Storia della filosofia: metafisica e critica della metafisica da Kant a Nietzsche
Introduzione al corso
Lezione 1 - 10 febbraio 2021
Il corso farà una trattazione generale della storia della filosofia di circa due secoli, dal 1781 (Ragion Pura) alla morte di Nietzsche nel 1900. Con questa trattazione si svilupperà anche una tesi, ovvero si cercherà di dimostrare che questo tratto della filosofia comporti la convivenza di questi due temi: metafisica e critica della metafisica.
La filosofia cartesiana secondo Hegel
Cominciamo con una citazione che riguarda Hegel. Nelle sue lezioni sulla storia della filosofia, che tenne in vari corsi dal 1820 al 1830, a un certo punto, comincia a trattare di Cartesio. Inizia la trattazione della metafisica cartesiana con questa espressione: “Ormai possiamo dire di trovarci in essa proprio a casa nostra. E come il navigatore dopo lungo errare sul pelago infuriato, possiamo gridare ‘Terra!’. A Cartesio mette capo veramente la cultura dell'età moderna”.
Interessante l'analogia con cui Hegel dice che con Cartesio vediamo terra, analogia con quella che è considerata l'inizio dell'età moderna: Cristoforo Colombo che arriva nelle Americhe che urla “Terra!”. La filosofia cartesiana è per Hegel una terra nuova, un mondo nuovo scoperto da Cartesio.
Cerchiamo di capire perché Hegel è così entusiasta della filosofia cartesiana, che cosa sia in realtà questa terra. La risposta è molto breve: la terra è il soggetto. Potremmo chiamarlo coscienza, oppure Io – Cartesio lo chiama cogito. È il soggetto la terra scoperta da Cartesio.
Il soggetto cartesiano
Hegel sa bene che prima di Cartesio si conosceva già la nozione di soggetto, di coscienza, di mente, di anima. Ma il modo in cui ci arriva Cartesio è completamente nuovo. Il soggetto cartesiano è qualcosa di assolutamente centrale. Per Cartesio il soggetto è qualcosa di assolutamente indubitabile, esso costituisce l'unico fondamento indubitabile del sapere filosofico.
In particolare egli ne mostra una caratteristica: la inaggirabilità. Il soggetto è inaggirabile perché ce lo troviamo sempre alle spalle. Quando tentiamo di metterlo in discussione, ad esempio affermando che io non esisto, mentre lo affermo io sto esistendo. Quindi qualunque tentativo di messa in discussione del soggetto lo riammette, lo reintroduce, lo rende indubitabile. La sua messa in discussione finisce per presupporlo: è un presupposto indubitabile e inaggirabile.
L'argomento con cui Cartesio, già nella prima delle sue Meditazioni, mostra questa inaggirabilità è un classico argomento confutativo. Le confutazioni sono tipiche argomentazioni che erano già state elaborate nella filosofia antica, in particolare con i Sofisti, prima ancora con Socrate, con Platone e Aristotele.
Il paradigma ontologico
Aristotele lo usa in particolare nel IV libro della Metafisica, con l'elenchos – quando Aristotele cerca di dimostrare l'inaggirabilità del PDNC, del fatto che non possiamo permetterci di metterlo in discussione, usa esattamente una confutazione di questo genere. Elenchos significa confutazione, e in particolare nel caso aristotelico mostra che noi, quando mettiamo in discussione il PDNC, lo presupponiamo. È, appunto, un presupposto inaggirabile.
Anche l'argomento cartesiano è esattamente fatto sulla falsa riga dei tipici argomenti elenctici, ovvero argomenti confutativi. I contemporanei definiscono questo tipo di argomenti come argomenti trascendentali. Trascendentale significa qualcosa che non può in alcun modo essere trasceso. È qualcosa che non posso in alcun modo aggirare, evitare: è inevitabile. Una struttura trascendentale è una struttura che ci ritroviamo alle spalle quando cerchiamo in qualche misura di metterla in discussione.
La novità di cui parla Hegel, la Terra che il navigatore dopo lungo errare individua, con Cartesio porta ad un cambio di paradigma. Con Cartesio viene abbandonato quello che era stato il paradigma fondamentale, tipico dell'intera tradizione filosofica fino a lui. Il vecchio paradigma, che aveva dominato l'intera filosofia antica, medievale, un paradigma fondato sull'essere, sulla centralità della sostanza. Questo vecchio paradigma fondato sull'essere viene sostituito da un nuovo paradigma (Cartesio) fondato sul soggetto, sulla coscienza. Hegel userà un altro termine: lo spirito (fondamentalmente è una nozione che ricalca la nozione di soggettività, anima, io).
