Domande innovazione
Industria 4.0, effetti del cambiamento tecnologico sull’occupazione
Un importante effetto positivo del cambiamento tecnologico è stata la riduzione della quantità di lavoro umano richiesta dall’attività economica. Il tempo medio di lavoro annuale dei lavoratori è diminuito, ma negli ultimi tre decenni la riduzione si è fermata. A salari costanti, abbiamo ora meno persone che lavorano più a lungo e un’elevata disoccupazione. La riduzione del tempo medio di lavoro è avvenuta attraverso grandi conflitti sociali e riforme politiche.
La possibilità che il cambiamento tecnologico possa tradursi in disoccupazione di massa caratterizza il dibattito economico. Nel capitalismo, secondo Marx, la sostituzione dei lavoratori con le macchine è un meccanismo fondamentale dell’accumulazione di capitale; la disoccupazione cresce se la tecnologia rimpiazza il lavoro più rapidamente di quanto espansione produttiva richieda nuovi lavoratori; l'accumulazione di capitale incontra il problema di trovare nuovi sbocchi di mercato.
Gli effetti del cambiamento tecnologico sull’occupazione possono essere analizzati a diversi livelli. A livello di impresa possiamo vedere gli effetti diretti del cambiamento tecnologico. Le imprese innovative registrano una maggior crescita di produzione e occupazione. Tuttavia, tale espansione può avvenire sottraendo mercato alle imprese concorrenti, senza un effetto netto positivo sull’occupazione del settore.
A livello di settore possono spiegare gli effetti diretti nelle imprese e l'impatto indiretto all'interno delle industrie, considerando la redistribuzione della produzione e dei posti di lavoro di imprese arretrate e imprese innovative e il vincolo posto dall’evoluzione della domanda. Innovazione di prodotto ha un effetto netto di creazione di posti di lavoro nelle industrie manifatturiere e dei servizi; se prevale l'introduzione di nuovi processi, il risultato deve essere una perdita netta di posti di lavoro.
L'effetto complessivo sull’occupazione della tecnologia è tanto più positivo quanto maggiori sono la crescita della domanda, il livello tecnologico del settore e l'orientamento verso nuovi prodotti. A livello macroeconomico è possibile integrare gli effetti diretti con quelli indiretti del cambiamento tecnologico. Gli effetti indiretti possono attivare “meccanismi di compensazione” che riducono l'effetto negativo iniziale della tecnologia. Vivarelli dice: le nuove tecnologie rendono possibili prezzi più bassi, aumentano la competitività e la domanda di beni prodotti dal paese. Maggiore produzione porterebbe a maggiore occupazione.
Industria 4.0, effetti del cambiamento sulla qualità del lavoro
Non tutti i posti di lavoro sono uguali. Innovazione di prodotto e gli alti livelli di istruzione sostengono la crescita dei posti di lavoro più qualificati; la competizione sui costi e le innovazioni di processo distruggono i posti di lavoro per impiegati e operai specializzati, mentre l'occupazione di operai generici aumenta solo per effetto della domanda. Le analisi empiriche hanno mostrato che ciascun gruppo professionale è influenzato in modo diverso dall'innovazione e da altri fattori.
I manager sono il gruppo maggiormente favorito dall'introduzione di innovazioni di prodotto, mentre le innovazioni di processo hanno effetti negativi sui lavoratori a basse qualifiche. L'impatto dell’offshoring (delocalizzazione all'estero di uno o più componenti del processo produttivo) è parallelo a quello dell’innovazione di processo, con effetti negativi per i lavoratori a basse qualifiche. La posizione di forza dei manager consente loro di beneficiare delle innovazioni di prodotto e di preservare il proprio lavoro anche durante le recessioni; al contrario, i gruppi professionali più deboli sono stati i più colpiti dalle perdite di posti di lavoro associate a nuovi processi e alle ristrutturazioni che hanno avuto luogo durante le recessioni.
Gli approcci ipotizzano mercati del lavoro in equilibrio, e hanno esaminato gli effetti dell'innovazione considerando i cambiamenti relativi nella composizione per qualifiche degli occupati e la polarizzazione salariale. I processi innovativi sostituiscono il lavoro non qualificato con lavoro con maggiori competenze e aumentano le disuguaglianze salariali. Un'elevata complementarità tra tecnologie e qualifiche professionali ha caratterizzato il XX secolo, quando l'innovazione ha sempre avuto una natura skill biased, in contrasto con la meccanizzazione che portò alla perdita delle qualifiche.
