Il fenomeno egittizzante fenicio e punico
Il fenomeno egittizzante fenicio e punico nasce nell’età del Bronzo in contesto gublita.
Lez 6 – 12/02/2021
Tema 1: Fonti per lo studio della storia fenicia e punica
Tra i vari materiali che troviamo nei corredi della necropoli reale ci sono tendenzialmente oggetti di importazione, anche materiali utilizzati nell’ambito della toeletta, sia dai componenti maschili che femminili della corte, ma al tempo stesso sono manufatti che hanno anche una rappresentatività dal punto di vista escatologico.
Molti materiali sono stati rinvenuti nella necropoli reale di Biblo nonostante sei su nove ipogei fossero già stati violati. Ovviamente in quelli manomessi, i manufatti rinvenuti erano in proporzioni minori. Recano iscrizioni non da considerarsi come fonti dirette ma funzionali ad inquadrare in maniera proficua quella che è la dimensione culturale della città nel Bronzo Medio.
Specchio in avorio, oro e argento dalla necropoli reale di Biblo (Bronzo medio). Lo specchio è sicuramente un oggetto di pregio con materie prime come l’oro ma ha anche una valenza in ambito rituale perché riflette, fa capo al concetto del doppio, l’umano e il divino. È uno strumento utilizzato nell’ambito del contesto funerario come viatico dell’essenza del defunto perché questo potersi specchiare/riflettere permette l’accesso a un piano trascendente. È lo stesso tipo di concezione che si manifesta considerando l’introduzione nelle tombe di maschere che tutelano e duplicano l’essenza dell’individuo.
Abbiamo a che fare con un quantitativo piuttosto corposo di doni provenienti dal contesto egiziano, manufatti nilotici inviati dai faraoni come donativi ai sovrani locali, nel contesto di rapporti ufficiali che ruotano attorno al commercio di legno di cedro e l’importazione dall’Egitto del papiro. Si tratta di importazioni di lusso che recano il cartiglio dei faraoni.
Biblo, necropoli reale: balsamario in ossidiana e oro con nome di Amenemhat III (1842-1797 a.C.).
Biblo, necropoli reale: cofanetto in ossidiana e oro con nome di Amenemhat IV (1797-1790 a.C.) si tratta di un manufatto di pregio che rappresenta un dono diplomatico inserito nel contesto della deposizione del dinasta gublita nel quadro di quella attività di propaganda e ostentazione in analogia con i faraoni dal punto di vista cerimoniale che è funzionale ai sovrani di Biblo per legittimare il proprio potere di fronte alla comunità che controllano.
Non si tratta solo di un apparato esteriore ma proprio di un profondo legame che si basa su convergenze religiose in partenza e su analogie rituali e nelle dinamiche del rito. Si pensi ai frammenti del Libro dei Morti riprodotti su laminette o strisce di stoffa e cuoio inserite negli astucci porta-amuleti che hanno un’età avanzata rispetto a questi manufatti ma che perpetuano la vicinanza con il mondo nilotico.
L’orientamento culturale verso l’Egitto ha un programma politico, per quanto legato a un’esigenza di carattere specifico alla necessità di conferire autorevolezza al potere regale da parte dei sovrani gubliti, al tempo stesso è caratterizzato da un sottofondo ideologico comune che giustifica l’assunzione di prospettive religiose analoghe a quelle del contesto nilotico o semplicemente forme esteriori, come la resa di alcune divinità (Astarte isiaca e Hathor Baalat).
In ambito gublita sono presenti anche manufatti realizzati in loco da oreficerie di corte che riproducono e qualche volta modificano manufatti che vengono dall’Egitto, adattati ad esigenze specificamente locali.
Gioielli in oro con scarabei in pietra dura (Bronzo medio): uno è inserito all’interno di un castone di un anello, l’altro in un bracciale. Verosimilmente sono oggetti di importazione, in particolare l’ametista è fabbricata in contesto egiziano. Vengono adattati a manifatture di pregio locali. Questi oggetti importati sono di fatto defunzionalizzati: lo scarabeo ha funzione di sigillo oltre che talismanica, quando è fissato su una montatura fissa la funzione si perde ma se ne conserva il potenziale identificativo. È comunque uno strumento pertinente alla classe dirigente, oltre che religioso, veicola il concetto della rinascita e rigenerazione. Connota il rango del personaggio che lo possiede.
C’è una convergenza dal punto di vista religioso che si traduce in profondi fenomeni di interpretatio, con l’assunzione delle stesse strategie di tutela e la protezione tramite talismani e amuleti prelevati come modelli dal contesto egiziano e adattati alle esigenze della popolazione fenicia e punica.
