Puntualizzazione preliminare
Non si può postulare l’esistenza, dalle origini a Giustiniano (565 d.C.), di un unico ordinamento. Al contrario, la vicenda storica del diritto romano è caratterizzata da molteplici rotture e da rinnovamenti pressoché completi in molti aspetti fondamentali. Cambia più volte il gruppo sociale, nella sua composizione etnica, nella sua base economica, nelle sue concezioni religiose (p. es. dalla religione politeistica tradizionale al Cristianesimo come vera e propria «religione di Stato»), nelle sue forme politiche (dalla monarchia delle origini, alla Repubblica, al Principato, infine al cosiddetto Dominato).
Scopo fondamentale di ogni periodizzazione è quello di isolare i punti di svolta fondamentali della vicenda storica. L’intero arco temporale, che più da vicino ci riguarda, può essere suddiviso in quattro diversi periodi: 1) Le Origini; 2) La Repubblica, dal 509 a 27 a.C., con due sottoperiodi: Repubblica arcaica, secoli V e IV a.C.; Media e Tarda Repubblica, secoli III, II e I a.C.; 3) Il Principato: 27 a.C. - 235 d.C., suddivisibile in due sottoperiodi fondamentali: l’Alto Principato, da Augusto a Traiano; il Medio Principato, da Adriano (117 d.C.) alla fine della dinastia severiana (235 d.C.); 4) Il cinquantennio compreso tra il 235 e il 283 d.C. è definibile, nel suo complesso, come l’età della cosiddetta «Anarchia militare» e prelude all’Impero Tardoantico (il Dominato), da Diocleziano (284 d.C.) a Giustiniano (565 d.C.).
Parte I. Linee di storia della costituzione romana
I. Le origini
La fase protourbana nel Lazio e la fondazione di Roma
Tra l’830 e il 770 a.C. il sistema di insediamento individuabile nei comprensori più importanti del Latium vetus1, come i Colli Albani, Roma e Gabii, era costituito da un insieme di piccoli abitati vicini e, tra loro, reciprocamente interrelati sul piano religioso e politico. Il fondamento di tutto il sistema sociale era costituito dalla famiglia, intesa nella più rigida unità patriarcale. Il progenitore vivente del gruppo era signore assoluto delle cose e delle persone, che regolava ai fini della sopravvivenza della famiglia, disciplinandone ordine interno e organizzazione economica. Il pater era capo e sacerdote: nella domus tutti gli erano sottoposti, dalla moglie ai figli, alle loro mogli, ai nipoti, agli eventuali servi.
Nelle fasi più antiche, la società laziale doveva presentare un’organizzazione interna di tipo ‘egualitario’, fondata su gruppi familiari che si ritenevano almeno originariamente imparentati tra loro. Tuttavia, tra fine del IX e gli inizi dell’VIII secolo a.C., l’omogeneità dovette rompersi e, dopo l’unitarietà “ugualitaria” dell’età del ferro, ebbe inizio il processo di stratificazione da cui poi emersero le aristocrazie. Nel Lazio, attorno alla metà dell’VIII secolo a.C., l’articolarsi dei livelli di ricchezza all’interno dei gruppi sociali si accompagna a un’eccezionale crescita demografica in parte ascrivibile anche all’aggregazione in situazione subordinata di nuclei cospicui di persone d’origine estranea. Si operò, a partire dal 770 ca. a.C., una rottura del livello medio delle condizioni di vita: si accolse, in questo contesto, una simbologia del potere attinta alla fastosa regalità orientale. Nelle tombe sontuose di questi aristocratici si ritrovano simboli, quali per esempio troni, scettri, asce bipenni, carri, attestanti non solo la ricchezza raggiunta ma anche la significativa influenza di idee provenienti dal mondo greco-orientale.
Materiale didattico per gli studenti frequentanti del corso di Storia del Diritto Romano.
Il Latium vetus era limitato a nord dal Tevere, a ovest dal mare, a est dalle alture che segnavano il confine1 con le popolazioni sabine e a sud dai colli Albani e dalla pianura verso Circei e Terracina.
Gli insediamenti di nuovo tipo e la realtà produttiva fondata sull’appezzamento di terra ereditario (heredium) determinarono il rafforzamento progressivo di una struttura sociale gerarchizzata, nella quale coesistevano gruppi parentali con autonoma capacità di produzione e di accumulo di ricchezza. Da essi dipendevano clientele, sempre più numerose, formate da individui di condizione inferiore, dediti all’agricoltura o all’allevamento.