Gli studi hanno analizzato l'evoluzione dei differenziali salariali tra settori con diversa intensità tecnologica, lavoratori con diverso utilizzo di ICT e tra lavoratori di diverso livello di istruzione. Questi studi trovano debole evidenza di polarizzazione salariale, confuso dal fatto che a utilizzare il computer spesso sono i lavoratori più qualificati che già ottengono salari più alti. Il legame tecnologia-polarizzazione salariale viene messo in discussione da chi suggerisce che gli spostamenti settoriali nell’occupazione e la crescita del commercio estero abbiano avuto un’influenza pesante sulla struttura dei salari.
Disoccupazione tecnologica
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Schumpeter e Marshall (differenze figura innovatore)
Marshall poneva al centro della sua analisi la teoria dell'impresa, ammise che nei decenni precedenti la grande impresa era il tipo di impresa dominante in paesi all'avanguardia, ma citava: “in maniche di camicia ogni tre generazioni” per spiegare cos’era che impediva a un'impresa di crescere e dominare un settore. Schumpeter si interessò alla figura dell’imprenditore innovativo che riusciva a spezzare il flusso circolare dell’economia che sembrava condizionato da circostanze invariabili.
Sosteneva che attraverso l’imprenditorialità le imprese innovative potessero sfidare quelle ottimizzatrici e guidare lo sviluppo economico. Sosteneva inoltre che l'impresa innovativa fosse il risultato dell’opera imprenditoriale di una persona “straordinaria”.
Marshall diceva che il limite della crescita dell'impresa era nella difficoltà di sostituire il proprietario/imprenditore originario. Schumpeter concordava con lui pur presentando il problema come fenomeno specificamente americano. L'imprenditore era l'essenza dell'impresa innovativa e l'integrazione di proprietà e controllo era la condizione necessaria all'imprenditorialità.
Nonostante lo studio dell'organizzazione industriale, Marshall non riconobbe, come fece Schumpeter, che il problema della successione si poteva risolvere separando la proprietà dal controllo. La separazione tra proprietà e controllo strategico ha definito la rivoluzione manageriale. Fu questo il superamento di ciò che Marshall chiamava il limite imprenditoriale alla crescita dell’impresa.
Secondo Marshall la capacità di crescere delle imprese è limitata dalla tendenza al deperimento, lungo le generazioni della capacità manageriale. La prima generazione vede l’edificazione di un’impresa di grande successo, la seconda non gode delle stesse caratteristiche e l'impresa comincia ristagnare, la terza, che discende ed eredita alcuni tratti della seconda, prosegue lungo la china discendente tracciata dalla prima. Sì, come sostiene Marshall, con la terza generazione il legame con il fondatore è del tutto reciso, l'impresa soccomberà... ma potrebbe anche verificarsi un processo trasformativo ed una rigenerazione.
La visione di Marshall in parte coincide con quella di Schumpeter: affidano un ruolo eccezionale e trasformativo all'imprenditore; la capacità imprenditoriale vista come elemento chiave del processo innovativo. Sia Marshall sia Schumpeter identificano nella difficoltà di preservare la spinta innovativa fornita dall'imprenditore il principale limite alla crescita dell'impresa innovativa... ma per Schumpeter questo limite è superabile separando proprietà e controllo. Tale separazione è alla base dell’emergere dell'impresa manageriale negli USA e poi nel resto del mondo.
Fallimenti del mercato
- Incertezza
- Brevetti
- Esternalità
- Bassa appropriabilità
- Altro...
Effetto innovazione sui salari
Studi sull'evoluzione della disuguaglianza funzionale hanno documentato come nei ultimi tre decenni nei maggiori paesi occidentali la quota dei salari nella distribuzione del reddito abbia perso tra 10 e 15 punti percentuali a favore di quella dei profitti. La tecnologia ha contribuito a questo spostamento operando attraverso diversi meccanismi: la creazione di nuovi prodotti e nuovi mercati ha favorito la crescita dei profitti; l'introduzione di innovazioni di processo ha ridotto il peso contrattuale del lavoro.