Il passaggio dal paradigma ontologico al soggettivista
Che cosa significa questo passaggio tra un paradigma all'altro, dalla filosofia dell'essere alla filosofia del soggetto, la filosofia moderna, inaugurata con questa nuova Terra?
È necessario un breve accenno al paradigma ontologico – il paradigma fondato sull'essere. L'intera filosofia antica e medievale è fondata sull'essere, su un paradigma ontologico, perché per tutti gli antichi e per tutti i medievali c'è qualcosa di assolutamente indubitabile: l'essere, l'esistenza delle cose. Nessun antico si metterebbe in testa di mettere in discussione che esista la natura, gli oggetti intorno a noi, poiché sono assolutamente indubitabili. Sono tutti enti, tutti sono. Dire che sono indubitabili, per gli antichi, significa dire che essi sono sostanziali. Assumiamo qui la nozione di sostanza elaborata da Platone e da Aristotele.
Dire che un ente, un oggetto, una cosa è sostanza, significa che questo ente è in qualche misura, fondato su stesso. È radicato su di sé, ha in sé le ragioni della propria esistenza. Platone e Aristotele, pur all'interno di una differenza, convergono su questo punto, cioè che le cose siano sostanze, quindi che esistono, che hanno ousia (essenza, proprietà dell'essere), e quindi sono indubitabili. Anche se poi divergono su un unico punto: per Platone la sostanza è collocata al di là del mondo fisico. La divergenza tra i due riguarda il luogo ove collocare le sostanze. Per Platone la sostanza sta nel mondo delle idee, nel mondo ideale, che non è un mondo che possiamo vedere con i nostri occhi o toccare con mano, quindi non possiamo avvertirlo con i nostri sensi. È un mondo a cui possiamo arrivare solo attraverso l'intelletto, quindi ragionando, producendo argomenti, dando dimostrazioni.
Secondo Platone solo le idee, le sostanze collocate al di là del mondo fisico, possono essere sostanze. Solo nelle idee c'è il sostegno del mondo fisico. Platone qui non mette in discussione l'esistenza del mondo naturale, fisico – ritiene che il suo sostegno non sia in lui, ma sia al di là. Il mondo fisico è sostenuto su qualcosa che non è fisico, sulle idee, le uniche sostanze. Il mondo fisico esiste certamente ma il suo sostegno non sta in lui, ma sta nel mondo trascendente.
La filosofia di Aristotele
Aristotele su questo punto non è d'accordo con Platone. Egli ritiene che la sostanza del mondo fisico non stia in un mondo sovrafisico, sovrasensibile. Per lui la sostanza sta nel mondo fisico medesimo. La divergenza sta soltanto nel luogo in cui collocare le sostanze; in termini cartesiani, il luogo in cui collocare l'indubitabile.
L'indubitabile è collocato in due mondi diversi: Platone lo colloca al di là, Aristotele lo colloca nel mondo fisico. Tutti gli enti naturali, per Aristotele, sono sostanze. Anzi, Aristotele mette in discussione il fatto che le idee possano essere sostanze, perché per lui non lo sono, sono pure astrazioni. Aristotele non è un materialista, anzi: nel primo libro della Metafisica e nel primo libro della Fisica fa una critica delle filosofie materialiste che lo hanno preceduto.
La sostanza di questi enti naturali, che non sta al di là ma sta al di qua, è individuata da Aristotele nella forma – essa non ha carattere materiale. Gli enti naturali sono composti di materia, ma c'è anche una forma che non è materiale. La forma è ciò che dà sostanza alla materia. La parola che usa Aristotele per indicare la forma è la stessa parola che utilizza Platone per indicare le idee: eidos. Siamo noi che le traduciamo in modi diversi – in Platone è idea, in Aristotele è forma. La parola è la stessa, ma per Aristotele non è collocata al di là, sta nelle cose fisiche. È il lato non fisico delle cose fisiche.
Inoltre, un secondo elemento "anti-materialistico" di Aristotele, sta nel fatto che il mondo fisico (caratterizzato da un perenne divenire, dal perenne movimento, da una perenne trasformazione), non può essere spiegato senza ricorrere a una causa che non sia fisica, una causa non-naturale. Il divenire del mondo non si spiega se non ipotizziamo una causa non-diveniente e non-naturale. Questa causa sarà chiamata da Aristotele motore immobile. È una sostanza sovrasensibile che Aristotele qualifica come Dio.
