I combattenti legittimi
Per comprendere quali soggetti abbiano diritto a essere trattati come prigionieri di guerra e quali siano le garanzie che spettano loro in virtù di tale qualità, occorre far riferimento all’articolo 4 della III Convenzione di Ginevra del 1949 e agli articoli 43 ss. del I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1977.
L’articolo 4 della III Convenzione di Ginevra afferma che possono godere dello status di prigionieri di guerra solo i “legittimi combattenti”. Le disposizioni convenzionali operano «una scelta relativamente precisa»1, individuando tale categoria. Da questo punto di vista, la Convenzione ha introdotto la distinzione tra combattenti legittimi e combattenti illegittimi. La distinzione è di importanza cardinale e la sua finalità è quella di assicurare che i conflitti armati internazionali siano combattuti tra i combattenti delle Parti in guerra e risparmino i civili nella misura del possibile2. Per questo i combattenti legittimi hanno il diritto di combattere in tempo di guerra.
Seguendo tale impostazione e l’articolo 4 della III Convenzione di Ginevra del 1949, riportato in nota (limitatamente alla parte che interessa alla trattazione relativa ai combattenti legittimi)3, sono prigionieri di guerra coloro che siano caduti nelle mani dei nemici e siano:
- Membri delle forze armate di una Potenza o membri delle milizie e corpi di volontari del medesimo esercito;
- Membri di altre milizie e altri corpi di volontari, inclusi i movimenti di resistenza organizzati, che operano nel proprio territorio, anche se occupato, o fuori da questo, purché soddisfino quattro condizioni fondamentali4:
E. GREPPI, op. cit., p. 18.1
Y. DINSTEIN, The Conduct of Hostilities under the Law of International Armed Conflict, Cambridge, 2010, p. 33.2
Art. 4. A. «Sono prigionieri di guerra, nel senso della presente Convenzione, le persone che, appartenendo3 ad una delle seguenti categorie, sono cadute in potere del nemico:
- I membri delle forze armate di una Parte belligerante, come pure i membri delle milizie e dei corpi di volontari che fanno parte di queste forze armate;
- I membri delle altre milizie e degli altri corpi di volontari, compresi quelli dei movimenti di resistenza organizzati, appartenenti ad una Parte belligerante e che operano fuori o all’interno del loro proprio territorio, anche se questo territorio è occupato, sempreché queste milizie o questi corpi di volontari, compresi detti movimenti di resistenza organizzati, adempiano le seguenti condizioni:
- Abbiano alla loro testa una persona responsabile dei propri subordinati;
- Rechino un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza;
- Portino apertamente le armi;
- Si uniformino, nelle loro operazioni, alle leggi e agli usi della guerra».
A) Abbiano un comandante responsabile dei propri soldati. Questo requisito è tracciato in modo da escludere singoli soggetti, che vengono definiti ‘franchi tiratori’, i quali non sono alle dipendenze di nessun comandante responsabile. È possibile che piccole unità di forze armate irregolari possano avere accesso a un conflitto, nel rispetto delle altre condizioni successive, ma è categoricamente vietata la conduzione di conflitti armati in campo internazionale da parte di individui che operano sulla base della propria iniziativa5;
B) Abbiano un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza. Tale requisito, in realtà, si scompone nella doppia condizione della distinzione e della fissità. La distinzione permette di identificare le forze armate che utilizzano il segno distintivo, mentre la fissità ha la funzione di evitare che il nemico sia confuso da continui cambiamenti di detto strumento caratterizzante. Come esempio principale di segno distintivo, Y. DINSTEIN richiama l’uniforme ufficiale, non per forza completa di tutte le insegne che le sono proprie. Perciò, spesso accade che le Forze Speciali vestano uniformi atipiche, il che è possibile se l’esercito è comunque distinguibile dai civili. Ciò vale, a maggior ragione, per le forze irregolari, a cui non è richiesto di indossare uniformi elaborate, purché espongano un emblema fisso meno complesso, sia esso una parte di un capo o un’insegna. Quel che conta, in ogni caso, è che i militari indossino il segno fisso ogni volta che sia probabile lo scontro con il nemico, con la precisazione ulteriore che tale segno non venga rimosso per nessuna ragione.
Una conseguenza del presente requisito è che, ovviamente, l’uniforme non è richiesta in situazioni di riposo o di impieghi in retro-ufficio o in una zona lontana dal teatro di guerra. Inoltre, i soldati possono lasciare le proprie casacche nelle tende, durante un bivacco notturno, anche se sono impegnati in una missione armata. Nell’evenienza di un attacco nemico, tali soggetti hanno la facoltà di usare le armi per difendersi, senza che si crei nessun problema relativamente al loro stato semi-nascosto6.
E. GREPPI, op. cit., p. 18, nel riportare i requisiti dell’articolo 4 della III Convenzione di Ginevra del 1949, indica alcuni esempi tipici di soggetti intitolati di divenire prigionieri di guerra, qualora siano catturati:4 «Ai sensi dell’art. 4, sono considerati legittimi combattenti le seguenti categorie di soggetti:
- Appartenenti alle forze armate regolari
- Membri di corpi volontari aggregati (ad esempio, la “Legione straniera”) e delle milizie incorporate (come la “Milizia volontaria per la sicurezza nazionale”)
- Appartenenti ad altre milizie e corpi volontari non incorporati nelle FF.AA. regolari, compresi i membri delle forze di resistenza organizzate (come il CVL [Corpo Volontari della Libertà, prima struttura di coordinamento generale della resistenza italiana durante la Seconda Guerra Mondiale] o i Maquis), a condizione che:
- Siano al comando di persona responsabile
- Portino un segno distintivo fisso, riconoscibile a distanza
- Portino apertamente le armi
- Si conformino alle leggi e agli usi di guerra».
Y. DINSTEIN, op. cit., p. 43, che esemplifica come segue:5 «John Doe or Richard Roe cannot lawfully conduct a private war against the enemy».
La prassi ha rilevato problemi sulla condizione della riconoscibilità a distanza dell’emblema fisso. Naturalmente è permesso il camuffamento quale tipico uso di guerra per evitare l’attacco, con il fine di non attirare l’attenzione su di sé. Inoltre, in caso di combattimenti notturni, non è necessario che i soldati portino un emblema illuminato. La ragione della disposizione non è data dall’esigenza che i prigionieri siano visibili, ma dalla possibilità di distinguerli dai civili.
La stessa condizione della visibilità a distanza vale per veicoli, carri armati, navi da guerra o aerei militari, che devono recare un’insegna che li identifichi, condizione, questa, supplementare all’obbligo dei soldati di vestire l’uniforme, per evitare che, una volta fuori dal mezzo, siano confusi con dei civili.