L’assimilazione di alcuni modelli egiziani è quindi in contesto gublita una procedura che si lega e si giustifica pensando a questa primaria esigenza politica dei sovrani di presentarsi come piccoli faraoni. Però questi contenuti vengono modificati attraverso l’aggiunta di dettagli simbolici che riagganciano l’immagine nilotica al contesto in cui sono inseriti.
Il medaglione a forma di conchiglia proviene dallo stesso contesto. Non proviene da un ambito egiziano, da cui non provengono manufatti del genere. Questo è indicativo della volontà di tradurre e modificare i prototipi in manifatture autonome e originali rispetto ai “cartoni” di riferimento (cioè modelli iconografici riprodotti e copiati). La conchiglia è evocativa della prospettiva marittima dei Fenici, in forte connessione con il mare, che non è così sentita in Egitto. Nella parte centrale è presente un Horus falcone ad ali spiegate al di sopra del cartiglio, insieme ad uno scarabeo da cui fuoriescono due urei divergenti. A colpire è l’iscrizione all’interno del cartiglio: i caratteri sono geroglifici ma l’onomastica è fenicia con il nome di Yapi-Shemou-Abi. Il manufatto è da considerarsi come espressione di rielaborazione originale in ambito fenicio sulla base di una forte ispirazione egiziana in convergenza con le stesse strategie propagandistiche e ostentative dei faraoni.
Biblo, necropoli reale: pettorale/falcone (Bronzo Medio) riproduce Horus falcone ad ali spiegate, secondo un’iconografia comune in ambito egiziano che prevede la presenza tra gli artigli di piccoli globi che hanno valenza astrale. Qui sono ricondotti a fusti di palma che culminano con la chioma della palma. Le due teste di falcone agli estremi, una opposta all’altra, sono tipiche di questi pettorali anche nei modelli nilotici. L’adattamento al contesto fenicio è proprio la presenza di fusti di palma, non presenti negli originali, un elemento aggiuntivo che ricollega questa iconografia al contesto locale.
Biblo, Necropoli reale. Oreficeria egittizzante (Bronzo Medio) cartiglio di Yapi-Shemou-Abi, oggetti riferibili alla deposizione del sovrano Yapi-Shemou-Abi. Presentano delle caratteristiche coerenti con l’iconografia egizia più comune.
Il primo medaglione presenta la fronte di un tempio egizio con l’architrave ornato da disco solare alato e due serpenti urei divergenti, secondo uno schema iconografico documentato in ambito egiziano. Successivamente sono raffigurate due colonne che culminano in capitelli fitomorfi e due personaggi seduti di fronte, al cui centro è presente un Horus falcone. I due personaggi portano in mano due oggetti, identificabili come vasi per libagione. Vi sono dei dettagli che risultano divergenti dai temi egizi più comuni, in particolare la modalità con cui è resa la corona che dovrebbe essere quella bianca dell’Alto Egitto. Infatti, è simile a un tipo di copricapo ovoide che compare in ambito siriano, quindi forse manifattura locale.
Biblo, Necropoli K
Biblo, Necropoli K si trova nel settore orientale dell’acropoli, caratterizzata da una differente destinazione ma nel principio generale l’articolazione dei singoli contesti risponde alle stesse prescrizioni rituali: si tratta sempre di una necropoli ipogeica ricavata nella superficie rocciosa. Gli ipogei sono difformi gli uni dagli altri in dimensione e planimetria, collegati fra loro, hanno una minore monumentalità rispetto alla necropoli reale. Era destinata a dignitari a membri della corte.
Abbiamo poche informazioni, per la gran parte è stata violata e ampiamente manomessa.
Non abbiamo una cronologia uniforme, vi sono strutture ipogeiche che possiamo verosimilmente datare alla fase del Bronzo Medio ma l’occupazione di alcuni ipogei arriva fino al Ferro II. Disponiamo solo di un’iscrizione che consente di far riferimento a un’epoca avanzata.
Iscrizione di Batnoam (350 a.C.): cassetta litica in cui era deposta una inumata. Ci fornisce informazioni per la modalità di deposizione dei defunti di rango. L’iscrizione corre su un lato, nella parte superiore di una faccia della cassetta. È in materiale comune (calcare) e non presenta elementi decorativi.