L'evoluzione delle istituzioni del mercato del lavoro è andata verso la crescente flessibilizzazione e precarizzazione, indebolendo il potere contrattuale dei lavoratori e favorendo il contenimento e la riduzione dei salari. Un'importante divaricazione è quella tra dinamica della produttività del lavoro e dinamica dei salari. La crescita della produttività non si è tradotta in un analogo incremento dei salari.
Affinché lo sviluppo della tecnologia non abbia ripercussioni negative sulla distribuzione vi è la necessità che la dinamica di produttività e salari siano appaiate. Diverse analisi empiriche sulla relazione tra cambiamento tecnologico e dinamica dei salari e profitti nelle industrie europee hanno messo in luce come la crescita dei profitti sia stata superiore a quella dei salari sia nei settori ad alta che a bassa tecnologia.
I salari tendono a crescere più velocemente nei settori in cui la spesa per l'innovazione è più elevata, mentre i profitti sono sostenuti sia dall’importanza dei prodotti e del potere di mercato, sia dalla ristrutturazione attraverso la diffusione di nuovi processi e il contenimento dei salari legato alla perdita di occupazione. Il cambiamento tecnologico ha l'effetto generale di favorire profitti rispetto ai salari.
Altri studi hanno approfondito questa analisi considerando anche la delocalizzazione delle attività produttive e la distinzione dei salari per gruppi di lavoratori con diversi livelli di istruzione. I risultati mostrano che la possibilità di delocalizzare le parti del processo produttivo favorisce i profitti, con effetto negativo sui salari, ad eccezione di quelli dei lavoratori ad alta competenza.
Disparità crescenti anche all'interno dei salari sono emersi da analisi empiriche settoriali. I settori ad alta tecnologia e quelli caratterizzati da intensa innovazione di prodotto, sono caratterizzati da livelli medi e tassi di crescita dei salari più alti rispetto al resto dell'economia. La polarizzazione salariale tra lavoratori a qualifiche alte e medio-bassi all'interno dei settori risulta maggiore dove sono più importanti le innovazioni di processo, dove c'è una crescita elevata dell’occupazione e una quota significativa di lavoratori con una formazione universitaria e alte competenze.
Nei settori con maggiori opportunità di espansione aumentano le diseguaglianze salariali tra chi riesce a catturare parte dei benefici di innovazione e crescita e chi vede peggiorare la propria posizione a causa della minore rilevanza delle competenze che è in grado di offrire. Questo processo è stimolato dall’intreccio di innovazione tecnologica, frammentazione internazionale della produzione e modificazioni nell’organizzazione del lavoro e delle relazioni industriali.
Il combinato disposto di intensa innovazione, individualizzazione delle relazioni industriali e riduzione della capacità d'agire delle organizzazioni sindacali può favorire la posizione dei lavoratori ad alte competenze garantendo loro una quota della “rendita tecnologica” connessa all'introduzione di innovazioni. I lavoratori con basse qualifiche possono essere posti sotto pressione dal rischio di delocalizzazione delle parti del processo produttivo vedendo ridotta la loro capacità contrattuale in termini salariali e di condizioni di lavoro.
Un processo di compressione salariale può emergere nei settori dove a prevalere è l'innovazione di processo il peso di più i lavoratori con qualifiche medio-basse. La relazione tra tecnologia e disuguaglianza può assumere una direzione di causalità opposta a quella sin qui trattata. La capacità delle imprese di introdurre innovazioni può dipendere dalla qualità della conoscenza disponibile all'interno dell'impresa nonché dall'esistenza di un clima organizzativo favorevole alla circolazione delle idee e alla cooperazione tra lavoratori e tra gli stessi e l'impresa. I livelli salariali riflettono anche questi fattori di “qualità” del lavoro.