Alle trasformazioni dell’VIII secolo a.C. può collegarsi l’origine della gens (vd. anche infra III), che si affiancava alla familia, senza però sostituirla. La stessa denominazione dei “capi” dei due organismi ne sottolinea la differenza e la diversa antichità. Nel pater familias si pone in evidenza, soprattutto, il rapporto di parentela, nel princeps gentis, invece, il ruolo politico. Il sistema gentilizio era funzionale a un processo di subordinazione fra i membri della medesima o di diverse comunità. Dalla seconda metà dell’VIII secolo a.C. le comunità laziali furono dominate da capi guerrieri: la forza delle armi, il possesso della terra e il controllo dei traffici s’accompagnavano con una grande capacità di accumulazione di beni.
I Romani, in età storica, fissarono la data della fondazione di Roma a un anno corrispondente al 754/3 a.C. Non è difficile spiegare perché giunsero a proporre questa cronologia. Gli antiquari disponevano di un dato sicuro: la repubblica era nata in un anno corrispondente al 509 a.C. Attenendosi al sistema seguito dagli storici greci, attribuirono ai singoli periodi di regno la durata media di 35 anni, sebbene poi nel racconto considerassero alcuni periodi più brevi e altri più lunghi. L’età regia doveva perciò essere durata complessivamente 245 anni, che, risalendo dal 509 a.C., conducevano al 754 o 753 a.C., se si considerava o no l’anno di partenza.
Il primo nucleo di Roma è sorto sul Palatino. La primogenitura di questo colle deve attribuirsi alla sua importante posizione geografica di controllo dell’ansa del Tevere. Vi fu un’epoca in cui Roma ancora non esisteva e l’egemonia sul Lazio – a partire dal X secolo a.C. – spettava ad Alba Longa. Trenta popoli del Lazio si riunivano una volta all’anno sul monte Albano per celebrare un sacrificio in onore di Iuppiter Latiaris. Al primo posto dei triginta populi Albenses figurano gli Albani. Non erano ricordati i Romani, ma citati i Velienses (abitanti della Velia sul Palatino), i Querquetulani (abitanti del Celio), i Vimitellari (abitanti del Viminale). È facile ricavarne l’esistenza di un’epoca in cui Alba Longa aveva una posizione di primato e Roma, come organizzazione politica unitaria, ancora non esisteva.
Nell’VIII secolo a.C. si avviò il processo di integrazione che condusse alla fondazione della città. Il rito del Septimontium, una processione che muoveva dal Palatino e sostava su altre alture a eccezione del Quirinale e del Viminale, rivela l’esistenza di un legame religioso tra i pagi che già esistevano sul luogo ove poi sarebbe sorta Roma. Promotrice di questo rito, che aveva anche e soprattutto un originario valore politico, era la comunità del Palatino, la cui importanza si accresceva con l’incremento dei traffici nell’area sottostante, dove poi si sviluppò il foro Boario.
II. Le istituzioni di Roma durante la monarchia latina
1. Quadro generale
Si può affermare, parafrasando i Gründrisse der Kritik der politischen Oekonomie di K. Marx, che la guerra è il grande lavoro collettivo di ogni comunità primitiva. Essa si impone sia «per occupare le condizioni obiettive di esistenza, sia per proteggere o perpetuare quest’occupazione». Per tal motivo la comunità, composta da famiglie, si organizza in primo luogo come organismo bellico e militare, e questa è una delle condizioni della sua esistenza come ‘proprietaria’. La guerra, fondamentale compito sociale di queste comunità di villaggio, ha comportato la conquista di terre e la sottomissione di gruppi vicini. Questo duplice e concomitante fenomeno deve essere correlato con l’emergere nel Lazio, tra IX e VIII secolo a.C., di élites guerriere in possesso di rilevanti ricchezze e quindi, come si è già ricordato precedentemente, con l’affermarsi di vere e proprie aristocrazie.
Le fonti antiche consentono di intravedere le diverse strutture portanti della società arcaica. Indaghiamone le specifiche funzioni e, ove appaia possibile, le connessioni con l’organizzazione militare di Roma primitiva.
- Il rex è, allo stesso tempo, il sacerdote e il capo militare della comunità.
