Indice
- La scomparsa di Perpetua
- Il rapporto di Renzo con il latino
- Il Marchese, erede di don Rodrigo: “brav’uomo”, ma non un “originale” nel concepire i rapporti di classe
- I dispiaceri di Renzo nel nuovo paese in cui si è trasferito
- In che modo la peste dà, ancora una volta, una mano a Renzo
- Renzo racconta le sue avventure: l’obiezione di Lucia e il “sugo della storia”
- Il finale lieto, ma “senza idillio” del romanzo
- La vita matrimoniale di Renzo e Lucia riflette le ultime raccomandazioni di padre Cristoforo
- Che cosa significa, alla prima riga del capitolo, “un legno”? Come si chiama questa figura retorica?
La scomparsa di Perpetua
Della morte di Perpetua a causa della peste, il Manzoni ci dà poche informazioni. Il fatto viene rivelato nel capitolo XXXIII da don Abbondio a Renzo quando quest’ultimo, lasciato il lazzaretto, dopo aver ritrovato Lucia, decide di rientrare al paese natale per avere notizie di Agnese. Il curato è stato anche lui contagiato dal morbo che lo ha reso più vecchio e ancor più spaventato e dà la notizia con rassegnazione di aver perduto un solido punto di appoggio. Comunque egli dà la notizia in modo sbrigativo e senza un reale tono di commiserazione inserendo il nome della donna in un’arida filastrocca di decessi. Essa muore a 42 anni e fino ad allora è sempre rimasta a fianco del suo padrone, cercando anche di dargli consigli assennati, ma mai seguiti.Don Abbondio cita di nuovo la sua fidata governante nel capitolo XXXVIII, ma questa volta con un tono più bonario. Ormai le cose sono sistemate e nei paesi i giovani ricominciano a pensare al futuro e quindi a unirsi in matrimonio. Parlando di Perpetua, don Abbondio allude al debole della donna che Agnese conosceva bene (= i matrimoni mancati). Quindi la battuta del curato (“Ha proprio fatto uno sproposito Perpetua a morire ora: ché questo era il momento che trovava l’avventore anche lei.”), suona meno crudele di quanto potrebbe apparire, anche se espressa in termini piuttosto disinvolti: infatti per indicare il pretendente e il marito adopera la parola “avventore”, come si trattasse di un cliente dell’osteria.
Il rapporto di Renzo con il latino
Il primo contatto di Renzo con il latino, si ha quando il giovane si rega da don Abbondio per fissare l’orario de matrimonio. Il curato ha subito le intimidazioni di don Rodrigo e in preda al terrore cerca di rimandare la cerimonia con scuse varie. Fra l’altro, per confondere l’interlocutore, egli fa l’elenco, in latino degli impedimenti previsti dal diritto canonico. Ovviamente Renzo non ci capisce nulla perché è un semplice filatore di seta e, spiazzato, risponde con la celebre frase: “Che vuole ch’io faccia del suo latinorum”.Renzo usa impropriamente, ma in modo molto efficace il genitivo plurale, la cui desinenza è molto frequente nelle preghiere che il popolo è solito recitare. Esso ha intuito che dietro c’è un tentativo di imbroglio. Il termine ritorna alla fine del romanzo, nel capitolo XXXVIII.
L’uso del latino ha un valore simbolico: serve per creare una barriera fra i dotti e il popolo per confondere la mente delle persone non istruite e imbrogliarle con più facilità. Nell’italiano moderno il termine “latinorum” è presente per indicare un linguaggio poco chiaro il cui scolo è solo quello di confondere.
Il Marchese, erede di don Rodrigo: “brav’uomo”, ma non un “originale” nel concepire i rapporti di classe
Il Marchese organizza il banchetto di nozze in onore di Renzo e Lucia nel suo castello, trasformando così un luogo di violenza e di tortura in un luogo di festa. Vi partecipano, insieme ai due sposi, Agnese, la ricca vedova e don Abbondio, oltre, ovviamente al Marchese. Non si fa cenno all’amico d’infanzia di Renzo a cui, tuttavia quest’ultimo aveva anticipato che sarebbe stato il testimone di nozze. Non è stranamente presente nemmeno il cugino Bortolo, che tanto ha fatto per Renzo. Manca anche Padre Cristoforo, ma tutti sono convinti sta molto meglio dove si trova ora, cioè in Paradiso.Si nota, però un neo. Il Marchese mette tutti a tavola, anzi si adopera per servirli, però si ritira a pranzo in un’altra stanza insieme a don Abbondio. Lo scrittore è molto critico nei suoi confronti, scrivendo che egli aveva abbastanza umiltà da mettersi ad un gradino più basso rispetto agli umili, ma non a sufficienza per stare al loro livello. Questo perché mettersi al di sotto dei poveri comporta ammirazione e lode, ma mettersi al loro stesso livello richiede molta umiltà che il Marchese non aveva.