Il paradigma soggettivista di Cartesio
La causa del movimento fisico, sia quello degli astri, sia quello degli enti del nostro mondo, sta in qualcosa di non-fisico: un motore, perché serve a mettere in movimento le cose. Siccome non può essere mosso a sua volta, sarà immobile – quindi il motore immobile è la causa del mondo fisico.
Questi due elementi (la forma non-sensibile degli enti naturali e il fatto che gli enti naturali quanto al loro divenire dipendono da qualcosa di non fisico) sono i due elementi non-fisico, non-materialistici di Aristotele. Questo ricorso aristotelico a una pluralità di sostanze sovrasensibili (sono più di una, sono tanti motori – infatti Aristotele essendo greco è politeista, quindi non pensa ad un unico Dio ma ad una pluralità di dei), nonostante la presa di distanza dal mondo delle idee che per Aristotele è una finzione, un'astrazione, evidenzia la tesi di fondo dell'intero paradigma ontologico, dell'intera filosofia dell'essere.
Certamente l'essere è indubitabile, non possiamo mettere in discussione che le cose esistono, che l'essere non sia (in termini parmenidei). L'essere necessariamente è, esiste. Tuttavia, oltre all'indubitabilità dell'essere c'è un secondo elemento: la sostanza degli enti naturali, il loro fondamento, non può ridursi al mondo naturale. Il fondamento dell'intera esistenza del mondo (Platone) e del suo divenire (Aristotele) sta al di là del mondo, al di là della natura. È collocato nel luogo che i medievali chiameranno ente supremo per eccellenza.
Questo ente supremo da Platone è chiamato idea, in particolare per Platone l'idea del Bene, la più alta delle idee; quindi tutte le cose secondo Platone si fondano sull'idea del Bene, trascendente e non fisica. Da Aristotele, invece, è chiamata motore immobile, il fondamento del divenire degli enti. Da tutti i filosofi cristiani e medievali verrà chiamato Dio: è il Dio del cristianesimo.
Il tratto fondamentale del paradigma ontologico è questo: indubitabilità dell'essere (le cose esistono e non possiamo metterlo in discussione), il loro fondamento sta al di là di loro stesse (in un ente trascendentale non sensibile e non fisico) – questa è la tesi della metafisica. Troviamo questo termine per la prima volta in Aristotele, anche se non è un termine aristotelico. Con questo termine si intende l'esistenza di qualcosa di non-fisico, non semplicemente come “esiste qualcosa di non-fisico”: questo non-fisico è il fondamento del fisico. Il non-fisico è qualcosa che dobbiamo necessariamente ammettere. Se non lo ammettiamo, mancherebbe il sostegno delle realtà naturali.
Il cambiamento introdotto da Cartesio
Questa è la tesi della metafisica, della metafisica platonica, aristotelica e cristiana. Solo questo fondamento non-fisico, intelligibile (perché ci si arriva tramite intelletto con il ragionamento), è assoluto, è indubitabile, necessario, intrascendibile. La verità dell'aldiquà sta nell'aldilà.
Cosa accade invece con il paradigma soggettivista? Qual è la novità introdotta da Cartesio?
Qui cambia lo scenario. L'indubitabilità passa dalla sostanza al soggetto. Il dubitabile è il soggetto; l'indubitabilità passa da Dio alla coscienza umana. In termini generali passa dall'essere al pensiero: il pensiero è indubitabile, non l'essere. Cartesio non rinnega la sostanza, così come in Cartesio si trovano delle prove a sostegno dell'esistenza di Dio. Il punto non è che non esistano le sostanze. Il punto è che il fondamento del tutto non sta più nella dimensione dell'essere.
Qui sono poste le basi non solo della messa in discussione della sostanza, ma della stessa metafisica. L'introduzione del soggetto è l'irruzione di un demone che scuoterà la metafisica e la metterà radicalmente in discussione. Questo non avverrà in Cartesio: egli è l'inizio, è la Terra che vede Colombo, è il primo barlume. Da qui si scatena un processo inevitabile, che non si potrà più fermare.
Il problema fondamentale da risolvere, sta nel fatto che, una volta che abbiamo spostato il fondamento dell'indubitabilità (dall'essere al soggetto), tutto ciò che non sarà soggetto sarà dubitabile. Tutto ciò che non è pensiero, coscienza, sarà radicalmente esposto al dubbio. Se solo il soggetto è indubitabile, il mondo, l'esistenza di un mondo al di fuori di noi, sarà dubitabile. Noi vediamo le cose intorno a noi, anche se facciamo esperienza delle cose, degli oggetti fisici – ma dal punto di vista del soggetto, le cose e gli oggetti che noi vediamo sono le sue immagini delle cose e degli oggetti. Quello che noi vediamo sono le nostre immagini, quello che i nostri sensi percepiscono: tutto ciò che noi attribuiamo al mondo esterno, è per noi un'esperienza interna.