- Il populus è – come indica una diffusa, per quanto controversa, etimologia2 del termine (vd. il verbo populo = in ital. devastare, saccheggiare) – la comunità degli uomini in armi.
- Le curiae (da *coviria = insieme di uomini) sono associazioni di genera hominum per il reclutamento della fanteria.
- Le tribus sono istituzioni territoriali per il reclutamento della cavalleria (equitatus).
- Il Senato è l’assemblea dei patres, degli anziani delle gentes organizzati in assemblea.
- I clientes sono individui al seguito di persone eminenti (cliens è colui che ascolta o che ubbidisce).
- Le familiae sono le famiglie nucleari (sul termine familia vd. Mantovani § 9.6, pp. 189 ss.).
- Le gentes sono aggregati più vasti, legati da consanguineità o dipendenza, dominati e guidati da gruppi aristocratici (vd., per gli sviluppi successivi, Mantovani § 9.6, p. 189).
- L’artigianato è in linea di massima una struttura estranea al corpo sociale in epoca arcaica. I metallurghi godono, però, di uno status privilegiato, mentre la ceramica e la lavorazione dell’argilla è in mano ad artigiani stranieri, provenienti in gran parte, a cominciare dall’VIII secolo a.C., dalla Grecia ionica3.
2. Il rex
Il rex rappresentava il perno del sistema politico di Roma primitiva. Nella sua potestas dovevano coesistere poteri militari, civili e soprattutto religiosi. Egli era il fondamentale elemento di mediazione fra gli dèi e la città, il principale garante della pax deorum, la pace con gli dèi. La facoltà di interrogare gli dèi su tutte le decisioni riguardanti la vita della città – ovverossia di prendere gli auspicia – costituiva probabilmente, per la mentalità arcaica, il compito fondamentale del suo potere. Non c’è campo più chiaro della connessione fra “autorità” politica e “autorità” religiosa che nel concetto e nella pratica dell’imperium, il potere supremo.
Con il suo sommo imperium il rex poteva trarre gli auspicia, render possibile, in altri termini, la consultazione degli dèi, attività sempre al centro del sistema politico-religioso romano, rappresentando il raccordo fra azione degli uomini e volontà divina, base di quel patto sul quale era nata e si fondava la comunità. L’assenso degli dèi, interrogati attraverso gli auspicia, regolava ogni azione di rilievo pubblico: «Chi non sa che sugli auspici è stata fondata questa città e mediante gli auspici è condotta ogni attività in guerra e in pace, in patria e nelle campagne militari?» (Livio 6.41.4).
Secondo le notizie degli antichi, il rex sarebbe stato eletto dai comizi curiati, con l’autorizzazione del senato. La lex curiata (de imperio), di età repubblicana, è prova incontestabile di una partecipazione delle curie, già nel periodo monarchico, al processo di nomina del rex. È, però, difficile individuare tracce di una qualche attività elettiva. Probabilmente i comizi curiati, coincidenti con la primitiva organizzazione militare della città, per mezzo della lex de imperio, si limitavano a riconoscere il nuovo capo scelto dall’interrex (vd. infra): questo vincolo di obbedienza era formalizzato da un solenne giuramento di fedeltà.
Nell’investitura del rex l’assemblea dei patres doveva avere una funzione assai rilevante, come dimostra l’istituto dell’interregnum. Venuto a mancare il titolare del potere supremo, il potere era attribuito a un collegio di dieci senatori, rappresentativi dell’intero consesso. Le funzioni di interrex erano esercitate per cinque giorni consecutivi da ciascuno di essi. La creatio del nuovo re era opera di uno di loro – a eccezione del primo – quando i segni divini e la situazione politica apparissero favorevoli.
Secondo le nostre fonti, tutti i re, tranne il primo (Romolo), sarebbero stati creati da un interrex. In questo dato si può facilmente rilevare l’esistenza di una costante nella storia istituzionale di Roma in età monarchica: alla morte del rex il potere ritornava regolarmente ai patres, i quali a uno di loro – l’interrex – scelto nel consesso senatorio secondo le procedure poc’anzi ricordate, demandavano il compito di creare il nuovo capo della comunità. Il principio “auspicia ad patres redeunt” costituisce verosimilmente l’espressione dell’idea della continuità della vita del gruppo, rappresentato dal solo elemento capace di riassumerne e promuoverne la vita.
