Cultura russa
Appunti del 6/10/2020
Slogan sovietici e linguistica
Le prime parole delle slide corrispondono a uno slogan tipicamente sovietico: “viva il potere sovietico”. È stato commentato in maniera più che provocatoria dallo studio di lingue Boris Uspenskij. In un convegno egli esordisce con questo slogan, ma dal punto di vista linguistico la verità è molto più complessa. È un’adesione al sistema sovietico, ma la lingua con cui viene detto ciò non è né russo, né russo moderno. È dello slavo ecclesiastico, dal punto di vista lessicale e grammaticale. Non c’è infatti nessuna parola puramente russa, sono slavismi. La costruzione sintattica il “viva” è “da + indicativo”. Espresso da questa formulazione è tipicamente ecclesiastica, e così emerge immediatamente la provocazione: tale espressione viene infatti utilizzata più volte nel Padre Nostro.
Egli sosteneva che tutto ciò che ha a che fare con la Russia non può essere immediatamente chiaro, deve essere letto e analizzato più volte, e deve essere integrato nell’importantissimo panorama storico.
Religione e storiografia
Pipes è uno studioso che non brilla certamente per la sua devozione religiosa. Egli però afferma che nei libri sulla storia della rivoluzione, lo spazio dato alla religione è poco se non nullo. Lo studioso Chamberlain ad esempio, parla in cinque pagine della religione russa in un libro di più di mille. Altri studiosi invece non citano neanche questo tema. (Fitzpatrick e Schapiro). Il commento di Pipes impone il sospetto del laicismo di una certa storiografia, o meglio degli storici moderni. Nonostante il loro laicismo però, essi si occupano di soggetti decisamente religiosi. Per gli abitanti della futura Unione Sovietica, religione era sinonimo di cultura. Ognuno ha la sua opinione, ma per conoscere la cultura russa è fondamentale la tradizione religiosa russa per capire il suo passato e il suo presente.
La religione è un tema molto importante perché determina lo sviluppo dell’intero paese. La storia russa è unica, o comunque eccezionale, in quanto il percorso di crescita culturale e di alfabetizzazione si realizza parallelamente alla cristianizzazione.
Alfabeto cirillico e cristianizzazione
I caratteri cirillici si chiamano in tal modo grazie a Cirillo e Metodio. A partire dai due fratelli la lingua passa e segna la storia dei paesi slavi, sia quelli cattolici che quelli ortodossi. Ricordiamo inoltre che inizialmente non era così evidente questo contrasto, la differenza viene calcata nel 1054. Prima di quest’anno sarebbe scorretto parlare di una divisione. Infatti il cirillico viene inventato per la trasmissione dei libri e dei contenuti della tradizione cristiana. Non c’è lingua scritta prima dell’invenzione di Cirillo e Metodio. Senza un alfabeto scritto, tutte le parole sono come scritte sull’acqua. Noi non capiamo quello di cui stiamo parlando se non conosciamo l’origine e la cultura di questi paesi.
Il punto di partenza è quindi l’evangelizzazione, in particolar modo del battesimo del principe Vladimir di Kiev. Egli decide che per essere all’altezza degli altri re, deve adottare una religione degna e importante. Per questo passa dal paganesimo al cristianesimo. Attorno all’anno 1000 il principe riesce ad avere importanti contatti e sposa la sorella dell’imperatore di Bisanzio, di nome Anna. Questo rapporto con importanti contatti prosegue poi con il figlio (Jaroslav il Saggio), che sposa la figlia del re di Svezia. Avranno tre figlie, e tutte e tre saranno mogli di importanti re: il re di Francia, il re di Norvegia e il re di Ungheria.
Conversione di Vladimir
La cultura russa nasce anche col rapporto con il resto del mondo. La Russia nell’anno 1000 era al centro delle relazioni con tutta l’Europa. Questo elemento è sicuramente determinante.
Perché si converte Vladimir? Per accordi militari, commerciali, politici… Vi è anche però un racconto contemporaneo che offre una diversa prospettiva. Il testo in questione è tratto da un’antica cronaca di origine monastica. Egli è colpito dalla liturgia di Santa Sofia di Costantinopoli e dice:
“Noi non sapevamo se ci trovavamo in cielo o sulla terra giacché sulla terra non si vede alcuno spettacolo di tale bellezza. Noi non possiamo descrivere con parole quello che abbiamo veduto. Soltanto questo sappiamo, che ivi gli uomini coesistono con Dio (...). Non dimenticheremo mai tanta bellezza.”
