisogni, affrontandole non con risorse illimitate, ma ricercando sempre una nuova combinazione; ogni azienda di tutti i settori si lamenta del fatto che per quanto eccellente possa essere, è sempre intenta a inseguire il mercato, inventandosi alternative per non rimanere indietro. La variabile più importante è il tempo: il primo che arriva vince.

L’attività economica è un complesso di decisioni e azioni volte a soddisfare i bisogni umani sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, ricercando sempre il rapporto più favorevole tra un piano di bisogni da soddisfare e un volume di mezzi di cui si dispone; c’è una triplice relazione di bisogni-fini-mezzi, che crea un cerchio fino ad arrivare alla scelta, che è l’aspetto più difficile. Per essere sicuri di fare la scelta migliore si possono analizzare i pro e i contro di ogni decisione, ma in ogni caso c’è un rischio, così come in tutto quello che si fa; il rischio è la possibilità realistica che un’ipotesi si verifichi in un modo o in un altro, e ciò potrebbe creare danno; tale concetto viene percepito in modo diverso a seconda dell’esperienza di ognuno, le conoscenze, e una diversa propensione al rischio, la quale dovrà essere compensata adeguatamente in funzione del concetto di economicità. Questo è un elemento che va a caratterizzare la scelta.

La scelta quindi risiede nella soggettività della persona, pertanto nessuno risponderà mai alle stesse sollecitazioni nello stesso modo; anche il sistema decisionale è un momento strettamente soggettivo, cioè è diverso per ogni settore, azienda, perché ha a che fare con la risorsa umana che pensa, che si sforza di capire cosa potrà fare in funzione di quello che gli scenari stanno indicando. In un determinato contesto storico quindi la scelta deve essere il più possibile ottimale, pertanto bisogna cercare di trovare delle coordinate contestualizzando.

Negli anni ’90 l’Unione Europea anticipa che sta mettendo a punto una direttiva sulla sicurezza dei posti di lavoro che dovrebbe essere implementata da tutti i paesi membri; ogni azienda si attiva per rivedere i propri modi di operare, cioè c’è una rivoluzione totale. Un’azienda italiana, la Beghelli, in particolare si propone per prima, gioca d’anticipo ottenendo un boom straordinario e creando un vero e proprio settore ex novo; essa, ancora prima che arrivi la regolamentazione, comincia a produrre dispositivi di sicurezza di ogni tipo, e si amplia il mercato perché ogni edificio deve attrezzarsi.

I beni economici sono i prodotti, che sono materiali, e i servizi, che sono immateriali, indispensabili per fare certe scelte e determinanti per il successo di un’azienda nella sua logica di saper vendere un prodotto prima degli altri concorrenti. Entrambi si possono classificare in beni di consumo finale e beni di consumo intermedio o di produzione, dove sostanzialmente ciò che si produce può essere destinato al mercato oppure può essere utilizzato immediatamente dall’azienda in un lasso temporale significativo; in altre parole i primi sono beni destinati al mercato o all’autoconsumo, mentre i secondi sono destinati all’ottenimento di nuovi beni economici, ed entrambi possono essere ad uso durevole (deve avere un’utilità articolata nel tempo) o immediato; a seconda di quest’ultima caratteristica le aziende devono programmare una serie di accorgimenti. Anche i servizi sono difficilmente catalogabili, perché talmente variegati da essere impensabili da praticamente tutte le aziende.

Da tali concetti deriva che le aziende svolgono attività di produzione e attività di consumo, e ciò permette di distinguere tra aziende di produzione, aziende di consumo o erogazione e aziende miste; tutte le aziende producono utilità in chiave economica, le quali possono essere apprezzate o no. L’evoluzione dottrinale ha portato ad un nuovo schema classificatorio, che distingue aziende lucrative da aziende non lucrative, e pubbliche o private; esempi di azienda non lucrativa di tipo pubblico è l’università, l’ospedale, il comune; un esempio di azienda non lucrativa di tipo privato è Telethon. Riassumendo, il fine che accomuna entrambe le tipologie aziendali e che consente di includere nell’analisi sia le aziende di erogazione sia quelle di produzione è la capacità di creare, attraverso la produzione economica (distinta da quella tecnica), utilità; l’unica differenza quindi sta nel fatto che alcune producono per poter lucrare e altre lo fanno senza lucrare.

I fattori produttivi

I fattori produttivi sono tutti gli elementi in grado di alimentare l’attività di produzione di beni e servizi; un fattore è produttivo quando l’azienda deve sostenere un costo, effettivo e/o figurato, per ottenerne la disponibilità. Tipicamente i fattori primitivi della produzione, parlando delle teorie economiche che vanno dal 1700 ad oggi, sono capitale e lavoro; in realtà c’è stata un’evoluzione nel corso del tempo, soprattutto nel lavoro, legato al peso sempre maggiore del fattore immateriale, intangibile, ma che ha valore; in questi anni si sta proprio lavorando per dare un certo valore a qualcosa che rimane più nell’immaginario. Il capitale invece è un concetto molto più dinamico ed evoluto.

