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Inferno e De monarchia: la lupa, il veltro e la cupidigia

Inferno, Inf. I 49-54, 88-111 (la lupa e il veltro) – Monarchia, I, xi 11-19 (cupidigia e caratteristiche del monarca)

Inf. VI 58-75 (cause del degrado di Firenze)

Inf. X, 40-51 e 73-93 (Farinata degli Uberti e profezia su Firenze)

Inf. XV 55-78 (profezia di Brunetto Latini)

Inf. XIX, 90-117, (Bonifacio VIII tra i simoniaci) – Monarchia III, x

Inf. XXVII 85-120 (Bonifacio VIII “principe de’ novi Farisei”)

Inferno, canto I

Selva oscura, lonza, leone, lupa e Virgilio

Dante si smarrisce nella selva oscura. Incontra le tre fiere: lonza, leone, lupa. Viene soccorso da Virgilio, che lo guiderà in un viaggio attraverso Inferno e Purgatorio, mentre Beatrice lo guiderà in Paradiso.

Profezia del veltro

49-54

Ed ecco apparire una lupa, che nella sua magrezza sembra piena di tutti i desideri e spinse molte persone a vivere miseramente; questa mi procurò una tale angoscia, col terrore che mi ispirava il suo aspetto, che persi la speranza di raggiungere la sommità del colle.

88-111

Vedi la belva che mi ha fatto voltare; aiutami da lei, famoso sapiente, poiché essa fa tremare ogni goccia del mio sangue».

«Tu devi compiere un altro viaggio», mi rispose dopo avermi visto piangere, «se vuoi salvarti da questo luogo selvaggio.

Infatti, la belva che ti fa urlare non lascia passare nessuno per la sua strada, ma lo impedisce al punto di ucciderlo. E ha un'indole così malvagia e malefica che non può mai soddisfare la sua bramosia, e dopo ogni pasto ha più fame di prima.

Sono molti gli animali a cui si accoppia, e saranno sempre di più, finché arriverà il cane da caccia (veltro) che la farà morire con dolore.

Costui non baderà alle ricchezze materiali, ma solo a quelle spirituali e la sua nascita avverrà tra feltro e feltro.

Sarà la salvezza di quell'umile Italia, per cui morirono in battaglia Eurialo e Niso, Turno, la vergine Camilla.

Costui le darà la caccia per ogni città, finché l'avrà rimessa nell'Inferno da dove l'invidia (del demonio) la fece uscire per la prima volta.

La lupa-avarizia, radice di tutti i mali e per Dante causa prima del disordine politico e morale che regnava in Italia all’inizio del Trecento, di cui è simbolo del resto anche la selva, mentre va ricordato che in molti passi del poema egli si scaglia con forza contro la corruzione del mondo politico ed ecclesiastico del suo tempo, causata principalmente proprio dall'avidità di denaro. La lupa si rivela un ostacolo insuperabile e Dante lentamente scivola nuovamente verso la selva, cioè il peccato.

La seconda parte del Canto vede come protagonista Virgilio, che sarà la prima guida di Dante nel viaggio ultraterreno e che è allegoria della ragione umana dei filosofi antichi, guida sufficiente a condurre l’uomo al pieno possesso delle virtù cardinali.

È una delle più note e oscure della Commedia, evocata da Virgilio che preannuncia la venuta di questo misterioso personaggio destinato a cacciare e uccidere la lupa-avarizia dall’Italia e dal mondo (il veltro era propriamente un cane usato durante le battute di caccia, dunque perfettamente in grado di mettersi sulle tracce di un animale selvaggio: cfr. Inf., XIII, 126, come veltri ch'uscisser di catena).

Su di lui sono state avanzate le più disparate ipotesi, che però, tralasciando le più fantasiose, si riducono a un papa (forse un francescano: il feltro potrebbe alludere al panno del suo saio), a un imperatore (Arrigo VII di Lussemburgo?), a un signore italiano (Cangrande della Scala?). La questione è complicata anche dall'incerta cronologia della composizione di questo Canto, per cui si obietta che se Dante scrisse questi versi intorno al 1307 (è questa l'ipotesi più accreditata, mentre altri pensano addirittura che abbia iniziato la Commedia prima dell'esilio) era in effetti troppo presto perché potesse pensare ad Arrigo VII, che scese in Italia solo nel 1310-1313, ma anche a Cangrande, che all'epoca aveva appena sedici anni e che il poeta incontrò molto più tardi.

Del resto è innegabile che l'elogio a Cangrande messo in bocca all'avo Cacciaguida in Par., XVII, 76 ss. presenti molti punti di contatto con questa profezia e fa propendere per tale identificazione, ma occorrerebbe pensare che Dante abbia rimaneggiato il Canto in un secondo momento e di questo non c'è alcuna conferma diretta nella tradizione manoscritta.