«In questo sarcofago io Batnoam, madre del re Ozbaal, re di Gbl, figlio di Pilletbaal sacerdote della Baalat, riposo con un abito (swt) e un copricapo (cuffia?) su di me e una “maschera” in oro sulla bocca, come ogni persona regale ha fatto prima di me»
Si tratta di una persona di rango, madre del re Ozbaal. Non si qualifica come moglie del sacerdote della Baalat ma come madre del figlio del sacerdote. Mette in primo piano la funzione di madre di un re, re che è figlio di un sacerdote della Baalat. Spesso in ambito fenicio c’è convergenza tra funzione regale e sacerdotale.
Interessante è la menzione di un abito e un copricapo. Il termine swt (swat) è ambiguo. Compare in altre iscrizioni, può significare veste o anche il tessuto in cui questa è realizzata. Si ritiene che possa indicare una sorta di sudario in lana, anche se in altre iscrizioni lo stesso termine è indicato in contrapposizione e con valore peggiorativo rispetto alla parola che indica il bisso, fibra pregiata, e rispetto alla parola che indica il lino.
Abbiamo un riferimento alla lamina o maschera in oro sulla bocca: è particolarmente significativo perché effettivamente vi sono altri contesti in cui è evidente l’uso di porre su parti del volto dell’inumato di rango di lamine decorate che talvolta riproducono elementi (tipo foglie) o maschere e volti di dimensioni più piccole oppure parti del volto. Questa consuetudine si attesta in alcuni casi in ambito siro-palestinese. L’iscrizione quindi ci riferisce informazioni notevolmente importanti sul rituale funerario.
Sidone
In questa città abbiamo una completa sovrapposizione delle strutture moderne sulla città antica. L’autonomia politica ed economica era tale da giustificare rapporti con altre potenze del Vicino-Oriente, tra cui l’entroterra siriano. Nominata nelle tavolette di Ebla, nella fase del Bronzo Antico ha già una connotazione urbana.
I dati più abbondanti, oltre a una necropoli di età del Bronzo, riguardano la fase persiana che restituisce iscrizioni provenienti sia dalla necropoli sia da contesti santuariali. Ha una funzione specifica della Fenicia della V satrapia: è una città filo-persiana che rientra nella progettualità del gran re come testa di ponte verso il Mediterraneo, forse anche come sfruttamento delle flotte fenicie per gli scopi espansionistici dei Persiani.
Erodoto afferma che l’aggressione alla Grecia sarebbe parte di un grande progetto che prevedeva la collaborazione dei Fenici/Cartaginesi per aggredire i Greci d’Occidente. Le battaglie di Salamina e Himera sarebbero parte di uno stesso progetto (480 a.C.). In realtà, questa ipotesi non è confermata: se è chiaro un progetto imperialistico persiano, non è dimostrata la convergenza di Cartagine in questo. Tuttavia, c’è un rapporto anche di subordinazione/alleanza tra Cartagine e l’Impero persiano che si manifesta attraverso l’invio di editti di Dario nella città.
Sidone serve ai Persiani e questo giustifica la presenza di sovrani filo-persiani al governo (VI-V secolo a.C.).
In questa fase doveva essere articolata in:
- Piccola Sidone/Sidone del Mare, l’acropoli con la città vecchia in connessione con lo sbocco portuale;
- Grande Sidone/Sidone della Piana, la città bassa e l’entroterra dove si localizzano le due principali necropoli dei sovrani e dei membri della corte insieme ad un santuario.
La convergenza non solo politica ma anche culturale di Sidone rispetto alla Persia è evidente nella presenza di decori urbani che richiamano il gusto di Persepoli come un capitello a protomi taurine da “Sidone marittima” che probabilmente faceva parte di una struttura palatina (non rintracciabile).
Le fonti dirette provengono dalla necropoli di Sidone della Piana, in particolare da due contesti:
- Ayaa;
- Magharat Tabloun.
Ayaa
Si tratta di due ipogei indagati dalla fine dell’800. Le indagini più significative hanno portato al recupero del sarcofago di Tabnit e si devono ad un archeologo turco (1887) che indaga in questi contesti.
- L’ipogeo A è caratterizzato dalla presenza di varie camere e celle che ospitano sarcofagi in marmo di tipo greco, con l’eccezione di due contesti che vedono sarcofagi antropoidi di tipo egizio in un basalto particolare che si chiama anfibolite nera, verosimilmente reimpiegati in quanto sembrerebbero originali egizi. Non è raro questo elemento, in particolare con il sottofondo in funzione del potere espressivo del contesto egizio che perdura nel tempo. L’utilizzo di questi sarcofagi è un atto politico, forse fanno parte del bottino di Cambise (525 a.C.) oppure di un trasferimento in Fenicia degli originari occupanti dei sarcofagi.