I fattori produttivi, in base alla rispettiva fungibilità, possono essere definiti generici o specifici: i primi corrispondono al denaro, e sono chiamati così perché col denaro è possibile acquistare tutto, qualsiasi necessità, mentre i secondi sono più mirati a ciò che serve per fare quel tipo di attività. In base all’utilizzabilità i fattori della produzione hanno utilità o fecondità pluriennale, oppure utilità immediata: per quanto riguarda il primo, si fa un investimento su un prodotto con una vita utile piuttosto lunga stimata, perché si ritiene che esso possa essere utile per lo svolgimento delle proprie attività in quel lasso di tempo, quindi è come se rilasciasse un’utilità anno per anno, pertanto è una mera convenzione a tutti gli effetti; il secondo invece riguarda un fattore di produzione da consumare subito.

La terza classificazione dei fattori produttivi riguarda la materialità e immaterialità: la prima ovviamente riguarda qualcosa di tangibile, i materiali che ogni azienda produce, ma sempre di più le aziende stanno lavorando sui beni immateriali, gli intangible, che non significa però che non abbiano valore. Combinando la seconda e la terza classificazione si può dire che ci sono fattori produttivi pluriennali, tipicamente un’infrastruttura, uno stabilimento, quindi investimenti che si fanno, sono rilevanti ma si suppone possano rilasciare utilità nel tempo, e fattori produttivi correnti, che vengono assorbiti più volte dentro l’anno. I primi possono essere materiali, come nel caso degli impianti, e immateriali, come i marchi; a loro volta i secondi possono essere materiali, nel caso delle materie prime, e immateriali, come i servizi, che appunto non si possono immagazzinare, più il lavoro.

Il lavoro è un qualcosa considerato in modo ibrido perché è un fattore della produzione corrente, in quanto c’è bisogno di un certo numero di personale, e se aumenta la capacità di vendita produttiva, c’è bisogno di più manodopera, quindi di fatto c’è una qualche correlazione coi volumi di affari, ma in alcune figure ha un impatto diverso in chiave di economia complessiva; è chiaro comunque che il lavoro di per sé è una prestazione, e verrà anche contabilizzato: assumendo una persona, ci si aspetta una prestazione in cambio, col rispettivo che per lui è lo stipendio, mentre per il datore il costo salariale.

Il fattore della produzione generico per antonomasia è il denaro, che viene trasformato in fattori della produzione specifici, i quali generano dei costi; affacciandosi sul mercato come azienda, significa che automaticamente bisogna sostenere dei costi di produzione, che saranno commisurati dalla quantità di ciò che bisogna assumere piuttosto che riacquistare per il prezzo unitario di acquisto. Il costo di acquisto quindi incide nell’esercizio di un’azienda, in modo particolare occupandosi di fattori della produzione correnti. Il costo di acquisto incide nell’esercizio di un’azienda, soprattutto occupandosi di fattori della produzione correnti, ed è dato dal prodotto tra la quantità e il prezzo; in funzione di ciò che si necessita bisogna fare le proprie valutazioni a seconda di ciò che è presente in magazzino, cosa bisogna acquisire dall’esterno.

Un’ulteriore entità di costi è il costo anticipato, perché quando si acquista un impianto, prima ancora di dare vita al processo produttivo si fa un investimento, quindi in realtà si anticipa il costo, il quale riguarda un fattore pluriennale, e si attende che da questo investimento si possa beneficiarne in chiave di utilità anno per anno per n anni, sempre seguendo un processo di manutenzione sia ordinaria che straordinaria. C’è poi un costo contestuale o parallelo, in cui il fattore produttivo è acquisito e contestualmente utilizzato nel processo produttivo: il datore di lavoro beneficia dell’utilità che deriva dalla prestazione del suo dipendente.

Per poter parlare di fattori produttivi bisogna avere ben chiaro alcuni requisiti, quali: la quantità di ciò che serve, la qualità delle materie prime, la connotazione temporale, l’esprimibilità in forma monetaria, la disponibilità e utilità del bene, l’onerosità e la vincolabilità che riguarda i fattori della produzione pluriennale, i quali sono legati esclusivamente a quel tipo di attività produttiva. L’azienda ottiene le condizioni produttive attraverso i processi di investimento, che per l’azienda implicano uno sforzo perché presuppongono la determinazione di un certo fabbisogno finanziario che va coperto, quindi serviranno risorse per fare degli investimenti; altro elemento che guida nella scelta di quali e quanti fattori produttivi sono necessari per l’azienda sono i processi di produzione, diversi a seconda del settore e delle strategie dell’azienda. Ci sono poi processi di apprendimento, i quali vengono attribuiti come caratteristica fondamentale dell’azienda, vista come organismo pensante.