Non è poi da escludere che il veltro non fosse da identificare con un personaggio in particolare e che la profezia sia volutamente ambigua proprio per essere indeterminata, caso non certo unico nel poema dantesco; chiunque fosse il veltro, Dante si aspettava da lui un profondo rinnovamento sociale e politico in grado di riportare la giustizia troppo spesso calpestata dagli ecclesiastici corrotti e dagli uomini politici, che è poi la situazione di degrado morale e disonestà che il poeta denuncia a più riprese nella Commedia, sempre con parole di ferma condanna.

Tale profezia si ricollega forse a quella del «DXV» contenuta nel Canto XXXIII del Purgatorio, dove si dice che un «messo di Dio» ucciderà la prostituta che simboleggia la Chiesa compromessa con la monarchia di Francia: molti interpreti hanno sostenuto l'identificazione di questo «DXV» con Arrigo VII e con lo stesso veltro, per quanto di ciò non vi sia alcuna prova certa, ma è evidente che entrambe le profezie hanno in comune il carattere oscuro ed enigmatico e preannunciano quella palingenesi della società che Dante si attendeva, e nella quale manifesta una fede incrollabile in più di un passo del poema.

De monarchia

Libro I, capitolo 11

«Le cose non sopportano di essere disposte male; ora la pluralità dei principati è un male; quindi il principe deve essere uno solo».

Inoltre, il mondo è ordinato nel modo più perfetto quando in esso domina sovrana la giustizia — è per questo che Virgilio, volendo celebrare la nuova età, che sembrava stesse per sorgere ai suoi tempi, cantava nelle sue Bucoliche: Già ritorna la Vergine, ritornano i regni di Saturno.

«Vergine» infatti era detta la giustizia, che veniva pure chiamata «Astrea», e «regni Saturni» erano chiamati i tempi felicissimi, denominati anche età dell'oro —; ora la giustizia domina sovrana solo sotto il monarca; quindi l'esistenza della Monarchia o Impero è richiesta per un perfetto ordinamento del mondo.

Per dimostrare la minore, bisogna osservare che la giustizia, considerata in sé e nella propria natura, è una certa rettitudine o una regola che respinge quanto da una parte o dall'altra si scosta dalla via retta, e perciò non accoglie in sé il più e il meno, analogamente alla bianchezza considerata nel suo concetto astratto.

Vi sono infatti certe forme di tal natura che, pur trovandosi accidentalmente in un composto, [prese in sé stesse] consistono in una essenza semplice ed invariabile, come giustamente afferma il Maestro dei Sei Principii. Tuttavia tali qualità accolgono in sé il più e il meno da parte dei soggetti nei quali si concretizzano e nella misura in cui in tali soggetti si mescolino più o meno le qualità contrarie.

Pertanto il massimo di giustizia si ha dove è minima la mescolanza con il contrario della giustizia sia riguardo all'abito che riguardo all'operazione; ed allora ad essa sono veramente applicabili le parole del Filosofo: «Né Espero né Lucifero è così ammirabile» poiché allora è simile a Febe quando da posizione diametralmente opposta guarda al fratello nel cielo purpureo di un sereno mattino.

Ora, per quanto riguarda l'abito, la giustizia trova talvolta il suo contrario nella volontà, poiché, quando la volontà non è scevra da ogni cupidigia, anche se in essa c'è giustizia, questa tuttavia non risplende in tutto il fulgore della sua purezza, perché trova nel soggetto una qualche resistenza, seppur minima; per questo motivo, coloro che cercano di influenzare emotivamente il giudice vengono giustamente espulsi [dai tribunali].

Per quanto invece riguarda l'operazione, la giustizia può trovare il suo contrario nel potere, ed infatti, essendo la giustizia una virtù che regola i rapporti con gli altri, come potrà operare secondo giustizia chi non ha il potere di rendere a ciascuno il suo?. Da questo risulta evidente che quanto più grande è il potere del giusto, tanto maggiore sarà la giustizia nel suo operare.

Sulla base di questi chiarimenti si può fare la seguente argomentazione: la giustizia regna sovrana nel mondo quando risiede in un soggetto dotato di fortissima volontà e di sommo potere; ora, solo il Monarca è un soggetto di tal genere; quindi la giustizia regna sovrana nel mondo soltanto quando risiede nel Monarca. Questo prosillogismo appartiene alla seconda figura, presenta una negazione intrinseca, ed è simile a questo: ogni B è A; ora solo C è

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