- È interessante la modalità di organizzazione della cella in cui è deposto il sarcofago 17, uno dei due antropoidi: ospitava lo scheletro di una donna deposta su una sorta di lettiga in sicomoro e caratterizzata da una lamina in oro che doveva essere sulla fronte, non decorata, e un anello in oro al pollice, forse indica la pertinenza a un livello alto della corte sidonia. Non c’è nessun dato scritto. In questo sarcofago, in cui lo scheletro era parzialmente coperto da sabbia, sono state trovate delle bende, una sorta di pseudo-imbalsamazione, che sembra attestata almeno approssimata nel caso di Tabnit.
- L’ipogeo B è dove si trova il sarcofago di Tabnit. Ha una struttura nella tomba, al di sopra della cella in cui si trova il sarcofago. Essa è molto piccola e misura poco più di 2.6x1.5 metri. È presente un blocco monolitico con otto incavi a forma di ferro di cavallo funzionali all’inserimento di supporti per spostarlo. Al di sopra si trovano lastre e pietre a formare un falso pavimento sotto il quale se ne trovava un altro. Sulle pareti c’erano dei fori riconducibili a travature che dovevano servire a porre qualcosa sul fondo del pozzo. Dopo quattro livelli di pietre e sotto il blocco monolitico, si trovava il sarcofago in anfibolite che stava nella cella.
Sarcofago di Tabnit
Sarcofago di Tabnit (prima metà VI sec. a.C.) da originale egizio di Pen-Ptah: su tutta la superficie è presente un’iscrizione in geroglifico. Sulla parte più bassa invece è riportata un’iscrizione in caratteri fenici.
L’iscrizione geroglifica parla del primo proprietario del sarcofago, Pan-Ptah, un capo militare che doveva essersi trasferito a Sidone. Oppure si tratterebbe di un bottino di guerra di Cambise.
L’iscrizione fenicia riporta queste parole:
“Io Tabnit, sacerdote di Astarte, re dei Sidonii, figlio di Eshmunazor, sacerdote di Astarte, re dei Sidonii, sono coricato in questo sarcofago. Chiunque tu sia, persona qualunque che troverà questo sarcofago, soprattutto non aprire ciò che è sopra di me e non mi disturbare perché non hanno lasciato accanto a me né argento né oro; io soltanto riposo in questo sarcofago; soprattutto non aprire ciò che è sopra di me e non mi disturbare perché ciò è abominevole agli occhi di Astarte, ma se malgrado tutto tu apri ciò che è sopra di me e mi disturbi, che tu non abbia discendenza tra quelli che vivono sotto il sole né riposo presso i morti”
Tabnit è un nome che significa “l’immagine”, “l’epifania” come se si volesse rendere l’immagine divina. Indica in fenicio la divinizzazione del sovrano. Si qualifica prima come sacerdote di Astarte e poi re dei Sidoni.
Eshmunazor è un nome teoforo, “Eshmun è di aiuto”. Anche lui qualificato come sacerdote di Astarte e re dei Sidonii.
Si tratta di un anatema contro possibili violatori, a differenza di quanto constatato sull’iscrizione di Ahiram, non si fa riferimento a una successione dinastica ma alla profanazione del sarcofago che si tradurrebbe nello scoperchiamento del sarcofago. “Non aprire ciò che è sopra di me” sembra quasi indicare i falsi piani al di sopra.
Lo scheletro di Tabnit era intatto nel sarcofago, aveva una fascia aurea non decorata sulla fronte e un anello d’argento. L’iscrizione cita proprio i materiali che si trovano all’interno. Il corpo è stato sottoposto a un’approssimativa imbalsamazione attraverso l’utilizzo probabile di resine. Gli sono state tagliate le costole e asportato lo stomaco mentre il resto delle viscere era al suo posto; tuttavia, era tutto ben conservato con un tentativo di mummificazione parziale. Forse una replica non adeguata del processo egizio.
L’iscrizione è in forma indiretta ma a partire dalla seconda metà, cambia il modo di descrivere gli avvenimenti che vengono messi in primo piano: il protagonista dell’evento funebre, quindi Eshmunazor II, figlio di Tabnit, e
Lez 7 – 17/02/2021
Tema 1: Fonti per lo studio della storia FEN
-
Archeologia fenicio-punica (Lezioni 11-15)
-
Archeologia fenicio-punica (Lezioni 1-5)
-
Archeologia Fenicio Punica
-
Appunti Fondamenti di archeologia