Economia aziendale: una scienza giovane

L’economia aziendale è una “scienza giovane che studia, in tutte le tipologie di aziende e di attività da esse svolte, le manifestazioni di vita e le condizioni di esistenza, nella triplice veste dell’organizzazione, della tecnica amministrativa (gestione) e della rilevazione (ragioneria), la scienza cioè dell’amministrazione economica delle aziende”; tale affermazione viene detta nel 1926/1927 da Gino Zappa, considerato il padre dell’economia aziendale, che insegna negli istituti universitari di Venezia, e in quell’anno accademico per la prima volta sancisce che l’economia aziendale è una scienza. È una scienza unitaria, coordinata, integrata, dinamica, relativa (non c’è qualcosa di assoluto), transitoria (nessuna azienda è per sempre) e finalizzata (fine di ottenere un equilibrio economico a permanere nel tempo, che va ricercato perché l’azienda è in continua competizione con sé stessa e le altre del settore).

L’economia aziendale si occupa di tre momenti, che sono istituzione, vita e cessazione; essa si propone due fini: un fine teorico, che significa conoscere l’azienda attraverso la ricerca delle leggi che concorrono a determinare le condizioni di esistenza e le manifestazioni di vita, quindi anche gli ingredienti per il successo, e un fine normativo che indica definire gli scopi operativi, ossia indagare i comportamenti concreti delle aziende e ricercare le cause dei successi e insuccessi aziendali.

Una prima interpretazione vede l’azienda in una visione statica o strutturale, quindi come complesso di persone e beni disposti per il raggiungimento di un determinato fine; è vista poi come dinamica, cioè come insieme di operazioni coordinate in un sistema che enfatizzi il fare, cioè che dà vita ad un’attività economica, un’azione che deve essere decisa, studiata, valutata e attuata per ottenere ottimi risultati. Infine c’è un’interpretazione complessa, cioè l’azienda viene vista nella sua completezza dinamico-strutturale; si tratta della definizione più attuale e pertanto più seguita. L’azienda non vive in un mondo suo, ma fa parte di un universo che comprende tutte le aziende mondiali.

Negli anni ’50-’60 comincia il boom economico italiano, il cosiddetto baby boom, in cui l’Italia riprende a correre e a ricostruire quelle aziende rase al suolo a causa delle Seconda guerra mondiale; le famiglie riprendono ad allargarsi, e questa è stata l’ultima grande crescita demografica italiana. Giannessi, maestro di numerosi discepoli e professore all’università di Pisa, tenendo conto dell’aggiornamento dell’economia, cerca di mettere a punto una definizione: “l’azienda è una unità elementare dell’ordine economico-generale, dotata di vita propria e riflessa, costituita da un sistema di operazione, promanate dalla combinazione di particolari fattori e dalla composizione delle forze interne ed esterne, nel quale i fenomeni della produzione, della distribuzione e del consumo vengono predisposti per il conseguimento di un determinato equilibrio economico, a valere nel tempo, suscettibile di offrire una rimunerazione adeguata dei fattori utilizzabili e un compenso, proporzionale ai risultati raggiunti, al soggetto economico per conto del quale l’attività si svolge”.

Quindi secondo l’approccio complesso l’azienda incide sia sull’esterno sia sui concorrenti in quanto se vuole arrivare prima degli altri crea competizione; è riflessa perché in parte incide ma spesso subisce l’ambiente generale, nel quale ci sono tanti fattori che possono cambiare gli equilibri dell’azienda; ogni azienda appunto deve trovare un equilibrio interno che sia in qualche modo efficace nell’andare ad interagire con l’economia esterna, che fa anche da competitor, da nuove scoperte, tecnol...

Anteprima
Vedrai una selezione di 10 pagine su 42
Economia aziendale Pag. 1 Economia aziendale Pag. 2
Anteprima di 10 pagg. su 42.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Economia aziendale Pag. 6
Anteprima di 10 pagg. su 42.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Economia aziendale Pag. 11
Anteprima di 10 pagg. su 42.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Economia aziendale Pag. 16
Anteprima di 10 pagg. su 42.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Economia aziendale Pag. 21
Anteprima di 10 pagg. su 42.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Economia aziendale Pag. 26
Anteprima di 10 pagg. su 42.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Economia aziendale Pag. 31
Anteprima di 10 pagg. su 42.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Economia aziendale Pag. 36
Anteprima di 10 pagg. su 42.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Economia aziendale Pag. 41
1 su 42
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze economiche e statistiche SECS-P/07 Economia aziendale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ammiratinoemi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia aziendale e principi di contabilità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Mazzara Luca.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community