I dispiaceri di Renzo nel nuovo paese in cui si è trasferito
Nel nuovo paese si è al corrente della coppia che sta per arrivare e la gente si era fatta una certa idea di bellezza di Lucia. Invece l’aspettativa, come succede, non corrisponde alla realtà e molti sottolineavano dei difetti nell’aspetto fisico della ragazza. Renzo viene a sapere di questi giudizi indirettamente da qualcuno che glieli riporta. Egli ci medita su, sentendosi un po’ offeso, diventa sgarbato con tutti e alla fine decide di trasferire la famiglia altrove.In che modo la peste dà, ancora una volta, una mano a Renzo
Il cugino Bortolo viene a sapere che il proprietario di una filanda non lontano da Bergamo era morto di peste e l’eredità era passata al figlio. Costui era desideroso di vendere a qualsiasi prezzo, pur di ricavare del denaro da utilizzare in spese voluttuose. Il prezzo pur essendo vantaggioso, non coincideva con la somma che Renzo aveva a disposizione poiché il venditore chiede un pagamento in contati. Allora Bortolo decide di acquistare la filanda insieme a Renzo e la cosa aggiusta.Renzo racconta le sue avventure: l’obiezione di Lucia e il “sugo della storia”
Con un certo tono di orgoglio, Renzo racconta che tutte le sue sventure gli hanno insegnato ad essere prudente cioè ad evitare tumulti a stare attenti a parlare e a non bere troppo. Lucia fa presente che i guai sono arrivati anche a Lei, pur essendosi comportata bene ed avere evitato comportamenti imprudenti. Da un confronto delle due riflessioni, i due protagonisti deducono che le disavventure capitano sia per colpa propria sia anche quando si è cauti. Le disavventure devono essere affrontate riponendo sempre fiducia in dio e in questo modo si sopportano più facilmente.A questo punto si inserisce il pensiero religioso dello scrittore: la fede e la fiducia nella Provvidenza divina, non evitando il dolore danno un senso al dolore umano poiché la forza per affrontare guai trasforma questi ultimi in un’occasione per maturare spiritualmente. Questo è il “sugo della storia”, ossia il suo significato profondo.
Il finale lieto, ma “senza idillio” del romanzo
La critica ha definito i Promessi Sposi un “romanzo senza idillio” perché la tradizione rappresentazione idillica e pastorale della realtà, viene sostituita da un mondo pieno di dolore e di violenza e su cui aleggia la ProvvidenzaIl paese dove vivono i protagonisti non ha un aspetto idillico. Gli abitanti sono vittima dei soprusi dei violenti, della debolezza di coloro che si dovrebbero occupare della salvezza delle anime e della corruzione di chi dovrebbe aiutare i deboli a farsi giustizia. Nel corso dell’opera Renzo matura attraverso una serie di peripezie negative: il tumulto, la fuga, la peste, la carestia la separazione dagli affetti più cari. Lo scopo del Manzoni non è proporre ai lettori un’opera di evasione, ma un’opera di riflessione morale in grado di dimostrare il ruolo positivo della fede e della Provvidenza in una realtà ostile e tendente al male. Anche il finale è anti-idillico. I due giovani si sposammo, ma hanno sempre alla mente il passato e i guai che hanno attraversato e le sofferenze conosciute
La vita matrimoniale di Renzo e Lucia riflette le ultime raccomandazioni di padre Cristoforo
Nel capitolo XXXVI, Cristoforo dopo aver sciolto Lucia dal voto di castità dà alla coppia tutta una serie di raccomandazioni in vista del prossimo matrimonio. Invita a Renzo a non vedere il ritrovamento della ragazza un trionfo ma la possibilità di iniziare un nuovo percorso di vita in cui si è consapevoli che la vita è precaria. Poi raccomanda di insegnare ai figli che nasceranno la carità cristiana e di non conservare mai nel cuore l’odio per qualcuno. A questo punto consegna loro il pane del perdono. Infine, invita la coppia a pregare soprattutto per don Rodrigo.Una volta sposati, la coppia mentre in pratica gli insegnamenti del frate. Essi affrontano la vita, consapevoli che nella sia incontriamo sempre i guai anche se siamo innocenti. IN ogni casi essi vanno affrontato avendo fiducia in Dio e così riusciamo a sopportarli meglio e a superarli perché la Provvidenza divina interviene sempre. Infine la loro vita è improntata al valore dell’umiltà, della solidarietà e della carità cristiana come sempre ha insegnato loro padre Cristoforo.