Alla base di questo discorso ci sono tre idee fondamentali:
- L’unità del divino e dell’umano, in cui gli uomini non riescono a differenziare la terra dal cielo per la coesistenza degli stessi con Dio.
- L'inesprimibilità concettuale di tale rapporto: questo rapporto non può essere detto a parole, nonostante esista la nuova lingua scritta le parole non bastano. L’esperienza diventa assolutamente indescrivibile.
- La sua sperimentalità nella forma della bellezza: per quanto indescrivibile sia tale bellezza, essa esiste, non è una fantasia o l’immaginazione. La bellezza diventa così un’esperienza estetica, dove con estetica si intende il poter toccare, un qualcosa di concreto, materiale e palpabile.
7/10/2020
Vladimir decide di ricorrere al battesimo perché viene colpito da questo racconto. Ovviamente ciò non esclude altre motivazioni politiche, dinastiche. Nella storia non funziona tutto in un’unica direzione, non vi è solo una causa e una conseguenza. L’umanità è libera, non è schematica come la biologia. Fondamentale poi in questo discorso è l’infinità delle terre, che effettivamente rispecchia il territorio russo. Questa vicenda è concettualmente inesprimibile: è difficile, se non impossibile, raccontare tale vicenda perché è un’esperienza dell’uomo in quanto tale. Questa sete di infinito nel cuore dell’uomo è sperimentabile, non è un’invenzione, è concreta nella forma della bellezza. Nella cultura russa l’estetica è fondamentale, estetica intesa come qualcosa davanti a cui si applicano dei criteri oggettivi. “Ciò che è visto piace”, può sembrare il trionfo del soggettivo, ma non è vero. Significa pronunciare un giudizio dopo aver sperimentato.
La cultura russa e Dostoevskij
Nasce una cultura, con una caratteristica quasi unica. Si tratta di una cultura nella quale il rapporto con la tradizione religiosa è costitutivo. Non si parla ancora di una particolare chiesa, si intende una struttura di rapporto tra uomo e infinito. Dostoevskij ne “Diario di uno scrittore” offre la descrizione del termine cultura: “Per cultura io intendo (e credo nessuno possa intendere diversamente) quel che già letteralmente è espresso nella parola stessa cultura, cioè una luce spirituale che rischiara l’anima, illumina il cuore, dà indirizzo alla mente e le mostra la via della vita. Se è così, permettetemi di farmi notare, che una tale cultura noi non abbiamo bisogno di attingerla da fonti europeo-occidentali, per la più completa esistenza (e non assenza) di fonti russe.”
Il primo problema fa emergere un orgoglio nazionalistico, mentre il secondo emerge dal punto di vista linguistico: nella parola cultura non è espresso il concetto di luce. C’è in realtà un gioco di parole intraducibile. Inoltre, per cultura egli intende una luce che ha a che fare con lo spirito, con l’anima, col cuore. È quindi un qualcosa di integrale, dove tutti gli elementi dell’essere umano vengono coinvolti insieme.
Vi sono diverse difficoltà legate a questa citazione. Fondamentale in questo caso è il prosveščenie, termine con il quale è svelato il gioco di parole. Il termine vuol dire cultura, diffusione del sapere, illuminismo. Questa lettura dell’illuminismo è tipicamente marxista. Si tratta di una corrente di idea progressista legata alla lotta della borghesia crescente e dalle masse popolari contro il feudalesimo. Se utilizza una parola per dire cultura, che si confonde con illuminismo (tipica dell’occidente), dov’è l’originalità? Perché utilizza questo termine, e non direttamente il termine cultura? La cultura di cui parla, non è sinonimo di illuminismo. Le scienze dell’occidente infatti, sono un’altra cosa. La cultura è una luce spirituale. Le scienze si possono attingere all’occidente, ma la cultura è ciò che meglio rappresenta l’originalità russa. Questa confusione però viene completamente esclusa: cultura e illuminismo sono due concetti opposti. Inoltre, dicendo che per la cultura non serve raggiungere l’occidente, facendo emergere così il tipico nazionalismo.