Modello di Solow e Rotter (con considerazione Abramovitz) con formule
Solow affermava che la contabilità della crescita parte dall’assunto del “cambiamento tecnologico neutro”: ovvero che il cambiamento tecnologico contribuisce sia a migliorare la produttività del lavoro che del capitale. Si dà per scontato che i mercati siano concorrenziali e in equilibrio, non importanti le economie di scala. Il contributo del “progresso tecnologico” alla crescita economica si calcola sottraendo dal tasso di crescita del PIL i tassi di crescita ponderati dello stock di capitale e dell'occupazione, utilizzando la quota dei salari nel PIL come “peso” per l'occupazione, calcolando il completamento a uno per ottenere quella del capitale. Il residuo è definito crescita della produttività totale dei fattori. Questo è il risultato del progresso tecnologico a cui arriva Solow.
Abramovitz invece dice che il residuo è la “misura della nostra ignoranza”. Col passare degli anni, il metodo è stato perfezionato, distinguendo più fattori di produzione, così il residuo è diminuito. La visione della crescita economica come un meccanismo ha dominato la tradizione neoclassica sin dal modello di Solow, che prevede che i paesi convergeranno tutti verso un identico stato stazionario, secondo i modelli di crescita endogena; lo stato stazionario sarà in genere diverso a seconda dei paesi.
Nel modello di Solow abbiamo due fattori: lavoro e capitale; il lavoro cresce in modo esogeno al crescere della popolazione. Il cambiamento tecnologico è coincidente con il capitale dal rendimento decrescente. L'ipotesi è che i rendimenti del capitale e le quote distributive sono costanti nel tempo.
Le formule sono: 1) Labor augmenting technological change (K/Y costante lungo il sentiero d’equilibrio) 1−(, ) () (, ) = = = . 2) Cambiamento tecnologico neutrale à la Hicks . 3) = (, ). Cambiamento tecnologico ‘capital augmenting’ (K/Y costante lungo il sentiero d’equilibrio) Il cambiamento tecnologico è esogeno al pari della dinamica della popolazione (indipendente dalle azioni degli agenti). In presenza di cambiamento tecnologico può, nel corso del tempo, aumentare la produttività di entrambi i fattori.
L'unica politica capace di influenzare il tasso di crescita di lungo periodo dell'economia è quella che sappia incidere sul tasso di innovazione tecnologica. Robert Solow vedeva la tecnologia come fenomeno esogeno e quale fattore residuale derivabile per differenza dopo aver regredito la variabile dipendente (la variazione del prodotto) rispetto a variabili esplicative coincidenti con i fattori (osservabili) = (, ) della produzione, capitale e lavoro. dove A rappresenta le istituzioni, la ricerca, l'innovazione; L la demografia e l'offerta di lavoro; K la concorrenza, i mercati dei capitali e la politica del risparmio.
Δ Δ Δ= + + dove g = Total Factor Productivity (residuo di Solow) in cui rientrano i miglioramenti della tecnologia (Schumpeter), qualità del lavoro, competenze: quello che resta dopo che togliamo gli aumenti del K e del L per spiegare gli aumenti di reddito. Secondo il modello di Solow solo un cambiamento esogeno della tecnologia di produzione può incidere in modo strutturale sulla crescita… l'accumulazione di capitale, al contrario, ha effetti solo nel breve periodo, questo a causa dei rendimenti decrescenti del capitale.
Per garantire una crescita continuativa attraverso l'accumulazione del capitale sarebbero necessarie quantità di risparmio crescenti così da compensare la tendenziale obsolescenza del capitale stesso. In corrispondenza dello stato stazionario una maggiore accumulazione può far aumentare il livello del reddito ma non il tasso di crescita.
Il modello di Solow descrive il cambiamento tecnologico come un fattore esogeno e ‘neutrale’ capace, ‘piovendo dal cielo’, di aumentare la produttività di tutti i fattori. Di qui il concetto di ‘Total Factor Productivity’ che, in via residuale, identifica il contributo relativo alla crescita del progresso tecnologico.
Mercati britannici, statunitensi e giapponesi (con differenze)
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Modelli history friendly (con formule)
Una strada recente riguarda i modelli history friendly dove viene modellata l'evoluzione strutturale di un’industria tenendo conto della specificità di un settore, senza ridurne l'eterogeneità degli attori presenti nell'industria e la complessità dell'ambiente economico e tecnologico. Questi modelli sono una nuova generazione di modelli economici evolutivi che intendono cogliere il mutamento strutturale di un’industria. I modelli evolutivi di questa prima generazione sono altamente semplificati; vi è divario tra essi...
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