Siamo noi che vediamo le cose, gli enti. Il mondo è solo la nostra rappresentazione del mondo, è ciò che noi vediamo del mondo: noi lo chiamiamo mondo, noi attribuiamo un'esistenza esterna indipendente dai nostri sensi, dai nostri pensieri, dalla nostra soggettività. In realtà è la nostra rappresentazione del mondo. Secondo Cartesio è assolutamente indubitabile che noi abbiamo queste rappresentazioni. Egli non mette in dubbio che noi abbiamo rappresentazioni del mondo, solo che noi non siamo in grado di dire se stiamo sognando o se stiamo guardando le cose, perché anche nel sogno abbiamo delle rappresentazioni, anche se sappiamo che alle rappresentazioni del sogno non corrispondono oggetti realmente esistenti al di fuori del sogno.
La metafisica di Cartesio
La nostra rappresentazione del mondo, per ora, per noi, è solo una rappresentazione. È indubitabile che noi abbiamo rappresentazioni; è dubitabile che a queste rappresentazioni corrispondano degli oggetti esterni. Questo è il dubbio: il rapporto tra le nostre rappresentazioni e il mondo che sta fuori. Con Cartesio il mondo (quello che noi chiamiamo mondo) diventa rappresentazione soggettiva – utilizza anche un altro termine nelle sue meditazioni metafisiche: dice che il mondo è idea. Non è più l'idea di Platone (una sostanza realmente esistente al di sopra di noi). L'idea platonica, in Cartesio è diventata una nostra rappresentazione, qualcosa di simile a quello che noi intendiamo con “idea” (qualcosa che sta nella nostra testa).
Cartesio non è un anti-metafisico: anzi, è un metafisico, ma la metafisica qui è completamente diversa. Il compito della metafisica non è più quello che le assegnavano Platone e Aristotele, ovvero trovare il fondamento del mondo naturale; in Cartesio la metafisica ha un compito completamente nuovo, che è non tanto trovare il fondamento del mondo ma riuscire a dimostrare l'esistenza di un mondo esterno a noi. Noi abbiamo solo rappresentazioni soggettive; il ruolo della metafisica sta nel chiedersi se riusciamo a dimostrare che esiste qualcosa oltre alle nostre rappresentazioni.
La metafisica diventa il ponte tra il nostro mondo interno e quello esterno, il ponte tra soggetto e oggetto. Cartesio elaborerà delle prove a sostegno dell'esistenza di Dio, quindi almeno qualcosa al di fuori di noi esiste. Una volta dimostrata l'esistenza di Dio diventerà la nostra garanzia che esiste un mondo al di fuori di noi. Non ci sarà più il mondo al di qua e un mondo al di là, il mondo immanente e il mondo trascendente di Platone e Aristotele. I due mondi sono il mondo interno ed esterno. La metafisica serve a stabilire un ponte, quindi a dimostrare che non esiste soltanto un mondo interno ma che c'è anche un mondo al di fuori di noi.
Questa garanzia cartesiana di Dio si mostrerà estremamente debole: prima di tutto perché Cartesio non riuscirà nemmeno a dimostrarlo bene. Nell'ultima meditazione metafisica riuscirà a dimostrare che certamente esiste un mondo esterno, ma l'unica proprietà indubitabile del mondo esterno è la sua estensione. Fuori di noi ci sono solo corpi estesi, la res extensa, la cosa estesa. Fuori di noi non ci sono colori, sapori, suoni, pesi, consistenza, c'è solo l'estensione. Tutte le altre proprietà del mondo esterno sono solo nostre idee, solo rappresentazioni soggettive interne. Appartengono al nostro mondo interno, non al mondo esterno. Al mondo esterno appartiene solo l'estensione.
Ma riusciamo veramente a immaginare un mondo esterno solo esteso? È un mondo totalmente nero, è buio. La filosofia successiva a Cartesio eroderà la convinzione cartesiana dell'esistenza di un mondo esterno. Alla fine rimarrà solo il soggetto, solo quella Terra da cui siamo partiti. Rimarrà soltanto l'assolutezza e la solitudine del soggetto.
Leibniz dirà che dalle nostre rappresentazioni non usciamo mai: noi siamo certamente una sostanza spirituale (il cogito cartesiano), una monade. Ma questa monade non ha né porte né finestre.
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