13/10/2020
Italia, Cavour e l'impero
Esistono più realtà, che non si incontrano tra loro. Dostoevskij in un secondo estratto, stabilisce che l’Italia con Cavour era diventata grande. Si tratta di un’idea imperiale, un’idea universale. Tale idea rendeva l’Italia grande, tanto grande che poteva creare degli imperi. Ammettiamo poi che questa politica si sia logorata, cos’è successo dopo? È nato un piccolo regno, soddisfatto per altro di essere un regno di “secondo ordine”. Il regno che stava nascendo aveva particolarmente infastidito la Russia in occasione della guerra di Crimea, ecco perché l’estratto in questione è così provocatorio e pungente. Nella parte iniziale, risulta evidente che possono esistere più incarnazioni di uno stesso universale, come un’incarnazione della realtà che vive in Italia, e un’altra che vive in Russia. La grandezza della Russia non si può ridurre ad un semplice orgoglio nazionalistico. Allora da cosa dipende questa grandezza? Dalla cultura, che è definita in diverse modalità. Tuttavia, anche Vladimir Dal’ insiste su una concezione unitaria della cultura. Dostoevskij effettivamente offre una definizione molto simile a quella del maggior studioso slavista. La parola prosveščenie però, ha anche un uso e un significato tipicamente ecclesiali, cioè il santo Battesimo. Nella tradizione orientale, l’Epifania del 6 gennaio, ricorda il battesimo di Cristo, la sua manifestazione. Ecco perché viene usato questo termine al posto di “cultura”. È una parola molto complessa, con un utilizzo ecclesiale, che spiega ancora una volta il legame linguistico e religioso.
Le icone e la bellezza russa
Fondamentali per la manifestazione della bellezza russa sono le icone. Le icone sono immagini sacre, che rappresentano Maria, Cristo. Possono essere mosaici, oppure su legno, affreschi, realizzate con supporti in metallo. Con “sacro” non si intende necessariamente la rappresentazione di un soggetto religioso, sono però pensate per un soggetto liturgico. Possono essere nelle chiese o nelle case, trasformando le case in chiese domestiche con un vero e proprio spazio dedicato alla religione, chiamato “angolo bello”. Nelle chiese c’è una netta separazione tra i fedeli e il clero durante la celebrazione della liturgia. Queste due parti sono separate da una parete che è completamente composta da icone. Al centro vi sono due porte regali, attraverso le quali passa il re. I sacri doni vengono portati attraverso tali porte. Accanto vi sono due colonne, e altre due porte, cioè le diaconali, e poi ulteriori icone. Vi sono quindi due aperture nella parte inferiore. Sopra ci sono quattro ordini, il numero però non è fisso. Il primo ordine rappresenta una processione, e si chiama ordine dell’intercessione, perché intercedono verso il re. L’ordine immediatamente superiore è quello delle grandi feste. Negli ordini successivi ci sono preti, santi. Le icone non sono mai firmate dall’iconografo, e soprattutto manca la prospettiva. Nel caso dei “Martiri di Sebaste” i quaranta soggetti sono rappresentati senza alcuna prospettiva. Ci si chiede se sia una scelta estetica o simbolica, perché siamo abituati a dividere l’estetico dal simbolico. Nell’arte russa un’opzione non esclude l’altra. La risposta è che entrambe le risposte sono valide. L’arte è uno strumento di comunicazione. Il modo in cui qualcosa viene rappresentato “parla”. L’idea di arte per l’arte esiste, oppure esiste al massimo grado. Dove si va alla verità delle cose, ogni realtà ha una sua prospettiva. Nelle icone non c’è un solo punto di prospettiva, varia da chi guarda e da chi interpreta la realtà.
Le icone sono sia semplici che complesse. È semplice perché le icone sono ormai familiari, anche per il mondo occidentale. È però complesso, perché sono il prodotto di un mondo che ha una serie di elementi lontani dalla nostra concezione e conoscenza. L’icona è una rappresentazione artistica semi-asiatica. Si tratta di un’arte povera, ed è una manifestazione tipica dell’oriente cristiano. Ha la sua culla a Bisanzio, quando Bisanzio era il centro della cultura del tempo, luogo dove si sono ammassati non solo immensi tesori, ma luogo in cui si modella il concetto di valore dell’essere umano rispetto alla somiglianza con Dio. Proprio per questo l’icona è caratterizzata dalla libertà: è sbagliato dire che gli artisti non siano liberi per la somiglianza di tutte le icone. È come un membro di un coro, che mette l’anima per far parte di un insieme delicato e armonioso. L’icona non è un oggetto estetico: è un tipo di scrittura. Quando si parla del lavoro dell’iconografo, non si dice che dipinge, si dice (pisat’ ikonu) che scrive un’icona.