Un riflesso mitico-religioso di questa ‘titolarità corporativa’ del potere di direzione politica della città si coglie nella leggenda sull’uccisione di Romolo da parte dei patres. Ognuno di loro sarebbe uscito dal tempio di Vulcano, recando, nascosto tra le vesti, un pezzo del corpo dell’ucciso. Il potere di governo della città è partecipato dal fondatore eponimo all’assemblea dei patres, che lo esercita collegialmente, conferendolo, ove lo voglia, a un altro capo individuale, per riprenderlo di nuovo nel momento in cui anche questi scompaia.
In conclusione si può affermare che la nomina del re è legata alla scelta dei patres; una scelta confermata non già dalla partecipazione attiva dei comizi curiati – che si limitavano a proclamare, mediante un solenne giuramento, la loro fedeltà e obbedienza al nuovo eletto – ma dall’inauguratio, una cerimonia religiosa in cui un augure, presente il popolo radunato nei comizi, ponendo la mano sul capo del re designato, invocava l’assenso divino.
Quel che contraddistingue tutti i re di Roma è la mancanza d’ogni legame di sangue con il loro immediato predecessore. Lo stesso istituto dell’interregnum, del resto, sarebbe inconcepibile in una monarchia di tipo dinastico. I re non appartenevano a un unico clan. Questo dato, sottolineato anche da Cicerone nel de republica, lo si può verificare anche da un punto di vista linguistico. La parola germanica per indicare il re (germanico chuning, tedesco König) è legata all’idea di stirpe e condivide, dunque, la medesima radice con genus e genos. Discendenza, famiglia regnante e sangue reale ne costituiscono i presupposti denotativi. Ben diverso è l’ambito semantico del rex romano. Tale termine contrassegna colui che tiene il comando su un dominio, che il tedesco denota attraverso un termine, Reich, costruito sulla medesima radice di rex. Questo principio romano dell’esclusione d’ogni successione fondata sul sangue nell’ambito della monarchia è ben saldo e non ammette eccezioni4.
Ma quest’etimologia non è l’unica possibile. È possibile anche una derivazione da pubes (pubertà), nel2 senso di gioventù in armi.
Una spia di questo arcaico aspetto della produzione artigianale viene fornita da alcuni tratti3 dell’organizzazione socio-politica e dell’ideologia religiosa più antiche di Roma. Sappiamo che il flamine di Giove (vd. infra), il sacerdote più elevato della fase protostorica, non poteva incontrare, recandosi a celebrare sacrifici, alcun vasaio: l’esistenza di questo tabù prova che la figura del produttore di vasi era estranea al corpo sociale più arcaico della comunità, perché, in quanto “straniero”, poteva contaminare la sacralità della cerimonia.
3. Il Senato
L’assemblea degli anziani delle gentes era il senato, i cui componenti in origine erano dunque soltanto i patres. Collaborava con il rex e a essa, in mancanza del re, tornavano gli auspicia. Il rapporto tra senato e ordine patrizio (patres) era sottolineato, sia pure in forma non sempre accettabile, dalla tradizione antica. L’assemblea, nell’età della cosiddetta monarchia latina, avrebbe avuto originariamente cento membri e poi centocinquanta o duecento, a seguito della fusione con la comunità sabina. Prerogativa del senato era l’interregnum e forse già l’auctoritas, cioè la conferma delle deliberazioni del comizio. Compito del senato era fornire pareri al re, qualora ne facesse richiesta (per gli ulteriori sviluppi vd. Mantovani § 9.14).
4. I comizi curiati
I comizi curiati furono la prima assemblea dei cittadini maschi, articolati nelle trenta curie in cui era divisa la città. Lelio Felice, giurista di età adrianea (II secolo d.C.), ricordava che la cittadinanza votava, nei comizi curiati, ex generibus hominum. La testimonianza del giureconsulto è segno inequivoco dell’esistenza di una stretta relazione dei legami parentali e di stirpe con l’appartenenza alle curiae. Curiae – da coviriae – secondo un’etimologia ampiamente condivisa, significa luogo di riunione di viri, ovvero di uomini. Un nesso preciso, come abbiamo visto, esisteva anche tra le curie e l’originaria organizzazione militare della città: ognuna di esse doveva fornire un contingente di cento fanti e dieci cavalieri. Peraltro il livello cronologico delle curie è certamente a
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