Come la parola scritta, l’icona insegna la verità cristiana: è teologia in immagine. Come a un normale testo scritto, bisogna applicare tutte le metodologie che si utilizzerebbero in un testo. Bisogna leggere l’icona, tenendo presente della cultura e del contesto, e il contesto in questo caso mira ad un’unità, toccando tutte le dimensioni dell’umano. È il concetto di cultura come luce, come ciò che costituisce il reale nella sua verità. Nell’icona, così come nella letteratura russa, non c’è spazio per la menzogna, e serve per manifestare l’esistenza di qualcosa di eccezionale.
14/10/2020
Iconografia e generi letterari
Le icone hanno un carattere didattico. Non a caso si parla di iconografia, e iconografo è colui che scrive l’icona. Un grande studioso ha determinato i generi letterari che hanno influenzato l’iconografia, considerando essa come un vero e proprio genere letterario. Egli ha rilevato quattro modelli di base: il modello panegirico, ippico, drammatico e dogmatico. Se esaminassimo le icone scritte secondo il primo modello, arriveremmo alle stesse conclusioni che si trovano nelle loro agiografie. Celebrando i due santi, i primi due martiri della storia russa, lo scrittore introduce una nuova concezione di eroismo, in cui vede il valore del santo nella incorporazione del corpo di Cristo. Quando si parla di icone, i temi principali sono quattro. Il primo è quello della prospettiva, il secondo è quello della sapienza, il terzo è quello del rifiuto del naturalismo, l’ultimo è il simbolismo dei colori e della luce.
Prospettiva
Spesso ci sono delle forme strane per rappresentare i contorni o le montagne. Si ha l’impressione che i monti vengano verso l’osservatore, e tecnicamente si parla di prospettiva inversa, oppure rovesciata. Gli oggetti si trovano su uno spazio che sembra avere poca profondità, e i volti dei personaggi sono spesso maldestri. Quella che per noi è la forma naturale, non è effettivamente naturale. È la forma data dai canoni della prospettiva lineare: questo modo di rappresentazione dello spazio si basa sul concetto che le linee parallele sembrano congiungersi all’infinito in un punto di fuga. Secondo quest’ultima il movimento visivo parte dallo spettatore, e il quadro è come una finestra aperta. Guardando, ricreo l’opera secondo il mio punto di vista.
Vengono però spesso tralasciati i simboli, perché sfuggono ai sensi in quanto rimandano a un qualcosa di non naturale. Per questo motivo le icone danno questa impressione di innaturalezza. Piuttosto che di innaturalezza, avrebbe più senso chiedersi se l’iconografo sia guidato da una prospettiva diversa da quella lineare moderna. Per l’appunto si chiama inversa o rovesciata. Il suo principio stabilisce che le linee non si incontrano in un punto di fuga. In realtà raramente c’è solo un punto di convergenza, ogni oggetto di solito viene rappresentato con la sua prospettiva. Inoltre, non c’è una scala di altezze regolare. Spesso gli oggetti sono posti secondo un principio di composizione e secondo il significato che questi oggetti hanno nella rappresentazione. Si parla infatti di prospettiva di importanza, in cui per scelta non vi è una profondità. Se lo spazio è ridotto, è perché lo spazio esce verso lo spettatore. L’icona è in questo senso il contrario di una pittura del Rinascimento: è il luogo di una presenza che irradia chi guarda, non è una finestra in cui l’osservatore ha un ruolo attivo. La realtà non è il modo in cui noi interpretiamo, la realtà ci viene data e offerta così com’è. L’icona quindi non è un’arte primitiva, ciò che a noi sembra una mancanza di abilità è in realtà qualcosa che viene volutamente realizzato.
Sapienza geometrica
Circa il 30% delle icone ha una proporzione di 3:4. Un altro 30% ha una proporzione di 4:5. È una prevalenza di numeri che rimandano al cosiddetto triangolo sacro (3,4,5).
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